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Albert Einstein
Teoria della relatività
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Esame delle discussioni filosofico-scientifiche
sulla
teoria della relatività
GLI ORIENTAMENTI FONDAMENTALI DELLA DISCUSSIONE
SULLA RELATIVITA
INTERPRETAZIONI CONVENZIONALISTICHE, MACHIANE,
KANTIANE,
SPIRITUALISTICHE E NEO-POSITIVISTICHE
NEL PERIODO 1918-30
I PROBLEMI PRINCIPALI AVANZATI DALLA TEORIA DELLA RELATIVITA' ALLA FILOSOFIA DI KANT
LE CRITICHE DEI QUANTISTI E DEGLI OPERAZIONISTI
LE CRITICHE DELLA TEORIA DELLA RELATIVITÀ NELL'AMBITO
DEL MATERIALISMO DIALETTICO SOVIETICO
ORIENTAMENTI ATTUALI DELLA DISCUSSIONE SULLA
TEORIA DELLA RELATIVITÀ
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I
• GLI ORIENTAMENTI FONDAMENTALI DELLA DISCUSSIONE
SULLA RELATIVITA
L'influenza che il pensiero di Einstein ha avuto nel nostro secolo non
può essere completamente afferrata se si tiene presente solo la
trasformazione portata nella fisica dalle sue idee; per capirla a
fondo bisogna infatti considerare anche quei dibattiti più
propriamente filosofici che hanno fatto seguito alla comparsa delle
sue teorie.
A partire dal 1910 fino ad oggi, non c'è stato un grande pensatore o
filosofo che non abbia cercato di capire quali siano state le
direttrici del pensiero di Einstein e la loro rilevanza per la
filosofia. Un'indagine anche affrettata dei riflessi che il suo
pensiero ha avuto mostra che notevolissimi filosofi e scienziati, come
Vaihinger, Whitehead, Russell, Cassirer, Bridgman e molti altri ancora
hanno svolto le loro analisi sulla relatività servendosi delle
categorie proprie delle loro filosofie.
Poiché queste interpretazioni sono molto numerose e complesse,
cercheremo di dare un'idea del loro significato raggruppandole con
precisione, anche se necessariamente in maniera schematica, in due
momenti principali: il primo, che va dal 1920 al 1930 circa, è quello
in cui compaiono le critiche fondamentali neo-kantiane, machiane ed
empiriocriticiste, oltre a quelle di Whitehead, Schlick e Bergson. Il
secondo momento, che si può far giungere fino al 1950, è quello in cui
si sviluppano le critiche dell'operazionismo di Bridgman e delle
tendenze neopositiviste. Anche se si svolgono in questo periodo, cioè
dopo il 1930, un posto a parte meritano le critiche dei marxisti russi,
perché quello che avviene in Russia tra il 1930 ed il 1940 non ha
relazione di sorta con gli studi di critica scientifica
filosofica nell'Europa occidentale di quel periodo. L'interesse che
muove i filosofi sovietici è di affrontare, partendo dai presupposti
del materialismo dialettico, le teorie di Einstein, e ciò provoca fra
varie tendenze del marxismo sovietico un acceso dibattito che non ha
nessuna controparte nell'epistemologia occidentale.
Chiediamoci qual è il significato più profondo del primo gruppo di
critiche. Esaminandole vediamo che esse sono tutte dei tentativi di
porre in relazione il pensiero di Einstein con i problemi e le
prospettive di una particolare filosofia, e cercano di sottolineare
come la teoria della relatività abbia confermato vuoi il kantismo,
vuoi la filosofia dell'evoluzione, e così via. A differenza di queste,
dopo il 1930, quando cioè si sviluppano le critiche del materialismo
dialettico e dei fondatori della meccanica quantistica, vediamo che
non si tratta più di imporre certe categorie filosofiche per spiegare
il significato della relatività, ma piuttosto si tratta di mostrarne i
limiti e i difetti da certi punti di vista, in particolare da quello
del valore conoscitivo delle teorie. Sono cioè critiche a prevalente
carattere metodologico. In fondo, mentre nel periodo 1920-30 si tenta
di spiegare filosoficamente la teoria della relatività, dopo il 1930
le critiche sono volte alla valutazione della portata conoscitiva di
questa teoria. Nel 1949 poi, quando molti autori collaborarono ad un
celebre libro sul pensiero di Einstein: Albert Einstein: philosopher
and scientist (Albert Einstein scienziato e filosofo), noi vediamo che
le critiche si spostano a punti particolari, diventando
approfondimento di certi temi specifici, e che non sono più
spiegazioni del significato globale della teoria della relatività, ma
critiche al suo valore gnoseologico. Infine gli studi apparsi attorno
al 1960 svolgono quasi tutti un solo tema, che d'altronde è il più
importante nel pensiero di Einstein, ossia quello dei rapporti fra
geometria e fisica.
Percorrendo brevemente le critiche alla teoria della relatività,
troveremo come fatti rilevanti l'opposizione permanente fra
interpretazione operativa ed ontologica della teoria, il ricorrente
tentativo di far passare lo spazio-tempo o come una mera costruzione
del soggetto conoscente o come una sostanza entro la quale si svolgono
gli eventi.
Come mai una teoria scientifica che pure ha ottenuto numerose conferme
sperimentali e fa ormai parte integrante del corpo della scienza
fisica ha potuto esser interpretata così variamente? La risposta sta
nel fatto che essa toccava i problemi dello spazio e del tempo sui
quali, nella filosofia occidentale, il dibattito era stato
estremamente vario e vivo. Anzi, lo spazio ed il tempo erano temi
tradizionalmente riservati ai filosofi o addirittura ai metafisici.
Orbene, il fatto che Einstein partendo da riflessioni fisiche sullo
spazio e sul tempo arrivasse a parlare dell'oggetto materiale nelle
sue varie manifestazioni di massa, energia, velocità, poté far credere
alla tradizione ontologistica della filosofia che fosse prossima la
possibilità di un discorso « completo » sul mondo fisico, fuori dal
quadro del meccanicismo tradizionale.
Davanti alla teoria della relatività risultarono insufficienti i vari
convenzionalismi usciti dalla crisi del positivismo, i quali non
potevano ammettere che la teoria di Einstein avesse una portata reale
di trasformazione dei concetti. Le due tesi estreme del totale
ontologismo e del totale convenzionalismo escono battute nel corso del
dibattito, forse perché non possiedono gli strumenti sufficienti a
capire l'origine storica delle idee di Einstein e la loro possibilità
di realizzazione. Infatti nel pensiero di Einstein è presente tutta
una tradizione, sorta nella Germania del XIX secolo, di
geometrizzazione della fisica, e che risale a Riemann e a Helmholtz.
Questa tradizione non si pone il problema della differenza fra
ontologismo e convenzionalismo, poiché ritiene di identificare la
massima obiettività possibile della fisica con la più chiara ed
euristicamente perfetta forma geometrica. Ecco perché le spiegazioni
estreme spesso sono fallite nel giudicare la teoria della relatività:
non contemplavano la possibilità di una tradizione di questo tipo.
Avranno allora ragione le critiche spiritualistiche che vedremo in
seguito? Certamente no dal punto di vista metodologico, perché
insistono troppo sulla libera creatività della mente umana. Le
critiche più penetranti sono invece quelle che distinguono tra teoria
della relatività generale e speciale salvando la seconda e non
impegnandosi sul valore conoscitivo della prima. Infatti tali critiche
sono quelle che meglio servono agli scienziati impegnati nella
ricerca; ovviamente esse non prendono in considerazione la teoria
della relatività generale, ma evitano di cadere nei due pericoli,
quello della metafisica e quello del convenzionalismo. Ugualmente
interessanti sono le critiche che prendono le mosse dal centro della
relatività, ossia dal rapporto tra fisica e geometria non già per
affermare che il legame posto da Einstein fra le due discipline sia
quello più giusto, ma per far capire che l'importante della teoria
della relatività è la direzione di ricerca, il tipo di indagine
indicata, ossia la tradizione scientifica in essa presente.
torna su
II •
INTERPRETAZIONI CONVENZIONALISTICHE, MACHIANE,
KANTIANE, SPIRITUALISTICHE E NEO-POSITIVISTICHE
NEL PERIODO 1918-30
a) I filosofi seguaci di Vaihinger
vengono di solito chiamati filosofi del « come se ». Secondo questa
filosofia, che si presenta come un movimento convenzionalista fondato
su una particolare lettura di Kant, le teorie scientifiche non hanno
un valore ontologico, ossia non riflettono in alcun modo delle
strutture reali. Esse sono delle costruzioni deduttive ma ipotetiche,
il cui valore è quello di un perfezionamento concettuale e astratto di
realtà fittizie già presenti nella psiche.
L'iniziatore del movimento, Vaihinger, non si interessò direttamente
della teoria della relatività, ma alcuni suoi allievi si incaricarono
di svolgere le critiche del « come se » alle teorie einsteiniane.
Oskar Kraus e Friedrich Lipsius tendono a distinguere fra le ipotesi
scientifiche ed i concetti « fittizi », altrimenti detti « fantasie ».
Il termine va preso in senso vaihingeriano come un equivalente di
strutture mentali non corrispondenti alla realtà, ma valide solo entro
un sistema finzionale. L’utilità della “fantasia” è di stimolare una
razionalizzazione della realtà, altrimenti troppo complessa e
multiforme. Ipotesi e fantasia sono diverse tra loro perché ogni
ipotesi cerca di essere un'espressione adeguata di qualche realtà non
ancora conosciuta, mentre la fantasia viene portata avanti con la
coscienza che essa è una maniera soggettiva e pittorica la cui
coincidenza con la realtà è, dall'inizio, esclusa e che non può essere
successivamente verificata come noi pensiamo di poter fare con
l'ipotesi. In base a questi presupposti, i filosofi del « come se »
tracciano una distinzione fra ipotesi einsteiniane e fantasie,
tendendo a identificare queste ultime con gli esperimenti ideali di
cui Einstein fa uso nella teoria della relatività speciale e generale.
Ma criticare la teoria della relatività e ridurla ad un possibile «
modo » di intendere le principali relazioni della fisica perché essa
non fa uso di misure dirette, non significa valutarla secondo il suo
valore effettivo. In certi casi non vi possono essere misure dirette
perché gli esperimenti ideali proposti da Einstein, anche se di fatto
non sono realizzabili, hanno valore per le loro implicazioni logiche.
La richiesta di prove dirette assume il significato di richiesta di un
esperimento cruciale che mostri la verità o la falsità di tutta la
teoria. Si può obiettare ai critici del « come se » che, o essi
dimostrano che le asserzioni di Einstein sono empiricamente false, o
rinunciano a criticarle considerandole soltanto ipotesi o meglio
fantasie. Infatti nella teoria della relatività non si fa uso di
fantasie fine a se stesse, bensì di ipotesi che acquistano valore di
verità dopo una lunga catena di deduzioni che le collegano alle
osservabili. Oltre a compiere le distinzioni generali testé riferite,
Kraus, uno degli interpreti del «come se », afferma che Einstein non
può criticare il concetto di simultaneità analizzando gli effetti di
un dato fenomeno fisico in più sistemi di riferimento in moto relativo
uniforme, perché il concetto di simultaneità è un a priori
dell'esperienza. Si nota qui lo scopo della critica dei filosofi del «
come se », che è quello di ridurre la teoria della relatività non già
ad una disamina dei concetti di spazio, tempo, materia ecc., ma dei
metodi di misurazione dello spazio, tempo, materia ecc. Se questo
fosse vero, avrebbero buon gioco quei filosofi nel dire che qualunque
costruzione della fisica è in fondo un insieme di ipotesi e di
fantasie senza valore conoscitivo. Se si deve muovere una obiezione a
questi interpreti della relatività è proprio quella di non aver
indagato più a fondo sul valore strumentale delle fantasie. Se
avessero fatto ciò, avrebbero probabilmente raggiunto la conclusione
che alcune fantasie possono servire a superare un presupposto concetto
a priori. Si può poi discutere l'affermazione di Kraus secondo cui la
teoria della relatività parlerebbe non del concetto di simultaneità ma
delle misure di esso. Dicendo che la teoria della relatività dà
soltanto conferme empiriche e non concettuali dei propri presupposti
Kraus deve parlare di questi mezzi empirici di misura e non può quindi
dimostrare che non esistono conferme dirette della teoria della
relatività; può al massimo criticare « questo » uso degli strumenti di
misura. Inoltre Kraus si trova qui in una posizione prekantiana, pur
volendo usare nella sua critica alcuni concetti kantiani: Kant
infatti aveva già richiesto che i principi a priori dovessero essere
dimostrati come condizioni necessarie all'esperienza. Kraus prende
invece una evidenza logica tradizionale, qual è quella di simultaneità
valida ovunque, e vuole farne un a priori di valore universale
inattingibile dall'esperienza, il che rappresenta una arbitraria
presupposizione.
b) Un secondo gruppo di critiche è quello influenzato da Mach
il quale, tra l'altro, benché Einstein stesso si fosse richiamato a
lui nella spiegazione dei fondamenti teorici della relatività, si era
dichiarato contrario alla teoria della relatività. Non pare tuttavia
che il rifiuto di Mach fosse motivato da idee diverse da quella di
salvare l'economia di ipotesi della meccanica. Tra i seguaci di
Mach, Petzold ha considerato la teoria della relatività come una
teoria fenomenistica del moto, ossia una teoria che si sforza di
essere più vicina ai dati immediatamente sensoriali di quanto non lo
sia la dinamica newtoniana. Petzold afferma che il più grande
contributo filosofico dato da Einstein è
stato quello di fondare la meccanica non su assiomi ma su coincidenze
di eventi; cioè su qualche realtà direttamente accessibile
all'esperienza. Einstein, considerando come osservabili solo le
coincidenze fra eventi fisici
e relazioni metriche come invarianti matematiche astratte, avrebbe
contribuito, da un punto di vista machiano, ad eliminare molta della
metafisica contenuta negli schemi della meccanica classica. L'errore
della fisica preeinsteiniana, spiega Petzold applicando a questa
scienza alcune idee tipicamente machiane, è stato quello di voler dare
una priorità alla meccanica anche quando i principi di questa teoria ,
parziali e limitati perché nati da un tipo particolare di esperienza,
quella del senso del tatto, non potevano trovare applicazione.
Einstein ha avuto il merito di rivedere i fondamenti della meccanica e
di superarne le forme tradizionali costruendo una fisica capace di
trascurare la nozione animistica di forza e fornendo gli strumenti
adatti ad una eliminazione dell'elemento antropomorfico della fisica
in favore di una posizione più apertamente convenzionalistica.
Notiamo i meriti della critica di Petzold: egli anticipa Whitehead nel
sottolineare l'importanza del concetto di «evento» come costituente
fondamentale della nuova fisica di Einstein. Applica poi alla teoria
della relatività delle convenienti indagini epistemologiche
sottolineando la raffinatezza della teoria ed il suo distacco da ogni
forma di presupposizione aprioristica. Per far questo egli è però
spinto a sottolineare il carattere convenzionale della teoria e non
riesce a mettere abbastanza a fuoco la sua portata ontologica. Petzold
ricapitola in questo suo errore il pensiero dei convenzionalisti
machiani e non coglie il carattere principale della relatività. Poiché
Einstein stesso aveva però sottolineato le influenze del pensiero di
Mach sulla propria concezione dell'epistemologia, le critiche di
Petzold verranno considerate dai marxisti russi come tipiche di una
certa prospettiva idealistica sul problema trattato dalla teoria della
relatività, ed avranno una diffusione. forse maggiore dei loro meriti.
c) Si entra in una prospettiva
diversa quando si parla della interpretazione kantiana di Einstein,
perché questa interpretazione tocca la teoria della relatività proprio
in uno dei suoi punti principali ossia quello del rapporto fra spazio
e tempo, che è anche uno dei problemi centrali del criticismo.
È bene tenere distinte, quando si parla di interpretazione kantiana
della teoria della relatività, due posizioni diverse tra, loro
per impostazione: quella di Cassirer, secondo cui la teoria
einsteiniana completa e perfeziona il pensiero di Kant, e quella degli
altri kantiani, Ilse Schneider, Edwald Sellien e Leonore Ripke-Kùhn
per i quali nella teoria della relatività non si tratta di concetti ma
solo di misure (osserviamo la somiglianza di questa posizione con
quella dei filosofi del « come se » che tendevano a svalutare la
portata conoscitiva della relatività).
torna su
Prima di esaminare le due posizioni vediamo quali sono i problemi
principali avanzati dalla teoria della relatività alla filosofia di
Kant.
In primo luogo vi è quello che vogliamo chiamare il problema dell'a
priori: la relatività è resa possibile da un insieme di giudizi sul
comportamento dei corpi materiali e degli strumenti di misura. Se
questi giudizi non sono empirici ma a priori, allora la teoria della
relatività può venir considerata una categoria perenne della
conoscenza. Per dimostrare che le cose stanno così i filosofi kantiani
devono far vedere in qualche modo che i giudizi fisici su cui si fonda
la teoria della relatività non sono in contraddizione con le
tradizionali idee di materia e di corporeità. Il secondo problema è
quello delle forme trascendentali della conoscenza: lo spazio e il
tempo. Gran parte della discussione sulla relatività nasce appunto
come proseguimento del dibattito fra gli interpreti di Kant sulla
importanza delle geometrie non euclidce. Mentre alcuni critici
ritenevano che le geometrie non euclidee non toccassero con la loro
esistenza il nucleo dell'argomentazione kantiana sullo spazio e sul
tempo, che secondo loro manteneva intatto il suo valore in quanto
quelle geometrie erano pure variazioni dei concetti fondamentali già
scoperti da Kant, un altro gruppo di critici riteneva che la
concezione kantiana dello spazio e del tempo non fosse conciliabile
con forme geometriche non omologhe a quelle che Kant aveva conosciuto.
La discussione sulla teoria della relatività è complicata, rispetto a
quella sulle geometrie non euclidee, perché queste ultime sembravano
riguardare soltanto i giudizi formali della matematica, mentre
la teoria della relatività conduce a
risultati profondamente diversi da quelli della fisica tradizionale
nella determinazione di alcuni concetti fondamentali, quali quelli di
massa, di energia e di quantità di moto.
La teoria di Einstein colpisce con il fondamento stesso dell'a priori,
cioè i giudizi spaziali e temporali, anche l'idea di oggetto fisico
tradizionale che, secondo Kant, si fondava su quelle forme
trascendentali. Davanti a questi problemi se si vuol dire che Einstein
ha perfezionato le forme pure della percezione dandoci una conoscenza
più approfondita di queste, pur facendo in qualche modo violenza a
Kant, si considera la teoria della relatività come non contraddittoria
con l'estetica trascendentale. In tal caso si tratterà di dimostrare
che Kant ha in qualche modo precorso le idee einsteiniane. Oppure si
può dire che gli esperimenti della teoria della relatività sono
convenzioni riguardanti gli strumenti che non toccano i concetti.
Secondo Cassirer, che prende la prima posizione, si tratta di sapere
in quale misura la filosofia kantiana, che sorge come sistemazione
della scienza del Settecento, è coinvolta dai cambiamenti avvenuti
nella fisica classica. Ciò che vi è di veramente nuovo nella teoria
della relatività è, per Cassirer, il concetto di campo che, superando
i vecchi schemi meccanicistici, permette di comprendere i legami fra
fenomeni ottici ed elettromagnetici. Cassirer si chiede quale ruolo
abbiano avuto nella crisi dei concetti di spazio e di tempo newtoniani
l'elemento empirico e quello concettuale. La constatazione che il
principio di relatività delle misure di spazio e tempo e quello di
costanza della velocità della luce sono incompatibili con i postulati
della meccanica classica, non è stata sufficiente a fondare la nuova
fisica. Occorreva che i due principi fossero assunti come postulati e
posti alla base di un sistema capace di sostituire quello antico.
Risultato di questa assunzione fu la scoperta di tutto un insieme di
nuove invarianti.
Ed il fatto che tale risultato sia stato reso possibile non da un
accumularsi di esperienze ma da una trasformazione di assiomi, fa dire
a Cassirer che nella teoria della relatività non è stato affatto
abbandonato il concetto generale di oggettività, ma quel concetto di
tipo meccanicistico, per il quale l'identità dei valori spaziali e
temporali era il vero fondamento della realtà dell'oggetto, che
separava e distingueva questo dalle semplici sensazioni. La teoria
della relatività diventa per Cassirer la scoperta delle vere, nuove
invarianti che contraddistinguono l'oggetto come costruzione
concettuale. Non il riferimento all'esperienza determina allora il
valore della teoria, ma la forma ideale che essa assume.
La spiegazione di Lorentz che soddisfaceva tutte le richieste fisiche
ma non considerava criticamente il rapporto fra l'esperienza di
Michelson e tutta la meccanica classica, può venir considerata solo un
artificio; quella einsteiniana invece, che sale alla sfera dei
principi, no. Cassirer, contrariamente ad ogni tendenza
convenzionalistica sottolinea che l'importanza della teoria della
relatività è quella di liberare le leggi fisiche generali da ogni
connessione con il sistema di coordinate e di farne delle relazioni
simboliche che risolvono matematicamente i rapporti fra oggetti fisici
(notiamo il risorgere di questo ideale già presente in Helmholtz). Per
Cassirer la relatività einsteiniana è una prova della validità delle
teorie kantiane perché l'oggettività delle leggi fisiche viene
collegata in questa teoria non alle esperienze empiriche ma al loro
comportamento invariante rispetto a tutti i sistemi di riferimento. La
teoria della relatività mostra così, per il critico neo-kantiano, che
i concetti fisici più avanzati non possono più ridursi a copie di
contenuti percettivi.
In definitiva Cassirer vede la teoria della
relatività come completamento del pensiero kantiano sia perché l'uso
del concetto di spazio non euclideo ha il significato di ricerca di un
ordine di successione e di coesistenza come legalità dei fenomeni
fisici (significato che è kantiano perché considera spazio e tempo
come leggi strutturali della conoscenza) sia perché questa teoria
rende valida quella kantiana dell'oggetto fisico come qualcosa che non
è dato direttamente, ma costituito dalle leggi fisiche.
Gli altri kantiani invece di insistere sul nuovo significato di
oggettività della teoria della relatività, cercano di far vedere che
l'uso dei concetti di spazio e tempo è in essa eminentemente
soggettivistico (quando non riescono a dimostrare ciò riducono la
teoria ad un procedimento convenzionalistico). Inoltre i kantiani di
stretta osservanza tentano di difendere la concezione della fisica di
Kant senza riuscire a dissociarla dalla fisica ottocentesca a base
newtoniana, alla quale la fisica kantiana è strettamente collegata.
Certamente la difesa delle posizioni kantiane davanti al terremoto
della relatività è possibile solo cercando di mostrare come Einstein
realizzi di fatto certi ideali kantiani e non già cercando una
corrispondenza alla lettera nella filosofia kantiana. Si corre
altrimenti il grave rischio di dover ridurre la relatività ad una
convenzione senza rilevanza reale, pur di difendere una filosofia del
mondo naturale che è legata, come è ben noto, ad una certa fisica
settecentesca.
La posizione di Cassirer, che non vuole imporre Kant ma solo salvarne
lo spirito, dà un'idea della relatività che, per quanto discutibile,
aiuta a comprenderla come punto di arrivo della filosofia della natura
tedesca del XIX secolo, che ha sempre avuto l'opera di Kant come punto
di riferimento ideale. Un'uguale carica interpretativa manca negli
altri kantiani, ma è presente piuttosto nel pensiero di Weyl
secondo il quale la teoria della relatività è un tentativo di
connettere la geometria, modello di scienza pura, con il concetto di
materia, intesa però come sostanza e non come realtà puramente
meccanica. Il concetto di campo è la categoria nuova che coinvolge
concetti fisici, matematici e filosofici. Ciò che è essenziale per
Weyl nella relatività è la capacità di superare il realismo ingenuo
che era ancora presente nella fisica classica. Se si parte da questo
realismo ingenuo, si arriva, è vero, alla fondazione meccanicistica
della fisica. Solo con il criticismo kantiano, che pone lo spazio come
forma della percezione, si arriva
più vicini all'ideale della fisica, che è la geometrizzazione dei
rapporti fra corpi. Il mondo fisico per Weyl, che si richiama
direttamente a Husserl, è un oggetto intenzionale che può venir
dispiegato in un insieme di atti logici di coscienza, cioè in un
insieme di enunciati geometrici. Egli però aggiunge: « Io non voglio
con ciò suggerire in alcun modo che la concezione, secondo cui gli
eventi del mondo sono un puro gioco della coscienza prodotto dall'Io,
contenga un grado di realtà più alto del realismo ingenuo; soltanto si
deve capire chiaramente che i dati della coscienza sono il punto di
partenza nel quale dobbiamo metterci se vogliamo capire il significato
della realtà. » In altre parole la fisica dovrebbe servire a cogliere
il significato della inesauribile varietà del mondo materiale. La
nozione base con cui inizia l'interpretazione del mondo materiale è,
per Weyl, quella di congruenza, nozione geometrica che sottintende la
omogeneità dello spazio. Essa serve come base per l'espressione dei
contenuti delle categorie dello
spazio e del tempo, antecedenti ad ogni possibile esperienza tranne a
quella del « sentirsi » attivamente o passivamente in relazione alla
materialità del reale.
E’ importante ricordare che Weyl
sviluppa sulla base di questa fenomenologia (non a caso egli si
richiama a Husserl) la sua impostazione della teoria della relatività,
discutendo dapprima il formarsi dello spazio euclideo a partire dalle
nostre sensazioni, poi l'amalgamarsi dello spazio e del tempo
nell'esperienza della fisica ed infine la teoria della relatività
generale che corona con una nuova teoria della gravitazione la
categorializzazione dell'esperienza.
Che dire di questi tentativi di arrivare alla teoria della relatività
come momento fenomenologico di un vasto movimento della
razionalizzazione dell'esperienza? Sottolineiamo i pregi, che sono
quelli di far capire che la relatività ha una notevolissima portata
ontologica, ma notiamo anche, come poi sarà fatto per
l'interpretazione di Whitehead, che si corre il grosso rischio di
impegnare il significato della teoria in una dimensione metafisica
alla quale forse Einstein non voleva arrivare. Ricordiamoci però che
il contrasto fra interpretazione operativa o convenzionalistica della
relatività e interpretazione sostanzialistica è il punto più
importante della discussione svoltasi fra il 1920 ed il 1930. A favore
della prima interpretazione sono i filosofi del « come se », i
machiani, i kantiani di stretta osservanza; a favore della seconda,
Cassirer, la fenomenologia weyliana e, come vedremo, anche Whitehead.
d) Whitehead ha affrontato la
teoria della relatività in due modi: ha cercato di dare di questa
teoria un'interpretazione filosofica nuova che mette in luce tutti
quegli elementi del pensiero di Einstein che più si avvicinano ad un
relazionismo sostanzialistico, e ha dato una fondazione personale al
problema del rapporto fra fisica e geometria. Tra tutte le
interpretazioni filosofiche la sua è quella che ha meglio sviluppato
la potenzialità filosofica della relatività, spiegandola come teoria
dell'insieme di eventi spazio-temporali. Per la fisica classica un
ente materiale occupa un volume definito di spazio in un certo istante
ed è quindi possibile parlare di un volume di spazio uguale per tutti
gli osservatori. Invece quando si accetti che la simultaneità fra le
parti di un corpo spazialmente separate è relativa, cade l'idea di un
oggetto materiale definito. L'idea che due corpi siano separati
spazialmente solo quando fra di essi non intercorrono relazioni
causali è di Whitehead, che l'ha applicata alla teoria della
relatività. Certo che il concetto di corpo non è nella sua
filosofia quello comune, e neppure quello usato dalla fisica, anche
postrelativistica. Il corpo viene da Whitehead definito come un
insieme di « eventi» che non sono né fisici né psichici. Per Whitehead
è evento la cosa percepita ed il percipiente, è evento la loro
relazione, e così via. Raggruppamenti di eventi di un certo tipo
costituiscono i corpi della fisica tradizionale e la percezione di
eventi è un evento a sua volta. Dove la filosofia di Whitehead è
nettamente influenzata dalle idee di Einstein è nell'affermazione che
tutti gli eventi sono in qualche modo riuniti nello spazio-tempo che è
il « mezzo » nel quale gli eventi si connettono, si sviluppano e
vengono conosciuti. Solo dentro l'intelaiatura dello spazio-tempo è
possibile concretare gli oggetti, obiettivando determinati rapporti
fra eventi ed esprimendoli per mezzo di invarianti matematiche.
Notiamo che queste invarianti matematiche con le quali nella teoria
della relatività si esprimono le forze che intercorrono fra oggetti
fisici, sono da Whitehead considerate, come relazioni di tipo
logico-matematico valide assolutamente. Oltre a ciò, Whitehead,
affermando che lo spazio-tempo è « lo schema più generale della
potenzialità reale », cerca di servirsi della relatività generale per
fondare, almeno in parte, la propria cosmologia. E' però ben noto che
il Whitehead cosmologo presenta una teoria in cui si accavallano
l'eredità logistica, secondo la quale lo spazio-tempo è la sede di
rapporti immutabili fra gli eventi, e le tendenze organicistiche e
dialettiche, emerse più tardi nel suo pensiero, che lo spingono a
vedere lo spazio-tempo come potenzialità. La contraddizione fra i due
aspetti, statico e dinamico, della sua filosofia non è risolta. E'
impossibile, d'altronde, seguire Whitehead laddove pensa di
perfezionare in qualche modo i risultati raggiunti da Einstein
trovando correlazioni fra il mondo del sentire quotidiano e quello
rappresentato nella teoria, poniamo, della gravitazione.
Per quel che riguarda le idee del
filosofo inglese sulla fondazione del rapporto fra fisica e geometria,
ricordiamo che il problema in questione è della massima importanza
perché riguarda il valore di tutta l'epistemologia einsteiniana. Come
vedremo nell'ultima parte, dedicata alle interpretazioni
neo-positivistiche, la posizione di Whitechead sul problema non è
conforme a quella che è davvero servita ad Einstein per fondare la
teoria della relatività. Il difetto dell'idea di Whitehead è quello di
confondere, nella fondazione dell'idea di simultaneità, l'evento in
senso fisico e in senso percettivo (pare che Einstein stesso abbia
sottolineato che, in base alla teoria di Whitehead, sarebbe
impossibile per due osservatori percepire « lo stesso » evento, e ciò
proprio per le modalità della percezione nella filosofia
whiteheadiana). Egli dice infatti, contrariamente al parere di
Einstein, secondo il quale la geometria adatta a spiegare il mondo
fisico deve essere spazialmente e temporalmente variabile, che per le
descrizioni della fisica la geometria che serve è di tipo non
variabile. Secondo la concezione einsteiniana, mutuata da Riemann, la
metrica adatta a descrivere un certo tipo di spazio è determinata
dalla quantità di materia presente in quello spazio. Whitehead invece,
col suo metodo di « astrazione estensiva » pensa di poter descrivere
la costituzione dello spazio a partire da semplici elementi
percettivi, e perciò deve rifiutare l'idea di variabilità della
metrica. La filosofia di Whitehead interpreta lo spazio-tempo
ipostatizzandolo e considerando questo schema astratto come una realtà
concreta raggiungibile a partire da eventi sensoriali. In definitiva
ci troviamo davanti ad un tentativo di estremo interesse che
sottolinea più gli aspetti ontologici che quelli operativi del
pensiero di Einstein.
L'evento di cui Whitehead parla è un momento dell'esperienza entro il
quale cessano tutte le distinzioni fra qualità primarie e secondarie
della vecchia fisica. Egli vede in questo concetto di evento un mezzo
per superare la concezione atomica della realtà e pensa che compito
della nuova fisica sorta dalla rivoluzione einsteiniana sia quello di
descrivere i « processi » del reale. La disamina della sua
formulazione dei problemi della relatività deve muovere quindi contro
la sua idea di oggettività dello spazio-tempo che è un'estrapolazione
del concetto einsteiniano di invarianza delle leggi naturali, e contro
la sua idea di evento che, se presa come base per la fondazione della
fisica, rischia di portare ad una soluzione del problema dei rapporti
fra fisica e geometria che è assai lontana da quella di Einstein.
Anche Broad, impostò un discorso metafisico sulla relatività generale
descrivendola come teoria critica dei concetti di spazio, tempo e
materia.
e) Una particolare interpretazione data della relatività fu
quella che si può denominare spiritualistica. Essa è caratterizzata
dallo sforzo di ricercare nella teoria della relatività significati
profondi sulla fine della concezione materialistica.
I lineamenti fondamentali delle critiche spiritualistiche, sono:
l'affermazione che con la relatività generale il concetto di materia
viene messo in secondo piano rispetto a quelli di regolarità delle
leggi fisiche e teoreticità delle strutture del mondo (in altre parole
la materia viene considerata un effetto secondario di queste strutture
nascoste); l'affermazione che la relatività pur svelando le
caratteristiche più reali del mondo fisico (cioè le leggi eterne della
materia), è in fondo solo uno dei possibili modi di risolvere i
fenomeni del mondo materiale in relazioni matematiche. Quindi gli
spiritualisti, tra i quali ricorderemo Eddington, Jeans e Carr,
sottolineano il carattere di libera creazione della teoria della
relatività soprattutto nella sua seconda fase.
Nel suo libro sulla relatività, Eddington afferma che lo studio del
mondo esterno è più una ricerca di strutture che un problema di
sperimentazione. Una struttura può, per lui, essere rappresentata come
un insieme di relazioni matematiche che riducano i fenomeni fisici a
puri rapporti numerici. Egli cerca di individuare, per mezzo di
calcoli, il valore numerico di un certo numero di costanti fisiche.
Nel determinare questi valori, che egli cerca sempre di dedurre e mai
di ricavare da esperimenti, Eddington mostra un atteggiamento che
verrà poi chiamato neo-pitagorismo. In realtà è cattiva metafisica,
fondata, è vero, sopra la grande conoscenza della matematica che egli
aveva, ma che sí rivela astratta ed aprioristica, assai lontana dagli
sviluppi presi poi dalla fisica moderna.
La teoria della relatività per Eddington dovrebbe servire ad
individuare alcune delle costanti fondamentali del mondo fisico. Egli
dà particolare importanza alla fondazione geometrica della relatività,
e la considera basata sulla misura degli intervalli spaziali e
temporali che separano due eventi. In particolare egli mostra come una
notevolissima caratteristica della teoria della relatività sia quella
di eliminare, attraverso la scelta di un opportuno sistema dí
coordinate, le forze dal quadro della fisica. Aggiunge che la scelta
del calcolo tensoriale, che presenta le equazioni fisiche in forma
indipendente dalla scelta del sistema di coordinate, è il solo mezzo
possibile per esprimere i fenomeni in forma oggettiva. L'uso di questo
strumento di calcolo è, per Eddington, già di per sé un superamento
del meccanicismo del XIX secolo che si fondava sul calcolo
differenziale. Esso ci dà una soddisfazione spirituale maggiore del
calcolo differenziale perché non è un semplice « modus operandi » ma
spiega le leggi della fisica come combinazioni di leggi ancor più
profonde, cioè quelle dello spazio-tempo. Eddington sviluppa poi una
sua dimostrazione della relatività come teoria di un continuo a
quattro dimensioni, inserendo delle costanti numeriche, il cui valore
ritiene di aver stabilito una volta per sempre. Come Whitehead
anch'egli parla di un legame tra geometria e fisica che la teoria
della relatività metterebbe in luce. Supera però questo autore in tale
direzione (dato che per Whitehead la biforcazione tra fisica e
geometria era netta, benché la prima si fondasse sulla seconda)
identificando con date quantità tensoriali tutte le costanti
necessarie alla fisica. In fondo egli anticipa alcuni tentativi che
verranno svolti verso il 1930 da Milne ed altri, di spiegare a priori
il significato della relatività, rendendo questa teoria più simile ad
una cosmologia che ad una trattazione dei fenomeni elettromagnetici e
gravitazionali. Si può aggiungere che per Eddington la relatività,
riconducendo tutta la scienza della natura a scienza delle relazioni,
mostrerebbe che nel mondo fisico l'importante è la struttura e non la
sostanza materiale. Per lui lo spirito umano, ricercando le permanenze
delle strutture, crea l'universo della fisica e riunisce le leggi
della meccanica in un unico schema logico che è segno della sua libera
creatività, capace di riflettere in qualche modo l'armonia più
nascosta dell'universo.
I gravi equivoci della posizione spiritualistica sono proprio nel suo
tentativo di interpretare la teoria della relatività come una libera
creazione dello spirito, che organizza in formule la realtà fisica una
volta per tutte, senza tener mai conto di esperimenti o di
imperfezioni della conoscenza. Lo spiritualista definisce la
relatività come convenzione, perché ciò gli è comodo per mostrare che
essa è una libera creazione; insieme però la definisce come struttura
reale data una volta per tutte e vera a priori. In questa duplicità di
prospettiva consiste indubbiamente il più grosso difetto della critica
spiritualistica.
Lo stesso difetto si può rilevare nella critica che Bergson ha
dedicato alla relatività. La sua critica alla teoria della relatività
si sviluppa nel senso di dare maggior importanza al tempo personale e
coscienziale rispetto a quello misurabile ed osservabile. Secondo
Bergson una critica all'idea di simultaneità non può venir fatta che
quando lo scienziato si ponga idealmente in ciascuno dei due sistemi
di, riferimento in moto uniforme l'uno rispetto all'altro. In questo
sdoppiamento ideale Bergson vede la prova dell'astrattezza dei
concetti cinsteiniani. Da un lato la sua critica riprende dunque
alcune osservazioni dei filosofi del «come se », dall'altro si serve
di queste obiezioni per sottolineare la differenza fra tempo vissuto e
tempo astratto della fisica.
Notiamo però che, mentre la fisica di ispirazione relativistica tende
a ridurre il tempo allo spazio, almeno matematicamente, Bergson
presume sempre una primarietà della durata che darebbe origine allo
spazio in un suo momento di stanchezza. Pur tralasciando ogni
valutazione filosofica di questo punto, notiamo che Bergson, a causa
della sua idea di tempo non riesce ad afferrare il problema più
profondo della teoria della relatività, quello cioè della fondazione
geometrica della fisica. Poiché non vede questo, il filosofo svolge
considerazioni inessenziali sul rapporto tempo-coscienza e finisce, a
nostro modo di vedere, per fraintendere la relatività, interpretandola
come una teoria del fluire temporale.
Anche Bachelard, ha trattato la dialettica filosofica delle nozioni
della relatività nel volume La valeur induttive de la relativité e in
altri successivi scritti, prendendo posizione su quanto della
relatività aveva scritto Meyerson.
Per Meyerson era essenziale stabilire il carattere spaziale delle
spiegazioni della fisica einsteniana e porsi al centro della
formulazione geometrica del sistema per dedurre in seguito gli
elementi e il carattere del reale. Bachelard giudica questa posizione
di Meyerson troppo preoccupata dell'applicazione e della verifica
della relatività. A suo parere invece è più importante insistere «
sulle vie e i mezzi che portano al sistema, sulle condizioni in cui il
pensiero alternativamente cerca di unificarsi e di completarsi ». Alla
deduzione di Meyerson egli oppone la sua induzione e cerca di far
vedere che la dialettica filosofica delle nozioni relativistiche ha
portato ad uno choc epistemologico della meccanica classica
risvegliandola dal suo sonno dogmatico.
La funzione del razionalismo einsteiniano, che fa crollare le nozioni
fondamentali di spazio, tempo, materia classici è quella di liberarci
da un certo fantasticare falsamente profondo sullo spazio e sul tempo
e in particolare arrestare l'irrazionalismo che è legato all'idea di
una durata insondabile. La relatività è dunque una attività filosofica
« centrale » e « dialettica ». È evidente che le tesi di Bachelard
sulla relatività tengono presente la storia interna della scienza
fisica e ne sottolineano il procedere dialettico. È da notare però che
il razionalismo bachelardiano tende a trascurare tutto il momento
operazionistico della relatività, le sue applicazioni e cioè la prassi
che può derivare da una tale teoria. Bisogna dunque ricordare il
valore di stimolo filosofico della sua critica ma non limitarsi a
ritenere che essa possa essere esaustiva degli sviluppi della teoria.
f) Tra tutte le critiche del periodo 1920-30 la più ricca e
profonda è quella di Schlick, che si può collocare tra quella kantiana
e quella neo-positivistica. Infatti Schlick da un lato è contro l'idea
che la teoria della relatività sia un proseguimento del pensiero
kantiano, in quanto i concetti di spazio e tempo hanno a suo parere
una base empirica sempre mutevole, dall'altro riconosce che la
relatività in qualche modo contribuisce a dar ragione alla teoria
kantiana che vuole lo spazio e il tempo come concetti a priori, perché
distingue, più profondamente della fisica classica, tra tempo e spazio
percettivi e concettuali.
Svolgendo la sua analisi dello spazio (analoga a quella del tempo)
Schlick afferma che questo termine nel linguaggio matematico e fisico
ha un significato non intuitivo. In certo modo esso sta allo spazio
percettivo come il termine temperatura» della termodinamica sta alla
sensazione di caldo; cioè è più preciso e nello stesso tempo più
astratto. Nella relatività spazio e tempo sono considerati solo come
fenomeni oggettivi. Tuttavia la riflessione filosofica non può
sottrarsi allo studio dei rapporti che passano fra termini teorici e
dati della sensibilità. Vediamo che questo è un tipico problema
neo-positivistico, che in Schlick viene affrontato con analisi assai
interessanti sull'origine dei concetti di spazio e di tempo. E' fuori
dubbio che le nostre esperienze spaziali hanno un'origine sensoriale
che le rende indefinibili e non quantificabili a livello di esperienza
vissuta. Queste datità sensibili sono del tutto diverse le une dalle
altre poiché nulla connette tra loro esperienze tattili, visive,
psicocinetiche ecc. Come è possibile allora giungere allo spazio usato
dalla fisica che è unico, immutabile e indipendente da ogni condizione
empirica? Schlick risponde che lo spazio della fisica è una
costruzione concettuale, che sostituisce in ogni occorrenza
linguistica le esperienze sensoriali. Secondo lui la relatività
precisa e perfeziona l'idea kantiana di soggettività dello spazio e
del tempo, perché aiuta a capire che lo spazio della fisica è una
datità concettuale soggettiva con valore d'uso oggettivo che non si
confonde con lo spazio sensorialmente sperimentabile del quale, in
certo senso, non si può parlare. Il legame tra lo spazio (o il tempo)
vissuto e quello concettuale viene dato, per Schlick, dalla prassi
quotidiana attraverso concetti intermedi, quali corpo, luogo, momento.
Alla base di questi concetti, inventati per sopperire alle esigenze
della vita pratica, c'è l'idea di trasformazione, cioè di possibilità
di mutamento, di localizzazione, e di funzione di un corpo. E' chiaro
che servendosi di quest'idea Schlick interpreta la teoria della
relatività come compimento concettuale di un sistema fondato sull'idea
di trasformazione, che va intesa anche nel suo significato matematico.
Con la trasformazione si fonda la misurazione in cui riappare, per
così dire, il mondo delle quantità fisiche concrete. Ecco perché egli
non ritiene che la relatività confermi totalmente i concetti kantiani:
lo spazio ed il tempo einsteiniani sono risultati di operazioni di
misura e di trasformazione di coordinate. Anche il concetto di campo
di cui Einstein fa uso nella relatività generale, è per Schlick il
risultato di una concezione della materia che non la considera come
qualcosa di puramente rispecchiabile ed osservabile, ma come un
qualcosa da modificare attraverso l'azione. Il concetto di campo nega
quello di sostanza poiché non ammette nulla di permanente ìn sé, ma
considera gli effetti di ogni parte dì materia sulle altre. (Questa
concezione è assai diversa da quelle sostanzialistiche che considerano
il campo come la realtà più profonda della materia.)
Per concludere questa breve rassegna sulle critiche degli anni
venti, ripetiamo che il dibattito di questo periodo è prevalentemente
filosofico. Ogni critico inquadra la teoria della relatività entro la
propria posizione. Tuttavia le critiche fin qui esaminate si dividono
in due grandi gruppi: il gruppo che ritiene la relatività una
convenzione matematica che mostra la libertà creativa della mente
umana o che non tocca le conoscenze a priori; ed il gruppo che vede la
relatività come un'ontologia vuoi della sostanza spazio-temporale
(Whitehead) vuoi delle strutture mentali dell'uomo (Cassirer). A parte
sta la posizione di Schlick che introduce i nuovi temi
neo-positivistici del legame tra osservabili e termini teorici e di
intervento dello scienziato nel mondo materiale, temi che vennero poi
svolti negli anni 1940-50.
Bisogna ricordare inoltre, accanto a Schlick, anche Hans Reichenbach,
che già dal 1921 in un lucido saggio sullo stato delle discussioni
filosofiche sulla relatività metteva in luce come il principale
compito epistemologico davanti all'opera di Einstein fosse quello di
formulare le conseguenze filosofiche della teoria e ritenerle come
parte permanente della conoscenza filosofica. L'analisi della
rivoluzione einsteiniana permetteva a Reichenbach di concludere che
non esistono concetti a priori. Questa critica all'a priori non è per
Reichenbach un sottoprodotto del lavoro di Einstein in fisica, ma
piuttosto la fondazione logica che rende possibile quel lavoro.
Riesaminando alcuni passi di Kant sull'a priori alla luce della
metodologia einsteiniana, Reichenbach affermava che, se la ragione ha
il compito di adeguare i principi del comprendere all'esperienza, tale
adeguamento risulta solo per mezzo di un metodo di « approssimazione
successiva ». Gli stessi principi costitutivi possono venir cambiati e
l'a priori perde il suo carattere apodittico, pur mantenendo la
proprietà ben più importante di essere « costitutivo dell'oggetto ».
La posizione di Reichenbach non è convenzionalistica perché il
convenzionalismo non riconosce, come Kant, che la convenzione
determina il concetto di oggetto. Inoltre perché se i principi di una
teoria possono essere arbitrari la loro combinazione non è arbitraria.
Seguendo questa linea Reichenbach cercò di costruire una teoria della
relatività in forma assiomatica fondata su definizioni che contengono
regole sulla coordinazione empirica di certi fenomeni con certi
concetti matematici, cioè tentò di dare a tutta la teoria della
relatività, anche nella parte generale, quel rigore definitorio che ha
la definizione della simultaneità. Egli precorse di circa venticinque
anni analoghi tentativi compiuti da Milne e da altri cosmologi di
costruire assiomaticamente la teoria della relatività. Più discutibile
è il suo tentativo di costruire una geometria adatta alla
assiomatizzazione della relatività generale. Parlando di relatività
geometrica egli sottolineava la dipendenza della geometria dalla
nozione di congruenza, che postula l'esistenza di un regolo di uguale
lunghezza in ogni punto. Questa nozione deve essere per lui sostituita
da quella di congruenza relativa alle « forze universali » presenti in
un punto (cioè: la lunghezza del regolo varia a seconda della
posizione, dell'orientamento e delle forze presenti in un punto). Le
critiche più recenti negano l'esistenza di una geometria intrinseca di
una regione di spazio e negano quindi che la scelta di una geometria
dipenda da altro che da una opportuna convenzione fondata sulla scelta
di una certa nozione di congruenza tra dati fisici e proposizioni
geometriche.
Comunque, anche cercando di seguire la strada di Reichenbach, che è
quella di ricercare la geometria vera di una certa regione di spazio,
resta difficile accettare la sua distinzione fra forze « universali »
e forze « locali ».
Ricordiamo però che i contributi di Reichenbach, apparsi più di
quaranta anni or sono, stanno alla base delle idee attuali e questo è
sufficiente per dire che la strada da lui scelta era la più feconda.
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III • LE
CRITICHE DEI QUANTISTI E DEGLI OPERAZIONISTI
a) La critica dei principi della relatività svolta dai fisici
quantisti quali Bohr, Born e Pauli occupa il decennio fra il 1930 e il
1940, ma non si esaurisce in esso. Contrariamente alle critiche degli
anni venti che, come si è visto, sono più filosofiche, queste degli
anni trenta cercano di far risaltare i difetti salienti della teoria
della relatività, e rifiutano ogni estrapolazione metafisica che ad
essa si appoggi.
Bisogna anzitutto sottolineare che la critica dei quantisti è la più
moderna anche fra quelle attuali proprio per le ragioni
epistemologiche che stanno alla base di essa. Oltretutto l'apporto
dato dagli scienziati che sostenevano l'indeterminismo ha contribuito
all'avanzamento della fisica in misura di gran lunga superiore a
quella di ogni altra tendenza, e di ciò si deve tener conto se si vuoi
capire l'estrema importanza della loro divergenza concettuale con la
tesi einsteiniana.
I punti salienti della discussione tra Einstein cd i quantisti si
possono rintracciare negli articoli di Pauli e di Bohr che, fin dal
1926, si trovarono in opposizione con i principi di Einstein. Questa
opposizione si trasformò con l'andare del tempo in una radicale
differenza di idee sui metodi e sugli scopi della fisica.
Si è ricordato che Einstein diede un originale contributo alla teoria
dei quanti formulando le basi di questa teoria fin dal 1905. Inoltre
fino al 1917 Einstein, che in questo anno raggiunse i suoi massimi
risultati nella teoria quantistica, non nutriva dubbi sul valore di
tale teoria ed affermava tra l'altro di avere fiducia
nell'indefettibilità del cammino intrapreso con le teorie
quantistiche, benché notasse fin da allora che la teoria troppo spesso
si rimetteva al caso circa lo studio del processi elementari. Come
ricorda Pauli, il problema che in quel momento sorgeva nella fisica
quantistica era il contrasto tra le proprietà di interferenza della
radiazione, descrivibili solo mediante la teoria ondulatoria, e le
proprietà dello scambio tra energia ed impulso, fra radiazione e
materia, descrivibili mediante una concezione corpuscolare
dell'energia. Solo in un secondo tempo Einstein si oppose ai principi
della teoria quantistica affermando che lo studio delle particelle
deve essere intimamente connesso allo studio del campo che le
accompagna e che tutte le forze elettriche e magnetiche e
gravitazionali, oltre a tutte le forze di scambio fra le particelle
che venivano via via scoperte, dovevano trovare un modello nel calcolo
tensoriale.
I quantisti preferiscono trovare nuove strade e nuovi metodi,
insistendo nell'uso della matematica probabilistica, e la loro critica
ad Einstein si svolge in una duplice direzione: da un lato essi
accettano di servirsi della relatività speciale senza la quale, come è
noto, diventa impossibile lo studio del comportamento di alcune
particelle; dall'altro invece rifiutano la relatività generale perché
essa non sa dare un'adeguata soluzione al problema dell'esistenza di
numerose nuove particelle. Partendo da questa parziale indifferenza
per i metodi e i risultati della relatività generale, i quantisti
elaborarono altri tipi di dottrine fisiche entro le quali non c'era
più posto per la fisica geometrica che Einstein veniva sostenendo,
soprattutto nella terza fase della teoria della relatività.
Born sostiene che il distacco fra Einstein e i quantisti si deve
attribuire all'abbandono da parte di Einstein del credo empirico della
sua giovinezza per vedute più sostanzialistiche. Infatti l'Einstein
del 1916 scriveva che compito del pensatore è quello di abolire quei
concetti che, utili una volta, abbiano acquistato una tale autorità su
di noi che ne dimentichiamo l'origine umana e li accettiamo come
invariabili. Non è quindi gioco inutile abituarsi ad analizzare le
nozioni correnti... così la loro esagerata autorità s'infrange ».
Invece nel 1944 scriveva in una lettera a Born diventata famosa: « Tu
credi in un Dio che gioca a dadi ed io in leggi perfette che regolano
il mondo delle cose esistenti come oggetti reali, e che cerco
ansiosamente di afferrare con metodo speculativo. » Max Born sostiene
che questo mutamento spinse Einstein a ricercare una teoria generale
del campo che conservasse la rigida causalità della fisica classica.
In questa teoria la funzione della probabilità, centro della Meccanica
quantistica, perderebbe significato conoscitivo per diventare un
mascheramento dell'ignoranza delle vere cause » delle trasformazioni
che avvengono nell'atomo. Secondo Niels Bohr l'atteggiamento di
Einstein era dettato dal desiderio di non staccarsi completamente
dagli ideali di continuità e causalità. Inoltre Einstein considerò
sempre le descrizioni meccanico-quantistiche come dei semplici mezzi
per spiegare il comportamento medio di un gran numero di sistemi
atomici e mai una teoria coerente. Per lui semplicità e regolarità
nelle ipotesi erano segno di validità di una teoria, e non ritrovava
tali caratteristiche nella fisica quantistica.
Per concludere: Einstein, per i quantisti, restando, fedele al
concetto di realtà materiale della fisica classica, dal cui punto di
vista una descrizione della natura che ammetta singoli avvenimenti non
determinati da leggi sembra incompiuta, non ha saputo superare il
rimpianto per l'impossibilità di applicazione pratica del suo vecchio
concetto di campo fisico geometrizzato. Per i quantisti la teoria
della relatività generale basata sulle equazioni di campo, non
raccogliendo nessuna sollecitazione dalle teorie probabilistiche, non
permette di capire che l'obiettività della fisica viene pienamente
conservata dalla meccanica quantistica, che ha però il merito di
staccarsi completamente da alcune idee aprioristiche della fisica
tradizionale ed è molto più produttiva e fruttuosa della fisica del
campo.
b) Come ricordammo all'inizio del capitolo, il 1949 è un anno
importante nella storia delle critiche filosofiche alla relatività per
la comparsa di un volume di omaggio ad Einstein in cui, a guisa di
riassunto, vengono raccolti i pensieri di diversi fisici e filosofi,
molti dei quali avevano da lungo tempo trattato dei problemi connessi
con la relatività.
Si staccano nel gruppo dei saggi, le critiche dei quantisti, ormai
convinti del valore delle proprie tesi anche sul piano conoscitivo.
Niels Bohr, Max Born, Henry Margenau, Walter Heitler attaccano da più
punti alcuni dei presupposti epistemologici di Einstein, ripetendo le
obiezioni esposte qui nel punto precedente.
Un altro gruppo invece approfondisce le idee einsteiniane sia nel
rapporto tra fisica e geometria, sia in cosmologia, sia nel tentativo
di fondare a priori la relatività generale. Questo secondo gruppo che
comprende gli scritti di H. P. Robertson, Leopold Infeld, Edward
Arthur Milne, Georges Lemaitre, si può considerare quello dei seguaci,
se non delle formule, almeno delle idee di Einstein. Il contrasto con
il primo gruppo non costituisce la sua caratteristica più importante
perché i guarnisti lavoravano ormai in tutt'altra direzione e i
dibattiti fra le due tendenze non potevano esistere per la divergenza
di interessi e di idee di fondo.
Invece il contrasto principale è quello tra Percy W. Bridgman, che
esamina le teorie di Einstein da un punto di vista operativo nel libro
The nature of physical theory (Sulla natura della teoria fisica, 1936)
ed i sostenitori delle idee einsteiniane sulla geometrizzabilità della
fisica. Bridgman aveva preso in considerazione la teoria della
relatività molti anni prima, nel 1929, con lo scopo dichiarato di
portare tutta la fisica al livello di chiarezza concettuale e
operativa della relatività speciale. Egli sostiene che Einstein « non
ottenne nella sua teoria della relatività generale la profondità e gli
insegnamenti ch'egli stesso ci aveva dato con la sua teoria
particolare ». Per lui infatti Einstein che nell'elaborare la
relatività speciale aveva riconosciuto la necessità di ricercare il
significato di un termine nelle operazioni che si compiono quando esso
viene applicato (e così infatti si comportò per determinare il senso
dei termini « lunghezza » e « simultaneità »), nella relatività
generale introdusse solo coordinate e funzioni di coordinate senza
determinare il modo in cui le coordinate si possono applicare a casi
concreti. Non solo : mentre nella relatività speciale curò che ogni
formulazione matematica fosse significante in relazione ad un sistema
di riferimento, nella relatività generale usò coordinate generalizzate
facendo perdere importanza al sistema di riferimento.
Einstein, secondo Bridgman, si era trovato davanti ad un edificio
scientifico provvisto di leggi, procedimenti sperimentali e apparati
di verificazione che, malgrado fossero ordinati in una teoria
armonica, non riuscivano a superare certe contraddizioni.
L'atteggiamento di Einstein era stato allora quello di chiedersi come
erano stati ottenuti quei concetti; senza inventare nulla di nuovo, ma
analizzando attentamente le operazioni fisiche usate per determinare i
concetti della teoria tradizionale, aveva messo in luce aspetti in
precedenza trascurati, che erano però di fondamentale importanza.
Divenne, per esempio, possibile ammettere dopo le sue analisi che la
lunghezza di un corpo in quiete può non essere eguale alla sua
lunghezza in movimento. I fisici acquisirono, dopo la relatività
speciale, un nuovo ordine di idee, che consiste nell'ammettere che le
operazioni convenzionali della fisica possono comprendere certi
particolari di cui essi non sono generalmente consapevoli a causa
della loro apparente futilità, ma che diventano importantissimi quando
si passa a nuovi campi di indagine. I criteri della relatività
speciale comportano una nuova metodologia perché, se fino ad Einstein
i concetti della fisica erano stati definiti in termini di proprietà,
dopo di lui essi devono venir definiti in termini di operazioni.
Passando invece alla relatività generale, Bridgman nota che in essa
sono contenute solo coordinate e funzioni di coordinate. Le equazioni
matematiche non indicano il modo in cui le coordinate possono venir
ridotte a casi concreti. Alla base di tutta la relatività generale
è l'idea che l'intervallo infinitesimale ds sia fisicamente reale.
Ma per Bridgman « in un mondo fisico il ds non è dato ma va trovato
mediante operazioni fisiche », ed è ciò che Einstein non fa. L'uso
delle coordinate generalizzate, fondato sull'idea che un fenomeno
fisico descritto in un dato sistema di coordinate possa esser
descritto ugualmente bene da un altro sistema di coordinate cui si può
giungere mediante operazioni di trasformazione, fa perdere importanza
ai sistemi di riferimento e presuppone che esistano eventi
identicamente osservabili prima di aver detto da chi o come siano
osservabili. Lo stesso » evento potrebbe venir descritto in modo
diverso da vari osservatori, e l'identità dei due fenomeni non è
postulabile a priori. È appena il caso di notare che la critica di
Bridgman al concetto di evento differisce da quella di Whitchead
perché il primo critica l'idea che si possa chiamare « unico » un
evento diversamente sperimentato da due diversi osservatori, il
secondo invece insiste sulla necessità di arrivare a posteriori al
concetto di evento partendo dagli elementi percettivi presenti ai
singoli « soggetti » osservanti.
Bridgman, pur criticando soprattutto gli aspetti matematici della
relatività generale, sostiene che Einstein si comporta come se fosse
convinto dell'esistenza di una realtà già data fuori della nostra
mutevole esperienza. Sembrerebbe, dice Bridgman, che nell'ammettere
questa realtà trascendente Einstein si sforzi di venire incontro alla
richiesta di universalità e pubblicità del ragionamento, tipica della
scienza, cioè che in qualche modo tenti di tornare indietro ad un
punto di vista newtoniano. Invece per Bridgman non è possibile
arrivare, seguendo la via scelta da Einstein, a quel tipo di
oggettività, né trovare delle « leggi generali » sulla natura dei
fenomeni che non siano quelle locali e contingenti che la fisica
consapevole, ossia quella operativa, scopre. La struttura
dell'esperienza è fondata sul particolare e sull'individuale e anche
le nostre operazioni fondamentali di descrizione e di misura non sono
esenti da questa struttura. Einstein pensando possibile liberarsi da
ogni sistema particolare di coordinate e col suo modo di intendere
l'evento come qualcosa di dato e primitivo ritorna ad un punto di
vista pre-einsteiniano.
La critica di Bridgman è in pratica simile per le sue conclusioni a
quella dei quantisti, ma si distacca da questa perché non arriva ad
accettare la relatività speciale e a respingere quella generale sulla
base della loro utilità, bensì sulla base di un'analisi
epistemologica. Bridgman ha indubbiamente ragione nell'osservare che
il formalismo matematico della relatività generale non rende conto
appieno del contenuto fisico della teoria, ed ha ragione nel ritenere
che questa teoria sarà una parte della fisica solo quando fornirà
adeguate definizioni di coordinamento che mettano in relazione termini
teorici ed osservabili.
La critica di Bridgman resta essenziale come modello di
interpretazione non ontologica e antimetafisica della relatività ed è
un po' il riassunto di tutte le critiche convenzionalistiche ed
operativistiche al pensiero di Einstein.
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IV • LE CRITICHE
DELLA TEORIA DELLA RELATIVITÀ NELL'AMBITO
DEL MATERIALISMO DIALETTICO SOVIETICO
Per comprendere correttamente la posizione della filosofia sovietica
verso la teoria della relatività dobbiamo distinguere due periodi
nella critica marxista. In un primo tempo fra i filosofi sovietici
prevaleva l'idea che la teoria einsteiniana contraddicesse il
materialismo perché non considerava i fenomeni ottici come fenomeni
del moto che avvengono in un corpo materiale. In fondo questa
opinione, sostenuta da A.K. Timiryazev, era ancora influenzata
dall'idea meccanicistica che aveva il proprio modello nelle teorie
newtoniane. È interessante notare che queste critiche materialistiche
si rifacevano in parte a opere analoghe prodotte nella Germania del
1930, che scartavano le teorie di Einstein definendole « non ariane ».
(Le critiche di questo tipo non possono trovar posto in un esame delle
critiche filosofiche della relatività, perché prive di ogni fondamento
epistemologico.) Questa confusione tra il materialismo di tipo
settecentesco ed il materialismo dialettico fu chiarita verso il 1936.
Il grande fisico e storico della scienza Serghej Vavilov scrisse
allora che « lo spazio obiettivo senza proprietà materiali, il moto
separato dalla materia, sono fantasmi metafisici che prima o poi
devono essere espulsi dall'immagine fisica del mondo ». Secondo lui
nella teoria di Einstein spazio e tempo sono proprietà inseparabili
dalla materia stessa. Anzi la teoria di Einstein è una conferma di
alcune fondamentali tesi del materialismo dialettico.
E' opportuno ricordare che questa posizione deve per forza criticare
la filosofia che Einstein stesso aveva elaborato per chiarire il
significato della teoria della relatività. Secondo i marxisti
sovietici le interpretazioni filosofiche date della relatività in
occidente errano nel voler presentare questa teoria come una
confutazione dei principi del materialismo dialettico. Così facendo
quelle interpretazioni impediscono di cogliere con chiarezza il nucleo
di verità che la teoria di Einstein contiene, e che poi è quello che,
come si è visto, conferma le principali tesi del materialismo
dialettico.
Nella Grande enciclopedia sovietica si sottolineava fino dal 1932 che
la critica einsteiniana allo spazio ed al tempo assoluti era
rispondente a un'impostazione materialistica engelsiana. «Il concetto
di un assoluto distinto dalla materia in movimento nello spazio e nel
tempo è un'astrazione metafisica... Spazio e tempo sono forme
dell'esistenza della materia in movimento e non esistono come entità
distinte, indipendenti dalla materia. »
Nella stessa opera si sottolineava come il crollo dei vecchi concetti
di spazio e di tempo, connesso con la teoria della relatività, fosse
sfruttato in senso reazionario dalla filosofia borghese; e si
aggiungeva che Einstein stesso in parecchie occasioni aveva favorito
questa interpretazione presentando le sue ricerche come uno sviluppo
delle idee di Mach.
In una successiva edizione dell'Enciclopedia si riprendeva ed ampliava
la tesi già sostenuta nel 1932 e si giungeva ad affermare : « Si può
anche dire che la teoria della relatività è una teoria dei rapporti
spazio-temporali della materia in movimento. I principi più importanti
che essa investe sono : la conferma della concezione
materialistico-dialettica dello spazio e del tempo come forme di
esistenza della materia » e « la conferma dell'insegnamento del
materialismo dialettico sulla connessione ed interdipendenza di tutti
gli aspetti della realtà materiale ».
Non bisogna però credere che la posizione ufficiale contenuta nella
Grande enciclopedia sovietica esaurisca l'interesse dei filosofi russi
per la teoria di Einstein e neppure che essa risolva tutti i problemi
che sono aperti al materialismo dallo sconvolgimento relativistico.
Infatti vediamo che sulla definizione di ciò che si deve intendere per
nucleo fondamentale della relatività nascono tra i filosofi sovietici
discussioni accanite. Vi sono da una parte coloro che sostengono come
Vladimir Fock e più tardi Danilovic Aleksandrov che la relatività è
una teoria che riguarda le proprietà generali dei corpi e delle loro
relazioni spaziali e temporali, ed in questo senso è necessariamente
analoga alla geometria. Questa teoria è vera nel senso che riflette
correttamente la realtà, ed è basata su un grande numero di esperienze
che la confermano; inoltre l'accordo tra questa teoria e le altre già
esistenti in meccanica ed elettrodinamica depone a favore della sua
verità. Accanto a questa concezione ve n'è un'altra nel marxismo
dialettico sovietico che sottolinea maggiormente il carattere di
sconvolgimento filosofico della teoria della relatività. Alcuni fisici
vollero infatti vedervi la prova di una relatività nei rapporti fra
oggetto osservato ed osservatore. Così Yakov P. Terletskij cd A.
Maksimov che ritenevano che la scelta del sistema di riferimento fosse
dettata da ragioni di convenienza di rappresentazione dei movimenti.
Questi autori sottolineavano l'aspetto di convenzione operativa della
relatività. Così Terletskij affermava che il sistema tolemaico nella
sua sfera di osservabili era un sistema coerente, e sottolineava anche
che la ferma delle leggi fisiche dipende, nella teoria di Einstein,
dalla scelta delle coordinate.
Nel dibattito fra i sostenitori della teoria della relatività come
rispecchiamento e come convenzione operativa, la parola restò ai primi
per l'ovvia aderenza alle tesi classiche del materialismo dialettico.
Queste tesi, nel nostro caso, sono l'oggettività della relatività,
soprattutto quella generale, e la conferma che essa offre all'idea di
connessione fra spazio, materia e movimento, avanzata da Engels e da
Lenin. In particolare il principio dell'equivalenza fra massa ed
energia confermerebbe le idee di Engels che il movimento non è
qualcosa di accidentale per la materia ma è « un modo di essere della
materia stessa ».
Bisogna sottolineare però che la vittoria dell'interpretazione
sostanzialistica ha avuto dei riflessi importanti perché, come è,
ovvio, ha vincolato, assai più di quanto avrebbe fatto quella
operativistica, i filosofi sovietici alle implicazioni fisiche che
essa reca con sé. In primo luogo c'è il rischio di voler trovare
significato per ogni passaggio della teoria della relatività che è,
com'è noto, assai pesante matematicamente. Alcuni scienziati sovietici
volevano ridurre la relatività ad una « teoria dei movimenti rapidi »
non contraddittoria con le basi della meccanica newtoniana. Su tale
tipo di ricerche essi si trovarono vicino ad analoghe ricerche
compiute dall'astronomo olandese de Sitter sulle stelle doppie. Ma nel
far questo trascuravano di tener presente un cardine della
interpretazione sostanzialistica, che è quello di considerare la
relatività soprattutto come una teoria dei rapporti fra spazio e
tempo. Inoltre il punto che, secondo tale tendenza dei « movimenti
rapidi », stava in maggior accordo con le tesi del materialismo
dialettico era il legame fra materia ed energia che non dovrebbe
manifestarsi soltanto ad alte velocità. I sostenitori della tesi
sostanzialistica continuarono la loro opera di studio della teoria
della relatività anche dopo la guerra, e indubbiamente la loro
interpretazione costituisce un utilissimo correttivo di tanti
mistificanti discorsi spiritualistici che prendono spunto dalla
relatività.
Più recentemente Kharin ha ricordato che è opportuno considerare la
relatività non solo una teoria dei rapporti fra materia e spazio, ma
anche una teoria « legata nel modo più stretto alla tecnica,
attraverso la quale essa trova applicazione nella produzione. Non
applicando la teoria speciale della relatività è impossibile
effettuare molti calcoli tecnici connessi con la costruzione di
acceleratori di particelle elementari e con l'utilizzazione della
teoria atomica... ». « I critici della teoria della relatività che la
respingono in blocco non capiscono che è impossibile risolvere la
questione della valutazione di una qualsiasi teoria scientifica senza
tener conto di quale rapporto tale teoria abbia con la produzione,
senza considerare se essa sia applicata o no alla produzione. » Con
queste parole Kharin vuole sottolineare che per la filosofia sovietica
è importante anche il criterio della prassi, come prova della verità
di una teoria, e vuole forse riproporre una valutazione
pratico-operativa della teoria, che negli anni trenta era stata
accantonata. Dobbiamo dunque affermare che l'unico sviluppo possibile
della teoria della relatività nell'ambito della filosofia -sovietica
può realizzarsi solo sul piano della prassi, ossia della maggiore o
minore utilità che la teoria ha per i fisici nella ricerca?
È forse bene fare una pausa e riflettere meglio sul problema dei
rapporti intercorrenti fra materialismo dialettico e relatività,
problema che è ben lungi dall'essere risolto. Infatti quando Einstein
dice che la realtà fisica ha un'esistenza obiettiva, la sua tesi non
deve esser confusa con quella del materialismo dialettico che la
materia è primaria e la mente secondaria, perché Einstein talvolta
sembra sostenere proprio l'opposto. Quando Einstein dice che
spazio, tempo e materia sono inseparabili non vuol dire che essi sono
forme obiettive della materia. Soprattutto quando Einstein parla di
unità fra spazio e materia ha in mente un'unità di tipo geometrico
(nel senso che è lo spazio curvo di un continuo a n varietà a creare
le condizioni gravitazionali a n—I varietà; cioè è la curvatura che
appare come materia e non viceversa) si distacca dalla prospettiva
del materialismo dialettico per la quale l'unità è dovuta alla
preesistenza della materia che assume « anche » la Forma spaziale: Si
potrebbe vedere un'altra contraddizione nel fatto che, per Einstein,
l'intervallo spazio-temporale è una realtà data ed immutabile, mentre
per il materialismo dialettico la materia in movimento è la base della
realtà. Malgrado tutte queste difficoltà le posizioni più recenti dei
filosofi sovietici tendono a ribadire ed approfondire il contenuto
materialistico della relatività. Ad esempio Aleksandrov in « Voprosy
filosofi » (« Questioni di filosofia ») nel 1971, nota come vi sia
stata nella storia della fisica e della matematica occidentale una
sostituzione delle precedenti rappresentazioni di spazio e di tempo
con altre rappresentazioni più esatte. Così Leibniz definiva lo
spazio come l'ordine delle cose esistenti. Questa definizione
approssimata e poco produttiva viene sostituita da altre che trattano
lo spazio ed il tempo come forme di esistenza della materia. Orbene la
ricerca di leggi generali e universali che viene fatta nella teoria
della relatività generale costituisce un ulteriore passo sulla via
dell'approfondimento delle nozioni di spazio e di tempo intese come
forme di esistenza della materia.
Inoltre Aleksandrov ritiene che la maggiore universalità così
raggiunta sia la prova dell'anticonvenzionalità di queste leggi. Le
stesse definizioni della relatività speciale non sono convenzionali ma
svelano un rapporto fra corpi risici che è più reale di quello
indicato dalla teoria dell'assolutezza della relatività.
Lo sforzo dei filosofi sovietici per ridurre al minimo gli aspetti
convenzionali della relatività va evidentemente inteso come un
appoggio alla interpretazione realistica della relatività. In
particolare il principio di equivalenza fra massa ed energia
confermerebbe l'idea di Engels che il movimento non è qualcosa di
accidentale per la materia ma è un modo di essere della materia
stessa. L'interpretazione realistica e dialettica della relatività è
senza dubbio uno stimolo assai forte perfino per coloro che ritengono
la relatività un puro strumento operativo perché li sfida a negarne le
implicazioni oggettive.
Indubbiamente il dibattito continuerà anche perché i filosofi
sovietici sono
ben decisi a non lasciare più la relatività nelle mani di persone che
se ne servono contro il materialismo.
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V • ORIENTAMENTI
ATTUALI DELLA DISCUSSIONE SULLA
TEORIA DELLA RELATIVITÀ
Oggi la problematica delle critiche ad Einstein si muove su di un
piano diverso, che da un lato prende a prestito gli strumenti più
sottili dell'analisi metodologica e dall'altro cerca di comprendere la
sua portata oggettiva. Non si cerca più la spiegazione filosofica
della teoria della relatività e neppure si tenta di mostrarne i limiti
di applicabilità. Piuttosto si discutono le basi concettuali su cui
Einstein si era appoggiato nel formulare la teoria. I punti su cui si
insiste sono, in fondo, due: la fondazione del rapporto fra fisica e
geometria nella relatività, e il problema del valore delle invarianti
nella teoria generale e nelle teorie del campo unificato che Einstein
ha sviluppato come proseguimento della teoria della relatività fin dal
1933.
a) Per ciò che attiene al primo punto ricordiamo anzitutto che
in passato la discussione sul rapporto tra fisica e geometria si
fondava sul presupposto di poter trovare una risposta al problema di
quale fosse la geometria « vera ». Chiaramente non è più così oggi,
proprio per la maggior consapevolezza critica sorta nell'ambito
matematico-geometrico a proposito dell'ambiguità del termine « vero ».
Si può anzi dire che oggi non interessa più sapere quale geometria sia
« vera » fisicamente; semmai oggi si vuole sapere quale impostazione
fisico-matematica trova una maggiore e più ampia conferma da parte
della geometria.
Si è discusso a lungo sul fatto che Einstein sia riuscito o meno ad
eliminare il concetto di spazio assoluto formulato da Newton. Anzi da
parte di alcuni è stato sostenuto che Einstein errò quando volle
insistere sull'uso di una geometria a curvatura variabile nella
relatività generale. Come già abbiamo visto nel paragrafo II, per
Whitehead, Einstein avrebbe dovuto usare una geometria uniforme la cui
curvatura doveva stabilirsi a partire da una base sensoriale. Orbene è
interessante che Einstein abbia proprio fatto il contrario di questo
quando ha affermato la necessità di una definizione sperimentale del
coefficiente di curvatura della geometria; e si può dire che su questo
problema egli abbia preso una posizione assai moderna. Con ciò si
capisce che egli usava il termine geometria in un senso notevolmente
diverso da quello tradizionale vuoi convenzionalistica vuoi
pseudo-materialistica. Egli denotava col termine geometria tanto una
teoria della meccanica quanto una teoria dei rapporti spaziali.
Secondo questa definizione einsteiniana la geometria non è dunque
qualcosa di riducibile ad un gruppo di teoremi, sia pure esposti con
le tecniche più raffinate, ma è il nome da dare a tutto un gruppo di
ricerche fisico-matematiche.
Qui interviene una seconda concezione di Einstein sul rapporto tra
fisica e geometria: per lui la geometria e le proprietà inerziali
dello spazio non hanno senso in uno spazio vuoto. Tuttavia questa
idea, che poi è quella che afferma che le proprietà fisiche dello
spazio hanno la loro origine nella materia in esso contenuta, non
trovò un'espressione completa nella relatività generale. Cosa
significa questo? Che in un certo modo nella relatività generale
Einstein non è riuscito ad eliminare del tutto il concetto di spazio
assoluto newtoniano. Nella relatività generale, nota Adolf Grùnbaum,
uno dei più moderni critici della teoria einsteiniana, il rapporto tra
spazio e materia trova solo un'espressione limitata perché anche se la
curvatura spaziale è influenzata dalla distribuzione della massa, la
geometria che ne deriva non è unicamente specificata da questa
distribuzione. Per ovviare a questa permanenza dello spazio assoluto
(sia pure nella forma del principio di Mach secondo il quale l'inerzia
nei sistemi in traslazione e rotazione è dipendente dalla
distribuzione e dal moto relativo della materia presente
nell'universo) Einstein introdusse fin dal 1916 la costante
cosmologica che riguarda la densità della materia e la sua
distribuzione. Poco per volta egli abbandonò tuttavia il principio di
Mach per sostenere la tesi che la materia è solo una parte del campo e
non la sua causa. L'abbandono del principio di Mach ebbe delle
conseguenze notevolissime, che trovarono espressione nelle ricerche di
Kurt Gòdel. Questa nuova tesi, cioè, porta la relatività molto al di
là di quella eliminazione del concetto di spazio assoluto che alcuni
critici come Max Jammer consideravano il suo principale merito.
Negli anni settanta lo studio degli sviluppi della relatività è stato
sviluppato in particolare da J.A. Wheeler, il quale attraverso
un'indagine storica sulla formazione della relatività generale si
chiede se non si delinei fin d'ora un passaggio dal concetto di
relatività delle descrizioni fisiche da parte di vari osservatori in
moto qualunque gli uni rispetto agli altri, a quello di mutabilità
ossia di descrizione alternativa fornita da un osservatore. in base a
costanti sperimentali che variano da zona a zona dell'universo e
variano col tempo. Tale idea viene a Wheeler dagli studi portati
avanti dai più moderni cosmologi sulla variazione delle
cosiddette costanti fondamentali della fisica, variazione che è
rilevabile con metodi geologici oltre che con lo studio delle
particelle.
Un'altra direzione di studi è la geocronometria (sviluppata sulla base
di alcune idee di Reichenbach nelle opere di Grtùmbaum, Putnam,
Massey, Van Fraassen e altri) che è un tentativo di fondare in maniera
logica la relatività speciale e generale prescindendo dal momento
sperimentale di questa teoria e rafforzando invece il suo valore di
teoria della conoscenza operativa dei concetti. La geocronometria è un
tentativo di assiomatizzare la relatività mostrandone i legami
profondi con la logica moderna dei gruppi e con la filosofia della
scienza.
Può sorgere a questo punto la domanda se Einstein si sia preoccupato
di dare una sistemazione assiomatica coerente della teoria della
relatività. Alcuni fisici lo negano perché ritengono che per Einstein
la matematica sia sempre stata uno strumento, sia pure preziosissimo,
ma nulla di più. Einstein dà un'importanza enorme alla matematica, ma
ciò non vuol dire affatto che egli voglia presentare le sue teorie
come un edificio perfetto e completo in ogni sua parte. Per esempio,
secondo il premio Nobel, Richard Philipp Feyman, sarebbe giusto dire
che Einstein si avvale della matematica fin dove essa gli serve per
sviluppare alcuni suoi concetti fisici ma non per formulare un sistema
di rapporti completi. Einstein resterebbe al di qua della matematica
in senso greco, nell'ambito di una matematica di tipo « babilonese »,
volta nel suo complesso alla soluzione di alcuni casi particolari.
b) Il secondo centro di critiche è l'idea einsteiniana che la
generalizzazione matematica nella formulazione delle leggi fisiche sia
simbolo di una realtà più profonda di quella espressa nei casi
particolari. Riconoscendo la grande importanza teorica e pratica delle
formulazioni invarianti molti hanno finito per confondere, aiutati
forse dall'atteggiamento di Einstein, invarianza ed oggettività, che
hanno un valore ben diverso in geometria ed in fisica, essendo
coincidenti nella prima scienza ma non nella seconda. Ecco che la
critica più recente mette in guardia contro queste confusioni. Esiste
infatti, in generale, un numero indefinito di classi di trasformazioni
che potrebbero venire scelte per definire l'invarianza e non c'è
ragione perché la classe impiegata nella relatività generale sia
intrinsecamente superiore alle altre. Bisogna perciò distinguere
metodologicamente fra profondità di una teoria e sua oggettività.
Infatti ogni volta che le invarianti devono venir applicate ad un
sistema fisico concreto devono essere completate da enunciati su
questioni particolari. Come in matematica una formula che abbracci
tutto un genere di traiettorie, non è « superiore » alle singole
traiettorie, così nella teoria della relatività generale una
invariante non è « superiore » alla propria specificazione. Il
problema delle invarianti è anche al centro delle ultime teorie
di Einstein. Proprio per questo le teorie relativistiche del campo
unificato hanno un interesse notevole matematicamente, ma il loro
valore di modelli è diminuito assai dalla complessità della loro
geometria.
« Vien meno, » scrive Bruno Finzi, « nello spazio-tempo dell'estrema
sintesi einsteiniana ogni concreta spiegazione geometrica dei fatti
fisici del tipo, ad esempio, di quella di cui si vale la teoria della
relatività generale, quando trae la legge del moto gravitazionale di
un corpuscolo dal principio della geodetica spazio-temporale. Tutto è
ridotto a trovare attraverso identità geometriche le equazioni cui
obbediscono gravitazione ed elettricità fuse in un campo geometrico
unitario. » La incapacità di previsione di nuovi fatti fisici ha
gravemente pregiudicato il valore delle teorie del campo unificato. Lo
studio nel quale più vivacemente si applicano oggi le teorie della
relatività generale è quello cosmologico.
Per concludere queste discussioni riteniamo opportuno riportare le parole
di Einstein stesso, parole che lasciano aperto il campo ad ulteriori
dibattiti: lo scienziato appare « come un realista poiché cerca di
descrivere il mondo indipendentemente dagli atti della percezione;
come un idealista perché considera i concetti e le teorie come libere
invenzioni dello spirito umano (non deducibili logicamente dal dato
empirico); come un positivista perché ritiene che i suoi concetti e le
sue teorie siano giustificati soltanto nella misura in cui forniscono
una rappresentazione logica delle relazioni fra esperienze sensoriali.
Può addirittura sembrare un platonico o un pitagoreo, in quanto
considera il criterio della semplicità logica come strumento
indispensabile ed efficace per la sua ricerca. »
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