• Carlo Gozzi
Nacque a Venezia nel 1720. Fondatore, con il fratello Gasparo, dell'Accademia
dei Granelleschi nel 1747, divenne a Venezia una delle principali voci del
conservatorismo e dell'opposizione alla cultura dell'Illuminismo, e segnatamente
alla riforma del teatro proposta da Goldoni. Gozzi contrapponeva alla
rappresentazione realistica della società veneziana fatta da Goldoni un teatro
di fantasia e di immaginazione, che recuperava aggiornandola l'esperienza della
commedia dell'arte. Il teatro di Gozzi incontrò a Venezia un successo strepitoso,
che costrinse Goldoni a emigrare nel 1762 a Parigi. Gozzi è autore anche di un
poema eroicomico, anch'esso ferocemente anti-illuminista, e di un'interessante
autobiografia. Morì a Venezia nel 1806.
• Carlo Gozzi, L'amore delle tre melarance
L'amore delle tre melarance, libero rifacimento teatrale di una fiaba raccontata
nel Cunto de li cunti del napoletano Giovan Battista Basile, fu rappresentata
anonima nel gennaio del 1761. Il testo dell'opera è costituito da un canovaccio
secondo i modi tipici della commedia dell'arte. La storia delle tre melarance è
di fatto solo un pretesto per dar corso a una polemica contro i due autori di
teatro che in quegli anni si contendevano il primato delle scene veneziane:
Chiari, adombrato sotto il personaggio della Fata Morgana, e Goldoni, sotto
quello di Celio Mago.
• Carlo Gozzi, Il corvo
La fiaba fu rappresentata all'apertura della stagione teatrale del 1761, prima a
Milano poi a Venezia. Il suo argomento deriva, come L'amore delle tre melarance,
da Lo Cunto de li cunti di Giovan Battista Basile. Il successo, a quanto scrive
lo stesso autore nelle Memorie inutili, fu enorme. Gozzi andava cercando una sua
strada, mirando a fare un teatro di costume partendo da materiali fiabeschi.
• Carlo Gozzi, Il re cervo
Fiaba teatrale che fa leva su uno spunto narrativo proprio della tradizione
orale: il re tramutato in cervo per le arti magiche di un cortigiano infedele
riacquista le sue forme grazie anche all'impegno di una moglie devota e
innamorata. Come nelle altre fiabe gozziane ci sono personaggi alti, che si
esprimono in versi, e quelli bassi delle maschere, che parlano in prosa o
addirittura nel dialetto veneziano. Talvolta questi ultimi non hanno parti
scritte ma solo indicazioni per recitazione all'improvviso. Dunque, un'opera
pastiche, una mistura di fiabesco e di realistico, che trova la sua organicità
nella dimensione della pura teatralità, lontana sia dal teatro
borghese-lacrimoso sia da quello realistico goldoniano. Il re cervo fu recitato
la prima volta nel gennaio del 1762.
• Carlo Gozzi, Turandot
La storia della regina Turandot, una bisbetica domata sullo sfondo di una Cina
favolosa, era già stata raccontata dallo scrittore francese Pétit de la Croix.
Gozzi l'adattò al suo teatro nel gennaio del 1762, inserendo in quel mondo
convenzionale da fiaba le sue maschere veneziane. Ne risulta una mistura di
tragico e burlesco, che incontrò l'interesse di scrittori (Goethe, Schiller,
Giacosa) e musicisti (Puccini e Busoni ne trassero melodrammi).
• Carlo Gozzi, La donna serpente
La donna serpente fu rappresentata per la prima volta nell'ottobre del 1762. È
la storia della fata Cherestanì che sposa un mortale e per suo amore decide di
diventare mortale; per questo, sottopone se stessa e il marito a numerose prove.
Lo scioglimento della vicenda avviene quando Cherestanì, trasformata in serpente,
riacquista definitivamente forme umane. La fiaba è ricca di elementi
meravigliosi, che si alternano a spunti patetici o drammatici. Come in tutte le
fiabe del Gozzi i personaggi alti si esprimono in versi, quelli bassi (le
maschere veneziane) in prosa.
• Carlo Gozzi, La Zobeide
La Zobeide fu rappresentata per la prima volta nel novembre del 1763. L'autore
la definì una tragedia fiabesca, a indicare il misto di ingredienti propri del
genere fiabesco (magia, incantesimi, metamorfosi) ed elementi da tragedia (la
contrapposizione del tiranno al buon sovrano, le punizioni atroci ecc.). Il
tutto ambientato in un Oriente favoloso, dove c'è posto anche per le
tradizionali maschere gozziane (Pantaleone, Truffaldino, Tartaglia e Brighella).
Zobeide è il nome di una fanciulla, figlia del re d'Ormus, andata in sposa a un
re malvagio ed esperto di arti magiche, la quale riesce con l'aiuto di un
vecchio sacerdote a liberare sé stessa e il mondo dalle pratiche scellerate del
marito.
• Carlo Gozzi, I pitocchi fortunati
I pitocchi fortunati, rappresentati per la prima volta, ma con scarso successo,
nel novembre del 1764, raccontano la storia di tre mendicanti, vessati da un
ministro malvagio e infedele, e riscattati alla fine dal principe buono. Ancora
una fiaba ambientata in un Oriente convenzionale, dove la vicenda dei personaggi
(tra i quali le solite maschere veneziane) si svolge sullo sfondo di giochi di
potere. Manca in quest'opera, rispetto ad altre, la presenza dell'elemento
meraviglioso.
• Carlo Gozzi, Il mostro turchino
Fiaba ricca di elementi magici, condotta secondo lo schema ormai collaudato
della fiaba tragicomica. Lo spunto per la storia fu tratto da Les milles e un
quart d'heure, contes tartares di Guelettes (1733), variazione settecentesca
delle Mille e una notte. La prima rappresentazione del Mostro turchino avvenne
nel dicembre del 1764.
• Carlo Gozzi, L'augellino belverde
Gozzi denominò L'Augellino belverde "fiaba filosofica", in modo da sottolineare
fin nel titolo la sua natura ideologica e polemica. La vicenda rappresentata non
è diversa da quella delle altre fiabe: intrighi, inganni, amanti separati che si
cercano, il tutto condito dalla presenza delle maschere e da incantesimi e magie.
Ma in questa fiaba alcuni personaggi incarnano in maniera dichiarata i principi
dell'illuminismo, presentati dall'autore come aridi e astratti. Diventa quindi
il testo culturalmente più importante di tutta la serie delle fiabe gozziane.
L'augellino belverde fu rappresentato la prima volta nel gennaio del 1765.
• Carlo Gozzi, Zeim re de' Geni
Zeim re de' Geni è l'ultima fiaba teatrale di Gozzi, nella quale l'autore varia
i temi e i motivi già sperimentati nelle fiabe precedenti. Significativo, dal
punto di vista ideologico, il personaggio della schiava Dugmè, votata
eroicamente all'ubbidienza della sua signora, esempio fulgido di virtù nella
concezione ideologica gozziana. La fiaba fu rappresentata la prima volta nel
novembre del 1765.
• Carlo Gozzi, Ragionamento ingenuo e storia sincera dell'origine delle mie
dieci Fiabe teatrali
Nel 1772 il Gozzi fece precedere una raccolta a stampa delle sue opere presso
l'editore Colombani di Venezia da un testo introduttivo nel quale egli riassume
e ordina in maniera compiuta le sue idee sul teatro. Bersagli polemici sono
anzitutto il Chiari e il Goldoni, accusati di corrompere con le loro commedie il
pubblico, ma il discorso del Gozzi si allarga di fatto a considerazioni su tutto
il teatro europeo contemporaneo, e soprattutto sui due generi in voga, quello
della commedia realistica (appunto alla Goldoni) e quello del dramma lacrimoso
("flebile" nella dicitura del Gozzi). A queste novità il Gozzi contrappone
ancora il teatro dei comici dell'arte. La sua era certamente una posizione
conservatrice, ma la rivendicazione di un teatro fondato sull'attore prima che
sul testo contiene elementi precorritrici della cultura teatrale novecentesca.
Interessante l'Appendice, dove l'autore ritorna sugli argomenti del Ragionamento
con osservazioni sul teatro francese e di altri paesi.
• Tommaso Crudeli
Nacque a Poppi, Arezzo, nel 1703. Visse soprattutto a Firenze, dove nel 1739 fu
arrestato con l'accusa di appartenere alla massoneria. Morì a Poppi nel 1745.
• Tommaso Crudeli, Poesie
Il corpus delle poesie del Crudeli è costituito da soli trentanove componimenti,
pubblicati per la prima volta nel 1746, a un anno di distanza dalla morte
dell'autore. La caratteristica dominante di questa esigua produzione è
costituita dalla sua occasionalità (poesie per nozze, encomiastiche,
celebrative), in armonia del resto con tanta produzione in versi settecentesca,
segnatamente arcadica. I riferimenti poetici a cui Crudeli guarda sono Marino,
Chiabrera, Menzini e in genere tutta la tradizione poetica toscana di fine
Seicento; ma non sono assenti modelli di provenienza inglese (Dryden e Pope). I
risultati migliori il Crudeli li raggiunge nelle canzonette, nelle quali la
precisione delle descrizioni e delle immagini si intreccia a una vena di sottile
ironia.
• Tommaso Crudeli, L'arte di piacere alle donne e alle amabili compagnie
Operetta, attribuita al Crudeli, che vuole essere un prezioso vademecum per
vivere felicemente circondato dalla stima e dall'approvazione degli altri. La
ricerca della felicità e l'arte di piacere erano argomenti discussi nella
cultura settecentesca. L'autore affronta l'argomento conoscendo soprattutto la
trattatistica francese (Trublet, forse Montesquieu), in uno stile rapido, agile,
particolarmente consono ai modelli della prosa razionalistica francese. Non è
possibile precisare l'anno della composizione, che dovrebbe cadere tuttavia tra
il 1730 e il 1745.
• Giuseppe Parini
Nacque a Bosisio, Como, nel 1729. Visse a Milano, dove nel 1754 prese gli ordini
religiosi per poter godere di un piccolo lascito di famiglia condizionato allo
stato ecclesiastico. Svolse per qualche anno compiti di precettore presso
famiglie nobili milanesi. La pubblicazione della sua prima raccolta di poesie
gli guadagnò nel 1753 l'ammissione nell'Accademia dei Trasformati, che contava
tra i suoi membri anche Verri e Beccaria. Cominciò in questo modo ad avere parte
attiva nella vita culturale dei centri dell'Illuminismo milanese. Nel 1768 fu
chiamato a dirigere la «Gazzetta di Milano» e nell'anno successivo a insegnare
eloquenza presso le scuole palatine. Caratteristico dell'opera poetica di Parini
è il tentativo di conciliare il gusto della forma ispirato al classicismo
arcadico con la concezione illuministica di una poesia sostenuta da un forte
impegno civile e sociale. Per la sua statura morale Parini rappresentò un
modello per i poeti delle generazioni successive, da Foscolo fino a Carducci.
Morì a Milano nel 1799.
• Giuseppe Parini, Alcune poesie di Ripano Eupilino
Pubblicato nel 1752, è il libro di esordio di Parini, che gli valse l'ammissione
nella milanese Accademia dei Trasformati. Lo pseudonimo Ripano Eupilino contiene
l'anagramma del cognome dell'autore e fa riferimento al suo luogo di nascita (Bosisio
sul lago Pusiano, latinamente Eupili). I 94 componimenti sono divisi in due
sezioni: la prima contiene 54 sonetti; la seconda poesie giocose di metro vario,
che riprendono la tradizione bernesca lasciando intravvedere una personale
attitudine al registro espressivo comico-satirico.
• Giuseppe Parini, Il Giorno (I red.)
Poema di satira sociale, in endecasillabi sciolti, rimasto incompiuto in due
successive redazioni che corrispondono a due diversi progetti. Alla prima
stesura Parini lavorò tra il 1757 e il 1765, ideando un'articolazione in tre
poemetti intitolati Il Mattino, Il Mezzogiorno e La Sera, dei quali pubblicò,
anonimi, soltanto i primi due (rispettivamente nel 1763 e nel 1765); il titolo
complessivo Il Giorno non compare in questa fase. Il poeta, fingendosi
precettore di un «giovin Signore», descrive con procedimento ironico e
caricaturale gli innumerevoli riti, laboriosi quanto fatui, che occupano la
giornata dell'aristocrazia, a contrasto con l'oscura operosità del «volgo».
L'intento (conforme ai princìpi dell'illuminismo lombardo) è quello di rieducare
la classe nobiliare richiamandola alle sue responsabilità.
• Giuseppe Parini, Il Giorno (II red.)
Dopo la prima redazione, Parini modificò l'intero progetto: suddivise l'opera in
quattro poemetti, con la scissione della Sera in Il Vespro e La Notte, rimasti
entrambi frammentari; corresse e ampliò Il Mattino e Il Mezzogiorno, che
s'intitolò Il Meriggio. La nuova redazione, giunta manoscritta, fu riorganizzata
arbitrariamente insieme con la prima da un discepolo del poeta, Francesco Reina,
che pubblicò i testi nel 1801 col titolo complessivo Il Giorno, ricavato da
indicazioni dell'autore. Il Vespro si apre con la passeggiata in carrozza che
precedentemente chiudeva Il Mezzogiorno; il frammento che segue è incentrato
sulla degradazione dell'amicizia nei riti della nobiltà. Più importante La Notte,
costruita sull'opposizione delle tenebre naturali alle luci artificiali dei
salotti brulicanti di ridicole marionette. Il poeta sosta nelle anticamere,
rinunciando alla sua funzione di precettore. All'ironia sferzante si sostituisce
una rassegnazione malinconica, trattenuta nelle linee quiete e morbide di una
raffinata arte neoclassica.
• Giuseppe Parini, Odi
Composte in tempi diversi, tra il 1757 e il 1795, furono raccolte in due
edizioni successive: quella del 1791 con 22 testi, e quella del 1795 con 25. Si
distinguono tre gruppi: le odi di intervento “pubblico”, direttamente ispirate
al riformismo lombardo (L'innesto del vaiuolo, La salubrità dell'aria, Il
bisogno); le odi sulla funzione sociale della cultura (La educazione, La recita
dei versi), che culminano con la difesa della dignità e nobiltà del poeta (La
caduta); gli ultimi componimenti neoclassici, con la celebrazione della bellezza
femminile (Il pericolo, Il dono, Il messaggio) e l'esaltazione finale dello
splendore dell'arte, che allontana dai turbamenti del presente (Alla Musa).
Quello delle Odi è un ritmo pacatamente classico, che disegna cose e persone con
linee precise, assecondando l'equivalenza settecentesca tra poesia e pittura.
• Giuseppe Parini, Dialogo sopra la nobiltà
Scritto nel 1757 per l'Accademia dei Trasformati, fu pubblicato postumo nel
1803. Un nobile e un poeta, dopo la morte, finiscono nella stessa tomba. Il
primo pretende dal secondo lo stesso ossequio di cui godeva in vita, sostenendo
la superiorità “eterna” della propria classe sociale; ma il poeta smonta e
ridicolizza i suoi argomenti. La polemica antinobiliare, di matrice
illuministica, rimanda al primato dell'uguaglianza naturale; l'invenzione
narrativa guarda ai dialoghi di Luciano e a quelli cinquecenteschi di Doni e
Gelli.
• Giuseppe Parini, Discorso sopra la poesia
Il Discorso sopra la poesia, del 1761, è uno degli scritti più rappresentativi
della poetica pariniana. L'autore polemizza pacatamente contro le concezioni
materialistiche e utilitaristiche che ponevano in discussione la legittimità
della poesia, ma anche contro la sua pratica eccessivamente diffusa.
Riconosciuto che la poesia non è un'arte di pura utilità ma qualcosa che reca
diletto, proprio per il fatto che essa è in grado di suscitare nell'animo delle
passioni può contribuire a rendere l'uomo migliore.
• Giuseppe Baretti, La frusta letteraria
Periodico quindicinale che Baretti redasse e pubblicò a Venezia dal 1 ottobre
1763 al 15 gennaio 1765. Fingendosi un vecchio soldato in pensione, Aristarco
Scannabue, recensore per diletto dei libri che si stampano in Italia, l'autore
si lascia andare a giudizi irriverenti e aggressivi sui maggiori letterati sia
del passato sia del presente: deride Bembo, esalta Metastasio, critica il teatro
di Goldoni perché troppo «popolare». Polemista impetuoso si scaglia contro tutto
ciò che gli appare convenzionale, artificioso, pedantesco, in difesa di una
letteratura fatta di cose e non di parole. Il periodico fu soppresso dalla
censura veneta.
• Saverio Bettinelli
Nacque a Mantova nel 1718. Entrato nella Compagnia di Gesù, insegnò retorica in
vari collegi (Bologna, Brescia, Venezia, Parma ecc.). Nel 1758 intraprese un
lungo viaggio in Italia e in Europa. A Ginevra conobbe Voltaire. Fu sensibile
alle istanze di rinnovamento della cultura dell'Illuminismo. In Italia ebbe
contatti con Pietro Verri, Beccaria e gli altri intellettuali della rivista «Il
Caffè». Quando nel 1773 fu sciolta la Compagnia di Gesù, si trasferì a Mantova,
dove morì nel 1807. Compose poemetti, dialoghi e saggi critici.
• Saverio Bettinelli, Lettere virgiliane
Saggio teorico in forma epistolare, pubblicato nel 1758 insieme all'edizione dei
Versi sciolti di tre eccellenti moderni autori (Frugoni, Algarotti, Bettinelli).
Animate da spirito polemico, con punte aggressive, sono lettere che l'autore
immagina scritte da Virgilio nei Campi Elisi e rivolte agli arcadi: un atto di
accusa contro la poesia contemporanea (in special modo quella arcadica) che
altro non sarebbe se non stucchevole imitazione dei classici. Per Bettinelli i
soli modelli da imitare sono i latini e i greci per la razionalità, la
naturalezza, l'equilibrio. Particolare scalpore suscitò l'attacco alla Commedia
dantesca, ritenuta dall'autore bizzarra, oscura e irrazionale, che provocò la
Difesa di Dante di Gasparo Gozzi.
• Saverio Bettinelli, Lettere inglesi
Pubblicate nel 1766 come appendice a una ristampa dei Versi sciolti di tre
eccellenti moderni autori (Frugoni, Algarotti, Bettinelli), riprendeva il
discorso delle Lettere virgiliane, immaginando che un viaggiatore inglese
formuli dei giudizi sulla decadenza della cultura italiana, ormai nelle mani di
letterati privi di un riferimento comune ed esclusivamente dediti a dispute
inutili e dannose per la vita sociale. Per risollevare le sorti dell'Italia,
l'autore consiglia di abbandonare i vecchi modelli e guardare all'Europa, a
Parigi e a Londra, dove i poeti si ispirano alla natura e al sentimento,
mettendo in atto un moderno classicismo.
• Il Caffè
Periodico pubblicato a Milano tra il giugno 1764 e il maggio 1766 a opera dei
fratelli Pietro e Alessandro Verri, di Cesare Beccaria e dell'Accademia dei
Pugni. Espressione della cultura illuministica lombarda, si ispirava agli
inglesi «The Spectator» e «The Tatler», pubblicando finte discussioni che
sarebbero avvenute nella bottega di un caffettiere greco di nome Demetrio.
Trattando i problemi pratici dell'agricoltura, della medicina, dei giochi, del
clima, i redattori intendevano affermare la necessità di una lingua concreta,
aperta al contatto con le cose e col mondo. In campo estetico mettevano in
pratica i principi del sensismo, che faceva dipendere l'attività razionale
dall'esperienza diretta dei sensi. In politica, evitando i temi più scottanti,
il periodico auspicava, con generico ottimismo, un mondo libero da soprusi,
violenze e ogni tirannia. Scrissero sul Caffè, oltre ai fratelli Verri e a
Cesare Beccaria, François Baillou, Ruggero Boscovich, Gian Rinaldo Carli,
Giuseppe Colpani, Sebastiano Franci, Paolo Frisi, Luigi Lambertenghi, Alfonso
Longo, Pietro Secchi e Giuseppe Visconti.
• Pietro Verri, Sull'indole del piacere e del dolore
Trattatello filosofico pubblicato anonimo nel 1763, ampliato e ripubblicato nel
1781 col titolo definitivo. In esso il Verri, filosofo ed economista vissuto tra
il 1728 e il 1797, approfondisce le teorie sensistiche interpretando il piacere
come cessazione del dolore, dolore che è condizione dominante della vita.
Esistono però dolori fisici e dolori morali: sono questi ultimi che danno
origine alle «persuasioni», sorta di spinte all'azione e al progresso. L'uomo «illuminato
e virtuoso» può raggiungere una «limitata felicità» mediante l'uso della ragione,
che conforma le nostre azioni alla giustizia e all'«utilità» generale. L'opera,
diretta all'educazione dei giovani, è un documento dell'illuminismo lombardo,
fiducioso nel continuo «incivilimento» della società.
• Alessandro Verri, Le avventure di Saffo
Il milanese Alessandro Verri (1741-1816), fratello minore di Pietro, vivacissimo
collaboratore della rivista «Il Caffè», lasciò la sua città nel 1766 per
trasferirsi prima a Parigi, poi a Londra, infine a Roma. Il romanzo Le avventure
di Saffo fu pubblicato nel 1782 a Roma. Presentato come la versione italiana di
un antico testo greco, narra l'amore non ricambiato di Saffo per Faone e la sua
morte voluta dal sacerdote di Febo. Dopo le esperienze illuministiche milanesi e
parigine, la scelta del mito rivela un progressivo spostamento dell'autore verso
posizioni conservatrici.
• Francesco Algarotti, Viaggi di Russia
Francesco Algarotti, figura tipica di intellettuale illuminista (cosmopolita,
viaggiatore, consigliere di sovrani), compì nel 1739 un viaggio in Russia al
seguito di una delegazione inglese. Più tardi, intorno al 1760, concepì l'idea
di affidare a una serie di lettere indirizzate nel 1739 a Lord Hervey il
resoconto di quell'esperienza. L'edizione definitiva dell'opera è del 1764,
nella quale alle otto lettere a Lord Hervey se ne aggiungono altre quattro del
1750 sulla Sassonia e la Polonia indirizzate a Scipione Maffei. Si tratta di un
libro ricco di suggestioni e curiosità, nel quale l'intelligenza del viaggiatore
dà continuamente luogo a osservazioni acutissime, oltre che sui costumi, sulla
struttura politica, economica e militare dei paesi attraversati.
• Ludovico Savioli, Amori
Gli Amori del bolognese Ludovico Savioli (1729-1804), pubblicati per la prima
volta nel 1765, consistono di ventiquattro canzonette anacreontiche, nelle quali
l'autore dipinge con arte raffinata vari quadretti di vita settecentesca: il
tutto impreziosito da intarsi mitologici e riferimenti eruditi. La musicalità
dei versi, l'eleganza stilizzata delle figure femminili fanno di quest'opera una
delle più rappresentative del gusto rococò in poesia. Savioli è anche autore di
opere storiografiche sulla sua città.
• Giovanni Meli
Nacque a Palermo nel 1740. Fece studi di filosofia e medicina. Dal 1766 al 1772
esercitò la professione medica in un paesino del palermitano. Questo periodo fu
quello più fertile per i suoi studi filosofici e letterari: studiò soprattutto
Rousseau e gli scrittori dell'Encyclopédie e scoprì le possibilità del dialetto
in poesia. Tornato a Palermo si dedicò soprattutto all'attività letteraria. Morì
a Palermo nel 1815.
• Giovanni Meli, La Buccolica
La Buccolica è considerata il capolavoro del Meli, vissuto tra il 1740 e il
1815. A quest'opera il Meli si dedicò soprattutto negli anni tra il 1762 e il
1772, coincidenti in parte con il periodo in cui esercitava la condotta medica
in un paese del palermitano. La struttura della Buccolica è tipicamente arcadica:
due sonetti introduttivi, cinque egloghe e dieci idilli, distinti in quattro
parti, ciascuna delle quali intitolata a una stagione dell'anno (secondo uno
schema diffuso in Europa da Pope e Saint-Lambert). Il poeta innesta sulla
mitologia arcadica spunti illuministici e soprattutto un amore nostalgico della
natura che gli derivava da suggestioni rousseauiane.
• Giovanni Meli, Favuli morali
La favolistica animale ebbe nel Settecento un periodo di grande fioritura. Lo
scrittore francese La Fontaine aveva alla fine del Seicento ricreato il genere,
che sarebbe risultato particolarmente congeniale al moralismo e al pedagogismo
del secolo successivo. I comportamenti animali diventano paradigmi per conoscere
e valutare l'agire umano. La favolistica settecentesca italiana è ricca di
autori (Passeroni, Roberti, Pignotti, Casti ecc.). Il poeta siciliano Giovanni
Meli, vissuto tra il 1740 e il 1815, trasferisce nel suo dialetto questa materia,
attingendo, proprio grazie all'insolito strumento linguistico, un realismo e una
sapidezza particolari. Le Favuli furono composte dal Meli soprattutto negli
ultimi anni della sua vita.
• Giorgio Baffo, Poesie
Giorgio Baffo, vissuto a Venezia dal 1694 al 1768, membro della Suprema Corte di
Giustizia della Serenissima, protagonista di polemiche teatrali con Goldoni, è
soprattutto noto per le sue poesie oscene in dialetto veneziano. Apollinaire,
che lo apprezzò proprio in questa veste, lo definì il più grande poeta libertino
di tutti i tempi. Casanova nelle sue Memorie ne aveva parlato come di un genio
superiore. Baffo si riconnette alla tradizione cinquecentesca veneziana di
letteratura oscena di matrice aretinesca, ma ne reinterpreta la materia da poeta
visionario, riuscendo a conferire a essa spessore filosofico. Per il loro
contenuto le poesie di Baffo, dopo l'edizione postuma dell'intera opera nel
1789, hanno avuto una circolazione molto limitata.
• Lorenzo Da Ponte
Lorenzo da Ponte, pseudonimo di Emanuele Conegliano, nacque a Cèneda, oggi
Vittorio Veneto, nel 1749. Personaggio estroso, dalla vita avventurosa, amico di
Casanova e Gasparo Gozzi, viaggiò a lungo in Europa. Fu anche a Vienna, dove
frequentò l'ambiente dei musicisti: qui, per interessamento di Salieri, ebbe il
titolo di poeta di corte. Entrò così in contatto con Mozart, per la cui musica
scrisse i tre celeberrimi libretti. L'ultima parte della sua vita Da Ponte la
trascorse negli Stati Uniti, dove visse alternando l'insegnamento delle lettere
italiane e latine a una serie di attività economiche disastrose. Morì a New York
nel 1838.
• Lorenzo da Ponte, Le nozze di Figaro
Dramma giocoso in quattro atti, rappresentato a Vienna il 1° maggio 1786, con
musica di Mozart. Figaro, servitore del Conte d'Almaviva, sta per sposare
Susanna, ma è contrastato da Don Bartolo che non gli ha mai perdonato di avere
aiutato la figlia Rosina a sposare il Conte, e che gli presenta un documento in
cui Figaro si sarebbe impegnato a sposare Marcellina. A questa vicenda si
affianca quella del Conte, geloso della moglie Rosina (di cui è invaghito il
paggio Cherubino), ma nello stesso tempo, attratto dalle grazie di Susanna.
Tratto dalla commedia di Beaumarchais, il libretto è animato da un'incontenibile
gioia, che ridicolizza i giochi di potere e, insieme, fa emergere allo stato
puro desideri e fragilità della natura umana.
• Lorenzo da Ponte, Don Giovanni
Dramma giocoso in due atti, rappresentato a Praga nel 1787 con musica di Mozart.
Capolavoro assoluto, porta alla più alta espressione il mito di Don Giovanni. Il
leggendario seduttore sfida, invitandola a cena, la statua del Commendatore,
ossia del padre di donna Anna (una delle donne da lui ingannate) da lui stesso
ucciso. La statua si reca da Don Giovanni e lo trascina con sé in una voragine
di fuoco. Questo schema fantastico, che è proprio del mito, viene complicato da
significati ambigui, anzitutto il personaggio di Don Giovanni, insieme eroe
fascinoso e reprobo da condannare, poi le donne insieme attratte e inorridite
dalla figura del seduttore. Il riferimento precedente più importante è il Don
Giovanni di Molière, ma Da Ponte dà alla sua riproposizione un'impronta di
assoluta originalità.
• Lorenzo da Ponte, Così fan tutte
Dramma giocoso in due atti senza alcun precedente teatrale o romanzesco,
rappresentato a Vienna nel 1790 con musica di Mozart. I giovani ufficiali
Guglielmo e Ferrando scommettono con il vecchio filosofo don Alfonso sulla
fedeltà delle loro innamorate, Fiordiligi e Dorabella. Essi si travestiranno e
si presenteranno come nuovi corteggiatori delle due ragazze. Fatti entrare in
casa dalla serva Despina, vengono respinti, ma poi, fingendo di ingerire un
veleno, decisi a morire per amore, finiranno per commuovere ed essere accettati
dalle giovani, ma con uno scambio di ruoli: ciascuna si lascia conquistare
dall'amante dell'altra. Alla fine i due cavalieri svelano la loro identità,
perdonano il “tradimento” e accettano di sposare le due donne ristabilendo le
coppie originarie. Il senso è che nelle storie d'amore anche le passioni più
forti possono svanire nel nulla, perché fragili e contraddittori sono tutti i
rapporti sentimentali.
• Lorenzo da Ponte, Memorie
Le Memorie costituiscono il vivacissimo racconto della vita dello scrittore,
documento umano, letterario e storico di prima grandezza per la conoscenza dei
tanti ambienti attraversati e il giudizio sugli innumerevoli personaggi che egli
ebbe occasione di incontrare. Le Memorie furono pubblicate tra il 1823 e il 1827
in prima edizione e tra il 1829 e il 1830 in seconda. Il libro ebbe fortuna
postuma, soprattutto per l'entusiasmo che la sua lettura suscitò in Lamartine.
• Vittorio Alfieri
Nacque ad Asti nel 1749 da una nobile famiglia. Iscrittosi alla Reale Accademia
di Torino con la prospettiva di intraprendere una carriera militare, nel 1766
abbandonò gli studi. Viaggiò in lungo e in largo per l'Europa, frequentando le
principali corti europee. Tornato a Torino nel 1773, si immerse nello studio dei
classici e dei grandi autori della tradizione italiana e francese. Nel 1775 fece
rappresentare la sua prima tragedia. Nel 1778 abbandonò il Piemonte per la
Toscana. Tra il 1781 e il 1783 soggiornò a Roma. Successivamente seguì Luisa
Stolberg, contessa d'Albany, prima a Colmar, in Alsazia, poi a Parigi. Venuto
via disgustato dalla Francia rivoluzionaria, si stabilì definitivamente a
Firenze, dove morì nel 1803.
• Vittorio Alfieri, Rime
Alfieri pubblicò la prima parte delle sue Rime nel 1789, includendovi
componimenti scritti a partire dal 1776; progettò anche di pubblicarne una
seconda parte, che comprendesse i componimenti scritti fra il 1789 ed il 1799,
ma non condusse mai in porto il progetto e la prima edizione completa delle Rime
apparve postuma nel 1804. Si tratta di una raccolta poetica fra le più
significative del Settecento italiano, in cui emerge con il massimo rilievo la
personalità dell'autore, coi suoi sdegni, i suoi conflitti interiori e col
mondo, i suoi sentimenti appassionati, fra cui l'amore; manca invece una figura
femminile che, come Laura per Petrarca, ne costituisca il punto focale, anche se
la lezione petrarchesca è costantemente tenuta presente.
• Vittorio Alfieri, Filippo
Ideata nel 1775, pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al
1789, è la seconda in ordine cronologico delle tragedie di Vittorio Alfieri; la
prima, la Cleopatra, messa in scena nel 1775, venne successivamente rifiutata
dall'autore. Il soggetto è tratto dalla storia di Spagna; come fonte è stato
indicato il romanzo Dom Carlos. Nouvelle histoire del francese César Vichard,
abate di Saint-Réal (1673). Filippo II re di Spagna ha sposato in terze nozze
Isabella, già promessa sposa di suo figlio Carlo; ma Carlo e Isabella si amano,
e il re, spinto dalla gelosia, oltre che da motivazioni politiche (sospetta di
Carlo per i suoi contatti con i ribelli delle Fiandre), costringe ambedue a
suicidarsi. Filippo è una figura di tiranno tipicamente alfieriana, sovrano
assoluto crudele e spietato. L'argomento qui trattato da Alfieri sarebbe stato
molto popolare fra Sette e Ottocento: fra l'altro ne trassero un dramma
Friedrich Schiller (Don Carlos, 1787) e un melodramma Giuseppe Verdi (Don Carlo,
1867).
• Vittorio Alfieri, Polinice
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1775, pubblicata per la prima volta nel
1783 e rielaborata fino al 1789. Alfieri trasse l'argomento dalla mitologia
greca, rifacendosi in particolare alla Tebaide del poeta latino Stazio, ma anche
a traduzioni moderne dei classici greci (all'epoca egli non era ancora in grado
di leggere il greco) ed a La Thébaïde ou les Frères ennemis di Racine (1664). La
storia è quella del conflitto fra i fratelli nemici Eteocle e Polinice, figli di
Edipo e Giocasta, per il trono di Tebe: essi finiranno per uccidersi
reciprocamente, lasciando la madre nella disperazione.
• Vittorio Alfieri, Antigone
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1776, messa in scena nel 1782,
pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al 1789. La storia di
Antigone aveva già fornito la materia, fra l'altro, a una tragedia di Sofocle
(441 a.C.) e, in tempi più prossimi ad Alfieri, a una del francese Jean de
Routrou (1638). La storia rientra nel ciclo tebano e costituisce la
continuazione della vicenda di Eteocle e Polinice (svolta nell'altra tragedia
alfieriana Polinice), i due fratelli che, nella contesa per il trono di Tebe, si
erano dati reciprocamente la morte. La loro sorella Antigone, nonostante i
divieti del nuovo re Creonte, decide di dar loro onorata sepoltura; per questo è
vittima dell'ira di lui, che la fa mettere a morte, e a nulla vale il tentativo
di salvarla messo in atto da Emone, figlio dello stesso Creonte, innamorato di
lei.
• Vittorio Alfieri, Virginia
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1777, pubblicata per la prima volta nel
1783 e rielaborata fino al 1789. Insieme alla Virginia e alla Congiura de' Pazzi
è una delle tre tragedie che Alfieri stesso definì "della libertà". L'argomento
della Virginia fu suggerito dalla lettura di Tito Livio. Il decemviro Appio
Claudio, che governa Roma con metodi da tiranno, invaghitosi della giovane
Virginia, cerca di averla in suo potere con la forza e l'inganno. A nulla vale
il tentativo di resistergli del fidanzato di lei, Icilio, che muore nel
tentativo di far sollevare la plebe contro Appio Claudio. Sembra che questi stia
per realizzare i suoi piani, ma nel finale Virginio, padre della ragazza, la
uccide, pur di non farla cadere nelle mani dell'odioso tiranno.
• Vittorio Alfieri, Agamennone
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1776, pubblicata per la prima volta nel
1783 e rielaborata fino al 1788; ispirata dalla lettura dell'omonima tragedia di
Seneca (ma anche Eschilo aveva dedicato all'argomento una tragedia, la prima
della trilogia dell'Orestea). La storia è quella di Agamennone, che al suo
rientro in patria, dopo la conclusione della guerra di Troia, è fatto uccidere
dalla moglie Clitennestra, divenuta nel frattempo amante di Egisto. Questi per
assicurarsi definitivamente il trono vorrebbe uccidere anche il figlio di
Agamennone, Oreste, che però viene messo in salvo dalla sorella Elettra.
• Vittorio Alfieri, Oreste
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1776, pubblicata per la prima volta nel
1783 e poi di nuovo nel 1788. La vicenda, che è la continuazione di quella
dell'altra tragedia alfieriana Agamennone, aveva costituito la materia di
numerose tragedie antiche, fra cui Le Coefore di Eschilo, l'Elettra di Sofocle e
l'Elettra e l'Oreste di Euripide. Oreste, con la complicità della sorella
Elettra e dell'amico Pilade, per vendicare l'uccisione del padre Agamennone,
uccide a sua volta Egisto, autore di quel delitto insieme a Clitennestra, moglie
dello stesso Agamennone e madre di Oreste. Ma questi nella furia vendicatrice
colpisce involontariamente a morte anche la madre Clitennestra.
• Vittorio Alfieri, Rosmunda
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1779, pubblicata per la prima volta nel
1783 e poi nel 1788. L'argomento fu suggerito dalle Istorie fiorentine di
Machiavelli, ma l'intreccio è di invenzione dell'Alfieri: esso è incentrato
sulla gelosia di Rosmunda (vedova del re longobardo Alboino, assassinato da lei
con la complicità di Almalchilde, divenuto suo secondo marito), che la porta ad
uccidere la figlia Romilda, della quale Almalchilde si è innamorato.
• Vittorio Alfieri, Ottavia
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1779, pubblicata per la prima volta nel
1783 e poi nel 1788. L'argomento fu suggerito da un passo degli Annali di
Tacito, e forse dalla tragedia latina Octavia, falsamente attribuita a Seneca.
Ottavia, ripudiata dal marito, l'imperatore Nerone, e poi accusata di adulterio
dalla nuova moglie di lui, Poppea, e da Tigellino, nonostante la sua innocenza
finisce per uccidersi.
• Vittorio Alfieri, Timoleone
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1777, pubblicata per la prima volta nel
1783 e rielaborata fino al 1789. Insieme al Timoleone e alla Congiura de' Pazzi
è una delle tre tragedie che Alfieri stesso definì «della libertà». L'argomento
è tratto dalla biografia di Timoleone di Plutarco: Timofane, che governa la
città di Corinto con metodi tirannici, viene rimproverato dal fratello
Timoleone, il quale vorrebbe ridare la libertà alla città; Timofane riesce
dapprima a sventare una congiura di Timoleone, ma poi viene ferito a morte dai
congiurati e muore pronunciando nobili parole di perdono. In questa tragedia,
contrariamente a quanto avviene spesso in Alfieri, non vengono contrapposti un
personaggio positivo e uno negativo, ma - come osservò Melchiorre Cesarotti -
essa a un tempo presenta come «ammirabile» il tirannicida e rende «amabile» la
figura del tiranno.
• Vittorio Alfieri, Merope
Tragedia pubblicata per la prima volta nel 1783 e ristampata nel 1788; venne
ideata dall'Alfieri nel 1782, con l'intento di competere con la Merope di
Scipione Maffei (1713), allora considerata - come ebbe a scrivere lo stesso
autore - «come l'ottima e sola delle tragedie». Cresfonte, re dei Messeni, è
stato trucidato insieme a due suoi figli dal fratello Polifonte, che si è
insediato sul trono e intende sposarne la vedova, Merope; ma un terzo figlio
superstite, Egisto, rientra in incognito in città, vendica il padre e i fratelli
e libera la madre dalle nozze con l'usurpatore, uccidendolo.
• Vittorio Alfieri, Maria Stuarda
Tragedia di Vittorio Alfieri, scritta e pubblicata nel 1778. La vicenda della
cattolica regina di Scozia Maria Stuart, fatta uccidere nel 1587 dalla
protestante regina d'Inghilterra Elisabetta per un intreccio di ragioni
politiche e religiose, aveva destato molta impressione in Europa ed aveva anche
dato lo spunto a numerosi lavori teatrali; in Italia è da ricordare in
particolare La reina di Scozia (1628) di Federico Della Valle. Successivamente
all'Alfieri, il tema venne affrontato anche da Schiller, nella tragedia Maria
Stuart (1801). Il testo alfieriano però non tratta della morte di Maria, ma di
un altro avvenimento: l'uccisione del marito di lei, Arrigo, a cui lei, succube
del ministro Botuello, non riesce ad opporsi. La tragedia è considerata fra le
meno riuscite dallo stesso Alfieri, che la considerava "debole e fredda".
• Vittorio Alfieri, La congiura de' Pazzi
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1777, pubblicata per la prima volta nel
1789. L'autore trasse lo spunto dalle Istorie fiorentine di Machiavelli,
sceneggiando l'episodio della congiura che nel 1478 i membri della nobile
famiglia dei Pazzi ordirono per rovesciare il dominio dei Medici su Firenze. Nel
testo alfieriano il ruolo di protagonista è affidato a Raimondo de' Pazzi,
marito di Bianca, sorella di Lorenzo e Giuliano de' Medici: l'azione si conclude
con il fallimento della congiura, nonostante l'uccisione di Giuliano, e con la
morte di Raimondo, suicida pur di non finire nelle mani di Lorenzo.
• Vittorio Alfieri, Don Garzia
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1777, pubblicata per la prima volta nel
1789. Ambientata nella Firenze cinquecentesca, ha per protagonista il figlio di
Cosimo I de' Medici, Garzia, che per obbedire al padre accetta, benché
riluttante, di sopprimere un avversario politico, Salviati, il quale è anche
padre della donna da lui amata. Ma a causa di un subdolo inganno di suo fratello
Pietro, ucciderà per errore l'altro fratello Diego, suscitando la reazione di
Cosimo, che a sua volta ucciderà Garzia.
• Vittorio Alfieri, Saul
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1782, pubblicata per la prima volta nel
1788. Ritenuta comunemente, insieme alla Mirra, il capolavoro del teatro
alfieriano, ripropone la storia biblica del re Saul e della sua gelosia nei
confronti di David, che ha sposato sua figlia Micol e che egli teme possa far
ombra al suo prestigio e alla sua autorità di sovrano. Dopo aver nominato David
capo del suo esercito, Saul, ossessionato da una smania di dominio assoluto, lo
scaccia, e fa anche mettere a morte il sommo sacerdote Achimelec, che è accusato
di appoggiare David. Rimane così sempre più solo, preda del rimorso e di paurosi
vaneggiamenti. Quando, approfittando dell'assenza di David, i nemici Filistei
attaccano Saul, il vecchio re viene sconfitto e non gli resta che darsi la
morte. Figura di tiranno assoluto, chiuso nel proprio morboso attaccamento al
potere, in Saul vivono anche altri sentimenti, come il senso dell'ingiustizia
dei propri comportamenti e la consapevolezza della vecchiaia, che ne fanno una
figura intimamente contraddittoria e tormentata, la quale ritrova il prestigio
morale solo nel suicidio conclusivo.
• Vittorio Alfieri, Agide
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1784, pubblicata per la prima volta nel
1788. In essa, oltre a tener presente la Vita di Agide di Plutarco,
probabilmente nella traduzione cinquecentesca di Ludovico Domenichi, l'autore
riprende l'intreccio di un'altra tragedia, il Carlo primo, progettata all'inizio
della sua attività di drammaturgo e mai realizzata. La storia è quella del re di
Sparta, Agide, processato e condannato per il suo tentativo di dare istituzioni
più libere alla città; prima dell'esecuzione Agide si suicida insieme a sua
madre Agesistrata. La tragedia è ritenuta una delle meno felici dell'Alfieri.
• Vittorio Alfieri, Sofonisba
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1784, pubblicata per la prima volta nel
1788. L'argomento è tratto dalle Storie di Tito Livio; era stato affrontato
anche dal Trissino in una tragedia intitolata anch'essa Sofonisba (1556).
L'intreccio si basa su una sorta di gara di magnanimità fra quattro personaggi:
il romano Scipione risparmia il vinto nemico Siface, marito di Sofonisba; ma
Sofonisba, credendolo morto, si è promessa a Massinissa, re della Numidia e
alleato dei Romani, il quale l'aveva presa prigioniera. Massinissa, una volta
saputo che Siface è vivo, è pronto a schierarsi con lui e Sofonisba contro i
Romani. L'intreccio si scioglierà con il suicidio di Siface e di Sofonisba,
mentre sarà Scipione a impedire anche a Massinissa di uccidersi.
• Vittorio Alfieri, Bruto primo
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1786, pubblicata per la prima volta nel
1789, dedicata a George Washington, l'eroe dell'indipendenza americana.
L'intreccio è desunto da Tito Livio: Bruto, dopo che Lucrezia si è uccisa in
seguito alla violenza subita da parte di Sesto, figlio del re di Roma Tarquinio
il Superbo, si unisce al marito di lei, Collatino, per scacciare il re e
instaurare la repubblica; e quando scopre che i suoi figli sono coinvolti in una
congiura per restaurare il potere di Tarquinio, non esita a condannarli a morte.
• Vittorio Alfieri, Mirra
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1786, pubblicata per la prima volta nel
1789. Insieme al Saul, è considerata il vertice della produzione tragica
alfieriana. L'argomento fu suggerito dalla lettura delle Metamorfosi di Ovidio.
La giovane Mirra arde d'amore incestuoso per il padre Ciniro, e, nonostante
cerchi di resistere a tale terribile sentimento, non riesce a nasconderlo ai
suoi familiari, che ne restano inorriditi. Per sottrarsi a questo amore, che lei
stessa vive con un profondo senso di colpa, non le resta che il suicidio. La
figura di Mirra, vittima di un sentimento a cui è incapace di sottrarsi, domina
l'intera tragedia ed è probabilmente il personaggio più riuscito di tutto il
teatro alfieriano.
• Vittorio Alfieri, Bruto secondo
Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1786, pubblicata per la prima volta nel
1789. Dedicata «Al popolo italiano futuro», è l'ultima tragedia scritta
dall'autore; la sua fonte è da rintracciare nelle Vite di Plutarco, anche se ad
Alfieri dovevano essere noti altri drammi sull'argomento, dal Giulio Cesare di
Shakespeare a La morte di Cesare (1735) di Voltaire. Bruto, dopo aver invano
cercato di convincere Cesare a restaurare le libertà repubblicane rinunciando al
proprio potere assoluto, si unisce ai congiurati e partecipa alla sua uccisione,
nonostante l'ammirazione e l'affetto nutriti nei suoi confronti. Il conflitto
interiore di Bruto è reso ancor più drammatico dal fatto di esser venuto a
sapere che Cesare è suo padre.
• Vittorio Alfieri, Panegirico di Plinio a Traiano
In quest'opera l'Alfieri finge il ritrovamento di un antico manoscritto in cui
sarebbe riportata una redazione del panegirico scritto da Plinio il Giovane a
Traiano diversa da quella conosciuta. Approfitta di questo espediente l'autore
per rovesciare i contenuti del testo originale pliniano: se Traiano aveva messo
in mostra doti non comuni nell'esercizio delle sue funzioni imperiali, a
quest'ottimo principe era lecito chiedere il gesto supremo della rinuncia al
potere e il ristabilimento dell'ordinamento repubblicano. Il Panegirico fu
composto nel 1785 e stampato la prima volta a Parigi nel 1787.
• Vittorio Alfieri, Del principe e delle lettere
Il trattato Del principe e delle lettere, finito di scrivere nel 1786 e
pubblicato la prima volta nel 1789, rappresenta il più importante documento
della poetica alfieriana. L'autore muove da considerazioni sul rapporto tra
letterato e potere per riconoscere nel letterato, e in particolare nel poeta,
l'espressione più alta del sentire umano. Il poeta è costitutivamente
l'antagonista del tiranno. Spetta al Principe proteggere il poeta, garantendogli
la libertà di manifestare liberamente l'impulso che ha dentro di sé. L'opera si
conclude con la constatazione della decadenza dell'Italia e la profezia
dell'imminente riscatto.
• Vittorio Alfieri, Della tirannide
Trattato in due libri, scritto nel 1777 e pubblicato nel 1789. Nel primo libro
viene definita la tirannide come regime in cui chi governa ha anche il potere di
fare e disfare le leggi, o anche di infrangerle impunemente. Nel secondo viene
indicata nella solitudine e nel volontario allontanamento dalla corte la linea
di condotta che deve seguire chi voglia conservare sotto un regime tirannico la
propria condizione di uomo libero; in casi estremi resta la soluzione del
suicidio.
• Vittorio Alfieri, La virtù sconosciuta
La virtù sconosciuta è un'operetta in forma di dialogo composta da Alfieri
durante il soggiorno in Alsazia nel 1786, e stampata la prima volta nel 1788 (ma
con data 1786). L'autore immagina che compaia dinanzi a lui l'ombra di Francesco
Gori, suo amico carissimo da poco scomparso. Nel dialogo sono messi a confronto
due scelte di vita: quella del poeta che si fa carico di una missione pubblica
di verità e quella di chi invece spende la propria grandezza nell'intimo
dell'animo e dei pochi rapporti privati. Il confronto dà occasione all'Alfieri
di ritornare sui temi fondamentali del suo pensiero: la libertà dell'individuo
di fronte al tiranno, l'ignavia della grandissima maggioranza degli uomini ("la
folla dei nati-morti"), il disinganno della gloria. Lo stile, sostenutissimo, dà
alla prosa cadenze ritmiche prossime a quelle della poesia.
• Vittorio Alfieri, Le satire
L'idea di comporre un libro di Satire nacque ad Alfieri nel corso di un
soggiorno a Siena nel 1777, durante il quale lo scrittore si dedicò allo studio
approfondito di Giovenale e di altri classici latini. Passarono più di vent'anni
perché l'opera risultasse conclusa. La prima edizione a stampa è del 1807.
L'Alfieri porta in quest'opera un attacco ai miti e ai pregiudizi del suo
secolo.
• Vittorio Alfieri, Vita
Una volta conclusa la stagione creativa di poeta tragico con la pubblicazione a
Parigi nel 1788-89 dell'intero corpus delle tragedie, Alfieri diede avvio nel
1790 alla stesura dell'autobiografia. Più tardi, nel 1797, ne intraprese la
scrittura della seconda parte, che comprendeva gli avvenimenti posteriori al
1790. L'opera, rimasta incompiuta, venne pubblicata postuma nel 1804. Il
racconto è diviso in quattro «epoche» (puerizia, adolescenza, giovinezza e
maturità): l'autore disegna un vigoroso autoritratto, nel quale la sua smania di
libertà, modellata sulla scorta degli esempi letterari trasmessi dall'antichità,
in primo luogo gli eroi di Plutarco, si sviluppa e si precisa contemporaneamente
alla sua vocazione di poeta tragico.
• Giovan Battista Casti, Gli animali parlanti
L'abate Giovan Battista Casti, vissuto tra il 1724 e il 1803, fu una figura
tipica di letterato del secondo Settecento, spirito libero, frequentatore delle
più importanti corti europee. Gli animali parlanti, poema favolistico-satirico
in 26 canti di sestine, fu pubblicato a Parigi e a Milano tra il 1802 e il 1803.
Fingendo di ispirarsi a un antico testo indiano, Casti fa una vivace satira
zoomorfica dello scontro tra l'assolutismo monarchico di Luigi XVI (il Leone) e
i rivoluzionari repubblicani (Cane, Elefante, Tigre) raccolti in un club di
oppositori. Un cataclisma finale annulla le trattative promosse dal Coccodrillo
per mettere fine alla guerra tra repubblicani e realisti, e gli animali perdono
le loro virtù umane. Il poema, animato da uno spirito scettico e dissacratore,
ebbe straordinario successo tra i patrioti italiani.
• Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene
Cesare Beccaria, filosofo economista e giurista milanese, nonno di Alessandro
Manzoni, vissuto tra il 1738 e il 1794, pubblicò a Livorno nel 1764 Dei delitti
e delle pene, trattatello etico-giuridico la cui edizione definitiva del 1766 fu
subito messa all'Indice. L'opera, nata all'interno del gruppo illuminista
lombardo, in collaborazione con Pietro Verri, mostra chiaramente l'influsso
della cultura francese, di cui adotta la filantropia, l'utilitarismo e la
sensibilità per la condizione umana. Beccaria, propugnando con logica stringente
e commossa eloquenza l'abolizione della tortura e della pena di morte, aspira
alla costruzione di una società tollerante e umanitaria, conseguenza di un'
azione riformatrice, morale e sociale, da parte di sovrani illuminati.
• Melchiorre Cesarotti, Poesie di Ossian
Il padovano Melchiorre Cesarotti (1730-1808), scrittore fecondissimo e fautore
degli ideali illuministici, pubblicò nel 1801 l'edizione definitiva in 4 volumi
delle traduzioni italiane delle poesie composte dallo scozzese James Macpherson,
a partire dal 1760, sotto il falso nome di Ossian, leggendario bardo gaelico del
III secolo. Nei volumi spiccano il poema epico Fingal, il poemetto Temora, I
canti di Selma, grandiose visioni di un medioevo barbarico, ma sentimentale, che
Cesarotti rielaborò con una sua personale cifra stilistica, diffondendo in
Italia la “moda ossianica”, che divenne componente essenziale del cosiddetto
preromanticismo. Alle sue traduzioni attinsero Alfieri, Monti, Foscolo e
Leopardi.
• Ippolito Pindemonte
Nacque a Verona nel 1753. Dopo una rigida educazione classicistica ricevuta
nelle scuole di Modena e di Verona, si trasferì a Roma, dove fu accolto tra i
membri dell'Arcadia. Viaggiò a lungo in Italia e fuori. A Parigi conobbe
Alfieri. In età matura si ritirò a vivere nel Veneto, tra Verona e Venezia. Morì
a Verona nel 1828.
• Ippolito Pindemonte, Poesie campestri
Scritte nel 1785, uscirono in edizione definitiva nel volume Le poesie e le
prose campestri (1817). L'opera comprende nove componimenti in metri vari, di
tono elegiaco, mediato da poeti come Gray, Gessner, Thompson e l'italiano
Bertola. I temi prevalenti sono: la vita solitaria della campagna, in cui l'uomo
ritrova la propria unità interiore minacciata dai condizionamenti della società;
il colloquio con la luna e, soprattutto, l'invocazione alla malinconia «ninfa
gentile», stato d'animo necessario al poeta per cogliere l'armonia del creato;
in sintesi, la contemplazione della natura che svela la decadenza del mondo
contemporaneo e rende vane le illusioni giovanili (intuizione questa che diverrà
cara a Leopardi).
• Ippolito Pindemonte, Prose campestri
Composte a partire dal 1785, uscirono in edizione definitiva nel 1817, insieme
con le Poesie campestri. La raccolta riunisce dieci brevi testi, scritti in uno
stile chiaro e "disciplinato" di stampo illuministico, ma a tratti aderente alle
sottili gradazioni del sentimento. Le prose hanno due linee tematiche comuni: il
paesaggio e la tensione filosofico-morale. L'abbandono al piacere delle vedute
panoramiche - alle sue variazioni cromatiche e all'atmosfera di serenità e
malinconia che ne deriva - viene messo a contrasto con la visione del mondo
contemporaneo, snaturato dalla scienza che porta l'uomo a conoscenze settoriali
e quindi alla perdita del senso dell'unità del cosmo e del primo principio, il
Dio della Bibbia. Alle descrizioni paesaggistiche di Pindemonte sembrano essere
ispirate in parte quelle dei Promessi sposi.
• Ippolito Pindemonte, Traduzione dell' "Odissea"
È tuttora la più celebre versione del poema omerico, per lunghissimo tempo
l'unica usata nelle scuole. Pindemonte la portò a termine nel 1818 e la pubblicò
nel 1822. È considerato il suo capolavoro. Più che una traduzione
scrupolosamente filologica, si tratta di un'opera creativa, fedele più allo
spirito che alle parole dell'originale. In essa Pindemonte calò una forte
inclinazione sentimentale di tono preromantico, interpretando l'epos greco in
chiave per lo più elegiaca. Lo stile, composto e misurato, è impreziosito da
arcaismi e reminiscenze dantesche.
• Carlo Porta, Poesie
Il milanese Carlo Porta (1775-1821) è una delle personalità più interessanti e
originali della cultura letteraria italiana fra Sette e Ottocento. Restano di
lui circa 200 componimenti in dialetto milanese. Vivente l'autore, ne furono
pubblicati solo una cinquantina, nel 1817; Tommaso Grossi curò un'edizione
postuma, più completa, nel 1821, da integrare con alcuni inediti usciti a Lugano
nel 1826. Al culmine di una tradizione lombarda (Maggi, Balestrieri, Tanzi) che
aveva usato il dialetto come strumento di una poesia moralmente e civilmente
impegnata, Porta allarga i registri del “parlato” milanese, dando voce ai vari
strati sociali, dal plebeo al borghese, all'aristocratico. La rappresentazione
dolente degli “umiliati” del mondo popolare ha come controcanto la satira feroce
delle caste clericali e nobiliari. Paragonabile in questo ai sonetti romaneschi
del Belli, le poesie di Porta se ne differenziano per una salda fiducia negli
ideali democratici del Risorgimento e del Romanticismo.
• Vincenzo Monti
Nacque ad Alfonsine di Fusignano, Ravenna, nel 1754. Dopo gli studi al seminario
di Faenza, cominciò a praticare la poesia e ottenne di essere ammesso
all'Accademia dell'Arcadia. Protetto dal card. Scipione Borghese, si trasferì a
Roma nel 1778, divenendo subito famoso per le sue straordinarie capacità
poetiche. Le opere del periodo romano, che interpretavano al meglio le esigenze
del gusto neoclassico, si confacevano anche ideologicamente con gli ambienti
conservatori romani del papato di Pio VI. Nel 1791 sposa Teresa Pickler. Nel
1797 Monti abbandona Roma per trasferirsi a Milano. Si avvicina all'ideologia
giacobina e riesce a ottenere incarichi di una certa importanza nella Repubblica
Cisalpina. Entrò in contatto con il giovane Foscolo, a cui concesse la sua
amicizia. Divenne un ammiratore di Napoleone. Nel 1802 ottenne la cattedra di
eloquenza all'università di Pavia. Sopravvenuta la Restaurazione, scrisse opere
encomiastiche nei confronti dei dominatori austriaci. Dedicò gli ultimi anni
della sua vita a studi linguistici, in collaborazione col genero Giulio
Perticari. Morì a Milano nel 1828.
• Vincenzo Monti, Caio Gracco
Tragedia scritta dal Monti nel soggiorno a Parigi del 1799-1800, e messa in
scena per la prima volta a Milano nel 1802 (in un periodo, cioè, in cui l'autore
sosteneva esplicitamente il regime napoleonico). L'argomento, tratto dalla
storia antica, è costituito dalle vicende del tribuno Caio Gracco, eroe romano
della libertà, che soccombe ai complotti del suo avversario Opimio ed è
costretto al suicidio. Hanno una parte importante nell'azione anche la madre di
Gracco, Cornelia, e la moglie Licinia. La tragedia ha toni moderati, quindi è
aliena sia da nostalgie per l'Ancien régime sia da eccessi giacobini.
• Vincenzo Monti, Poesie e poemi
Nonostante il giudizio limitativo di Leopardi, che lo definì poeta
"dell'orecchio e dell'immaginazione, del cuore in nessun modo", Vincenzo Monti
occupa una posizione nevralgica nel quadro della poesia italiana dell'Ottocento.
Tutti riconoscono in lui l'autore che riassunse e riorganizzò lingua, temi e
forme della poesia settecentesca a uso delle generazioni future. Si è soliti
distinguere la produzione poetica di Monti in tre momenti, quello romano
filo-papale, dalla Prosopopea di Pericle alla Bassvilliana (1779-1797), quello
filo-francese, dal Prometeo a Le api panacridi (1797-1814), quello
filo-austriaco, dal 1815 fino alla morte. Questa scansione, che sottolinea il
mutare dell'atteggiamento politico del Monti, introduce dei parametri di
valutazione impropri per un poeta che ricomponeva le contraddizioni del presente
nell'universo della mitologia e di una tradizione secolare. Monti combina
elementi danteschi con elementi biblici e virgiliani, riprende la grande
tradizione classicista italiana rinascimentale intrecciandola con autori come
Shakespeare e Ossian. Sono debitori del Monti tutti i più grandi poeti italiani
della prima metà dell'Ottocento, da Foscolo, a Manzoni a Leopardi.
• Vincenzo Monti, Traduzione dell' "Iliade"
La traduzione italiana dell'Iliade di Omero in endecasillabi sciolti realizzata
da Vincenzo Monti è considerata unanimemente il suo capolavoro. Monti, che aveva
già fatto anni prima (1788) un tentativo di versione in ottave, ne pubblicò
varie edizioni, via via rivedute: nel 1810, 1812, 1820, fino alle definitiva del
1825. Non conoscendo il greco (fatto che gli attirò fra l'altro le critiche
ironiche di Foscolo), si dovette avvalere della consulenza di Ennio Quirino
Visconti, celebre letterato e archeologo, e del greco Andrea Mustoxidi, e
dovette far capo a precedenti traduzioni in latino e in italiano; tuttavia il
risultato finale fu felicissimo e la sua versione costituisce forse il testo più
emblematico del neoclassicismo italiano.
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