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Il mercato del libro e la piccola editoria

 


Il quadro generale entro il quale si colloca il discorso sulla  piccola editoria si può schematicamente riassumere nei seguenti punti.
Il primo punto è la tendenza del mercato a concentrarsi su un numero sempre più esiguo di titoli, di un numero sempre più ristretto di case editrici e in aree commerciali sempre più limitate, come confermano i seguenti dati. I titoli che, in libreria, raggiungono nell’arco di un anno le 20.000 copie di vendita non sono mai più di 170-180; l’80% dei titoli che vengono forniti alle librerie non supera mediamente le 500 copie; il 38-40% dei titoli che passano in un anno da una qualsiasi libreria si vende in una sola copia; le sole città di Milano e Roma, con il 32,8% dei ricavi complessivi nel canale libreria, fanno il 20% in più di tutto il Sud messo insieme (12,7%).
Questo mercato, inoltre, fa sempre più leva sulle novità come motore del proprio sviluppo. Fenomeno che si potrebbe anche considerare un processo fisiologico, se non fosse che questa iperproduzione – quantificabile in non meno di 170 libri al giorno tra novità, nuove edizioni e ristampe – determina invece un enorme spreco, non essendo il pubblico in grado di assorbire neppure una minima parte di quello che esce, e che del resto non arriva neppure a conoscere. Ci si trova in sostanza come in una fabbrica che, anziché riuscire ad aumentare il numero di esemplari di ciò che già produce, è costretta ad attivare nuove catene di montaggio per immettere sul mercato altri prodotti che sembrano più necessari, attuali o adatti in un determinato momento. Così l’offerta, decisamente sovrabbondante per il nostro mercato e per il sistema complessivo in cui si colloca, alimenta poi un imponente riflusso, con tutti i problemi che nascono ogni volta che si deve gestire un’abbondanza superflua.
D’altra parte, questo fenomeno è in parte riconducibile anche alla drastica diminuzione del tempo di permanenza in libreria. Esistono indubbiamente per tutti problemi di spazio, così come per tutti c’è la necessità di ridurre il rischio di un’eccessiva giacenza, e dunque un immobilizzo di capitali. Così i librai – oltre ad acquistare meno titoli e soprattutto meno copie a titolo – si vedono costretti a una rotazione sempre più rapida, che oggi si può calcolare, dopo il lancio, in un lasso di tempo che va dai 40 ai 60 giorni, a meno che non si tratti di opere pubblicate da grandi editori o da sigle di prestigio. Questa uscita semidefinitiva dalla libreria è, di fatto, il viale del tramonto di un libro. Non a caso ogni anno escono di scena – generalmente perché non sufficientemente venduti – una media di 40.000 titoli, pur continuando a restarne in commercio, almeno sulla carta, oltre 600.000.
Si è venuta così a determinare questa situazione: l’editoria marcia sempre più a due velocità, su due distinti binari. Da una parte, c’è il binario veloce e a rendimento immediato dell’offerta di consumo, che è privilegio di pochi gruppi o di case editrici di prestigio: binario su cui viaggiano i veri e propri best-seller e gli altri titoli da classifica, che – per effetto di una crescente mediatizzazione dell’editoria – sono ormai per gran parte appannaggio di personaggi, giornalisti, opinionisti e di tutti coloro che, cavalcando l’onda dell’attualità, della polemica o dell’evento (nella cronaca, nella politica, nella cultura, nella religione, ecc.), vengono abilmente traghettati dai loro editori verso il successo, con supporti mediatici e pubblicitari adeguati. Dall’altra parte, c’è il binario – lento o lentissimo – su cui viaggiano tutti gli altri libri, che hanno già per loro natura un pubblico ristretto o specializzato, oppure che potrebbero avere le potenzialità per raggiungere anche un pubblico più largo, ma che – per una serie di motivi diversi – non riescono a trovarlo. Volendo – per restare nell’immagine ferroviaria – si potrebbero aggiungere a parte tutte le linee “locali”, ciascuna delle quali può avere connotazioni editoriali e tipologie di clientela sue proprie.
     A questo punto ci si può porre la domanda cruciale: per il piccolo editore c’è ancora qualche spazio di manovra in questo “mercato dei grandi”? Naturalmente, è difficile dare una risposta univoca perché, al di là di alcuni denominatori comuni, ogni piccolo editore è un mondo a sé, ha un proprio modo di intendere e fare editoria, dispone di certe risorse, opera in un determinato ambito, è situato in un territorio più o meno recettivo di un altro.
Tuttavia, alcuni dati di fatto sembrano fotografare questa situazione complessiva.
 

  1. L’editoria è come un campo aperto a cui tutti possono sempre più facilmente accedere (tant’è vero che in Italia nascono più di 800 entità editoriali all’anno e oggi si è ampiamente superata la soglia delle 8.000 case editrici o comunque dei soggetti che a vario titolo pubblicano libri). È un fatto, però, che a giocare la partita e comunque ad avere un ruolo sono, realisticamente parlando, non più di 300 sigle, e questo non dipende tanto dalla minore qualità dei titoli degli altri, ma dal fatto che gli altri spesso sono costitutivamente troppo piccoli per le dinamiche del mercato attuale.
  2. Chi nasce, di norma, nasce piccolo, ma anche chi è piccolo ha l’ambizione, se non di diventare grande, almeno di crescere un po’ e di affermarsi (nel suo piccolo). Accade invece che, per motivi di diversa natura, il mercato dei piccoli si restringa e resti come soffocato per mancanza di ossigeno (da parte del pubblico, delle librerie, delle biblioteche, ecc.). Il risultato, infatti, è che il 26% di coloro che, per professione o per passione, dovrebbero fare gli editori non ha titoli attivi in catalogo e che il 36% ne ha meno di 10. Il che vuol dire che, già sulla carta, ci sono almeno 5.000 entità editoriali che, dal punto di vista del mercato, è come se non esistessero.
  3. Per esistere, naturalmente, occorre soprattutto uscire dalla logica del piccolo cabotaggio. Piccolo cabotaggio vuol dire un numero di titoli insufficiente a creare un’offerta libraria consistente e visibile; vuol dire avere una programmazione episodica, occasionale e non continuativa, oppure di corto respiro o anonima (anche dal punto di vista grafico); vuol dire vivere alla giornata, sperando che un titolo vada bene per poterne fare un altro… Oggi invece l’editoria richiede, anche se si è piccoli, di pensare per progetti; di darsi subito una solida e chiara identità editoriale; di specializzarsi, nei contenuti, nelle formule, negli strumenti e nelle tecniche, nelle scelte distributive, con l’obiettivo finale di creare una vera “presenza” editoriale, che incida e apra prospettive di futuro. Nel tempo dell’omologazione e della standardizzazione è più che mai necessario il sussulto della creatività, della fantasia, dell’originalità per riuscire a far percepire all’esterno che non tutto è uguale e che, nei sotterranei dell’editoria, esistono tanti libri belli che meriterebbero di più, almeno di salire in superficie.
  4. Probabilmente è venuto anche il tempo, per i piccoli, della cooperazione, delle alleanze, dei consorzi, degli accordi di distribuzione, che non siano però una somma di più precarietà e debolezze, ma vie e formule praticabili, in grado di costituire una forza reale per costruire spazi commerciali o per allargarli.
  5. Si ritiene però che – al di là di quello che ciascuno, da imprenditore, deve fare in proprio – questo sforzo debba essere sostenuto da un impegno più intenso dello Stato, delle regioni e degli enti locali per favorire, attraverso un tessuto diversificato e indipendente di strutture e servizi culturali, più ampie possibilità di sviluppo della piccola editoria in tutto il Paese.
     


FORUM SULLA PICCOLA EDITORIA
 


CITTADELLA
Franco Ferrari

   L’editore ha sempre il compito di stampare buoni libri e di dare un contributo critico al settore culturale nel quale opera; in questo senso si può affermare che il suo mestiere non è cambiato. E’ però evidente che quest’affermazione è una provocazione: è vera per quanto riguarda la “missione” dell’editore, ma la realtà è che le condizioni d’esercizio di questo mestiere si sono molto modificate.
   Un cambiamento evidente riguarda ovviamente le tecniche di stampa. Ma questo vale per tutti. Dal punto di vista di una casa editrice medio-piccola, com’ è Cittadella editrice, mi pare che i principali cambiamenti riguardino la rete distributiva; il mercato dei diritti, i grandi eventi promozionali del leggere (fiere come quelle di Mantova per intenderci).
   Circa il rapporto con il mercato si può dire che il diffondersi delle grandi catene di librerie, i punti vendita nei supermercati o le iperlibrerie nei punti di grande passaggio (stazioni ferroviarie, aeroporti, centri commerciali, ecc.), sta influendo sensibilmente sull’attività editoriale. Non si tratta solo dell’aspetto commerciale, ma anche quello dei contenuti. Dal settore marketing arrivano richieste che riguardano non solo la grafica, ma anche il prezzo (perciò il numero di pagine), ma anche il contenuto (privilegiare i generi che il mercato chiede). Insomma il mercato tende ad influire fortemente sul progetto culturale dell’editore.
   Passiamo al mercato dei diritti, che non è solo una questione economica. Prendo in esame qui solo il problema dell’acquisto dei diritti: il tradurre opere da altre lingue vuol dire fare scelte per arricchire il dibattito, per sprovincializzare la cultura del proprio paese. Ora una tendenza che si è manifestata negli ultimi anni a Francoforte, anche in un settore di nicchia come il nostro dell’editoria religiosa, è quello basato sul miglior offerente più che sui rapporti consolidati o sul valore della casa editrice. Questa dinamicità non può che ripercuotersi sulle scelte editoriali: alti diritti e costi di traduzione non consentono di produrre libri vendibili a buon prezzo a meno che non vi sia la prospettiva di alte tirature. La tendenza per i settori di nicchia sarà quella di ridurre le traduzioni, peraltro già in atto, con una conseguente perdita sul piano culturale.
   Infine, i grandi eventi promozionali del leggere. Iniziative importanti, che richiedono all’editore di guardare in modo nuovo e diverso ad una parte del settore promozionale. Ma qui l’esperienza nel nostro settore non è per ora significativa
   Che cosa è più importante oggi per affermarsi? Tutto dipende da cosa si deve intendere con “affermarsi”.
   Oggi la parola d’ordine, proveniente da altri settori commerciali, sembra essere quella di diversificare la produzione. E’ così che vediamo stampare guide turistiche, libri di cucina o di saggistica religiosa da chi non si occupava di questi settori.
   Noi abbiamo scelto, con risultati positivi, la linea dell’approfondimento della nostra specificità.
   Mi sembra sia perciò molto importante: avere una linea editoriale chiara e forte nel settore (o nei settori) in cui s’intende operare; curare, compatibilmente con i costi e l’opportuno prezzo di vendita, la produzione di un “bel libro”, in altre parole che si legge bene, che si prende volentieri in mano, che invoglia chi entra in libreria anche senza acquistarlo. Ovviamente, occorrerà poi curare tutti gli altri aspetti, in particolare il settore della commercializzazione (fare bei libri non serve se poi non si vendono), ma non capovolgerei la priorità delle attenzioni: far discendere la linea editoriale dal commerciale. Sempre che si voglia svolgere un ruolo in campo culturale.
   E’ difficile fare previsioni sullo sviluppo del mercato nel settore religioso, in quanto esso occupa il 5% del mercato, dicono le statistiche, ha uno zoccolo duro costituito dalla sussidiazione per l’attività pastorale (catechismi, libri liturgici, opuscoli vari, ecc.) ed un settore di saggistica che al momento subisce l’”invasione di campo” di editori non di settore.
   Data la situazione economica generale, con il bilancio familiare che con difficoltà copre la quarta settimana del mese, credo sia più realistico parlare di mantenimento dell’attuale quota di mercato. I bisogni culturali sappiamo che sono i primi ad essere sacrificati nei momenti di crisi.
   C’è la realtà multietnica e multireligiosa, che caratterizza ormai la nostra società, alla quale forse occorre guardare per un possibile sviluppo del nostro settore. Bisogna capire quali sono i bisogni culturali e religiosi di questa nuova fascia di popolazione, perché non possiamo pensare che questi riguardino solo l’integrazione. C’è anche il permanere in una cultura di provenienza che può avvenire utilizzando anche la lingua del paese di immigrazione.

 

DADO’
Armando Dadò

   Occorre innanzitutto precisare che la nostra casa editrice opera essenzialmente nella Svizzera italiana, nel mondo italofono svizzero e solo in piccola parte nel mercato italiano.
   Il mestiere di editore domanda ora più professionalità, sia per ciò che concerne la preparazione dei libri, sia per quanto riguarda la promozione e la vendita.
   Per l’affermazione nel campo editoriale il fattore più importante è la qualità. Qualità dei testi, dei contenuti, della forma, degli aspetti tecnici del libro, della cura in ogni suo aspetto. La qualità non è ovviamente in contrapposizione con la quantità, ma ne è comunque la premessa di base.
   Per quanto ci riguarda vediamo lo sviluppo del mercato nella capacità di proporre opere che possano interessare i segmenti più sensibili, avvertiti e attenti del mondo della cultura.
   Agli strumenti tradizionali vengono ora aggiunti i più moderni mezzi della tecnica e del marketing, per poter raggiungere in modo capillare il potenziale lettore.


 

E/O
Sandro Ferri

   Per l’editore medio-piccolo, cioè quell’editore che non risponde a logiche di gruppo ma neanche a logiche semi-professionali, i problemi principali sono contemporaneamente quelli della salvaguardia e dello sviluppo di un progetto editoriale di qualità e quelli dettati dalle logiche di efficienza sul mercato. Il cambiamento maggiore per quel che riguarda il mestiere dell’editore è stato in questi anni di trovarsi di fronte a un mercato più "feroce", più competitivo, meno disposto a tolleranze di ordine culturale e invece tutto orientato a massimizzare le vendite, i risultati e quindi gli aspetti del marketing e della concorrenza. E’ per questo che credo che l’elemento più importante per affermarsi sul mercato editoriale sia la tenacia, la presenza di un progetto forte e chiaro, la forza per sorreggerlo e farlo durare. Quindi un attaccamento testardo alle ragioni della qualità.    Ma anche, per altro verso e in parte in contraddizione con il primo aspetto, una grande flessibilità e agilità, ossia la capacità di cogliere velocemente le occasioni in un mercato che cambia continuamente.
   Purtroppo penso che in futuro sarà la cultura del bestseller a prevalere, un mercato dominato sempre più da pochi titoli iper-pubblicizzati, venduti con supersconti, a scapito della molteplicità e della varietà dell'offerta. Vedo però anche diverse spinte in senso contrario: la ricerca da parte di una fetta di pubblico di libri meno ovvi e scontati, la resistenza dentro la professione (editori, librai, ecc.) a favore di un'offerta culturale e di uno scambio culturale veri, quindi la presa di coscienza del fatto che le forze di mercato vadano comunque in qualche modo "governate" (il che non vuol dire che non debbano esercitarsi).


 

INTERLINEA
Roberto Cicala

   Partendo dall’idea che ha dato il nome a Interlinea - cioè ricercare un piccolo spazio nell’interlinea lasciata bianca dall’editoria delle alte tirature e del troppo rapido turn over in libreria - oggi più che mai molti piccoli editori tentano di farsi largo e trovare spazi non virtuali tra le righe spesso gonfiate della grande industria dei best seller nati in tv e lontano dalle librerie. Il divario tra le piccole proposte di cultura e i grandi bombardamenti mediatici sembra però aumentare parallelamente alla riduzione della vita di un libro, spesso richiesta e imposta dalla distribuzione e da un mercato illuminato da fuochi d’artificio o da meteore piuttosto che da un sistema di luce diffusa in cui tutti possano godere di una visibilità basata anche sul valore e non soltanto sulle scariche elettriche ad alto voltaggio.
   In questo periodo di crisi economica in cui gli acquisti in libreria diminuiscono e il libro, specie se di cultura, appare sempre più un bene superfluo, un di più (chissà che cosa direbbe Vanni Scheiwiller che parlava di “libri inutili”?), senz’altro cambiano le prospettive e le strategie per ogni editore, senza che cambi il fondamento del suo mestiere: essere un mediatore tra autori e lettori, un’antenna e uno specchio  – sarebbe auspicabile anche un motore – della società e della cultura. Tuttavia per adattarsi a un mercato così mutevole e modaiolo, sempre più disattento e talvolta schizofrenico, l’attenzione tende a spostarsi sempre più sulla comunicazione, anche perché i libri non si vedono e vendono soltanto più in libreria; anzi, si vendono di più altrove... Il rischio da sventare è però che si risparmi sulla qualità della ricerca e della cura dei testi per investire i risicati ricavi nella sola promozione. Difatti oggi non basta il nome di un autore; occorre confezionarlo e lanciarlo ed è per questo che il marketing talvolta supera la progettualità culturale e la pubblicità sotterra la redazione.
   Nel lavoro comunicativo e propositivo di un editore che vuole restare al passo con i tempi, internet è una delle frontiere più importanti del cambiamento in atto. Infatti il web aiuta a superare anche un problema, forse non soltanto momentaneo e comunque di abitudine culturale, che è legato all’acquisto dei libri in edicola. In questi punti vendita, diffusi capillarmente come nessun altro e dunque comodi perché sono a ogni angolo, non è il lettore a scegliere più di tanto, anche se acquista comunque testi di qualità, paga poco e si abitua a pagare sempre così i libri, stimolato da una campagna pubblicitaria quotidiana che neppure un grande editore potrebbe permettersi per una propria collana. Il web è uno degli spazi dove recuperare un contatto concorrenziale con il lettore che non ha più il tempo, la voglia o la necessità di recarsi in una libreria tradizionale indipendente, il luogo di solito più –ma sempre meno – protetto per i piccoli editori, messi così in crisi (e quella del “piccolo editore” è definizione strana, forse simpatica ma ambigua: è senz’altro vera economicamente, con la quota di mercato che è scesa, senza incentivi, senza rottamazione; ma non è affatto vera come categoria culturale perché non produce “piccola” ricerca o “piccoli” progetti).
   Di fronte alla crisi viene da domandarsi se non val la pena gettare la spugna: è la domanda di tutti i giorni, cercando ogni giorno di trovare una parte nuova di risposta, risolvendo – con il lavoro di gruppo che è fondamentale – i problemi della categoria, tipici quando non ci sono capitali alle spalle: lavorare con i soldi prestati dalle banche; non essere visibili tramite la distribuzione; districarsi tra le carte della burocrazia e quelle di autori in cerca di editore che scrivono molto e leggono poco; subire i tagli delle tariffe ridotte nelle spedizioni postali (ormai promuovere via posta la presentazione di un libro è diventato onerosissimo) e quindi inventare soluzioni promozionali e di vendita alternative. Senza citare L’editore ideale di Gobetti, la regola aurea è l’equilibrio tra rigore nella gestione economica e coerenza nella qualità culturale delle scelte: saper sognare con i piedi per terra ma senza seguire troppo e soltanto i gusti personali; occorre leggere e ascoltare molto, frequentare librerie e biblioteche, non disdegnare l’eclettismo senza farsi prendere da quell’autostima o meglio quella passione interiore che pure spesso può compensare la molto bassa renumerazione di chi fa questo mestiere. Ma editoria è fatta soprattutto di testi e bisogna curarli con fedeltà e attenzione, prima di tutto.
  I piccoli editori che non spariscono devono aumentare le loro peculiarità (anche se ormai i grandi fanno quei libri, talvolta di piccola formato e misura breve, che un tempo erano caratteristica dei piccoli): velocità di scelte, coltivazione di nicchie per appassionati, contatti diretti con i lettori fedeli, internet, convegni, invenzione di nuovi mercati, università…
   Ma anche nelle università c’è allarme e crisi. Per chi si occupa di saggistica di nicchia, per esempio letteraria, la riforma universitaria ha ridotto, quando non eliminato, i cosiddetti corsi monografici nei primi anni, compromettendo notevolmente l’assorbimento di saggi critici specifici su un autore o un movimento, che i librai sempre meno vogliono prenotare, neppure in deposito.
   Il print on demand, o comunque le tirature ridotte stampate in modalità digitale, non fanno poi forse la differenza in  senso positivo, sul lungo periodo, come i produttori di tali sistemi vorrebbero far credere, visto che la forte maggioranza dei libri che giungono in libreria non vendono neppure una copia e tornano in reso. Perché comunque si stampa sempre moltissimo. In verità si dovrebbero distinguere gli editori che hanno un progetto, e lo perseguono investendo con grandi sacrifici, da altre realtà. Seppure il vero problema è che siamo un Paese dove i lettori di almeno un libro l’anno non superano, o lo fanno con difficoltà,la soglia della metà della popolazione.
C’è crisi e qualcosa dovrebbe cambiare. Il piccolo editore deve cercare zone d’ombra dove inventarsi uno spazio e anche nuove forme di comunicazione: lo spazio che per noi è quell’Interlinea che ci ha dato il nome.
Al di là delle lamentazioni, che però possono lasciare il tempo che trovano, è fondamentale una legge di promozione alla lettura e al libro in Italia, anche per la piccola editoria. L’ha detto anche un grande editore, Gian Arturo Ferrari della Mondadori: basterebbe un contributo pari al quello della produzione di un solo film per realizzare una promozione sistematica lungo cinque anni sui bambini delle scuole. Ci vorrebbero incontri con l’autore, feste senza noia, acquisti di libri per le biblioteche scolastiche, coinvolgimento dei genitori, mettendo in campo pubblicità, testimonial e creatività come in altri campi. Ricordando ciò che amava dire Gianni Rodari: che il verbo leggere non dovrebbe conoscere l’imperativo. Forse bisogna ripartire da lì.

 


IPERBOREA
Emilia Lodigiani


   Iperborea è una piccola casa editrice nata vent’anni fa con l’obiettivo di esplorare e far conoscere in Italia la letteratura Nordeuropea, soprattutto attraverso i suoi autori contemporanei, ma senza trascurare anche i suoi grandi classici moderni, tra cui vari premi Nobel.  Pubblichiamo una dozzina di novità all’anno e 15-20 ristampe. Mi sembra indispensabile fare questa premessa per rendere esplicito il fatto che il mio punto di vista è quello dell’editore di catalogo, o “di progetto”, con una forte specializzazione, e rimasto volutamente piccolo, e temo anche sia un punto di vista molto personale: le mie risposte sono legate alla nostra specifica esperienza e probabilmente solo parzialmente generalizzabili.
   Il mestiere dell’editore negli ultimi anni è molto cambiato anche per chi vuole mantenere come noi un carattere “artigianale”, nel senso di una coerenza assoluta nella scelta di titoli, di alto livello letterario, nella cura estrema di ogni fase della produzione del libro, dalla traduzione alla confezione del “prodotto” in sé. Mi sembra che tutti i cambiamenti potrebbero iscriversi sotto un unico titolo: un continuo aumento della concorrenza in un mercato che non dà grandi segni di effettiva espansione, e una conseguente continua necessità di crescita della “professionalità” e della comunicazione.
    Per noi personalmente la concorrenza è anche fortemente aumentata “alla fonte”, cioè nella scelta dei titoli da pubblicare. Dopo anni di miracoloso quasi “monopolio” di una parte dell’Europa che non sembrava suscitare grandi appetiti nell’editoria italiana, nell’ultimo decennio, sia per la qualità e il numero di autori interessanti in un’area culturale di grande vivacità qual è il Nordeuropea, sia per il loro grande successo in vari paesi esteri, soprattutto in Germania, e la notorietà raggiunta da molti anche in Italia, e grazie, senza falsa modestia, anche al nostro contributo nel diffonderli. Il che ha reso necessaria una maggiore rapidità nelle scelte, un’intensificazione del lavoro di esplorazione e una rincorsa all’anticipazione.
   L’aumento delle catene, l’esigenza sempre più sentita di una redditività al metroquadro, la politica degli sconti, il peso sempre crescente delle novità e dei bestseller - tutte cose che potrebbero in teoria portare a un aumento del numero di lettori e quindi magari a un effetto positivo a lungo termine - in questa fase sembrano piuttosto negative per gli editori di catalogo che fanno più fatica a essere visibili e presenti in forza con i titoli disponibili nelle catene, mentre vedono spesso in difficoltà, o addirittura costrette a chiudere, molte librerie indipendenti: quei librai lettori capaci di indirizzare e consigliare i loro clienti, che sono in realtà per noi il tramite ideale per arrivare al nostro pubblico. Dal nostro punto di vista non solo queste trasformazioni rendono indispensabile una promozione e una distribuzione sempre più efficace ed efficiente, un faticoso adeguamento (o un ancor più faticoso rifiuto) di una  diffusa tendenza ad autopunitivi sovrasconti, ma anche un incremento di comunicazione diretta con i librai per garantirsi una certa costante visibilità.
   Le Fiere sono sempre state per il piccolo editore un momento fondamentale per aumentare la propria visibilità, presentare l’intero catalogo, conoscere i propri lettori, presentare al pubblico gli autori. Il problema è che anche in questo campo il numero delle iniziative è cresciuto esponenzialmente e “l’esserci” in modo attivo è diventato sempre più impegnativo.
   Lo stesso vale naturalmente anche nel rapporto con la stampa e i media. Sintetizzando direi che nel complesso l’aspetto della commercializzazione e della comunicazione hanno preso sempre più peso negli ultimi anni, e per chi fa l’editore per passione e non vuole rinunciare all’alta qualità della propria produzione vuol dire dover lavorare di più e aumentare il numero dei collaboratori per mantenere una visibilità che nel passato era forse più facilmente difendibile.
   Credo di aver in parte già risposto su cosa è più importante oggi per affermarsi, su quello che si è comunque costretti a fare, ma continuo a pensare che per arrivare ad affermarsi come “marchio” distinguibile nel vastissimo numero di editori, sia importante avere una forte “identificabilità” data dalla coerenza della linea editoriale e da una grafica di un certo impatto. Nel caso dei piccoli editori penso che una certa “specializzazione”, come è nel nostro caso, renda le cose più facili, ma, guardandomi attorno, direi che non è né indispensabile né sufficiente.  
   Il mio specifico settore è la narrativa, campo aleatorio quanto mai, privo di ogni giustificazione pratica, se non quella di far crescere umanamente, aumentare la propria consapevolezza, arricchire la propria esperienza attraverso esperienze altrui, vivere più vite  e fornire un piacevolissimo “passatempo” a poco prezzo. Nonostante tutto, resto ottimista sul futuro, sull’espansione del mercato, ovvero sull’aumento del numero di lettori in Italia. La lettura di massa è un fenomeno recente nella storia dell’umanità, la scuola ha ancora molto da fare. Deve soprattutto diffondersi la consapevolezza della correlazione tra reale sviluppo e lettura: in tutti i paesi ad alto tasso di crescita economica la lettura è in costante aumento, nei “miei” paesi nordici, che sono in Europa sempre ai primi posti nelle classifiche dei più virtuosi in tutti i campi, dall’innovazione, al welfare, al civile rispetto degli altri, alla tolleranza, alla capacità di convivenza, si legge moltissimo, e moltissimi romanzi, l’alfabetizzazione in Italia è avvenuta cinquant’anni dopo rispetto a loro, c’è forse anche questo ritardo da recuperare. Il futuro appartiene a chi studia di più, legge di più, ha più strumenti per conoscere e capire il complesso mondo in cui viviamo, e mi auguro che gli italiani abbiano un futuro.


 

MARCOS Y MARCOS
Claudia e Marco Zapparoli

   Come è cambiato il mestiere dell'editore negli ultimi anni. Sono cambiati gli strumenti, che si sono fatti molto più “digitali”. Per esempio Internet: è un pozzo senza fondo di informazioni che prima non esisteva. L’importante è non perdercisi.
Nemmeno quando si aggiorna il proprio sito web, altro nuovissimo strumento di lavoro.
Sono cambiati gli interlocutori in libreria. La crescita delle catene editoriali cambia lo stile della proposta degli editori e la collaborazione casa editrice-libreria. In questo momento, c’è molta mobilità. Difficile che una persona lavori nello stesso posto a lungo. Questa mancanza di continuità nei rapporti rappresenta un cambiamento significativo.
Sono cambiati i costi di produzione. Il prezzo medio degli anticipi agli autori è aumentato in modo significativo, mentre stampare libri costa un po’ meno.
Questo agevola la moltiplicazione delle proposte, altro cambiamento che rende certamente più complesso il lavoro.
I grandi attori sono più o meno gli stessi, e si sono un po’ rafforzati.
I nuovi editori sono tantissimi. Molti anche dotati di risorse e progetti solidi. Questo genera un po’ di dispersione, quando si va a caccia di nuovi titoli, quando ci si deve dividere lo spazio sui banchi delle librerie e sui mezzi di comunicazione.
In questa situazione, per affermarsi occorre prima di tutto disporre della solita miscela di qualità-difetti tipici di un editore.
Un po’ di ambizione, ma non troppa, e comunque sostenuta da tenacia e pazienza.
La capacità di guardare avanti, ma non troppo, perché se si è troppo anticipatori non si viene compresi.
Un po’ di follia, ma non troppa, altrimenti non si è capaci di far tornare i conti.
Saper comunicare, ma non troppo, altrimenti si perdono di vista i contenuti.
   Rispetto al passato, poi, è sempre più determinante saper mantenere una precisa identità; il lettore deve poter riconosce un progetto e un’impronta, sviluppare un interesse duraturo per il tipo di proposta.
Saltabeccare tra i generi, alternare proposte spiccatamente commerciali con proposte di qualità premia soltanto quando si imbrocca il titolo vincente, ma non funziona sul lungo periodo.
Sembra ormai dimostrato che neppure un enorme potere finanziario può compensare la debolezza - o megalomania - del progetto…
È certamente un momento di grandi trasformazioni, che fanno un po’ paura, ma siamo convinti che qualcosa cambierà in meglio.
È incontrovertibile, ad esempio, che è un mercato in espansione.   
Ci puntano le librerie, ci puntiamo anche noi.
Trionfa il conformismo, è vero: si vendono molte copie di pochi libri, di cui molto si parla. Spesso libri più “semplici” sonnecchiano felicemente in testa alle classifiche mentre i capolavori si conquistano con i denti le ultime posizioni, e tanti altri libri, buoni e molto buoni, è come se non fossero nemmeno esistiti.
Trionfa il connubio televisione-classifica, la produzione modellata sul nuovo, allettante segmento del lettore debole.
Quelli che sono segnali positivi per un marketing indifferente potrebbero allarmare chi punta alla qualità.
Eppure anche la nicchia dei lettori forti è destinata a rafforzarsi. 
Dispone di un nuovo strumento rivoluzionario: internet.
Internet ha il potere di amplificare all’infinito il passaparola.
Chiunque può raggiungere chiunque, e garantire una “controinformazione” spontanea e paritaria.
Se alcune catene di librerie dovessero, come si teme, schiacciare l’offerta su pochi best seller, le librerie indipendenti più qualificate otterranno il monopolio della qualità.
Si amplierà la forbice tra offerta generica e capacità di proposta.
Lettori colti, informati, curiosi, sosterranno le librerie davvero capaci di differenziarsi.
E per chi ha idee ancora più personali, imprevedibili e precise, internet è in grado di offrire, senza problemi di magazzino, l’intero catalogo dei libri in produzione.
Uno sviluppo contrastato, a tratti doloroso, ma verso nuove e divertenti prospettive.


 

MARIETTI
Giovanni Ungarelli

  Negli ultimi anni le basi che reggono il mestiere di editore e che riguardano il libro come prodotto sono rimaste sostanzialmente invariate, mentre la strategia editoriale ha subito modifiche importanti che hanno rivoluzionato la professione.
   Attualmente intraprendere questo mestiere significa integrare l’attività editoriale con la responsabilità di tutte le funzioni che non riguardano strettamente la produzione, e garantire una efficiente sinergia per ottenere buoni risultati di vendita. Il fatto di utilizzare canali di vendita tutti importanti e molto diversi tra loro costringe a pensare ad una produzione che nei contenuti e nella grafica abbia le caratteristiche tali da poter essere canalizzata contemporaneamente nei diversi circuiti.
   Oltre a questa nuova esigenza, anche i processi tecnologici progredendo hanno modificato tutto il sistema editoriale.
   Come sempre le scelte editoriali e la distribuzione rimangono i fattori più importanti per il successo nel campo editoriale.
   Nel nostro settore si può solo sperare di intensificare l’informazione, e auspicare la rimozione delle tante remore che il circuito delle librerie laiche importanti continua ad avere nei confronti della piccola editoria.


 

NOTTETEMPO
Andrea Gessner

   Una volta il desiderio del grande editore era di costituire e di rendere visibile il panorama letterario del proprio Paese. Oggi non ci sono più americhe da scoprire, ma da qualche parte piccoli lembi di terra ancora inesplorata, e molto spesso questo ruolo di ricerca viene svolto dai piccoli editori. Ma a parte queste eccezioni si ha la sensazione che tutti vogliano fare la stessa cosa, pubblicare lo stesso libro, lo stesso autore.
   Un’altra grande differenza è il ruolo dell’agente. Nel passato era lo stesso editore a fare da agente all’autore, mentre ora questo ruolo si è reso indipendente. Il potere della mediazione, dell’agente, si è molto rafforzato.
   Anche Internet e le e-mail hanno contribuito a cambiare molto lo scenario: ora tutte le comunicazioni sono infinitamente più rapide. Quasi manca la necessità di incontrarsi personalmente tra editori, tanto tutto può essere svolto rapidamente e con precisione grazie all’elettronica. In questi ultimi anni si ha la sensazione, ad esempio, di incontrarsi a Francoforte proprio per potersi incontrare, per potersi conoscere personalmente, perché tutto il resto può essere svolto dal proprio ufficio.
-   Per una piccola casa editrice come ‘nottetempo’ due sono i punti decisivi per affermarsi nel mercato editoriale: in primo luogo la riconoscibilità. Per raggiungerla è necessario seguire il proprio gusto personale e la propria curiosità. Quando la casa editrice arriva ad avere una sua fisionomia, viene cercata da autori, agenti letterari, editori stranieri, che propongono quello che sembra appartenerti. Una via per ottenere la riconoscibilità è il pubblicare libri che fanno parte di un ambito preciso. Noi invece abbiamo puntato su libri che avessero una grande qualità letteraria intrinseca, e che potessero formare un catalogo coerente e di grande intensità. È successo così per Milena Agus: non è stata ‘nottetempo’ a scoprire lei, ma lei a scoprire la casa editrice: ha inviato il manoscritto di Mentre dorme il pescecane che immediatamente abbiamo molto amato: il primo passo comunque rimane il suo, il nostro merito sta nell’aver riconosciuto il suo valore.
   In secondo luogo è molto importante riuscire a ottenere spazi e visibilità nelle librerie, che è uno dei problemi ancora irrisolti, forse il più grosso: spesso la differenza tra grande e piccolo editore è proprio la visibilità in libreria. Un piccolo editore ha enormi difficoltà a essere esposto sui banchi delle librerie e non solo sugli scaffali. Il grande editore è esentato da questa difficoltà.
   Nonostante si dica sempre che in Italia la lettura sia in crisi, perché il numero dei lettori rimane purtroppo basso, anno dopo anno si registra la crescita del numero dei libri venduti e anche del numero di nuove case editrici indipendenti quasi sempre piccole o piccolissime. Questo significa che qualche spazio, qualche pertugio esiste, ed esiste anche una grande attenzione dei lettori per le novità in campo editoriale e per il lavoro di ricerca svolto dalle piccole case editrici. È una cosa che possiamo toccare con mano durante le grandi Fiere del libro, come quelle di Torino e Roma, quando la casa editrice ha la possibilità di stare a contatto diretto col suo pubblico. È allora che si ha la percezione della curiosità che i lettori hanno verso questo movimento dal basso. Per quanto ci riguarda nei prossimi tempi dovremo sostenere sfide sempre più impegnative. ‘Nottetempo’ nel 2007 compie cinque anni, pubblica il suo centesimo titolo e inaugura la sua settima collana, il “pesanervi”, una collana che accoglie libri gialli e fantastici.


 

RUBBETTINO
Florindo Rubbettino

   La tendenza nel nostro mestiere è sempre più quella di un percorso verso un approccio più manageriale e marketing-oriented. In poche parole è richiesto sempre più a chi si cimenta in questo lavoro di completare la professionalità propria dell’editore, con quella di un vero e proprio imprenditore della cultura, attento a tutte le variabili economiche e manageriali.
   Bisogna poi tenere ben presente che è in atto una lenta e progressiva evoluzione del mezzo di comunicazione libro e soprattutto una osmosi con gli altri mezzi di comunicazione. Credo che di questo, ogni editore, debba tenere conto.
   E’ fondamentale avere un progetto ben definito e ben percepibile. Il sovraffollamento che contraddistingue il nostro settore impone a ciascuno di noi, soprattutto se non si è un grande editore, di avere un’ immagine ben definita e una propria riconoscibilità. Noi abbiamo deciso di posizionarci sul mercato della saggistica con particolare attenzione alla politica, alla storia, alla religione e alle scienze sociali.
   Quello che è certo è che le tendenze che hanno pervaso il mercato editoriale negli ultimi tempi continueranno: mi riferisco alla ricerca da parte dei lettori di libri a un prezzo abbastanza contenuto, abitudine che riguarda non solo il settore della narrativa, ma anche la saggistica, segmento in cui la Rubbettino principalmente opera; il fenomeno dei libri allegati ai quotidiani; l’aumento dell’offerta globale di nuovi titoli; il ridimensionamento dello spazio dedicato dalle librerie ai marchi piccoli e medi, con gravi conseguenze non solo sui bilanci di questi ultimi ma anche sulla penetrazione culturale nel territorio visto che spesso sono proprio i piccoli e medi editori che investono nella ricerca di nuovi autori e nella sperimentazioni in nuovi campi.
   Come ha notato Ernesto Ferrero, è in atto in libreria un processo di omologazione verso il basso che tende a spingere ai margini dei banchi, o a buttarli fuori del tutto, gli slow books, i titoli che hanno bisogno di più tempo per trovare la propria strada.   E a soffrire di ciò non sono solo le piccole librerie, gli editori che curano le scelte di titoli di questo segmento, ma è l’intero sistema culturale del paese.
   Un imprenditore è un soggetto che ha deciso di rischiare, sperimentare, trovare nuove strade. Ancor di più un imprenditore culturale qual è l’editore ha  l’obbligo di sperimentare, fare laboratorio culturale, approfondire, aprire nuove strade. Questo è il suo lavoro e il suo rischio. Il problema è che non basta che sia solo l’editore a far questo, è necessario che lo faccia l’intera filiera. Le librerie purtroppo stanno diventando sempre di più degli spazi dedicati all’editoria di intrattenimento, all’intrattenimento di massa, che è legittimo anzi necessario. Ma che da solo non basta. Oltre ai libri da raccolto (quelli che fanno fatturato), occorrono anche i libri da semina.
 


                                 
SYLVESTRE BONNARD
Vittorio Di Giuro

Temo di non saper dare un significativo contributo in risposta al questionario che ci sottopone "Libri e riviste d'Italia". Per quanto  mi è dato di capire, oggi l'editore, che opera, come è stato autorevolmente sancito anni fa, "a scopo di lucro", per avere visibilità nel supermercato librario deve essere, prima di tutto e soprattutto, provvisto di adeguati strumenti promozionali. Nelle sue scelte deve badare al potenziale pubblicitario del testo da pubblicare (notorietà dell'autore, sua capacità di farsi largo nell'affollato palcoscenico televisivo, attualità degli argomenti, ecc.). Tutto il resto - qualità letteraria, importanza dei temi trattati - viene dopo, conta di meno o non conta per niente.Per questi motivi, e rispondo all'ultima domanda,
la sola sulla quale ho idee chiare e definitive, nello specifico settore in cui  ha inteso operare
la Sylvestre Bonnard - storia, arti e mestieri del libro- non vedo alcuna possibilità di sviluppo. Nient'altro di una stentata sopravvivenza (seppure).


 


VIENNEPIERRE
Vanna Massarotti Piazza

  Il mestiere di editore non è cambiato molto nella sostanza, uguale è rimasto l’amore per il libro, per la scoperta di un poeta nuovo, lo sforzo di attirare l’attenzione del lettore, e di aumentare il numero dei lettori.
   È cambiato il modo di fare il libro. L’uso del computer ne ha sveltito in modo radicale la lavorazione, ha dimezzato i tempi di produzione.
   Anche la stampa digitale permette di pubblicare un libro in tempi brevi, forse a discapito della qualità.
   Si cercano nuove tecnologie proprio per evitare questo abbassamento di livello. Ma sia i grandi che i piccoli editori ne fanno sempre più uso, per ristampe rapide di volumi esauriti, ma anche per nuovi libri di narrativa o di poesia: una prima distribuzione con una tiratura bassa aiuta a saggiare la risposta del pubblico, e quindi a valutare la possibilità di stampare ritornando al tradizionale offset, un numero maggiore di copie. Tutto questo aiuta a diminuire il carico del magazzino, e quindi a diminuire le spese.
   Ma quello che è veramente cambiato nel nostro mestiere è l’editore: non ci sono più i grandi editori di un tempo, che avevano delle intuizioni validissime sia dal punto di vista culturale che commerciale, che avevano un rapporto diretto con gli scrittori, quasi da mecenati del Rinascimento, scrittori che si contendevano a suon di milioni e di lettere di fuoco. Ormai le grosse case editrici sono per lo più in mano a funzionari, ottimi esecutori, spesso anche provenienti da altre aziende con produzione tutta diversa o dal mondo della finanza, persone che non sanno “fare” il libro. Si studiano attentamente i tabulati, si accettano senza batter ciglio libri di calciatori, politici, veline, che in questo mondo dal consumismo trionfante possono rendere molto di più di un buon narratore o di un grande poeta. Si rimasticano le grandi opere pubblicate negli anni Settanta e Ottanta.
   A questo punto si evidenzia il ruolo dei piccoli editori, che nella maggior parte dei casi, fanno il loro mestiere per passione, vanno alla ricerca di nuovi scrittori, hanno idee nuove, che spesso risultano vincenti.
   Ma perché rimangono per lo più sempre piccoli? La domanda è più che legittima. Forse non sanno calcolare bene i costi e i ricavi, si lasciano trasportare dall’entusiasmo, e soprattutto non sono ben distribuiti: nelle librerie non c’è posto per loro, e il lettore, che si lascia influenzare da pubblicità e mode, non si accorge dei loro libri e il più delle volte non conosce nemmeno il loro nome, e questo anche se hanno cataloghi ben strutturati e ricchi di titoli più che validi. Ecco alcune possibili tristi spiegazioni, tristi ma purtroppo vere.
   Oggi, per affermarsi nel campo editoriale, è importante avere un progetto e seguire una linea editoriale che renda riconoscibile la casa editrice. Purtroppo, però, è importante anche avere molti mezzi per lanciare un libro: non tanto recensioni, ma pubblicità su giornali e riviste, presentazioni ecc.
   Il progetto può essere anche quello di pubblicare soltanto libri di qualità, nei quali si crede, e nello stamparli secondo regole grafiche precise. Certo, il libro costa di più e si guadagna di meno. È il parere di un piccolo editore indipendente che vuole mantenere una sua precisa fisionomia culturale ed etica.
   Il futuro, per quanto detto, non si presenta roseo. Per il piccolo editore lo scoglio maggiore è la distribuzione. Non è possibile lasciare il 60% del ricavato delle vendite a delle strutture distributive che lavorano spesso poco e male, anche perché schiacciate dalle distribuzioni dei cinque grandi gruppi editoriali che detengono il potere ovunque: nelle loro megagalattiche e aride librerie (dove si vende di tutto e dove è completamente sparita la figura del libraio, informato e premuroso, sostituito da addetti ignari attaccati al video per controllare i titoli), nelle assegnazioni dei premi, nella visibilità sul mercato. Ben vengano le librerie fiduciarie, che espongono i libri dei piccoli editori nelle loro vetrine, ben vengano anche le tante fiere del libro, che fioriscono ormai in tutta Italia, con presentazioni, incontri, e anche i presidi del libro, che hanno già movimentato molte piccole librerie nei centri minori.


 

WHITE STAR
Cristina Varlotta

   Il digitale e internet hanno cambiato molto. Qualsiasi utente e da qualsiasi parte del mondo può accedere ai siti internet delle diverse case editrici e comprare i volumi cui è interessato, senza necessariamente andare in libreria. La diffusione del libro, quindi, è molto più facile, essendo possibile reperire qualsiasi titolo in pochi minuti.
   Il digitale ha anche permesso di ridurre i tempi di lavorazione e di limitare i costi di produzione.
D’altra parte però nel nostro campo, quello dei libri fotografici, è necessaria un’attenzione maggiore ai diritti d’autore: chiunque può scansionare una nostra foto pubblicata su un libro e utilizzarla come ritiene opportuno.
Per affermarsi, come in passato, bisogna avere buone idee e buoni prodotti. Il successo di Edizioni White Star, per esempio, si basa sul compromesso tra alta qualità dei volumi e prezzo ragionevole, e sull’individuazione, nel calderone dell’editoria mondiale, di quelle novità editoriali che possono riscuote interesse anche nel nostro mercato.
   Infine credo che sia essenziale il coraggio di crescere e di entrare in nuovi mercati. Edizioni White Star lo ha fatto entrando nel mercato francese con Editions White Star, ed in quello tedesco con White Star Verlag.
   I trend ci dicono che il mercato è in espansione, ogni anno vendiamo più copie e più titoli. Ritengo che ci sia una maggiore attenzione del pubblico per i libri fotografici di qualità, come prodotti di qualità  dal ricco contenuto.



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