>
>
Editoria
- la produzione e il consumo di libri in Europa
Nella seconda metà del Quattrocento, il passaggio dal libro
manoscritto al libro a stampa a caratteri mobili segnò l'inizio di
una nuova era. L'arte della stampa nacque a Magonza nell'officina di
Johann Gensfleisch zum Gutenberg, di professione orafo, esperto
conoscitore delle tecniche del conio e della fusione dei metalli.
Riunendo e perfezionando attrezzature e materiali che cominciavano a
diffondersi in varie città d'Europa come Strasburgo, Avignone,
Haarlem, e soprattutto sviluppando il processo di fabbricazione dei
caratteri Gutenberg diede vita, assieme al suo socio finanziatore,
Johann Fust, a un impresa tipografica che nel 1455 avrebbe portato
all'edizione della celebre Bibbia cosiddetta "di 42 linee", stampata
in 1282 pagine in folio su due colonne di 42 righe appunto,
tradizionalmente considerata il primo libro a stampa. Due anni dopo
uscirà, sempre a Magonza, il Salterio, realizzato da Fust - che nel
frattempo si era separato da Gutenberg per dissidi economici - e dal
suo nuovo socio, Peter Schoffer: primo libro recante la data e la
sottoscrizione dei tipografi. Dal punto di vista formale
(presentazione grafica, impaginazione, tipi di scrittura, formato) i
primi libri a stampa erano molto simili ai manoscriti (e come questi
non recavano il titolo, venendo designati con l'incipit, ossia con
le prime parole del testo) e talvolta venivano prodotti in esigua
quantità: Colard Mansion, tipografo in Bruges intorno al 1480, non
fece mai tirature superiori alle quattro, cinque copie. Tuttavia la
nuova tecnica di stampa faceva dei libro uno strumento completamente
nuovo sia come veicolo di idee che come prodotto commerciale. Ben
presto, infatti. con l'estendersi dei centri tipografici e il
diffondersi delle edizioni in tutta Europa, il ruolo della stampa a
caratteri mobili crebbe a dismisura, determinando profondi mutamenti
sul piano culturale, economico e professionale.
II nuovo procedimento era rivoluzionario perchè consentiva di
ampliare notevolmente la gamma dei libri offerti, a fronte di una
drastica diminuzione del tempo necessario per produrli.
Moltiplicando un testo nel numero di esemplari desiderato ne
favoriva la fruizione e l'acquisto e. dato il numero di copie
circolanti, anche la conservazione. Esso diede così un grande
impulso allo studio e alla ricerca, arricchendo la produzione di
nuovi generi (cataloghi, indici, lessici, dizionari. atlanti ecc.) e
dilatando tutta l'attività intellettuale in genere, con un
conseguente sviluppo del commercio librario in svariate direzioni.
Allo stesso modo, l'uso sempre più perfezionato di strumenti,
tecniche e materiali, nonchè la stretta interazione tra attività
tipografica e xilografia (l'incisione in legno diffusasi in Europa
fra il '300 e il '400) produsse cambiamenti notevoli sia nella
qualità dei prodotti, sia nelle funzioni imprenditoriali, nelle
mansioni lavorative e nell'interscambio culturale e professionale
tra i diversi collaboratori dell'edizione (fonditori di caratteri,
traduttori, curatori, illustratori e via dicendo).
Dalle città della Germania, i tipografi tedeschi partirono per
impiantare officine in altre località europee. Alla fine del XV
secolo l'attività tipografica era già estesa a oltre 250 centri, tra
cui spiccavano i grandi nodi commerciali di Lione, Venezia, Parigi,
Anversa e Basilea. Quasi la metà della produzione - complessivamente
non meno di 40.000 edizioni - era costituita da testi religiosi
(Bibbie, libri d'ore, breviari, messali, manuali per confessori,
testi dei Padri della Chiesa), ma si pubblicavano in abbondanza
anche i classici (Cicerone su tutti), grammatiche e libri di lettura
per la scuola. Questi ultimi soprattutto garantirono, rispetto alla
media degli inizi (100-300 copie), una diffusione più ampia.
In Italia la stampa fu introdotta da due chierici renani, Konran
Sweynheym e Arnold Pannartz che, fra il 1464 e il 1465, si erano
stabiliti a Subiaco per poi recarsi a Roma (1467) a impiantare la
prima tipografia locale. Il loro primo libro stampato a Subiaco, in
300 copie, fu una grammatica di Elio Donato (Donati pro puerulis),
che però non ci è pervenuta, mentre ci sono giunti esemplari del
cosiddetto Lattanzio - un incunabolo (1465) che raccoglie tre opere
ed è il primo in Italia a recare impressi data e luogo di stampa - ,
del De oratore (1465) di
Cicerone e
del De civitate Dei (1467) di
sant'Agostino, tutti stampati in 275 copie. Nel giro di pochi
anni, grazie anche all'attività di vari tipografi tedeschi venuti in
Italia, la stampa si propagò in molte città della penisola: da
Venezia (1469) a Foligno (1470) a Napoli (1470) a Milano ( 1471).
Alla fine del '400 erano già più di ottanta le località sedi di
officine tipografiche. in genere centri economici, culturali e
politici di grande importanza. Come si rileva dalla produzione
italiana di incunaboli valutata in almeno 10.000 edizioni, l'Italia
ebbe dunque una posizione-chiave nella diffusione della stampa fin
dai suoi esordi, soprattutto per l'impulso di città come Venezia,
Roma, Milano, Firenze e Bologna. All'Italia spetta, tra l'altro,
anche il merito di aver iniziato per prima la stampa greca (Milano
1476), ebraica (Reggio Calabria 1475), etiopica ( Roma 1513), armena
(Venezia 1513), araba (Fano 1514).
Quanto fosse decisivo e, al tempo stesso, delicato il ruolo della
stampa sotto il
profilo culturale – e, non meno importante, sotto quello commerciale
- lo si rileva dal rapido diffondersi dei privilegi concessi ai
tipografi per evitare le contraffazioni: dalle autorizzazioni
preventive (imprimatur) concesse dalla Chiesa alla pubblicazione di
scritti di contenuto religioso per garantirne la conformità alla
dottrina: dai provvedimenti di censura e dall'istituzione di indici
di libri proibiti - con inevitabili riflessi sulla diffusione della
stampa clandestina. La Chiesa, infatti, dopo aver intuito i grandi
vantaggi che potevano venirle dalla stampa e dopo averla largamente
incoraggiata, cominciò ad avvertire anche i pericoli derivanti dalla
circolazione di scriti poco ortodossi quando non decisamente
contrari alla fede e ai costumi. I primi interventi e le prime
sanzioni censorie si ebbero già verso la fine degli anni Settanta
del '400 per moltiplicarsi poi man mano che il pensiero e le opere
di Lutero prendevano piede non solo in Germania ma un po' ovunque in
Europa - nonostante i roghi pubblici delle opere luterane (prima a
Lovanio, poi a Lieg, Colonia, Magonza e Wittenherg) e la bolla di
scomunica papale Decet romanum pontificem del 1521. Sequestri,
sanzioni e messe al bando nei confronti dei libri colpevoli di
eresia furono eseguiti per ordine di singoli monarchi, di facoltà
universitarie o di altri organismi: finchè, nel 1557, il papa Paolo
IV ordinerà di redigere l'elenco ufficiale dei
libri proibiti
che, pubblicato nel 1559, rimarrà in vigore per oltre quattro secoli
(1966). Il '500 fu epoca di grandi stampatori: Manuzio, Paganini e
Giolito de' Ferrari a Venezia, Giunti a Firenze, Griffo a Lione,
Estienne a Parigi, Plantin ad Anversa sono solo alcuni nomi. Essi
non furono semplici produttori di libri, ma svolsero anche
un'attività di selezione dei libri da pubblicare che si può
paragonare a quella dei moderni editori: un'opera, questa, di
immensa portata culturale soprattutto per quanto riguarda la scelta
dal patrimonio classico. Va anche detto che in quest'epoca un
fattore stimolante dell'industria editoriale si rivelò la nuova
prassi delle biblioteche umanistiche di acquistare presso terzi
manoscritti e libri: cessava così il rapporto, tipicamente
medievale, tra biblioteca e scriptorium (in virtù del quale erano
ammessi a far parte del corpus della biblioteca solo i libri
prodotti nell'annesso scriptorium). Ci fu inoltre una rapida
evoluzione del commercio librario che portò a una maggiore
articolazione della rete distributiva e a un incremento degli scambi
in tutta Europa, anche attraverso fiere nelle grandi città
(Francoforte, Lipsia, Lione, Stoubridge e altre). Nel XVI secolo,
dunque, il libro divenne il protagonista di una svolta culturale, di
una rivoluzione comunicativa e di una battaglia religiosa senza
precedenti. Nei primi decenni del secolo, inoltre, esso mutò
radicalmente aspetto, non solo per regioni estetiche, ma anche per
un'esigenza di maggior funzionalità: si consolidò l'uso del
frontespizio, il testo fu inquadrato dai margini, furono poste
pagine bianche tra un capitolo e l'altro, si creò l'impaginazione
(margini, spaziature, titoli, grandezza delle lettere) e soprattutto
si sostituirono i grossi in folio con volumi dal formato più
ridotto, maneggevole, trasportabile, di prezzo più accessibile: il
libro assunse una funzione insostituibile d'istruzione e di svago
anche per le classi subalterne, differenziando i modelli e le forme
della cultura stessa.
Il XVII secolo consolidò questo sviluppo, anche se in modo
disomogeneo a causa dei numerosi eventi militari, politici ed
economici che rallentarono la produzione e il consumo di libri in
alcuni paesi (Germania, Italia e Francia) mentre lo accelerarono in
altri (Paesi Bassi e Inghilterra). Tra questi fattori di
frazionamento spiccano le conseguenze del divieto - risalente al
Concilio di Trento e attivo su
tutti i territori a prevalenza cattolica - di stampare e pubblicare
le edizioni popolari delle Scritture, che nel '500 avevano
conosciuto un notevole successo. A Venezia - che era stata fino a
tutto il '500 il principale centro di stampa del mondo -
succedettero sulla ribalta editoriale città come Leida (dove ebbero
un ruolo fondamentale gli Elzevier), Anversa, Lipsia, Londra e
soprattutto Amsterdam. La domanda di libri restò comunque molto alta
in tutta Europa, grazie anche all'impulso proveniente dalle prime
biblioteche pubbliche quali la Bodleiana a Oxford,
l'Ambrosiana a Milano e l'Angelica a Roma.
In Italia in particolare la produzione era molto ricca ma
generalmente effimera, anche se non mancarono opere durevoli e
fortunate (basti pensare al grande successo di Giulio Cesare Croce).
Una notevole fioritura ebbe anche l'informazione bibliografica:
repertori di scrittori ecclesiastici e di ordini religiosi,
cataloghi di biblioteche, bibliografie di singole scienze o
discipline e via dicendo.
Nel corso del '600 vi furono anche molti cambiamenti nelle vesti
editoriali. Accanto ai libri lussureggianti e di grande formato
dell'età barocca, destinati alle èlite ( con il deciso passaggio
dall'incisione in legno a quella in rame, o calcografia ebbe un
ruolo fondamentale la produzione di libri popolari di piccolo
formato, a prezzi accessibili: fecero scuola, in tal senso. le
edizioni elzeviriane. Col regredire del latino, inoltre, si
affermarono sempre più i testi redatti nelle lingue nazionali, cosi
come prevalsero le opere di autori contemporanei rispetto a quelle
del passato. Molti, infine, i libri di viaggio, gli atlanti, gli
opuscoli di circostanza e i libri d'attualità.
Il '700 vide l'affermarsi del commercio librario in Francia,
Germania e Inghilterra, parallelamente a un florido smercio di
edizioni-pirata, tale da indurre editori e librai «regolari» a
escogitare più efficaci strategie di lotta: forme di tutela dei
diritti furono sancite fin dal 1709 dal Copyright inglese. Il forte
sviluppo dell'alfabetizzazione, il fervore contagioso delle idee
illuministiche, la forza delle nuove istanze culturali espresse
anche da una stampa periodica largamente diffusa, l'incremento per
numero e dimensioni delle grandi biblioteche pubbliche, l'emergere
della figura dell'autore sempre più protagonista anche delle vicende
editoriali - plasmarono l'offerta libraria su misura dei bisogni e
degli interessi nuovi, che intanto si diffondevano anche oltre i
confini europei, soprattutto nelle colonie nordamericane. Notevole
fu la produzione enciclopedica. tra cui la celebre
Encyclopιdie (1751-80) di Diderot e
D'Alembert. Anche dal punto di vista della grafica e della
composizione (famosi i caratteri Baskerville, Didot e Bodoni), delle
tecniche d'incisione (molto imitate le illustrazioni francesi) e
dell'ornamentazione neoclassica (pregevoli, da questo punto di
vista, i libri spagnoli e italiani), il libro subì nel '700 una
profonda trasformazione. Cominciarono ad affermarsi tecniche di
vendita e regole commerciali nuove, tra cui il sistema della «resa»
libraria introdotti da un gruppo di editori di Potsdam nel 1788. La
rivoluzione francese, infine, tolse ogni vincolo alla
circolazione e al commercio dei libri, con il conseguente ribasso
dei prezzi e le successive speculazioni.
Nel corso dell'800 l'apertura di numerose scuole e biblioteche,
l'estendersi dell'istruzione, l'organizzazione del commercio
librario (è del 1825 la costituzione, a Lipsia, del Bςrsenverein,
che si può considerare la prima grande associazione europea del
libro) diedero un forte impulso alla lettura e all'acquisto dei
libri. Ma a dare un volto nuovo all'editoria, imprimendole una
svolta decisiva, fu il progresso tecnologico che, dall'Inghilterra
alla Germania agli Stati Uniti, sviluppò i procedimenti della
produzione della carta, della composizione tipografica,
dell'illustrazione e della stampa. Nuove macchine, quali
la monotype e la linotype, e
nuove tecniche accelerarono e rinnovarono completamente la
produzione, creando la moderna industria del libro, dove l'editore
assumeva sempre più un ruolo distinto da quello del tipografo e del
libraio per affermarsi come figura imprenditoriale e culturale del
tutto autonoma.
Tali processi ebbero un'accelerazione nella seconda metà del secolo,
trainando la produzione e il mercato, grazie allo sviluppo della
letteratura popolare e alle
collane tascabili-economiche, a cominciare dalla
«Universal-Bibliothek» della Reclam, nel 1867.
Lo scoppio della prima guerra mondiale ebbe, naturalmente, pesanti
ricadute su tutta la produzione e il consumo di libri in Europa.
Tuttavia, le vecchie case editrici, e le nuove nate nei primi anni
del '900 seppero poi trovare idee e formule idonee ad avviare la
ripresa: basterebbe ricordare la nascita - prima in Germania (1924)
e poi negli Stati Uniti 1926) - dei club del libro, o la diffusione
- prima in Gran Bretagna e poi in tutto il mondo - dei «paperbacks»,
con la fortunata serie dei «Penguin
books» (1935).
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, la produzione di libri
ricominciò a salire, per un pubblico che già negli anni Cinquanta si
apriva e diventava di massa, grazie all'impatto creato da numerosi
best-seller internazionali e alla sempre più massiccia diffusione di
tasciibili che raggiungevano anche i meno abbienti.
Con gli anni - parallelamente al ruolo strategico assunto dal
sistema delle telecomunicazioni e dalle sfide sviluppatesi in molte
aree competitive - lo scenario dell'e. internazionale si è sempre più adeguato alle regole del gioco stabilite dai grandi gruppi,
diventati nel frattempo dei veri colossi attraverso megafusioni o
cospicue partecipazioni societarie. Alle concentrazioni editoriali e
di mercato si sono aggiunte le concentrazioni, non meno importanti,
delle reti di vendita. Non solo le principali catene di librerie nel
mondo si sono ammodernate e ampliate come superficie di vendita
(Barnes Noble, Borders, Crown. Books-a-million, Waterstones, Virgin,
Fnac ecc.). ma si sono anche moltiplicate di numero, influenzando in
vario modo sia il mercato e le sue regole - con contraccolpi non
lievi sulle piccole e medie librerie indipendenti -sia, in molti
casi, la stessa produzione libraria. E' un fatto che le reti di
vendita (supermercati e centri commerciali inclusi) e le catene di
negozi di varia tipologia rappresentano un altro degli investimenti
prioritari nelle strategie di gruppo e nel processo crescente di
diversificazione commerciale posto in atto dalle maggiori case
editrici del mondo.
Parallelamente allo sviluppo delle nuove tecnologie e di internet in
particolare, l'e. - pur avendo sempre al centro il libro conte area
d'affari - è via via diventata un crocevia di mondi che si
congiungono in modo sempre più stretto con il libro, interagendo e
influenzandosi reciprocamente. Si è così creato un universo
composito nel quale sembrano convivere, senza stridori apparenti,
tanti tipi di editorie, con prodotti e servizi nuovi. Uno scenario
multiforme e denso di incognite, ma anche di opportunità.
Scout: figura professionale
dell'editoria che sonda il mercato straniero, spesso risiedento in
una delle «capitali del libro» (New York, Londra, Parigi,
Barcellona, Milano), per segnalare all'editore per cui lavora i
libri che possono interessarlo. Sue caratteristiche fondamentali
sono il costante aggiornamento sulla produzione letteraria, una
fitta rete di rapporti personali negli ambienti letterari, un ottima
conoscenza del mercato locale e della linea editoriale del proprio
commitente.
|