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Aggiornamento del: 18/10/2008 Iscriviti alla: Newsletter  Fonte: Redazione Parodos.it


 

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Opere e personaggi: Da Carlo Gozzi a Vincenzo Monti

• Carlo Gozzi

Nacque a Venezia nel 1720. Fondatore, con il fratello Gasparo, dell'Accademia dei Granelleschi nel 1747, divenne a Venezia una delle principali voci del conservatorismo e dell'opposizione alla cultura dell'Illuminismo, e segnatamente alla riforma del teatro proposta da Goldoni. Gozzi contrapponeva alla rappresentazione realistica della società veneziana fatta da Goldoni un teatro di fantasia e di immaginazione, che recuperava aggiornandola l'esperienza della commedia dell'arte. Il teatro di Gozzi incontrò a Venezia un successo strepitoso, che costrinse Goldoni a emigrare nel 1762 a Parigi. Gozzi è autore anche di un poema eroicomico, anch'esso ferocemente anti-illuminista, e di un'interessante autobiografia. Morì a Venezia nel 1806.



• Carlo Gozzi, L'amore delle tre melarance


L'amore delle tre melarance, libero rifacimento teatrale di una fiaba raccontata nel Cunto de li cunti del napoletano Giovan Battista Basile, fu rappresentata anonima nel gennaio del 1761. Il testo dell'opera è costituito da un canovaccio secondo i modi tipici della commedia dell'arte. La storia delle tre melarance è di fatto solo un pretesto per dar corso a una polemica contro i due autori di teatro che in quegli anni si contendevano il primato delle scene veneziane: Chiari, adombrato sotto il personaggio della Fata Morgana, e Goldoni, sotto quello di Celio Mago.



• Carlo Gozzi, Il corvo


La fiaba fu rappresentata all'apertura della stagione teatrale del 1761, prima a Milano poi a Venezia. Il suo argomento deriva, come L'amore delle tre melarance, da Lo Cunto de li cunti di Giovan Battista Basile. Il successo, a quanto scrive lo stesso autore nelle Memorie inutili, fu enorme. Gozzi andava cercando una sua strada, mirando a fare un teatro di costume partendo da materiali fiabeschi.



• Carlo Gozzi, Il re cervo


Fiaba teatrale che fa leva su uno spunto narrativo proprio della tradizione orale: il re tramutato in cervo per le arti magiche di un cortigiano infedele riacquista le sue forme grazie anche all'impegno di una moglie devota e innamorata. Come nelle altre fiabe gozziane ci sono personaggi alti, che si esprimono in versi, e quelli bassi delle maschere, che parlano in prosa o addirittura nel dialetto veneziano. Talvolta questi ultimi non hanno parti scritte ma solo indicazioni per recitazione all'improvviso. Dunque, un'opera pastiche, una mistura di fiabesco e di realistico, che trova la sua organicità nella dimensione della pura teatralità, lontana sia dal teatro borghese-lacrimoso sia da quello realistico goldoniano. Il re cervo fu recitato la prima volta nel gennaio del 1762.



• Carlo Gozzi, Turandot


La storia della regina Turandot, una bisbetica domata sullo sfondo di una Cina favolosa, era già stata raccontata dallo scrittore francese Pétit de la Croix. Gozzi l'adattò al suo teatro nel gennaio del 1762, inserendo in quel mondo convenzionale da fiaba le sue maschere veneziane. Ne risulta una mistura di tragico e burlesco, che incontrò l'interesse di scrittori (Goethe, Schiller, Giacosa) e musicisti (Puccini e Busoni ne trassero melodrammi).



• Carlo Gozzi, La donna serpente


La donna serpente fu rappresentata per la prima volta nell'ottobre del 1762. È la storia della fata Cherestanì che sposa un mortale e per suo amore decide di diventare mortale; per questo, sottopone se stessa e il marito a numerose prove. Lo scioglimento della vicenda avviene quando Cherestanì, trasformata in serpente, riacquista definitivamente forme umane. La fiaba è ricca di elementi meravigliosi, che si alternano a spunti patetici o drammatici. Come in tutte le fiabe del Gozzi i personaggi alti si esprimono in versi, quelli bassi (le maschere veneziane) in prosa.



• Carlo Gozzi, La Zobeide


La Zobeide fu rappresentata per la prima volta nel novembre del 1763. L'autore la definì una tragedia fiabesca, a indicare il misto di ingredienti propri del genere fiabesco (magia, incantesimi, metamorfosi) ed elementi da tragedia (la contrapposizione del tiranno al buon sovrano, le punizioni atroci ecc.). Il tutto ambientato in un Oriente favoloso, dove c'è posto anche per le tradizionali maschere gozziane (Pantaleone, Truffaldino, Tartaglia e Brighella). Zobeide è il nome di una fanciulla, figlia del re d'Ormus, andata in sposa a un re malvagio ed esperto di arti magiche, la quale riesce con l'aiuto di un vecchio sacerdote a liberare sé stessa e il mondo dalle pratiche scellerate del marito.



• Carlo Gozzi, I pitocchi fortunati


I pitocchi fortunati, rappresentati per la prima volta, ma con scarso successo, nel novembre del 1764, raccontano la storia di tre mendicanti, vessati da un ministro malvagio e infedele, e riscattati alla fine dal principe buono. Ancora una fiaba ambientata in un Oriente convenzionale, dove la vicenda dei personaggi (tra i quali le solite maschere veneziane) si svolge sullo sfondo di giochi di potere. Manca in quest'opera, rispetto ad altre, la presenza dell'elemento meraviglioso.



• Carlo Gozzi, Il mostro turchino


Fiaba ricca di elementi magici, condotta secondo lo schema ormai collaudato della fiaba tragicomica. Lo spunto per la storia fu tratto da Les milles e un quart d'heure, contes tartares di Guelettes (1733), variazione settecentesca delle Mille e una notte. La prima rappresentazione del Mostro turchino avvenne nel dicembre del 1764.



• Carlo Gozzi, L'augellino belverde


Gozzi denominò L'Augellino belverde "fiaba filosofica", in modo da sottolineare fin nel titolo la sua natura ideologica e polemica. La vicenda rappresentata non è diversa da quella delle altre fiabe: intrighi, inganni, amanti separati che si cercano, il tutto condito dalla presenza delle maschere e da incantesimi e magie. Ma in questa fiaba alcuni personaggi incarnano in maniera dichiarata i principi dell'illuminismo, presentati dall'autore come aridi e astratti. Diventa quindi il testo culturalmente più importante di tutta la serie delle fiabe gozziane. L'augellino belverde fu rappresentato la prima volta nel gennaio del 1765.



• Carlo Gozzi, Zeim re de' Geni


Zeim re de' Geni è l'ultima fiaba teatrale di Gozzi, nella quale l'autore varia i temi e i motivi già sperimentati nelle fiabe precedenti. Significativo, dal punto di vista ideologico, il personaggio della schiava Dugmè, votata eroicamente all'ubbidienza della sua signora, esempio fulgido di virtù nella concezione ideologica gozziana. La fiaba fu rappresentata la prima volta nel novembre del 1765.



• Carlo Gozzi, Ragionamento ingenuo e storia sincera dell'origine delle mie dieci Fiabe teatrali


Nel 1772 il Gozzi fece precedere una raccolta a stampa delle sue opere presso l'editore Colombani di Venezia da un testo introduttivo nel quale egli riassume e ordina in maniera compiuta le sue idee sul teatro. Bersagli polemici sono anzitutto il Chiari e il Goldoni, accusati di corrompere con le loro commedie il pubblico, ma il discorso del Gozzi si allarga di fatto a considerazioni su tutto il teatro europeo contemporaneo, e soprattutto sui due generi in voga, quello della commedia realistica (appunto alla Goldoni) e quello del dramma lacrimoso ("flebile" nella dicitura del Gozzi). A queste novità il Gozzi contrappone ancora il teatro dei comici dell'arte. La sua era certamente una posizione conservatrice, ma la rivendicazione di un teatro fondato sull'attore prima che sul testo contiene elementi precorritrici della cultura teatrale novecentesca. Interessante l'Appendice, dove l'autore ritorna sugli argomenti del Ragionamento con osservazioni sul teatro francese e di altri paesi.



• Tommaso Crudeli


Nacque a Poppi, Arezzo, nel 1703. Visse soprattutto a Firenze, dove nel 1739 fu arrestato con l'accusa di appartenere alla massoneria. Morì a Poppi nel 1745.



• Tommaso Crudeli, Poesie


Il corpus delle poesie del Crudeli è costituito da soli trentanove componimenti, pubblicati per la prima volta nel 1746, a un anno di distanza dalla morte dell'autore. La caratteristica dominante di questa esigua produzione è costituita dalla sua occasionalità (poesie per nozze, encomiastiche, celebrative), in armonia del resto con tanta produzione in versi settecentesca, segnatamente arcadica. I riferimenti poetici a cui Crudeli guarda sono Marino, Chiabrera, Menzini e in genere tutta la tradizione poetica toscana di fine Seicento; ma non sono assenti modelli di provenienza inglese (Dryden e Pope). I risultati migliori il Crudeli li raggiunge nelle canzonette, nelle quali la precisione delle descrizioni e delle immagini si intreccia a una vena di sottile ironia.



• Tommaso Crudeli, L'arte di piacere alle donne e alle amabili compagnie


Operetta, attribuita al Crudeli, che vuole essere un prezioso vademecum per vivere felicemente circondato dalla stima e dall'approvazione degli altri. La ricerca della felicità e l'arte di piacere erano argomenti discussi nella cultura settecentesca. L'autore affronta l'argomento conoscendo soprattutto la trattatistica francese (Trublet, forse Montesquieu), in uno stile rapido, agile, particolarmente consono ai modelli della prosa razionalistica francese. Non è possibile precisare l'anno della composizione, che dovrebbe cadere tuttavia tra il 1730 e il 1745.



• Giuseppe Parini


Nacque a Bosisio, Como, nel 1729. Visse a Milano, dove nel 1754 prese gli ordini religiosi per poter godere di un piccolo lascito di famiglia condizionato allo stato ecclesiastico. Svolse per qualche anno compiti di precettore presso famiglie nobili milanesi. La pubblicazione della sua prima raccolta di poesie gli guadagnò nel 1753 l'ammissione nell'Accademia dei Trasformati, che contava tra i suoi membri anche Verri e Beccaria. Cominciò in questo modo ad avere parte attiva nella vita culturale dei centri dell'Illuminismo milanese. Nel 1768 fu chiamato a dirigere la «Gazzetta di Milano» e nell'anno successivo a insegnare eloquenza presso le scuole palatine. Caratteristico dell'opera poetica di Parini è il tentativo di conciliare il gusto della forma ispirato al classicismo arcadico con la concezione illuministica di una poesia sostenuta da un forte impegno civile e sociale. Per la sua statura morale Parini rappresentò un modello per i poeti delle generazioni successive, da Foscolo fino a Carducci. Morì a Milano nel 1799.




• Giuseppe Parini, Alcune poesie di Ripano Eupilino


Pubblicato nel 1752, è il libro di esordio di Parini, che gli valse l'ammissione nella milanese Accademia dei Trasformati. Lo pseudonimo Ripano Eupilino contiene l'anagramma del cognome dell'autore e fa riferimento al suo luogo di nascita (Bosisio sul lago Pusiano, latinamente Eupili). I 94 componimenti sono divisi in due sezioni: la prima contiene 54 sonetti; la seconda poesie giocose di metro vario, che riprendono la tradizione bernesca lasciando intravvedere una personale attitudine al registro espressivo comico-satirico.



• Giuseppe Parini, Il Giorno (I red.)


Poema di satira sociale, in endecasillabi sciolti, rimasto incompiuto in due successive redazioni che corrispondono a due diversi progetti. Alla prima stesura Parini lavorò tra il 1757 e il 1765, ideando un'articolazione in tre poemetti intitolati Il Mattino, Il Mezzogiorno e La Sera, dei quali pubblicò, anonimi, soltanto i primi due (rispettivamente nel 1763 e nel 1765); il titolo complessivo Il Giorno non compare in questa fase. Il poeta, fingendosi precettore di un «giovin Signore», descrive con procedimento ironico e caricaturale gli innumerevoli riti, laboriosi quanto fatui, che occupano la giornata dell'aristocrazia, a contrasto con l'oscura operosità del «volgo». L'intento (conforme ai princìpi dell'illuminismo lombardo) è quello di rieducare la classe nobiliare richiamandola alle sue responsabilità.



• Giuseppe Parini, Il Giorno (II red.)


Dopo la prima redazione, Parini modificò l'intero progetto: suddivise l'opera in quattro poemetti, con la scissione della Sera in Il Vespro e La Notte, rimasti entrambi frammentari; corresse e ampliò Il Mattino e Il Mezzogiorno, che s'intitolò Il Meriggio. La nuova redazione, giunta manoscritta, fu riorganizzata arbitrariamente insieme con la prima da un discepolo del poeta, Francesco Reina, che pubblicò i testi nel 1801 col titolo complessivo Il Giorno, ricavato da indicazioni dell'autore. Il Vespro si apre con la passeggiata in carrozza che precedentemente chiudeva Il Mezzogiorno; il frammento che segue è incentrato sulla degradazione dell'amicizia nei riti della nobiltà. Più importante La Notte, costruita sull'opposizione delle tenebre naturali alle luci artificiali dei salotti brulicanti di ridicole marionette. Il poeta sosta nelle anticamere, rinunciando alla sua funzione di precettore. All'ironia sferzante si sostituisce una rassegnazione malinconica, trattenuta nelle linee quiete e morbide di una raffinata arte neoclassica.



• Giuseppe Parini, Odi


Composte in tempi diversi, tra il 1757 e il 1795, furono raccolte in due edizioni successive: quella del 1791 con 22 testi, e quella del 1795 con 25. Si distinguono tre gruppi: le odi di intervento “pubblico”, direttamente ispirate al riformismo lombardo (L'innesto del vaiuolo, La salubrità dell'aria, Il bisogno); le odi sulla funzione sociale della cultura (La educazione, La recita dei versi), che culminano con la difesa della dignità e nobiltà del poeta (La caduta); gli ultimi componimenti neoclassici, con la celebrazione della bellezza femminile (Il pericolo, Il dono, Il messaggio) e l'esaltazione finale dello splendore dell'arte, che allontana dai turbamenti del presente (Alla Musa). Quello delle Odi è un ritmo pacatamente classico, che disegna cose e persone con linee precise, assecondando l'equivalenza settecentesca tra poesia e pittura.



• Giuseppe Parini, Dialogo sopra la nobiltà


Scritto nel 1757 per l'Accademia dei Trasformati, fu pubblicato postumo nel 1803. Un nobile e un poeta, dopo la morte, finiscono nella stessa tomba. Il primo pretende dal secondo lo stesso ossequio di cui godeva in vita, sostenendo la superiorità “eterna” della propria classe sociale; ma il poeta smonta e ridicolizza i suoi argomenti. La polemica antinobiliare, di matrice illuministica, rimanda al primato dell'uguaglianza naturale; l'invenzione narrativa guarda ai dialoghi di Luciano e a quelli cinquecenteschi di Doni e Gelli.



• Giuseppe Parini, Discorso sopra la poesia


Il Discorso sopra la poesia, del 1761, è uno degli scritti più rappresentativi della poetica pariniana. L'autore polemizza pacatamente contro le concezioni materialistiche e utilitaristiche che ponevano in discussione la legittimità della poesia, ma anche contro la sua pratica eccessivamente diffusa. Riconosciuto che la poesia non è un'arte di pura utilità ma qualcosa che reca diletto, proprio per il fatto che essa è in grado di suscitare nell'animo delle passioni può contribuire a rendere l'uomo migliore.



• Giuseppe Baretti, La frusta letteraria


Periodico quindicinale che Baretti redasse e pubblicò a Venezia dal 1 ottobre 1763 al 15 gennaio 1765. Fingendosi un vecchio soldato in pensione, Aristarco Scannabue, recensore per diletto dei libri che si stampano in Italia, l'autore si lascia andare a giudizi irriverenti e aggressivi sui maggiori letterati sia del passato sia del presente: deride Bembo, esalta Metastasio, critica il teatro di Goldoni perché troppo «popolare». Polemista impetuoso si scaglia contro tutto ciò che gli appare convenzionale, artificioso, pedantesco, in difesa di una letteratura fatta di cose e non di parole. Il periodico fu soppresso dalla censura veneta.



• Saverio Bettinelli


Nacque a Mantova nel 1718. Entrato nella Compagnia di Gesù, insegnò retorica in vari collegi (Bologna, Brescia, Venezia, Parma ecc.). Nel 1758 intraprese un lungo viaggio in Italia e in Europa. A Ginevra conobbe Voltaire. Fu sensibile alle istanze di rinnovamento della cultura dell'Illuminismo. In Italia ebbe contatti con Pietro Verri, Beccaria e gli altri intellettuali della rivista «Il Caffè». Quando nel 1773 fu sciolta la Compagnia di Gesù, si trasferì a Mantova, dove morì nel 1807. Compose poemetti, dialoghi e saggi critici.




• Saverio Bettinelli, Lettere virgiliane


Saggio teorico in forma epistolare, pubblicato nel 1758 insieme all'edizione dei Versi sciolti di tre eccellenti moderni autori (Frugoni, Algarotti, Bettinelli). Animate da spirito polemico, con punte aggressive, sono lettere che l'autore immagina scritte da Virgilio nei Campi Elisi e rivolte agli arcadi: un atto di accusa contro la poesia contemporanea (in special modo quella arcadica) che altro non sarebbe se non stucchevole imitazione dei classici. Per Bettinelli i soli modelli da imitare sono i latini e i greci per la razionalità, la naturalezza, l'equilibrio. Particolare scalpore suscitò l'attacco alla Commedia dantesca, ritenuta dall'autore bizzarra, oscura e irrazionale, che provocò la Difesa di Dante di Gasparo Gozzi.



• Saverio Bettinelli, Lettere inglesi


Pubblicate nel 1766 come appendice a una ristampa dei Versi sciolti di tre eccellenti moderni autori (Frugoni, Algarotti, Bettinelli), riprendeva il discorso delle Lettere virgiliane, immaginando che un viaggiatore inglese formuli dei giudizi sulla decadenza della cultura italiana, ormai nelle mani di letterati privi di un riferimento comune ed esclusivamente dediti a dispute inutili e dannose per la vita sociale. Per risollevare le sorti dell'Italia, l'autore consiglia di abbandonare i vecchi modelli e guardare all'Europa, a Parigi e a Londra, dove i poeti si ispirano alla natura e al sentimento, mettendo in atto un moderno classicismo.



• Il Caffè


Periodico pubblicato a Milano tra il giugno 1764 e il maggio 1766 a opera dei fratelli Pietro e Alessandro Verri, di Cesare Beccaria e dell'Accademia dei Pugni. Espressione della cultura illuministica lombarda, si ispirava agli inglesi «The Spectator» e «The Tatler», pubblicando finte discussioni che sarebbero avvenute nella bottega di un caffettiere greco di nome Demetrio. Trattando i problemi pratici dell'agricoltura, della medicina, dei giochi, del clima, i redattori intendevano affermare la necessità di una lingua concreta, aperta al contatto con le cose e col mondo. In campo estetico mettevano in pratica i principi del sensismo, che faceva dipendere l'attività razionale dall'esperienza diretta dei sensi. In politica, evitando i temi più scottanti, il periodico auspicava, con generico ottimismo, un mondo libero da soprusi, violenze e ogni tirannia. Scrissero sul Caffè, oltre ai fratelli Verri e a Cesare Beccaria, François Baillou, Ruggero Boscovich, Gian Rinaldo Carli, Giuseppe Colpani, Sebastiano Franci, Paolo Frisi, Luigi Lambertenghi, Alfonso Longo, Pietro Secchi e Giuseppe Visconti.



• Pietro Verri, Sull'indole del piacere e del dolore


Trattatello filosofico pubblicato anonimo nel 1763, ampliato e ripubblicato nel 1781 col titolo definitivo. In esso il Verri, filosofo ed economista vissuto tra il 1728 e il 1797, approfondisce le teorie sensistiche interpretando il piacere come cessazione del dolore, dolore che è condizione dominante della vita. Esistono però dolori fisici e dolori morali: sono questi ultimi che danno origine alle «persuasioni», sorta di spinte all'azione e al progresso. L'uomo «illuminato e virtuoso» può raggiungere una «limitata felicità» mediante l'uso della ragione, che conforma le nostre azioni alla giustizia e all'«utilità» generale. L'opera, diretta all'educazione dei giovani, è un documento dell'illuminismo lombardo, fiducioso nel continuo «incivilimento» della società.



• Alessandro Verri, Le avventure di Saffo


Il milanese Alessandro Verri (1741-1816), fratello minore di Pietro, vivacissimo collaboratore della rivista «Il Caffè», lasciò la sua città nel 1766 per trasferirsi prima a Parigi, poi a Londra, infine a Roma. Il romanzo Le avventure di Saffo fu pubblicato nel 1782 a Roma. Presentato come la versione italiana di un antico testo greco, narra l'amore non ricambiato di Saffo per Faone e la sua morte voluta dal sacerdote di Febo. Dopo le esperienze illuministiche milanesi e parigine, la scelta del mito rivela un progressivo spostamento dell'autore verso posizioni conservatrici.



• Francesco Algarotti, Viaggi di Russia


Francesco Algarotti, figura tipica di intellettuale illuminista (cosmopolita, viaggiatore, consigliere di sovrani), compì nel 1739 un viaggio in Russia al seguito di una delegazione inglese. Più tardi, intorno al 1760, concepì l'idea di affidare a una serie di lettere indirizzate nel 1739 a Lord Hervey il resoconto di quell'esperienza. L'edizione definitiva dell'opera è del 1764, nella quale alle otto lettere a Lord Hervey se ne aggiungono altre quattro del 1750 sulla Sassonia e la Polonia indirizzate a Scipione Maffei. Si tratta di un libro ricco di suggestioni e curiosità, nel quale l'intelligenza del viaggiatore dà continuamente luogo a osservazioni acutissime, oltre che sui costumi, sulla struttura politica, economica e militare dei paesi attraversati.



• Ludovico Savioli, Amori


Gli Amori del bolognese Ludovico Savioli (1729-1804), pubblicati per la prima volta nel 1765, consistono di ventiquattro canzonette anacreontiche, nelle quali l'autore dipinge con arte raffinata vari quadretti di vita settecentesca: il tutto impreziosito da intarsi mitologici e riferimenti eruditi. La musicalità dei versi, l'eleganza stilizzata delle figure femminili fanno di quest'opera una delle più rappresentative del gusto rococò in poesia. Savioli è anche autore di opere storiografiche sulla sua città.



• Giovanni Meli


Nacque a Palermo nel 1740. Fece studi di filosofia e medicina. Dal 1766 al 1772 esercitò la professione medica in un paesino del palermitano. Questo periodo fu quello più fertile per i suoi studi filosofici e letterari: studiò soprattutto Rousseau e gli scrittori dell'Encyclopédie e scoprì le possibilità del dialetto in poesia. Tornato a Palermo si dedicò soprattutto all'attività letteraria. Morì a Palermo nel 1815.



• Giovanni Meli, La Buccolica


La Buccolica è considerata il capolavoro del Meli, vissuto tra il 1740 e il 1815. A quest'opera il Meli si dedicò soprattutto negli anni tra il 1762 e il 1772, coincidenti in parte con il periodo in cui esercitava la condotta medica in un paese del palermitano. La struttura della Buccolica è tipicamente arcadica: due sonetti introduttivi, cinque egloghe e dieci idilli, distinti in quattro parti, ciascuna delle quali intitolata a una stagione dell'anno (secondo uno schema diffuso in Europa da Pope e Saint-Lambert). Il poeta innesta sulla mitologia arcadica spunti illuministici e soprattutto un amore nostalgico della natura che gli derivava da suggestioni rousseauiane.



• Giovanni Meli, Favuli morali


La favolistica animale ebbe nel Settecento un periodo di grande fioritura. Lo scrittore francese La Fontaine aveva alla fine del Seicento ricreato il genere, che sarebbe risultato particolarmente congeniale al moralismo e al pedagogismo del secolo successivo. I comportamenti animali diventano paradigmi per conoscere e valutare l'agire umano. La favolistica settecentesca italiana è ricca di autori (Passeroni, Roberti, Pignotti, Casti ecc.). Il poeta siciliano Giovanni Meli, vissuto tra il 1740 e il 1815, trasferisce nel suo dialetto questa materia, attingendo, proprio grazie all'insolito strumento linguistico, un realismo e una sapidezza particolari. Le Favuli furono composte dal Meli soprattutto negli ultimi anni della sua vita.



• Giorgio Baffo, Poesie


Giorgio Baffo, vissuto a Venezia dal 1694 al 1768, membro della Suprema Corte di Giustizia della Serenissima, protagonista di polemiche teatrali con Goldoni, è soprattutto noto per le sue poesie oscene in dialetto veneziano. Apollinaire, che lo apprezzò proprio in questa veste, lo definì il più grande poeta libertino di tutti i tempi. Casanova nelle sue Memorie ne aveva parlato come di un genio superiore. Baffo si riconnette alla tradizione cinquecentesca veneziana di letteratura oscena di matrice aretinesca, ma ne reinterpreta la materia da poeta visionario, riuscendo a conferire a essa spessore filosofico. Per il loro contenuto le poesie di Baffo, dopo l'edizione postuma dell'intera opera nel 1789, hanno avuto una circolazione molto limitata.




• Lorenzo Da Ponte


Lorenzo da Ponte, pseudonimo di Emanuele Conegliano, nacque a Cèneda, oggi Vittorio Veneto, nel 1749. Personaggio estroso, dalla vita avventurosa, amico di Casanova e Gasparo Gozzi, viaggiò a lungo in Europa. Fu anche a Vienna, dove frequentò l'ambiente dei musicisti: qui, per interessamento di Salieri, ebbe il titolo di poeta di corte. Entrò così in contatto con Mozart, per la cui musica scrisse i tre celeberrimi libretti. L'ultima parte della sua vita Da Ponte la trascorse negli Stati Uniti, dove visse alternando l'insegnamento delle lettere italiane e latine a una serie di attività economiche disastrose. Morì a New York nel 1838.



• Lorenzo da Ponte, Le nozze di Figaro


Dramma giocoso in quattro atti, rappresentato a Vienna il 1° maggio 1786, con musica di Mozart. Figaro, servitore del Conte d'Almaviva, sta per sposare Susanna, ma è contrastato da Don Bartolo che non gli ha mai perdonato di avere aiutato la figlia Rosina a sposare il Conte, e che gli presenta un documento in cui Figaro si sarebbe impegnato a sposare Marcellina. A questa vicenda si affianca quella del Conte, geloso della moglie Rosina (di cui è invaghito il paggio Cherubino), ma nello stesso tempo, attratto dalle grazie di Susanna. Tratto dalla commedia di Beaumarchais, il libretto è animato da un'incontenibile gioia, che ridicolizza i giochi di potere e, insieme, fa emergere allo stato puro desideri e fragilità della natura umana.



• Lorenzo da Ponte, Don Giovanni


Dramma giocoso in due atti, rappresentato a Praga nel 1787 con musica di Mozart. Capolavoro assoluto, porta alla più alta espressione il mito di Don Giovanni. Il leggendario seduttore sfida, invitandola a cena, la statua del Commendatore, ossia del padre di donna Anna (una delle donne da lui ingannate) da lui stesso ucciso. La statua si reca da Don Giovanni e lo trascina con sé in una voragine di fuoco. Questo schema fantastico, che è proprio del mito, viene complicato da significati ambigui, anzitutto il personaggio di Don Giovanni, insieme eroe fascinoso e reprobo da condannare, poi le donne insieme attratte e inorridite dalla figura del seduttore. Il riferimento precedente più importante è il Don Giovanni di Molière, ma Da Ponte dà alla sua riproposizione un'impronta di assoluta originalità.



• Lorenzo da Ponte, Così fan tutte


Dramma giocoso in due atti senza alcun precedente teatrale o romanzesco, rappresentato a Vienna nel 1790 con musica di Mozart. I giovani ufficiali Guglielmo e Ferrando scommettono con il vecchio filosofo don Alfonso sulla fedeltà delle loro innamorate, Fiordiligi e Dorabella. Essi si travestiranno e si presenteranno come nuovi corteggiatori delle due ragazze. Fatti entrare in casa dalla serva Despina, vengono respinti, ma poi, fingendo di ingerire un veleno, decisi a morire per amore, finiranno per commuovere ed essere accettati dalle giovani, ma con uno scambio di ruoli: ciascuna si lascia conquistare dall'amante dell'altra. Alla fine i due cavalieri svelano la loro identità, perdonano il “tradimento” e accettano di sposare le due donne ristabilendo le coppie originarie. Il senso è che nelle storie d'amore anche le passioni più forti possono svanire nel nulla, perché fragili e contraddittori sono tutti i rapporti sentimentali.



• Lorenzo da Ponte, Memorie


Le Memorie costituiscono il vivacissimo racconto della vita dello scrittore, documento umano, letterario e storico di prima grandezza per la conoscenza dei tanti ambienti attraversati e il giudizio sugli innumerevoli personaggi che egli ebbe occasione di incontrare. Le Memorie furono pubblicate tra il 1823 e il 1827 in prima edizione e tra il 1829 e il 1830 in seconda. Il libro ebbe fortuna postuma, soprattutto per l'entusiasmo che la sua lettura suscitò in Lamartine.



• Vittorio Alfieri



Nacque ad Asti nel 1749 da una nobile famiglia. Iscrittosi alla Reale Accademia di Torino con la prospettiva di intraprendere una carriera militare, nel 1766 abbandonò gli studi. Viaggiò in lungo e in largo per l'Europa, frequentando le principali corti europee. Tornato a Torino nel 1773, si immerse nello studio dei classici e dei grandi autori della tradizione italiana e francese. Nel 1775 fece rappresentare la sua prima tragedia. Nel 1778 abbandonò il Piemonte per la Toscana. Tra il 1781 e il 1783 soggiornò a Roma. Successivamente seguì Luisa Stolberg, contessa d'Albany, prima a Colmar, in Alsazia, poi a Parigi. Venuto via disgustato dalla Francia rivoluzionaria, si stabilì definitivamente a Firenze, dove morì nel 1803.




• Vittorio Alfieri, Rime


Alfieri pubblicò la prima parte delle sue Rime nel 1789, includendovi componimenti scritti a partire dal 1776; progettò anche di pubblicarne una seconda parte, che comprendesse i componimenti scritti fra il 1789 ed il 1799, ma non condusse mai in porto il progetto e la prima edizione completa delle Rime apparve postuma nel 1804. Si tratta di una raccolta poetica fra le più significative del Settecento italiano, in cui emerge con il massimo rilievo la personalità dell'autore, coi suoi sdegni, i suoi conflitti interiori e col mondo, i suoi sentimenti appassionati, fra cui l'amore; manca invece una figura femminile che, come Laura per Petrarca, ne costituisca il punto focale, anche se la lezione petrarchesca è costantemente tenuta presente.



• Vittorio Alfieri, Filippo


Ideata nel 1775, pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al 1789, è la seconda in ordine cronologico delle tragedie di Vittorio Alfieri; la prima, la Cleopatra, messa in scena nel 1775, venne successivamente rifiutata dall'autore. Il soggetto è tratto dalla storia di Spagna; come fonte è stato indicato il romanzo Dom Carlos. Nouvelle histoire del francese César Vichard, abate di Saint-Réal (1673). Filippo II re di Spagna ha sposato in terze nozze Isabella, già promessa sposa di suo figlio Carlo; ma Carlo e Isabella si amano, e il re, spinto dalla gelosia, oltre che da motivazioni politiche (sospetta di Carlo per i suoi contatti con i ribelli delle Fiandre), costringe ambedue a suicidarsi. Filippo è una figura di tiranno tipicamente alfieriana, sovrano assoluto crudele e spietato. L'argomento qui trattato da Alfieri sarebbe stato molto popolare fra Sette e Ottocento: fra l'altro ne trassero un dramma Friedrich Schiller (Don Carlos, 1787) e un melodramma Giuseppe Verdi (Don Carlo, 1867).



• Vittorio Alfieri, Polinice


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1775, pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al 1789. Alfieri trasse l'argomento dalla mitologia greca, rifacendosi in particolare alla Tebaide del poeta latino Stazio, ma anche a traduzioni moderne dei classici greci (all'epoca egli non era ancora in grado di leggere il greco) ed a La Thébaïde ou les Frères ennemis di Racine (1664). La storia è quella del conflitto fra i fratelli nemici Eteocle e Polinice, figli di Edipo e Giocasta, per il trono di Tebe: essi finiranno per uccidersi reciprocamente, lasciando la madre nella disperazione.



• Vittorio Alfieri, Antigone


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1776, messa in scena nel 1782, pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al 1789. La storia di Antigone aveva già fornito la materia, fra l'altro, a una tragedia di Sofocle (441 a.C.) e, in tempi più prossimi ad Alfieri, a una del francese Jean de Routrou (1638). La storia rientra nel ciclo tebano e costituisce la continuazione della vicenda di Eteocle e Polinice (svolta nell'altra tragedia alfieriana Polinice), i due fratelli che, nella contesa per il trono di Tebe, si erano dati reciprocamente la morte. La loro sorella Antigone, nonostante i divieti del nuovo re Creonte, decide di dar loro onorata sepoltura; per questo è vittima dell'ira di lui, che la fa mettere a morte, e a nulla vale il tentativo di salvarla messo in atto da Emone, figlio dello stesso Creonte, innamorato di lei.



• Vittorio Alfieri, Virginia


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1777, pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al 1789. Insieme alla Virginia e alla Congiura de' Pazzi è una delle tre tragedie che Alfieri stesso definì "della libertà". L'argomento della Virginia fu suggerito dalla lettura di Tito Livio. Il decemviro Appio Claudio, che governa Roma con metodi da tiranno, invaghitosi della giovane Virginia, cerca di averla in suo potere con la forza e l'inganno. A nulla vale il tentativo di resistergli del fidanzato di lei, Icilio, che muore nel tentativo di far sollevare la plebe contro Appio Claudio. Sembra che questi stia per realizzare i suoi piani, ma nel finale Virginio, padre della ragazza, la uccide, pur di non farla cadere nelle mani dell'odioso tiranno.



• Vittorio Alfieri, Agamennone


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1776, pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al 1788; ispirata dalla lettura dell'omonima tragedia di Seneca (ma anche Eschilo aveva dedicato all'argomento una tragedia, la prima della trilogia dell'Orestea). La storia è quella di Agamennone, che al suo rientro in patria, dopo la conclusione della guerra di Troia, è fatto uccidere dalla moglie Clitennestra, divenuta nel frattempo amante di Egisto. Questi per assicurarsi definitivamente il trono vorrebbe uccidere anche il figlio di Agamennone, Oreste, che però viene messo in salvo dalla sorella Elettra.



• Vittorio Alfieri, Oreste


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1776, pubblicata per la prima volta nel 1783 e poi di nuovo nel 1788. La vicenda, che è la continuazione di quella dell'altra tragedia alfieriana Agamennone, aveva costituito la materia di numerose tragedie antiche, fra cui Le Coefore di Eschilo, l'Elettra di Sofocle e l'Elettra e l'Oreste di Euripide. Oreste, con la complicità della sorella Elettra e dell'amico Pilade, per vendicare l'uccisione del padre Agamennone, uccide a sua volta Egisto, autore di quel delitto insieme a Clitennestra, moglie dello stesso Agamennone e madre di Oreste. Ma questi nella furia vendicatrice colpisce involontariamente a morte anche la madre Clitennestra.



• Vittorio Alfieri, Rosmunda


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1779, pubblicata per la prima volta nel 1783 e poi nel 1788. L'argomento fu suggerito dalle Istorie fiorentine di Machiavelli, ma l'intreccio è di invenzione dell'Alfieri: esso è incentrato sulla gelosia di Rosmunda (vedova del re longobardo Alboino, assassinato da lei con la complicità di Almalchilde, divenuto suo secondo marito), che la porta ad uccidere la figlia Romilda, della quale Almalchilde si è innamorato.



• Vittorio Alfieri, Ottavia


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1779, pubblicata per la prima volta nel 1783 e poi nel 1788. L'argomento fu suggerito da un passo degli Annali di Tacito, e forse dalla tragedia latina Octavia, falsamente attribuita a Seneca. Ottavia, ripudiata dal marito, l'imperatore Nerone, e poi accusata di adulterio dalla nuova moglie di lui, Poppea, e da Tigellino, nonostante la sua innocenza finisce per uccidersi.



• Vittorio Alfieri, Timoleone


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1777, pubblicata per la prima volta nel 1783 e rielaborata fino al 1789. Insieme al Timoleone e alla Congiura de' Pazzi è una delle tre tragedie che Alfieri stesso definì «della libertà». L'argomento è tratto dalla biografia di Timoleone di Plutarco: Timofane, che governa la città di Corinto con metodi tirannici, viene rimproverato dal fratello Timoleone, il quale vorrebbe ridare la libertà alla città; Timofane riesce dapprima a sventare una congiura di Timoleone, ma poi viene ferito a morte dai congiurati e muore pronunciando nobili parole di perdono. In questa tragedia, contrariamente a quanto avviene spesso in Alfieri, non vengono contrapposti un personaggio positivo e uno negativo, ma - come osservò Melchiorre Cesarotti - essa a un tempo presenta come «ammirabile» il tirannicida e rende «amabile» la figura del tiranno.



• Vittorio Alfieri, Merope


Tragedia pubblicata per la prima volta nel 1783 e ristampata nel 1788; venne ideata dall'Alfieri nel 1782, con l'intento di competere con la Merope di Scipione Maffei (1713), allora considerata - come ebbe a scrivere lo stesso autore - «come l'ottima e sola delle tragedie». Cresfonte, re dei Messeni, è stato trucidato insieme a due suoi figli dal fratello Polifonte, che si è insediato sul trono e intende sposarne la vedova, Merope; ma un terzo figlio superstite, Egisto, rientra in incognito in città, vendica il padre e i fratelli e libera la madre dalle nozze con l'usurpatore, uccidendolo.



• Vittorio Alfieri, Maria Stuarda


Tragedia di Vittorio Alfieri, scritta e pubblicata nel 1778. La vicenda della cattolica regina di Scozia Maria Stuart, fatta uccidere nel 1587 dalla protestante regina d'Inghilterra Elisabetta per un intreccio di ragioni politiche e religiose, aveva destato molta impressione in Europa ed aveva anche dato lo spunto a numerosi lavori teatrali; in Italia è da ricordare in particolare La reina di Scozia (1628) di Federico Della Valle. Successivamente all'Alfieri, il tema venne affrontato anche da Schiller, nella tragedia Maria Stuart (1801). Il testo alfieriano però non tratta della morte di Maria, ma di un altro avvenimento: l'uccisione del marito di lei, Arrigo, a cui lei, succube del ministro Botuello, non riesce ad opporsi. La tragedia è considerata fra le meno riuscite dallo stesso Alfieri, che la considerava "debole e fredda".



• Vittorio Alfieri, La congiura de' Pazzi


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1777, pubblicata per la prima volta nel 1789. L'autore trasse lo spunto dalle Istorie fiorentine di Machiavelli, sceneggiando l'episodio della congiura che nel 1478 i membri della nobile famiglia dei Pazzi ordirono per rovesciare il dominio dei Medici su Firenze. Nel testo alfieriano il ruolo di protagonista è affidato a Raimondo de' Pazzi, marito di Bianca, sorella di Lorenzo e Giuliano de' Medici: l'azione si conclude con il fallimento della congiura, nonostante l'uccisione di Giuliano, e con la morte di Raimondo, suicida pur di non finire nelle mani di Lorenzo.



• Vittorio Alfieri, Don Garzia


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1777, pubblicata per la prima volta nel 1789. Ambientata nella Firenze cinquecentesca, ha per protagonista il figlio di Cosimo I de' Medici, Garzia, che per obbedire al padre accetta, benché riluttante, di sopprimere un avversario politico, Salviati, il quale è anche padre della donna da lui amata. Ma a causa di un subdolo inganno di suo fratello Pietro, ucciderà per errore l'altro fratello Diego, suscitando la reazione di Cosimo, che a sua volta ucciderà Garzia.



• Vittorio Alfieri, Saul


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1782, pubblicata per la prima volta nel 1788. Ritenuta comunemente, insieme alla Mirra, il capolavoro del teatro alfieriano, ripropone la storia biblica del re Saul e della sua gelosia nei confronti di David, che ha sposato sua figlia Micol e che egli teme possa far ombra al suo prestigio e alla sua autorità di sovrano. Dopo aver nominato David capo del suo esercito, Saul, ossessionato da una smania di dominio assoluto, lo scaccia, e fa anche mettere a morte il sommo sacerdote Achimelec, che è accusato di appoggiare David. Rimane così sempre più solo, preda del rimorso e di paurosi vaneggiamenti. Quando, approfittando dell'assenza di David, i nemici Filistei attaccano Saul, il vecchio re viene sconfitto e non gli resta che darsi la morte. Figura di tiranno assoluto, chiuso nel proprio morboso attaccamento al potere, in Saul vivono anche altri sentimenti, come il senso dell'ingiustizia dei propri comportamenti e la consapevolezza della vecchiaia, che ne fanno una figura intimamente contraddittoria e tormentata, la quale ritrova il prestigio morale solo nel suicidio conclusivo.



• Vittorio Alfieri, Agide


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1784, pubblicata per la prima volta nel 1788. In essa, oltre a tener presente la Vita di Agide di Plutarco, probabilmente nella traduzione cinquecentesca di Ludovico Domenichi, l'autore riprende l'intreccio di un'altra tragedia, il Carlo primo, progettata all'inizio della sua attività di drammaturgo e mai realizzata. La storia è quella del re di Sparta, Agide, processato e condannato per il suo tentativo di dare istituzioni più libere alla città; prima dell'esecuzione Agide si suicida insieme a sua madre Agesistrata. La tragedia è ritenuta una delle meno felici dell'Alfieri.



• Vittorio Alfieri, Sofonisba


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1784, pubblicata per la prima volta nel 1788. L'argomento è tratto dalle Storie di Tito Livio; era stato affrontato anche dal Trissino in una tragedia intitolata anch'essa Sofonisba (1556). L'intreccio si basa su una sorta di gara di magnanimità fra quattro personaggi: il romano Scipione risparmia il vinto nemico Siface, marito di Sofonisba; ma Sofonisba, credendolo morto, si è promessa a Massinissa, re della Numidia e alleato dei Romani, il quale l'aveva presa prigioniera. Massinissa, una volta saputo che Siface è vivo, è pronto a schierarsi con lui e Sofonisba contro i Romani. L'intreccio si scioglierà con il suicidio di Siface e di Sofonisba, mentre sarà Scipione a impedire anche a Massinissa di uccidersi.



• Vittorio Alfieri, Bruto primo


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1786, pubblicata per la prima volta nel 1789, dedicata a George Washington, l'eroe dell'indipendenza americana. L'intreccio è desunto da Tito Livio: Bruto, dopo che Lucrezia si è uccisa in seguito alla violenza subita da parte di Sesto, figlio del re di Roma Tarquinio il Superbo, si unisce al marito di lei, Collatino, per scacciare il re e instaurare la repubblica; e quando scopre che i suoi figli sono coinvolti in una congiura per restaurare il potere di Tarquinio, non esita a condannarli a morte.



• Vittorio Alfieri, Mirra


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1786, pubblicata per la prima volta nel 1789. Insieme al Saul, è considerata il vertice della produzione tragica alfieriana. L'argomento fu suggerito dalla lettura delle Metamorfosi di Ovidio. La giovane Mirra arde d'amore incestuoso per il padre Ciniro, e, nonostante cerchi di resistere a tale terribile sentimento, non riesce a nasconderlo ai suoi familiari, che ne restano inorriditi. Per sottrarsi a questo amore, che lei stessa vive con un profondo senso di colpa, non le resta che il suicidio. La figura di Mirra, vittima di un sentimento a cui è incapace di sottrarsi, domina l'intera tragedia ed è probabilmente il personaggio più riuscito di tutto il teatro alfieriano.



• Vittorio Alfieri, Bruto secondo


Tragedia di Vittorio Alfieri, ideata nel 1786, pubblicata per la prima volta nel 1789. Dedicata «Al popolo italiano futuro», è l'ultima tragedia scritta dall'autore; la sua fonte è da rintracciare nelle Vite di Plutarco, anche se ad Alfieri dovevano essere noti altri drammi sull'argomento, dal Giulio Cesare di Shakespeare a La morte di Cesare (1735) di Voltaire. Bruto, dopo aver invano cercato di convincere Cesare a restaurare le libertà repubblicane rinunciando al proprio potere assoluto, si unisce ai congiurati e partecipa alla sua uccisione, nonostante l'ammirazione e l'affetto nutriti nei suoi confronti. Il conflitto interiore di Bruto è reso ancor più drammatico dal fatto di esser venuto a sapere che Cesare è suo padre.



• Vittorio Alfieri, Panegirico di Plinio a Traiano


In quest'opera l'Alfieri finge il ritrovamento di un antico manoscritto in cui sarebbe riportata una redazione del panegirico scritto da Plinio il Giovane a Traiano diversa da quella conosciuta. Approfitta di questo espediente l'autore per rovesciare i contenuti del testo originale pliniano: se Traiano aveva messo in mostra doti non comuni nell'esercizio delle sue funzioni imperiali, a quest'ottimo principe era lecito chiedere il gesto supremo della rinuncia al potere e il ristabilimento dell'ordinamento repubblicano. Il Panegirico fu composto nel 1785 e stampato la prima volta a Parigi nel 1787.



• Vittorio Alfieri, Del principe e delle lettere


Il trattato Del principe e delle lettere, finito di scrivere nel 1786 e pubblicato la prima volta nel 1789, rappresenta il più importante documento della poetica alfieriana. L'autore muove da considerazioni sul rapporto tra letterato e potere per riconoscere nel letterato, e in particolare nel poeta, l'espressione più alta del sentire umano. Il poeta è costitutivamente l'antagonista del tiranno. Spetta al Principe proteggere il poeta, garantendogli la libertà di manifestare liberamente l'impulso che ha dentro di sé. L'opera si conclude con la constatazione della decadenza dell'Italia e la profezia dell'imminente riscatto.



• Vittorio Alfieri, Della tirannide


Trattato in due libri, scritto nel 1777 e pubblicato nel 1789. Nel primo libro viene definita la tirannide come regime in cui chi governa ha anche il potere di fare e disfare le leggi, o anche di infrangerle impunemente. Nel secondo viene indicata nella solitudine e nel volontario allontanamento dalla corte la linea di condotta che deve seguire chi voglia conservare sotto un regime tirannico la propria condizione di uomo libero; in casi estremi resta la soluzione del suicidio.



• Vittorio Alfieri, La virtù sconosciuta


La virtù sconosciuta è un'operetta in forma di dialogo composta da Alfieri durante il soggiorno in Alsazia nel 1786, e stampata la prima volta nel 1788 (ma con data 1786). L'autore immagina che compaia dinanzi a lui l'ombra di Francesco Gori, suo amico carissimo da poco scomparso. Nel dialogo sono messi a confronto due scelte di vita: quella del poeta che si fa carico di una missione pubblica di verità e quella di chi invece spende la propria grandezza nell'intimo dell'animo e dei pochi rapporti privati. Il confronto dà occasione all'Alfieri di ritornare sui temi fondamentali del suo pensiero: la libertà dell'individuo di fronte al tiranno, l'ignavia della grandissima maggioranza degli uomini ("la folla dei nati-morti"), il disinganno della gloria. Lo stile, sostenutissimo, dà alla prosa cadenze ritmiche prossime a quelle della poesia.



• Vittorio Alfieri, Le satire


L'idea di comporre un libro di Satire nacque ad Alfieri nel corso di un soggiorno a Siena nel 1777, durante il quale lo scrittore si dedicò allo studio approfondito di Giovenale e di altri classici latini. Passarono più di vent'anni perché l'opera risultasse conclusa. La prima edizione a stampa è del 1807. L'Alfieri porta in quest'opera un attacco ai miti e ai pregiudizi del suo secolo.



• Vittorio Alfieri, Vita


Una volta conclusa la stagione creativa di poeta tragico con la pubblicazione a Parigi nel 1788-89 dell'intero corpus delle tragedie, Alfieri diede avvio nel 1790 alla stesura dell'autobiografia. Più tardi, nel 1797, ne intraprese la scrittura della seconda parte, che comprendeva gli avvenimenti posteriori al 1790. L'opera, rimasta incompiuta, venne pubblicata postuma nel 1804. Il racconto è diviso in quattro «epoche» (puerizia, adolescenza, giovinezza e maturità): l'autore disegna un vigoroso autoritratto, nel quale la sua smania di libertà, modellata sulla scorta degli esempi letterari trasmessi dall'antichità, in primo luogo gli eroi di Plutarco, si sviluppa e si precisa contemporaneamente alla sua vocazione di poeta tragico.



• Giovan Battista Casti, Gli animali parlanti


L'abate Giovan Battista Casti, vissuto tra il 1724 e il 1803, fu una figura tipica di letterato del secondo Settecento, spirito libero, frequentatore delle più importanti corti europee. Gli animali parlanti, poema favolistico-satirico in 26 canti di sestine, fu pubblicato a Parigi e a Milano tra il 1802 e il 1803. Fingendo di ispirarsi a un antico testo indiano, Casti fa una vivace satira zoomorfica dello scontro tra l'assolutismo monarchico di Luigi XVI (il Leone) e i rivoluzionari repubblicani (Cane, Elefante, Tigre) raccolti in un club di oppositori. Un cataclisma finale annulla le trattative promosse dal Coccodrillo per mettere fine alla guerra tra repubblicani e realisti, e gli animali perdono le loro virtù umane. Il poema, animato da uno spirito scettico e dissacratore, ebbe straordinario successo tra i patrioti italiani.



• Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene


Cesare Beccaria, filosofo economista e giurista milanese, nonno di Alessandro Manzoni, vissuto tra il 1738 e il 1794, pubblicò a Livorno nel 1764 Dei delitti e delle pene, trattatello etico-giuridico la cui edizione definitiva del 1766 fu subito messa all'Indice. L'opera, nata all'interno del gruppo illuminista lombardo, in collaborazione con Pietro Verri, mostra chiaramente l'influsso della cultura francese, di cui adotta la filantropia, l'utilitarismo e la sensibilità per la condizione umana. Beccaria, propugnando con logica stringente e commossa eloquenza l'abolizione della tortura e della pena di morte, aspira alla costruzione di una società tollerante e umanitaria, conseguenza di un' azione riformatrice, morale e sociale, da parte di sovrani illuminati.



• Melchiorre Cesarotti, Poesie di Ossian


Il padovano Melchiorre Cesarotti (1730-1808), scrittore fecondissimo e fautore degli ideali illuministici, pubblicò nel 1801 l'edizione definitiva in 4 volumi delle traduzioni italiane delle poesie composte dallo scozzese James Macpherson, a partire dal 1760, sotto il falso nome di Ossian, leggendario bardo gaelico del III secolo. Nei volumi spiccano il poema epico Fingal, il poemetto Temora, I canti di Selma, grandiose visioni di un medioevo barbarico, ma sentimentale, che Cesarotti rielaborò con una sua personale cifra stilistica, diffondendo in Italia la “moda ossianica”, che divenne componente essenziale del cosiddetto preromanticismo. Alle sue traduzioni attinsero Alfieri, Monti, Foscolo e Leopardi.




• Ippolito Pindemonte


Nacque a Verona nel 1753. Dopo una rigida educazione classicistica ricevuta nelle scuole di Modena e di Verona, si trasferì a Roma, dove fu accolto tra i membri dell'Arcadia. Viaggiò a lungo in Italia e fuori. A Parigi conobbe Alfieri. In età matura si ritirò a vivere nel Veneto, tra Verona e Venezia. Morì a Verona nel 1828.




• Ippolito Pindemonte, Poesie campestri


Scritte nel 1785, uscirono in edizione definitiva nel volume Le poesie e le prose campestri (1817). L'opera comprende nove componimenti in metri vari, di tono elegiaco, mediato da poeti come Gray, Gessner, Thompson e l'italiano Bertola. I temi prevalenti sono: la vita solitaria della campagna, in cui l'uomo ritrova la propria unità interiore minacciata dai condizionamenti della società; il colloquio con la luna e, soprattutto, l'invocazione alla malinconia «ninfa gentile», stato d'animo necessario al poeta per cogliere l'armonia del creato; in sintesi, la contemplazione della natura che svela la decadenza del mondo contemporaneo e rende vane le illusioni giovanili (intuizione questa che diverrà cara a Leopardi).



• Ippolito Pindemonte, Prose campestri


Composte a partire dal 1785, uscirono in edizione definitiva nel 1817, insieme con le Poesie campestri. La raccolta riunisce dieci brevi testi, scritti in uno stile chiaro e "disciplinato" di stampo illuministico, ma a tratti aderente alle sottili gradazioni del sentimento. Le prose hanno due linee tematiche comuni: il paesaggio e la tensione filosofico-morale. L'abbandono al piacere delle vedute panoramiche - alle sue variazioni cromatiche e all'atmosfera di serenità e malinconia che ne deriva - viene messo a contrasto con la visione del mondo contemporaneo, snaturato dalla scienza che porta l'uomo a conoscenze settoriali e quindi alla perdita del senso dell'unità del cosmo e del primo principio, il Dio della Bibbia. Alle descrizioni paesaggistiche di Pindemonte sembrano essere ispirate in parte quelle dei Promessi sposi.



• Ippolito Pindemonte, Traduzione dell' "Odissea"


È tuttora la più celebre versione del poema omerico, per lunghissimo tempo l'unica usata nelle scuole. Pindemonte la portò a termine nel 1818 e la pubblicò nel 1822. È considerato il suo capolavoro. Più che una traduzione scrupolosamente filologica, si tratta di un'opera creativa, fedele più allo spirito che alle parole dell'originale. In essa Pindemonte calò una forte inclinazione sentimentale di tono preromantico, interpretando l'epos greco in chiave per lo più elegiaca. Lo stile, composto e misurato, è impreziosito da arcaismi e reminiscenze dantesche.




• Carlo Porta, Poesie


Il milanese Carlo Porta (1775-1821) è una delle personalità più interessanti e originali della cultura letteraria italiana fra Sette e Ottocento. Restano di lui circa 200 componimenti in dialetto milanese. Vivente l'autore, ne furono pubblicati solo una cinquantina, nel 1817; Tommaso Grossi curò un'edizione postuma, più completa, nel 1821, da integrare con alcuni inediti usciti a Lugano nel 1826. Al culmine di una tradizione lombarda (Maggi, Balestrieri, Tanzi) che aveva usato il dialetto come strumento di una poesia moralmente e civilmente impegnata, Porta allarga i registri del “parlato” milanese, dando voce ai vari strati sociali, dal plebeo al borghese, all'aristocratico. La rappresentazione dolente degli “umiliati” del mondo popolare ha come controcanto la satira feroce delle caste clericali e nobiliari. Paragonabile in questo ai sonetti romaneschi del Belli, le poesie di Porta se ne differenziano per una salda fiducia negli ideali democratici del Risorgimento e del Romanticismo.




• Vincenzo Monti


Nacque ad Alfonsine di Fusignano, Ravenna, nel 1754. Dopo gli studi al seminario di Faenza, cominciò a praticare la poesia e ottenne di essere ammesso all'Accademia dell'Arcadia. Protetto dal card. Scipione Borghese, si trasferì a Roma nel 1778, divenendo subito famoso per le sue straordinarie capacità poetiche. Le opere del periodo romano, che interpretavano al meglio le esigenze del gusto neoclassico, si confacevano anche ideologicamente con gli ambienti conservatori romani del papato di Pio VI. Nel 1791 sposa Teresa Pickler. Nel 1797 Monti abbandona Roma per trasferirsi a Milano. Si avvicina all'ideologia giacobina e riesce a ottenere incarichi di una certa importanza nella Repubblica Cisalpina. Entrò in contatto con il giovane Foscolo, a cui concesse la sua amicizia. Divenne un ammiratore di Napoleone. Nel 1802 ottenne la cattedra di eloquenza all'università di Pavia. Sopravvenuta la Restaurazione, scrisse opere encomiastiche nei confronti dei dominatori austriaci. Dedicò gli ultimi anni della sua vita a studi linguistici, in collaborazione col genero Giulio Perticari. Morì a Milano nel 1828.



• Vincenzo Monti, Caio Gracco


Tragedia scritta dal Monti nel soggiorno a Parigi del 1799-1800, e messa in scena per la prima volta a Milano nel 1802 (in un periodo, cioè, in cui l'autore sosteneva esplicitamente il regime napoleonico). L'argomento, tratto dalla storia antica, è costituito dalle vicende del tribuno Caio Gracco, eroe romano della libertà, che soccombe ai complotti del suo avversario Opimio ed è costretto al suicidio. Hanno una parte importante nell'azione anche la madre di Gracco, Cornelia, e la moglie Licinia. La tragedia ha toni moderati, quindi è aliena sia da nostalgie per l'Ancien régime sia da eccessi giacobini.



• Vincenzo Monti, Poesie e poemi


Nonostante il giudizio limitativo di Leopardi, che lo definì poeta "dell'orecchio e dell'immaginazione, del cuore in nessun modo", Vincenzo Monti occupa una posizione nevralgica nel quadro della poesia italiana dell'Ottocento. Tutti riconoscono in lui l'autore che riassunse e riorganizzò lingua, temi e forme della poesia settecentesca a uso delle generazioni future. Si è soliti distinguere la produzione poetica di Monti in tre momenti, quello romano filo-papale, dalla Prosopopea di Pericle alla Bassvilliana (1779-1797), quello filo-francese, dal Prometeo a Le api panacridi (1797-1814), quello filo-austriaco, dal 1815 fino alla morte. Questa scansione, che sottolinea il mutare dell'atteggiamento politico del Monti, introduce dei parametri di valutazione impropri per un poeta che ricomponeva le contraddizioni del presente nell'universo della mitologia e di una tradizione secolare. Monti combina elementi danteschi con elementi biblici e virgiliani, riprende la grande tradizione classicista italiana rinascimentale intrecciandola con autori come Shakespeare e Ossian. Sono debitori del Monti tutti i più grandi poeti italiani della prima metà dell'Ottocento, da Foscolo, a Manzoni a Leopardi.



• Vincenzo Monti, Traduzione dell' "Iliade"


La traduzione italiana dell'Iliade di Omero in endecasillabi sciolti realizzata da Vincenzo Monti è considerata unanimemente il suo capolavoro. Monti, che aveva già fatto anni prima (1788) un tentativo di versione in ottave, ne pubblicò varie edizioni, via via rivedute: nel 1810, 1812, 1820, fino alle definitiva del 1825. Non conoscendo il greco (fatto che gli attirò fra l'altro le critiche ironiche di Foscolo), si dovette avvalere della consulenza di Ennio Quirino Visconti, celebre letterato e archeologo, e del greco Andrea Mustoxidi, e dovette far capo a precedenti traduzioni in latino e in italiano; tuttavia il risultato finale fu felicissimo e la sua versione costituisce forse il testo più emblematico del neoclassicismo italiano.