Francisco J. Varela, Evan Thompson ed Eleanor Rosch
La via di mezzo della conoscenza
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La ricerca presentata in quest'opera dagli sforzi congiunti di un biologo (Varela), un filosofo (Thompson) e una psicologa (Rosch) si pone, assieme agli altri, anche lo scopo di tentare di sciogliere
uno dei più discussi nodi concettuali dei nostri tempi: la relazione fra tradizioni filosofiche occidentali e orientali.
Il percorso seguito in questo specifico caso dagli autori manifesta indubbia
originalità, suscitando nel contempo problematiche molto interessanti. Gli
interrogativi di fondo da cui il testo prende le mosse sono i seguenti: qual è
il possibile sbocco filosofico cui si è condotti dalle moderne scienze
cognitive? Qual è la relazione profonda che si stabilisce tra l'esperienza umana
e la cognizione? Qual è il fondamento ultimo (se ne esiste uno) dell'Io
cosciente e delle sue molteplici relazioni col mondo?
Per rispondere a tali questioni non si può che iniziare stendendo una sorta di
bilancio consuntivo sullo «stato dell'arte» in cui si vengono a trovare
attualmente le scienze cognitive. Il libro risulta estremamente utile sotto
questo profilo, in quanto consente al lettore di rendersi conto sia del profondo
intreccio esistente tra discipline affatto diverse dell (come la fisica,
l'intelligenza artificiale, la neurobiologia, la psicologia, l'epistemologia),
sia di quelli che sono i punti di riferimento più significativi all'interno di
un percorso di ricerca ancora aperto e ricco di possibilità di approfondimento.
Tra gli elementi fondanti delle attuali scienze cognitive bisogna senz'altro
ricordare i contributi determinanti forniti da Varela per quanto attiene al
legame esistente tra il processo conoscitivo e la nozione biologica di vita
intesa come autopoiesi. La circolarità che infatti caratterizza tale concezione
dell'essere vivente, in cui l'autopoiesi rappresenta l'insieme dei processi
dell'organismo vivente che producono le condizioni che rendono possibili questi
stessi processi, viene riconosciuta come peculiare anche del sistema cognitivo,
proprio perchè la conoscenza della conoscenza (da sempre oggetto dell'indagine
epistemologica) è un processo in cui l'oggetto che si vuole indagare (la
conoscenza) coincide con lo strumento che si deve utilizzare per farlo (cioè,
sempre la conoscenza). Riconoscere e assumere tale circolarità è quindi il punto
di partenza essenziale per tentare di ricomporre la dicotomia tra l'indagine
scientifica del mondo e l'esperienza esistenziale dell'osservatore, tra una
presunta ricerca di oggettività descrittiva e una dichiarata soggettività
individuale. Per sottolineare ulteriormente tale esigenza di unità e
interdipendenza tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, tra mente e mondo,
gli autori prendono in esame molti e approfonditi esempi, tra i quali
l'emergenza, nei sistemi complessi, di proprietà irriducibili a quelle dei
singoli componenti, l'evoluzione biologica (sia dal punto di vista ontogenetico
sia da quello filogenetico) e, soprattutto, il fenomeno della percezione visiva
del colore (un settore in cui Varela ha ottenuto recentemente risultati molto
significativi). Al termine delle argomentazioni svolte dai tre autori emerge
dunque la conclusione che il problema fondamentale della scienza e
dell'epistemologia non è tanto quello di descrivere un mondo quanto di costruire
mondi compatibili con i meccanismi interni di autoregolazione biologica del
soggetto conoscente: la conoscenza dunque è una modalità di comportamento
dell'organismo vivente.
Stabilito, quindi, che la realtà che cerchiamo di descrivere è un mondo senza
fondamenti, gli autori rivolgono la loro attenzione alla ricerca di un punto di
riferimento filosofico che consenta di ricomporre la tradizionale dicotomia tra
conoscenza ed esperienza umana, tra gnosi e azione. Essi dunque tracciano un
percorso che parte dalla fenomenologia pura di Edmund Husserl, attraversa
l'esistenzialismo di Martin Heidegger e approda alla fenomenologia
dell'esperienza vissuta di Maurice Merleau-Ponty, nel cui pensiero si possono
trovare, secondo l'opinione di Varela, Thompson e Rosch, i momenti di sintesi
filosofica più elevata tra la riflessione conoscitiva e l'esperienza della
corporeità. Il sistema ,filosofico di Merleau-Ponty viene quindi considerato
come l'approdo più naturale del cognitivismo, anche se non risulta pienamente
sufficiente a rispondere a tutti gli interrogativi posti. In particolare gli
autori osservano che l'epistemologia contemporanea si trova dinnanzi a un
problema intorno al quale pare che essa non abbia riflettuto abbastanza e che
invece rappresenta una vera e propria sfida intellettuale ed esistenziale. Tale
problema nasce dalla seguente constatazione: se le teorie cognitiviste più
recenti sottolineano la mancanza di fondamento del mondo verso il quale la
nostra conoscenza si rivolge, come è possibile invece che ognuno di noi abbia la
piena consapevolezza dell'esistenza di un lo cosciente che rappresenta il
fondamento ultimo del Sé? Detto in altri termini, come è possibile che il mondo
non abbia fondamenti mentre 1'Io ne possiede uno ben stabile? Varela, Thompson e
Rosch decidono quindi di liberarsi anche da questa remora assumendo che pure
l'Io debba seguire la stessa sorte del mondo, riconoscendo dunque che anch'esso
è privo di fondamenti e che la presenza di un centro unificatore delle nostre
percezioni ed esperienze, di una mente che si trovi «da qualche parte» nel
nostro cervello, è semplicemente il frutto di un'illusione. Si tratta, come si
può constatare, di un'assunzione molto forte, destinata senza dubbio a suscitare
un grosso dibattito tra gli epistemologi e gli studiosi di intelligenza
artificiale: il merito degli autori di questo libro risiede non tanto nelle
specifiche motivazioni da essi addotte a sostegno della propria tesi, quanto
nell'aver essi coraggiosamente suscitato una discussione che non mancherà di
avere un seguito sicuramente interessante. Anche perchè nell'affrontare la
questione essi fanno uso di molte tesi e contenuti culturali tipici delle
tradizioni filosofiche orientali, in particolare la tradizione buddhista della
consapevolezza e della presenza della scuola Madhyamika (la «via di mezzo» della
tradizione buddhista cui accenna anche il titolo del libro) e la filosofia del
nipponico Nishitani Keiji, uno tra i pochi pensatori contemporanei che ha
cercato una sintesi delle tradizioni filosofiche orientali e occidentali.
Senza dubbio molte considerazioni esposte in questo saggio vanno prese come
semplici ipotesi di lavoro o addirittura come vere e proprie provocazioni
intellettuali; in ogni caso, la via di mezzo della conoscenza proposta da
Varela, Thompson e Rosch merita un'attenta esplorazione.