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Aggiornamento del: 18/10/2008 Iscriviti alla: Newsletter  Fonte: Redazione Parodos.it


 

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Letteratura italiana dalle origini fino a Pirandello e D'Annunzio

Opere e personaggi: Da Galileo Galilei a Gian Vincenzo Gravina

• Poesie dell'età barocca


Antologia di poeti del Seicento che furono in vario modo seguaci della maniera di Giovan Battista Marino. La scelta degli autori e delle liriche fu fatta da Benedetto Croce in un'antologia pubblicata nel 1910, con la quale veniva inaugurata la collana «Scrittori d'Italia» dell'editore Laterza, che sarebbe diventata la più prestigiosa collana di classici italiani del Novecento. I principali autori antologizzati sono Tommaso Stigliani, Marcello Macedonio, Scipione Caetano, Giambattista Manso, Francesco Balducci, Francesco Della Valle, Claudio Achillini, Girolamo Preti, Pier Francesco Paoli, Marcello Giovanetti, Giovan Leone Sempronio, Gian Francesco Maia Materdona, Antonio Bruni, Scipione Errico, Girolamo Fontanella, Giuseppe Salomoni, Berardo Morando, Anton Giulio Brignole-Sale, Pietro Michiele, Paolo Zazzaroni, Leonardo Quirini, Antonio Basso, Vincenzo Zito, Antonio Muscettola, Ciro di Pers, Giuseppe Battista, Giuseppe Artale, Giacomo Lubrano, Giovanni Canale, Federico Meninni, Lorenzo e Pietro Casaburi, Tommaso Gaudiosi, Bartolomeo Dotti, Andrea Perrucci.



• Galileo Galilei


Nacque a Pisa nel 1564. È stato uno dei fondatori del metodo della scienza moderna. Inventò il cannocchiale e dimostrò la veridicità della teoria eliocentrica di Copernico. Fu professore di matematiche presso l'università di Pisa dal 1589 al 1592, e di Padova dal 1592 al 1610. Ritornò successivamente a insegnare presso lo studio pisano. Subì per le sue teorie un processo al Sant'Uffizio nel 1633. Fu tra i primi a scrivere prosa scientifica in lingua volgare. In campo letterario intervenne nella polemica che poneva a confronto Ariosto e Tasso, pronunciandosi in favore del primo. Morì ad Arcetri, Firenze, nel 1642.



• Galileo Galilei, Il saggiatore


Il saggiatore, trattato polemico in forma di lettera, è letterariamente il capolavoro di Galilei. Bersaglio dell'autore sono le tesi sulle comete del padre gesuita Orazio Grassi (presentate nello scritto Libra philosophica ac astronomica sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsi). Alla "libra" (la bilancia), che rappresenta simbolicamente il metodo del padre Grassi, Galilei oppone, altrettanto simbolicamente, il "saggiatore", il bilancino di alta precisione usato per saggiare i metalli preziosi. Il saggiatore, portato a termine dall'autore nel 1621, fu pubblicato nel 1623 a cura degli Accademici dei Lincei.



• Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi


Nell'opera, pubblicata nel 1632, Galilei dimostra la veridicità della teoria eliocentrica copernicana e contesta quella tolemaica, che poneva la Terra al centro dell'Universo. La trattazione si svolge sotto forma di dialogo fra Sagredo, Salviati (entrambi copernicani) e Simplicio (tolemaico), durante quattro giornate: nella prima si discorre dei due sistemi e si rifiuta il dogma aristotelico dell'immutabilità dei corpi celesti; nella seconda si confuta la teoria dell'immobilità della Terra, dimostrando, invece, il suo movimento rotatorio; nella terza si discute delle stelle nuove e delle macchie solari; nella quarta si dimostra come anche le maree dipendano dal movimento terrestre. Il libro è uno dei grandi modelli della prosa scientifica che si svilupperà nel Sei e Settecento: la scrittura di Galilei è nitida e antiretorica, capace di coniugare rigore dialettico e sapiente ironia.



• Francesco Pona, La Lucerna


Il veronese Francesco Pona, vissuto tra il 1595 e il 1655, medico con una spiccata vocazione letteraria, autore di opere che vanno dalla trattatistica scientifica alla storiografia, dalla poesia al teatro, pubblicò per la prima volta nel 1625 La Lucerna (una redazione minore precedente era rimasta manoscritta), opera dialogica che riferisce i colloqui immaginari avvenuti in quattro sere tra un interlocutore-narratore, la cui anima è passata per metempsicosi in una lucerna e parla attraverso questa, e lo studente Eureta, sotto cui si nasconde l'autore stesso, che interviene con funzione di stimolo e di commento. Questo schema, di evidente matrice lucianesca, ma che utilizza uno spunto del poligrafo cinquecentesco Niccolò Franco, permette all'autore di dispiegare una serie di osservazioni, di racconti, di fatti curiosi o memorabili, di ritratti che riguardano episodi e personaggi del mito ma anche della storia o dell'attualità, a ciascuno dei quali l'autore affida il compito di rappresentare un comportamento, fornire un insegnamento morale, mettere in rilievo un vizio o celebrare una virtù.



• Giovan Battista Basile, Lo cunto de li cunti


Pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636, Lo cunto de li cunti di Giovan Battista Basile (1575-1632) è una raccolta di cinquanta fiabe in dialetto napoletano, raccontate in cinque giornate (per questo più tardi, fu chiamato Pentamerone). Fa da cornice la storia della principessa Zoza, affetta da una malinconia tanto profonda da toglierle la capacità di ridere. Per salvarla il re, suo padre, ordina di versare dell'olio sul pavimento e far cadere, così, in modo comico, una vecchia. Lo stratagemma riesce: la principessa scoppia in una risata, ma viene maledetta dalla vecchia. Poco dopo Zoza libera magicamente con le sue lacrime un principe tenuto prigioniero, ma una schiava si sostituisce a lei e sposa il giovane. Grazie all'aiuto di tre fate Zoza suscita nella rivale un desiderio inesauribile di ascoltare racconti, che sarà soddisfatto da dieci orribili vecchie. Zoza, assumendo le sembianze di una di esse racconta l'inganno di cui è stata vittima: la schiava viene uccisa e i due giovani possono sposarsi. È uno dei capolavori della letteratura barocca: il gusto del meraviglioso, tipico del secolo, si sposa a una genuina tradizione popolare. Ne trassero spunti per le loro fiabe Perrault, Tieck e i fratelli Grimm.



• Latrobio, Il Brancaleone


Latrobio è stato riconosciuto pseudonimo di Giovan Pietro Giussani, nato a Milano intorno al 1550, amico intimo oltre che biografo di Carlo Borromeo; prima medico e poi sacerdote; morì a Monza nel 1623. La prima edizione del Brancaleone è del 1610. A metà via tra il romanzo e la novella, l'opera racconta il tentativo di educazione politica di un asino, Brancaleone appunto, che compie il suo maldestro percorso di formazione attraverso una serie di avventure con uomini e altri animali, finendo da ultimo ucciso dalle scoppiettate dei contadini. Il Brancaleone intreccia i temi della discussione etico-politica, propri dell'anti-machiavellismo, con la tradizione esopica. Così, tra apologhi e riflessioni morali, si svolge una storia originale e tuttavia debitrice quasi dovunque, sia per l'impianto sia per i tasselli di cui si compone, della tradizione letteraria.




• Michelangelo Buonarroti il Giovane, La Tancia


Michelangelo Buonarroti, detto il Giovane, per distinguerlo dall'illustrissimo omonimo di cui era pronipote, visse a Firenze tra il 1568 e il 1646. Dotato di una buona vena poetica, coltivò le lettere facendo parte sia dell'Accademia Fiorentina sia di quella della Crusca, e in questa veste dedicò molte energie alla compilazione della prima e seconda edizione del Vocabolario. Dal gusto linguaiolo, che aveva avuto modo di affinare proprio nell'esperienza di cruscante, nasce La Tancia, commedia rusticale in versi in ottava rima rappresentata a Firenze nel 1611. Buonarroti riporta in vita una forma di spettacolo che aveva avuto la sua maggior fioritura nel secolo precedente, soprattutto presso la Congrega dei Rozzi di Siena, e il cui linguaggio recuperava esperienze fiorentine tardo-quattrocentesche, come la Nencia di Barberino attribuita a Lorenzo de' Medici.



• Alessandro Tassoni, La secchia rapita


Il nobile modenese Alessandro Tassoni (1565-1653), al servizio prima del cardinale Ascanio Colonna poi di Carlo Emanuele I di Savoia, pubblicò nel 1622 un poema eroicomico di dodici canti in ottava rima col titolo La secchia, ripubblicato nel 1624 col titolo definitivo La secchia rapita, dopo una revisione ordinata dal Sant'Uffizio. Narra di una guerra scoppiata nel secolo XIII tra bolognesi e modenesi per futili motivi (una secchia tarlata, rapita dai secondi ai primi). L'ambientazione storica è un pretesto per alludere alle secolari rivalità fra città italiane. Particolarmente riuscite alcune figure caricaturali, come il conte di Culagna (spaccone stolto e codardo) e il cavalier Titta (goffo dongiovanni).



• Gabriello Chiabrera


Nacque a Savona nel 1552. Studente a Roma presso il Collegio dei Gesuiti, assecondò successivamente la sua indole irrequieta soggiornando in varie città italiane, prima di far ritorno stabilmente a Savona a coltivare la poesia. Studioso dei lirici greci, compose poesie in uno stile classicheggiante, antitetico a quello del Marino. Praticò diversi generi poetici: oltre la lirica, il poema eroico, la tragedia e il melodramma. Tentò anche il recupero della metrica quantitativa latina. Morì a Savona nel 1638.



• Gabriello Chiabrera, Le maniere dei versi toscani


Pubblicati nel 1599, Le maniere dei versi toscani sono un interessante esempio di sperimentazione metrica condotta al di fuori della tradizione lirica del petrarchismo, ma sulla scorta delle coeve esperienze di Ronsard. Il tema della raccolta è quello amoroso, ma l'interesse dell'autore, così come risulta dalla premessa scritta da lui col nome di Lorenzo Fabri, è volto principalmente a sperimentare l'uso di versi di misura diversa dagli endecasillabi e dai settenari che avevano occupato quasi esclusivamente la scena poetica volgare. I testi della raccolta erano destinati alla musica.



• Gabriello Chiabrera, Scherzi


Gli Scherzi sono brevi composizioni di intensa musicalità e raffinata eleganza. Chiabrera va oltre la maniera petrarchesca, recuperando all'indietro la lezione degli stilnovisti. Modello di riferimento più immediato è tuttavia l'esperienza di Ronsard. Questi testi ebbero grande successo come testi per musica, e il termine "scherzo" fu tanto fortunato da essere introdotto stabilmente nel linguaggio musicale per indicare un breve brano di carattere vivace. L'Arcadia settecentesca riconobbe alla raccolta di Chiabrera le caratteristiche del capolavoro. La data della prima pubblicazione degli Scherzi è il 1599.



• Gabriello Chiabrera, Canzonette morali


Le Canzonette morali svolgono ciascuna un tema canonico della tradizione moraleggiante che aveva il suo riferimento soprattutto nell'opera di Orazio. Il Chiabrera riprende gli spunti oraziani (ma anche di altri autori della classicità) riformulandoli con linguaggio petrarchesco, e arricchendo di elementi autobiografici gli esempi tradizionali di moralità. La raccolta fu pubblicata per la prima volta nel 1599.



• Torquato Accetto

Nacque a Trani in un anno compreso tra il 1586 e il 1598. Si conosce pochissimo di lui: che visse per un periodo a Napoli al servizio dei duchi Carafa d’Andria; che fu esponente dell’Accademia degli Oziosi, fondata da Giovan Battista Manso, amico e primo biografo del Tasso. Non si conosce l'anno della morte.



• Torquato Accetto, Rime amorose


Torquato Accetto, noto soprattutto come autore della Dissimulazione onesta, pubblicò nel corso della prima metà del Seicento (dal 1621 al 1638) ben quattro edizioni di rime. L'ultima, quella del 1638, distingue al suo interno cinque sezioni: Amorose, Lugubri, Morali, Sacre e Varie. Qui è riportata la sola sezione delle Rime amorose. Nella poesia d'amore l'Accetto si ispira alla maniera di Della Casa e del Tasso, senza però escludere la lezione del Marino.



• Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta


Pubblicato nel 1641, il breve trattato Della dissimulazione onesta è una sorta di manuale di comportamento che aggiorna le regole del buon vivere descritte nella trattatistica rinascimentale alle condizioni illiberali della società cortigiana secentesca, rispetto alle quali l'unica possibilità di difesa per l'individuo sarebbe risieduta nella salvaguardia della propria libertà interiore. Per raggiungere questo fine, secondo l'autore, è necessario "dissimulare", cioè coltivare la verità dentro di sé senza farne mostra. È un'arte che richiede controllo delle passioni, conoscenza degli uomini e capacità di adattamento alle circostanze. L'opera dell'Accetto, nella sua dimensione di trattatello morale, consuona con certe istanze dello stoicismo antico, riprese anche dalla morale gesuitica, e anticipa spunti del celebre El orácolo manual del gesuita spagnolo Baltasar Gracián.



• Flaminio Scala, Il teatro delle favole rappresentative


Flaminio Scala, nato nel 1547 o forse nel 1552, morto nel 1624, fu attore di professione nelle più apprezzate compagnie italiane di fine '500 e inizio '600. Dotato di straordinaria competenza drammaturgica, oltre a recitare ordiva le sceneggiature comiche e tragiche sulle quali gli altri attori della compagnia intrecciavano, ciascuno secondo il proprio personaggio, le parole e le azioni appropriate. Nel 1611 Scala pubblicò Il teatro delle favole rappresentative, un libro elegante nel quale l'attore-autore raccoglieva i canovacci delle sue opere, gli «scenari», ossia l'essenziale della sua drammaturgia. Confidava che potessero essere divertenti anche alla lettura, così come lo erano le commedie scritte per intero, anche se prive della vita che dava loro la recitazione. Il titolo del libro, volto in italiano moderno, corrisponde a «Esposizione delle storie fatte per recitare». L'opera costituisce un monumento della commedia dell'arte: è la sola raccolta di scenari pubblicata a stampa, ed è anche la sola, considerando l'insieme delle raccolte monoscritte, che proviene sicuramente dall'ambiente delle compagnie dei professionisti.



• Giovan Battista Andreini

Nacque a Pistoia nel 1578 circa, figlio di Francesco Andreini e di Isabella, la celebre primadonna della Compagnia dei Gelosi. Fu attore col nome di Lelio prima nella compagnia dei Gelosi poi in quella dei Fedeli. Fu il più grande drammaturgo italiano del XVII secolo. Scrisse liriche, opere narrative, drammi sacri, ma soprattutto fu autore di commedie, che nascevano in genere come trasposizioni scritte delle rappresentazioni che la sua compagnia veniva mettendo in scena. Morì a Reggio Emilia nel 1654.



• Giovan Battista Andreini, Amor nello specchio


Amor nello specchio, pubblicata a Parigi nel 1622, è una commedia che presenta nell'intreccio la sorprendente novità dell'innamoramento di due donne, seppure come conseguenza di un sortilegio. Gli appassionati dialoghi d'amore tra le due, seppure rapidissimi, mettono a nudo una sensibilità modernissima dell'animo femminile. Andreini scrisse la commedia per le due attrici Virginia Ramponi e Virginia Rotari, che erano rispettivamente sua moglie e la sua amante.



• Giovan Battista Andreini, Le due comedie in comedia


La pubblicazione a stampa delle Due comedie in comedia è del 1623, forse a conclusione di un ciclo di rappresentazioni veneziane. L'interesse di questa commedia, ricca di personaggi e dall'intreccio complicato, risiede nel gioco del teatro nel teatro, la cui sperimentazione sarà ripresa successivamente da Molière ne L'impromptu de Versailles.



• Nicolò Barbieri, La supplica. Discorso famigliare a quelli che trattano de' comici


Niccolò Barbieri, originario di Vercelli, vissuto tra il 1586 e il 1641, uomo di lettere imbattutosi in una compagnia di comici e diventato ben presto uno di loro grazie a un talento spiccatissimo, pubblicò nel 1634 una Supplica rivolta a coloro che scrivendo o parlando trattavano dei comici e della loro arte. La Supplica, testo fondamentale della polemica secentesca pro o contro il teatro, non è solo una difesa appassionata dell'arte dell'attore contro i luoghi comuni moralistici a loro avversi. Di fatto è anche la più importante opera che ci sia pervenuta per comprendere dall'interno un fenomeno così interessante e complesso come la commedia dell'arte.



• Anton Giulio Brignole Sale, Maria Maddalena peccatrice e convertita


Anton Giulio Brignole Sale, nobile genovese vissuto tra il 1605 e il 1665, prima diplomatico al servizio della sua città poi gesuita, pubblicò La Maria Maddalena peccatrice e convertita nel 1636. La leggenda della Maddalena aveva goduto di fortuna ininterrotta nella letteratura agiografica dal Medioevo in poi. Ma il mito della santa risultò particolarmente consentaneo con le caratteristiche della spiritualità controriformista, soprattutto per il carattere insieme sacro e profano del personaggio. Se ne appropriò di conseguenza l'arte barocca che iscrisse la Maddalena fra i suoi soggetti preferiti, in pittura, a teatro e in letteratura. La versione della vita della santa raccontata nel romanzo in forma di prosimetro dal Brignole recupera l'intera tradizione testuale precedente, i cui elementi sono selezionati e ricombinati armonicamente, rivestiti di uno stile letterariamente prezioso e ricco di effetti.



• Ferrante Pallavicino

Nacque a Piacenza nel 1616 da famiglia aristocratica di origine parmense. Studiò a Milano presso i canonici lateranensi. Abbracciata la vita ecclesiastica, si trasferì a Venezia per amore di una donna. Qui entrò nell'Accademia degli Incogniti. La natura ribelle della sua indole lo portò successivamente a rigettare l'abito e a convertirsi al calvinismo. Fu perseguitato dalle autorità ecclesiastiche per lo scandalo suscitato dalle sue opere. La persecuzione si concluse con la condanna a morte, che fu eseguita per decapitazione ad Avignone il 5 marzo 1644, quando lo scrittore non era ancora ventinovenne.



• Ferrante Pallavicino, Il corriero svaligiato


L'autore immagina che un principe italiano faccia derubare per spionaggio un corriere del carico di lettere che esso trasporta, per mettere le mani su alcuni dispacci del Governatore di Milano a Roma e Napoli. Il principe trattiene per sé solo questi e dà in lettura le altre lettere private a quattro dignitari della sua corte. Costoro imbastiscono sulla lettura di questa corrispondenza trafugata un piacevole intrattenimento, scoprendo nelle missive lo specchio di un mondo brulicante di malcostume e corruzione. Bersaglio dell'autore sono gli ambienti cortigiani e quelli ecclesiastici. La pubblicazione del Corriero, avvenuta la prima volta nel 1641, costò la prigionia al suo autore e segnò l'inizio della sua persecuzione da parte delle autorità ecclesiastiche.



• Ferrante Pallavicino, La retorica delle puttane


La retorica delle puttane fu pubblicata anonima a Venezia nel 1642, ma tutti la riconobbero come opera di Ferrante Pallavicino. Si presenta come un trattato di iniziazione di una giovane al meretricio da parte di una vecchia mezzana, ma ciò che di fatto la distingue nel novero delle opere del genere è il fatto che essa è costruita come una parodia del De arte rethorica del gesuita spagnolo Cipriano Suarez, testo fondamentale del programma pedagogico in uso presso tutti i collegi della Compagnia di Gesù. Lo scandalo di quest'opera contribuì a guadagnare all'autore la condanna a morte.



• Daniello Bartoli, La ricreazione del savio


Pubblicata nel 1659, è opera di uno dei maggiori prosatori del Seicento, gesuita, noto soprattutto per la Istoria della Compagnia di Gesù. Daniello Bartoli, nato a Ferrara nel 1609 e morto a Roma nel 1685, scrittore dalla vena facile, ha lasciato numerosi trattati di morale, ascetica e retorica. Nella Ricreazione del savio sostiene che la letteratura deve tendere ad avere una funzione educativa e offrire modelli di comportamento, ma deve altresì essere attenta al mondo naturale (Bartoli ebbe la passione per la ricerca scientifica) e alla realtà sociale, non trascurando tuttavia finalità edonistiche. Il suo stile, rifuggendo dagli eccessi barocchi, risulta chiaro e equilibrato.



• Salvator Rosa, Satire


Figura di artista e di patriota circondata ben presto da un alone di leggenda, Salvator Rosa praticò la poesia parallelamente all'attività di pittore. Nato a Napoli nel 1615 si trasferì a Firenze nel 1640. Qui divenne pittore della corte medicea. L'ambiente fiorentino stimolò la sua vena satirica. Furono infatti composte a Firenze le prime quattro satire: La Musica, in cui critica la mania musicale che imperversava nella Roma di Urbano VIII; La Poesia, in cui manifesta il suo disgusto per le accademie; La Pittura, dove propone un concetto nobile di pittura, ispirato a soggetti eruditi; La Guerra, contro l'ingerenza francese e spagnola in Italia. Nel 1649 si trasferì a Roma. Qui compose le altre tre satire: L'Invidia, dove rivendica la sua dignità difendendosi dai detrattori; Babilonia, in cui critica il papato di Alessandro VII; Tirreno, esame di coscienza negli anni del declino.



• Claudio Achillini, Poesie


Le Poesie di Claudio Achillini qui presenti riuniscono sia quelle pubblicate per la prima volta a Bologna nel 1632 (dal n. 1 al 100), sia quelle incluse nell'edizione veneziana delle opere del 1650 (dal n. 101 al 149). Il linguaggio dell'Achillini rappresenta uno degli esempi più vistosi e originali del gusto barocco in poesia. Esso rimanda, amplificandoli, ai modi della gravitas già sperimentati da monsignor Della Casa e dal Tasso. Questa caratteristica distingue l'Achillini dai poeti barocchi che privilegiano piuttosto la sottigliezza e la grazia. Le poesie intrecciano variamente temi encomiastici, amorosi e sacri. Il sonetto Sudate, o fochi, a preparar metalli è stato reso celebre dalla citazione ironica che ne fece il Manzoni nel cap. XXVIII dei Promessi sposi. L'Achillini, che era nato a Bologna nel 1574, morì qui nel 1640.



• Giacomo Lubrano, Sonetti


Il gesuita napoletano Giacomo Lubrano (1619-1693) è attivo, a partire dalla metà del XVII secolo, come predicatore di quaresimali e orazioni in varie città italiane. A questa attività si accompagna la pratica della poesia. Lubrano pubblicò nel 1690, con lo pseudonimo di Paolo Brinacio, un libro di versi intitolato Scintille poetiche o poesie sacre e morali. Il libro consta di una prima parte, costituita da 140 sonetti e tre madrigali, e una seconda di 22 odi. Ammiratore del Marino, Lubrano è uno dei più concettosi rimatori secenteschi, inventore di sorprendenti artifici verbali, attraverso cui riesce a far filtrare una sincera inquietudine religiosa.



• Federigo Della Valle, La reina di Scozia


Federico Della Valle, nato ad Asti nel 1560 e morto a Milano nel 1628, è autore di tre tragedie: Judith, Esther e La reina di Scozia. Quest'ultima fu composta nel 1591 col titolo di Maria la Reina, e pubblicata nel 1628 col titolo definitivo e la dedica a papa Urbano VIII. Maria Stuarda, regina di Scozia, è presentata come un'eroina del cattolicesimo, che si oppone con la fede e il sentimento alle rigide leggi della ragion di stato della cugina Elisabetta, regina e capo della Chiesa protestante d'Inghilterra. Della Valle mette in evidenza le caratteristiche umane delle due contendenti, la fragilità di Maria e il senso sacro della regalità di Elisabetta, con uno stile che alterna momenti lirici ad altri rigidi e sentenziosi.



• Carlo de' Dottori, Aristodemo


Il padovano Carlo de' Dottori nacque nel 1618 e morì nel 1685. Fu prima al servizio dei Gonzaga, poi al seguito del cardinale Rinaldo d'Este, infine poeta cesareo a Vienna presso Leopoldo d'Asburgo. Scrisse poesie, rime, melodrammi. La sua opera più significativa è la tragedia Aristodemo, composta nel 1654 e pubblicata nel 1657. Contrappone due grandi personaggi: il tiranno Aristodemo e sua figlia Merope, entrambi costretti a sottostare alla volontà cieca degli dei. Aristodemo, incarnazione della ragion di stato, è obbligato a sacrificare la figlia per ottenere da Apollo la fine del conflitto con Sparta. L'opera ha un efficace impianto teatrale, ritmi d'azione serrati e dialoghi ricchi di pathos. L'Aristodemo è stata riscoperta da Benedetto Croce ed è oggi considerata una delle migliori tragedie del Seicento.



• Francesco Redi, Bacco in Toscana


Francesco Redi (1626-1698), medico e scienziato a cui si devono importanti scoperte nell'ambito della biologia, coltivò parallelamente all'interesse per le scienze naturali quello per la lingua e la letteratura. Della sua produzione poetica è rimasto celebre soprattutto il ditirambo Bacco in Toscana (1685). Esso è concepito come un'azione scenica e somiglia, da questo punto di vista, al Trionfo di Bacco e Arianna di Lorenzo de' Medici. Dopo alcuni versi introduttivi parla Bacco che, rivolgendosi ad Arianna, tesse alla presenza di Satiri e Baccanti un lungo e tripudiante elogio del vino. L'opera, pur sotto la trama giocosa, è ricchissima di erudizione. Una grande libertà metrica favorisce procedimenti ritmici che sono molto simili a quelli della tecnica musicale.



• Francesco de Lemene, Cantate a voce sola


Le Cantate a voce sola costituiscono una sezione delle Poesie di Francesco de Lemene pubblicate nel 1692. Ma la loro struttura, nella quale non è possibile stabilire una distinzione tra recitativo e aria, depone per una composizione più indietro negli anni. I testi rientrano nel genere delle poesie per musica, anche se di nessuno di essi è conosciuta la partitura musicale. Molti dei motivi toccati dal Lemene precorrono quelli che saranno propri dell'Arcadia.



• Ludovico Sergardi, Satire


Noto anche con lo pseudonimo di Quinto Settano, il Sergardi, che visse a Roma come funzionario pontificio, pubblicò per la prima volta le sue satire nel 1694. Bersagli polemici sono la società romana del tempo e soprattutto Gian Vincenzo Gravina, fondatore e legislatore dell'Arcadia, adombrato dal Sergardi sotto il nome di Filodemo. L'indignazione dell'autore ha sempre una motivazione moralistica: la censura dei vizi. Ma il discorso non si organizza mai con procedimenti narrativi: procede per salti, scatti, inversioni logiche, in uno stile spesso oscuro, tra rozzezze, oscenità, invettive e maldicenze. Sergardi, che era nato a Siena nel 1660, morì a Spoleto nel 1726.



• Lorenzo Magalotti, Relazione della China


Il padre gesuita Johann Grueber era sbarcato a Livorno nel gennaio del 1666 di ritorno da una viaggio in Cina, e qui incontrò due letterati pieni di curiosità e di interesse per quel mondo così lontano e diverso. Uno dei due era Lorenzo Magalotti (1637-1712), scienziato oltre che letterato e allora anche segretario della galileiana Accademia del Cimento. La conversazione durò a lungo e il Magalotti sottopose il padre Grueber a una vera e propria intervista sulle cose della Cina: le istituzioni giuridiche, gli usi e i costumi privati, la lingua e la scrittura, i cibi, gli svaghi ecc. Nacque così la Relazione della China, che fu pubblicata a stampa per la prima volta a Parigi nel 1672.



• Alessandro Guidi, Endimione


Alessandro Guidi, nato a Pavia nel 1650 e morto a Frascati nel 1712, scrisse l'Endimione nel 1688 su suggerimento della regina Cristina di Svezia, animatrice in quegli anni della società letteraria romana, dapprima all'interno dell'Accademia Reale poi in seno all'Arcadia. L'opera è in forma di favola pastorale in tre atti e mette in scena il mito dell'innamoramento del giovane pastore Endimione per Cinzia (o Diana), la dea cacciatrice spregiatrice degli amori, mito che ha come ultimo atto l'assunzione in cielo di Endimione. Sotto il travestimento bucolico e i toni melodrammatici l'autore intendeva esprimere la sua ammirata e platonica devozione nei confronti della regina, adombrata sotto la figura di Cinzia. L'Endimione fu rappresentata in Arcadia nel 1691 e pubblicata a stampa la prima volta nel 1692.



• Carlo Maria Maggi, Le rime milanesi


Le Rime milanesi del Maggi furono pubblicate postume nel 1701. L'autore, nato nel 1630 e morto nel 1699, era stato soprattutto uno scrittore di teatro: aveva scritto libretti per melodrammi e commedie. La novità più rilevante del Maggi drammaturgo, a parte un tentativo di riforma del tipo di quella poi realizzata dal Goldoni, fu l'uso del dialetto milanese non a fini parodistici, ma come strumento "par dì la veritae". È la nascita della letteratura milanese, da cui discende tutta la tradizione successiva, da Porta fino a Gadda. Nelle Rime il Maggi impiega il dialetto come mezzo depositario di un'antica saggezza, fatta di verità e sorridente bonomia.



• Pier Jacopo Martello, Rime per la morte del figlio


Questa raccolta costituisce una sezione del Canzoniere del bolognese Pier Jacopo Martello. Il Martello, noto soprattutto come autore di tragedie, nelle quali concepì un verso di due settenari (il verso "martelliano") a imitazione dell'alessandrino francese, pubblicò la sua raccolta di poesie a Roma nel 1710, in occasione della morte del figlioletto Odoardo (nella finzione poetica, Osmino). L'autore mostra una certa indipendenza dalla lezione dell'Arcadia, recuperando aspetti sia del petrarchismo rinascimentale sia della lezione del Marino.



• Gian Vincenzo Gravina, Della ragion poetica


Gian Vincenzo Gravina, filosofo, giurista e letterato vissuto tra il 1664 e il 1718, aveva un'idea della letteratura come luogo privilegiato in cui energia morale e forza fantastica potessero trovare il momento più alto di conciliazione. Per questa ragione era in polemica con il gusto letterario del Seicento e teneva invece in grande considerazione la poesia di Dante, poco apprezzata nel corso di quel secolo. Il tutto in una prospettiva in cui la letteratura, con la forza dei suoi miti, assolvesse un compito di educazione civile e fosse ispiratrice di un nobile sentire. Queste idee sono a fondamento sia della Ragion poetica (1708), la sua opera teorica più significativa in campo letterario, sia dell'impegno che aveva profuso nel 1690 nella fondazione dell'Accademia dell'Arcadia, l'istituzione che, nel suo disegno, doveva intraprendere un'opera di radicale revisione del gusto in letteratura. Ma, come è noto, il Gravina restò profondamente deluso dagli indirizzi presi dall'Arcadia, e ne uscì nel 1711 provocando una scissione che portò alla fondazione dell'Accademia dei Quirini.