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Aggiornamento del: 18/10/2008 Iscriviti alla: Newsletter  Fonte: Redazione Parodos.it


 

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Letteratura italiana dalle origini fino a Pirandello e D'Annunzio

Opere e personaggi: Da Iacopone da Todi a Francesco Sacchetti

• Iacopone da Todi, Laude


Iacopone nacque a Todi tra il 1230 e il 1236 e morì nel 1306. Dopo aver esercitato la professione del notaio, in seguito alla morte della moglie, nel 1278, lasciò il mondo per entrare come frate laico tra i minori francescani. Le Laude da lui scritte (93 di sicura attribuzione) sono espressione del francescanesimo pauperistico, che rifiuta di sconfinare nell'eresia, ma è anche intransigente nei confronti della corruzione del clero. I segni del male, del peccato, della morte sono descritti con crudo realismo e corrosiva forza satirica, grazie anche all'uso del dialetto umbro arcaico, spesso arricchito di latinismi tratti dal repertorio ecclesiastico. I componimenti hanno forma di ballata con schema vario; celebre è la lauda dialogata Donna di Paradiso, nota come Pianto della Madonna. La prima edizione a stampa uscì a Firenze nel 1490.


• Bonvesin de la Riva, Libro delle tre scritture


Il milanese Bonvesin de la Riva (probabilmente la Ripa di Porta Ticinese a Milano) visse tra il 1240 e il 1315 circa. Il Libro de le tre scritture, composto prima del 1274, è il più interessante testo medievale che rappresenta l'aldilà cristiano prima della Commedia di Dante. È distinto in tre parti: De scriptura nigra, che descrive le pene infernali; De scriptura rubra, che rievoca la passione di Cristo; De scriptura aurea, che rappresenta le gioie del Paradiso. Il genere a cui Bonvesin si riconnette è quello delle visioni, movimentato narrativamente dall'autore con elementi di vivacità popolaresca. Il metro adottato è la quartina di alessandrini (cioè settenari doppi) monorimi.



• Bonvesin de la Riva, Poemetti


I poemetti di Bonvesin de la Riva (probabilmente la Ripa di Porta Ticinese a Milano) rappresentano il meglio della sua produzione in volgare lombardo. Bonvesin scrive nella seconda metà del secolo XIII. Il contenuto allegorico-morale della Disputatio rosae cum viola e quello religioso delle Laudes de Virgine Maria si spiegano con la sua appartenza al terz'ordine degli Umiliati. Sembra invece essere un'opera giovanile il De quinquaginta curialitatibus ad mensam, una sorta di galateo dello stare a tavola distinto in cinquanta precetti. Bonvesin, che era nato intorno al 1240 muore intorno al 1315. Tutti i documenti che lo riguardano riconducono alla città di Milano.



• Giacomino da Verona, De Ierusalem celesti


Poemetto di quartine monorime che descrive la città celeste e costituisce con l'altro poemetto De Babilonia civitate infernali un dittico dedicato ai due mondi dell'aldilà. Per questa ragione le opere di Giacomino da Verona, un minore osservante vissuto nella seconda metà del Duecento (di cui null'altro si conosce), sono considerate in qualche modo anticipatrici della Commedia dantesca. Nella sua opera Giacomino s'ispira soprattutto all'Apocalisse; ma si nota anche la presenza di testi della letteratura francescana.



• Giacomino da Verona, De Babilonia civitate infernali


Poemetto di quartine monorime che descrive la città infernale e costituisce con l'altro poemetto De Ierusalem celesti un dittico dedicato ai due mondi dell'aldilà.



• Guittone d'Arezzo, Rime


Guittone del Viva d'Arezzo visse tra il 1235 circa e il 1294. È considerato a ragione il caposcuola di un gruppo di poeti operanti in Toscana nella seconda metà del XIII secolo, che continuarono in Italia l'esperienza poetica siciliana recuperando nello stesso tempo per via diretta temi e forme della poesia provenzale. Guittone, esponente del partito guelfo, abbandonò intorno al 1257-59 la vita politica per entrare nell'ordine dei Cavalieri di Santa Maria, i cosiddetti "frati gaudenti". Questo evento biografico è considerato tradizionalmente anche il discrimine tra il Guittone poeta d'amore e il Guittone poeta morale. Caratteristica della poesia guittoniana è in entrambi i casi la complessa elaborazione retorica e la conseguente tensione e oscurità della lingua. Alla lezione di Guittone guardarono non soltanto i rimatori cosiddetti siculo-toscani, ma anche, nei loro inizi, poeti come Guinizzelli, Cavalcanti e lo stesso Dante, i quali superarono nello Stilnuovo la maniera del loro primo maestro.



• Bonagiunta Orbicciani, Rime


Le Rime di Bonagiunta Orbicciani da Lucca, vissuto tra il 1220 e il 1290 circa, riprendono temi e forme della poesia siciliana. Loro caratteristica sono da un lato una certa melodicità, dall'altro la sentenziosità. L'esperienza di Bonagiunta resta di fatto estranea sia alle complicazioni retoriche e sintattiche di Guittone sia agli approfondimenti filosofici di Guinizzelli, collocandosi di conseguenza in uno spazio di autonomia tra guittonismo e Stilnuovo. Il componimento più noto di Bonagiunta è il sonetto "Voi, ch'avete mutato la mainera", polemico verso le novità della poesia di Guinizzelli. Forse è proprio questo sonetto che induce Dante in Purgatorio XXIV a usare il personaggio di Bonagiunta per definire la novità dello Stilnuovo rispetto alla vecchia maniera di poetare.



• Panuccio dal Bagno, Rime


Ventidue poesie, di cui dodici canzoni, costituiscono l'eredità letteraria di Panuccio dal Bagno, rimatore pisano originario, forse, dei Bagni di San Giuliano (oggi San Giuliano Terme) e già morto nel 1276. La sua maniera di far poesia ricorda molto da vicino quella di Guittone d'Arezzo, sia per l'impegno morale sia per la complicatezza stilistica.



• Onesto da Bologna, Rime


Di Onesto degli Onesti, detto Onesto da Bologna, nato verso il 1240 e morto nei primi anni del secolo XIV, i manoscritti tramandano poco meno di trenta poesie, tra le quali alcuni sonetti in corrispondenza con Cino da Pistoia. Onesto, che è seguace della scuola poetica guittoniana, in un sonetto deride Cino per essere un imitatore pedissequo di Cavalcanti e di Dante. Fu ricordato da Dante nel De vulgari eloquentia e da Petrarca nei Trionfi.



• Monte Andrea, Rime


Le Rime di Monte Andrea da Firenze, vissuto nella seconda metà del Duecento, si iscrivono all'interno dell'esperienza di stile inaugurata da Guittone d'Arezzo. Della maniera guittoniana Monte accentua la vena sperimentale, soprattutto nella direzione del trobar clus. Ma sono anche presenti, seppure in maniera marginale, elementi stilnovisti. Ciò potrebbe essere messo in connessione con il soggiorno di Monte a Bologna tra il 1267 e il 1274, negli stessi anni in cui vi viveva Guido Guinizzelli.



• Chiaro Davanzati, Rime


Le rime di Chiaro Davanzati, vissuto a Firenze nella seconda metà del sec. XIII, sono rappresentative della fase di passaggio dalla maniera siculo-toscana a quella dello Stilnuovo. Resistono ancora in Chiaro i modi guittoniani e l'imitazione dei provenzali, ma il suo dettato poetico dimostra un'evidente evoluzione nella direzione di quel trobar leu che costituirà una delle novità formali della poesia stilnovista. Peculiarità di Chiaro è la forte influenza subita dalla letteratura dei Bestiari.



• Compiuta Donzella, Sonetti


I tre sonetti che il manoscritto Vaticano-Latino 3793 attribuisce alla Compiuta Donzella sono gli unici testi che si conoscono di questo personaggio, che sarebbe vissuto a Firenze nella seconda metà del Duecento. Si è discusso a lungo se la rimatrice sia storicamente esistita o si tratti di invenzione letteraria. Se, come oggi si è propensi a credere, l'identità della Compiuta ha fondamento storico, si tratta della prima donna conosciuta della tradizione letteraria italiana.



• Dante da Maiano, Rime


Di Dante da Maiano, nativo di un borgo del circondario fiorentino poco prima della metà del 1250, la cosiddetta Giuntina di rime antiche, l'importante silloge dell'antica poesia toscana pubblicata a Firenze presso i Giunti nel 1527, ci trasmette una raccolta di rime (48 sonetti, 5 ballate e 2 canzoni) che si iscrive interamente nella tradizione siculo-toscana. Nel momento in cui era massima la tensione per il passaggio dalla maniera guittoniana alle nuove forme dello Stilnuovo, la posizione di Dante da Maiano si dimostra dunque del tutto sbilanciata verso la tradizione. Per l'autore l'esercizio della poesia è una pratica retorica che prescinde da qualsiasi impegno umano e personale. Ne consegue che il suo metodo compositivo finisce per essere soltanto centonistico. Dante da Maiano fu in corrispondenza poetica, tra gli altri, con Chiaro Davanzati, Guido Orlandi e con lo stesso Dante Alighieri.



• Guido Guinizelli, Poesie


Guido Guinizzelli, bolognese, giudice e uomo politico, nato intorno al 1235 e morto in esilio a Monselice nel 1276, è il poeta che fondò quella maniera di poetare che Dante nel canto XXIV del Purgatorio definì "dolce stil nuovo". Gli inizi di Guinizzelli sono nella scia di Guittone, ma con la canzone Al cor gentile rempaira sempre amore egli inaugurò sia sul piano dei contenuti (l'identità di amore e cor gentile, la poesia della lode, l'analogia dell'esperienza amorosa coi fenomeni naturali) sia su quello formale (l'abbandono dello stile complicato guittoniano) le basi della nuova maniera che avrebbe raggiunto compiutezza a Firenze con Cavalcanti e Dante.



• Guido Cavalcanti, Poesie


Nato intorno al 1259 da una potente famiglia fiorentina di parte bianca, Guido Cavalcanti partecipa alla lotta delle fazioni nella sua città, fino all'esilio del 1300, che è anche l'anno della sua morte. Di cultura filosofica laica (era seguace dell'aristotelismo averroistico), Cavalcanti approfondisce la tematica amorosa tradizionale alla luce di una sorta di scienza dell'anima, che dà consistenza oggettiva alle facoltà spirituali (la teoria degli spiriti e degli spiritelli), assumendo questa concezione all'interno di una prospettiva pessimistica che nega la possibilità di giungere all'intelligenza piena dell'esperienza d'amore. Ne consegue un'ispirazione tragica che fa dell'amore un'esperienza passionale, tormentosa, fonte di angoscia piuttosto che di felicità. Le idee cavalcantiane sull'amore sono espresse soprattutto nella canzone Donna me prega. Dal punto di vista espressivo Cavalcanti è il primo grandissimo maestro dello Stilnuovo, in grado di portare la lingua poetica a gradi di raffinatezza e trasparenza mai raggiunti prima. L'esperienza di Cavalcanti è fondamentale sia per Dante sia per Petrarca.



• Lapo Gianni, Rime


Della biografia di Lapo Gianni, rimatore della stessa generazione di Dante, non si conosce nulla di certo. La sua maniera di far poesia è ispirata formalmente da quella di Cavalcanti e di Dante, ai quali, a giudicare dal sonetto dantesco Guido, io vorrei che tu Lapo ed io, è anche legato da solida amicizia. Manca naturalmente a Lapo la robustezza concettuale dei suoi due grandi amici; i suoi pregi consistono soprattutto nella capacità di modulare con grazia e leggerezza il verso.



• Gianni Alfani, Rime


Poco o nulla si conosce con sicurezza della biografia di Gianni Alfani al di fuori della sua amicizia con Guido Cavalcanti, e dunque del fatto che visse a cavallo dei secoli XIII e XIV. Di lui restano solo sette componimenti, che denunciano in modo evidente la dipendenza da Cavalcanti. Una dipendenza, tuttavia, soltanto esteriore, che esclude la complessità e la tormentosità dell'ispirazione del grande modello.



• Dino Frescobaldi, Rime


Il Frescobaldi, esponente di una potente famiglia mercantile fiorentina, visse tra il 1271 e il 1316. Rimatore seguace dello Stilnuovo, finisce per ripeterne le formule più convenzionali, ma talora è anche in grado di irrobustirle con immagini corpose che derivano a lui dalla lettura dell'Inferno dantesco. La leggenda vuole che il Frescobaldi avesse ritrovato in Firenze i primi sette canti del poema di Dante, abbandonati dall'autore, e li avesse recapitati a lui che soggiornava allora in Lunigiana presso i Malaspina, inducendolo in questo modo a continuarne la composizione.




• Brunetto Latini

Nacque a Firenze intorno al 1220 e morì qui nel 1293. Trattatista e poeta, esercitò in vita le funzioni di giudice e di notaio, partecipando alla vita politica fiorentina. Di parte guelfa, visse sei anni in esilio in Francia dal 1260 al 1266. Fu maestro di Dante, da cui è ricordato nel canto XV dell'Inferno. Scrisse in francese il Trésor, un enciclopedia del sapere medievale, tratta sia da fonti classiche sia da fonti medievali. Dal Trésor derivò il Tesoretto, in volgare toscano. Notevole il suo contributo alla diffusione degli studi retorici, con la versione in volgare e il commento del De inventione di Cicerone. Brunetto è la prima figura di intellettuale laico impegnato in un progetto di educazione civile fondata sul recupero degli autori classici.




• Brunetto Latini, La rettorica


L'opera è un volgarizzamento-commento dei primi diciassette capitoli del De Inventione di Cicerone. Intenzione dell'autore è di ridefinire il ruolo della retorica come strumento di pratica politica e di confronto civile, al di fuori dunque delle competenze dei maestri delle artes dictandi e degli usi tecnici che se ne faceva all'interno delle scuole di diritto. L'opera, compilata negli anni immediatamente successivi al 1260, rimase interrotta forse perché l'autore aveva deciso di trasferire la stessa materia nel Trésor.




• Brunetto Latini, Tesoretto


Databile negli anni dell'esilio in Francia dell'autore, dunque tra il 1260 e il 1266, il Tesoretto è una redazione minore e in lingua toscana del più impegnativo Trésor, scritto da Brunetto in francese. I versi tramandati sono 2944 e contengono dapprima una sorta di compendio di filosofia naturale, quindi un trattato su vizi e virtù. Alcuni passaggi dell'operetta, in settenari baciati, anticipano modi di Dante nella Commedia.



• Brunetto Latini, Favolello


Il poemetto, forse mancante dei versi iniziali, è di impegno decisamente minore rispetto al Tesoretto. Ha come tema l'amicizia ed è indirizzato al rimatore Rustico di Filippo. Brunetto descrive una sua fenomenologia della vera e della falsa amicizia. Nei versi conclusivi è citato l'altro rimatore fiorentino Palamidesse. Impossibile definire la data di composizione, avvenuta tra il 1266, anno del ritorno di Brunetto a Firenze dopo l'esilio in Francia, e il 1294, anno della morte. Il titolo deriva dal francese flabel, che significava appunto "poemetto".




• Bono Giamboni, Libro de' vizî e delle virtudi


Bono Giamboni, giudice fiorentino vissuto all'incirca tra il 1235 e il 1295, fu forse il miglior volgarizzatore duecentesco toscano di opere latine tardo antiche e medievali. Il Libro de' vizî e delle virtudi è un'opera originale, seppure il suo impianto è debitore in vario modo di Cicerone, Claudiano, Boezio, Prudenzio, Alano da Lilla e altri. L'autore, sotto la guida della Filosofia, si reca al palazzo della Fede. Qui assiste allo scontro tra i Vizi e le Virtù, alla lotta della Fede contro le eresie e le altre religioni, quindi alla sconfitta dei Vizi. Successivamente si mostrano all'autore le quattro Virtù cardinali, che dopo un giuramento lo acquisiscono tra i loro adepti. Dunque, sotto lo schema di una visione allegorica, Giamboni disegna un itinerario morale che porta dal vizio alla virtù, dal peccato alla salvezza. È interessante notare come Giamboni, contravvenendo alle regole del genere di opere di questo contenuto, adotti la prosa invece del verso. La composizione dell'opera si fa risalire agli anni 70 del secolo XIII.




• Restoro d'Arezzo, La composizione del mondo


Il trattato della Composizione del mondo è una vasta enciclopedia medievale in prosa sulla struttura del cosmo. Le conoscenze che Restoro divulga sono quelle proprie della tradizione aristotelico-tolemaica, integrate per la parte astronomica e astrologica con il sapere della scienzia araba. Il principio generale da cui Restoro muove è che tutto ciò che appartiene al mondo terreno (minerali, vegetali, animali, l'uomo stesso) trae le ragioni della propria esistenza dalla virtù dei cieli. Il metodo d'indagine professato, desunto dalla cultura scientifica araba, pone l'accento sulla necessità di una conoscenza che sia sperimentale e razionale, dunque non fondata sull'apriorismo teologico. L'opera, che costituisce il primo testo originale di argomento scientifico in lingua volgare, fu portata a termine nel 1282.





• Novellino


Raccolta di cento novelle dovuta a un anonimo compilatore, che sembra essere fiorentino, ma non sono escluse le origini venete, e in particolare trevigiane, dell'opera. L'autore-compilatore sembra appartenere al mondo dei mercanti. La materia dei racconti tratta, com'è detto nell'argomento dell'opera, "d'alquanti fiori di parlare, di belle cortesie e di be' risposi e di belle valentie e doni, secondo che per lo tempo passato hanno fatto molti valenti uomini". I personaggi sono presi dalle età passate e dalla realtà contemporanea: vi compaiono quasi tutti i personaggi esemplari del Medioevo letterario, da Ercole ad Alessandro Magno, da Salomone all'imperatore Federico II, da Lancillotto e re Artù a tanti altri, il che denota una conoscenza approfondita da parte dell'autore della cultura cortese franco-provenzale. Il Novellino, composto tra il 1281 e il 1300, compare con questo titolo solo a partire dall'Ottocento. Nelle due stampe cinquecentesche dell'opera portava i titoli di Le ciento novelle antike e Libro di novelle e di bel parlare gentile. Si tratta di un precedente importante per il Decameron di Boccaccio.




• Mare amoroso


Il Mare amoroso è un poemetto composto da un anonimo toscano intorno al 1270-80. L'autore costruisce una trama di discorso amoroso che si svolge attraverso una lunga catena di comparazioni animali, immagini mitologiche, personaggi romanzeschi e altro. Fonte principale del Mare è anzitutto il Bestiaire d'amours di Richart de Fornival, autore che aveva rinnovato radicalmente il genere dei bestiari reinterpretandone in chiave erotica i tradizionali insegnamenti morali.




• Libro della natura degli animali


Il Libro della natura degli animali è un testo anonimo composto probabilmente in Italia settentrionale sul finire del Duecento, anche se la versione qui pubblicata è di origine toscana. Rientra nel genere dei Bestiari, opere che descrivono la natura degli animali e interpretano le loro caratteristiche alla luce di schemi di ordine mistico-teologico. Finalità dei Bestiari è soprattutto quella di fornire degli ammaestramenti morali, che nel nostro specifico caso finiscono anche per estendersi a norme pratiche di condotta ispirate a buon senso.




• Il Bestiario moralizzato


Il Bestiario moralizzato è un testo costituito di 64 sonetti, ognuno dei quali descrive le proprietà di un animale e i significati morali a cui le proprietà rimandano. L'autore anonimo, che compose la raccolta sul finire del XIII secolo o forse nei primi anni del XIV, dimostra una buona conoscenza della poesia cortese duecentesca e soprattutto dell'opera di Chiaro Davanzati. Nella serie agli animali più comuni vengono associati animali fantastici che derivano dai repertori enciclopedici medioevali.





• Andrea Cappellano, De Amore


Dell'autore del De Amore, attestato nei manoscritti col nome di Andrea, cappellano del re di Francia, non si conosce con sicurezza nulla. Non è certo che il Gualtieri, a cui l'opera è dedicata, sia Gautier il giovane, ciambellano del re Filippo Augusto. Né è definibile con sicurezza la relazione esistente fra l'autore e Maria di Champagne, che pure ha tanta parte nel trattato. L'opera fu scritta in latino, forse a Parigi, negli anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Si tratta del testo fondamentale dell'erotismo medievale. Movendo dall'Ars amandi di Ovidio, ma con l'apporto di altri autori antichi e medievali, Andrea mette a punto una vera e propria summa dell'amor cortese, riferimento imprescindibile per tutti i successivi poeti e prosatori romanzi che si cimentarono nella materia amorosa. Il De Amore (conosciuto anche col titolo di Gualtieri, dal nome del suo dedicatario) fu condannato pubblicamente dal vescovo di Parigi nel 1277, ma ebbe nonostante ciò una fortuna straordinaria in Europa fino a tutto il Trecento. In Italia ne furono fatte almeno due traduzioni in volgare. Una di queste (la cosiddetta "traduzione romana", perché tramandata unicamente dal ms. Barberiniano-Latino 4086 della Biblioteca Apostolica Vaticana) è a fondamento del testo qui riprodotto.





• Il Tristano riccardiano


Romanzo in prosa che racconta i fatti di Tristano, leggendario cavaliere della Tavola Rotonda. La materia arturiana, di derivazione francese, si ramificò in tutte le letterature volgari, dando luogo a una vera e propria fioritura di traduzioni, rifacimenti e rielaborazioni. Il Tristano Riccardiano, detto in questo modo perché il manoscritto che ne conserva la migliore versione è custodito presso la Biblioteca Riccardiana di Firenze, è una rielaborazione in volgare toscano, avvenuta tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, del francese Tristan en prose, risalente agli inizi del XIII secolo. Al centro del racconto la storia d'amore fra Tristano e Isotta e il conflitto drammatico dell'eroe con re Marco, promesso sposo di Isotta.




• Folgóre da San Gimignano, Sonetti


Folgóre è il nome con cui è conosciuto Iacopo di Michele da Sangimignano, vissuto tra il 1270 e il 1330 circa. Rimatore della stessa generazione di Dante, Folgóre si caratterizza come una delle voci più originali della poesia minore toscana tra Due e Trecento, per l'attitudine a celebrare nei suoi versi, con accesa fantasia pittorica, la vita splendida e raffinata di una gentile brigata ritratta nelle sue occupazioni nei giorni della settimana e nei mesi dell'anno. Alle due collane dedicate appunto ai giorni della settimana e ai mesi dell'anno si aggiunge un gruppetto di sonetti in cui l'autore celebra i rituali cavallereschi.




• Cenne della Chitarra, Risposta ai "Sonetti dei mesi"


Di questo rimatore aretino del sec. XIV si sa che esercitava l'arte della giulleria accompagnandosi con la chitarra (da cui l'appellativo). Ci resta una corona di 13 sonetti, che sono una divertente parodia dei sonetti dei mesi di Folgóre da San Gimignano: secondo lo schema dell'enueg (“noia”) provenzale, Cenne sostituisce i piaceri esaltati da Folgóre con l'elenco dei fastidi d'ogni genere che ciascun mese infligge a una brigata di poveretti.





• Rustico di Filippo, Sonetti


Il fiorentino Rustico di Filippo, o Rustico Filippi, di parte ghibellina, vissuto nella seconda metà del XIII secolo, godè nella sua città di una certa fama come rimatore. A lui Brunetto Latini dedicò il Favolello e di lui parla Francesco da Barberino nelle glosse ai Documenti d'amore. Di Rustico restano 58 sonetti, in parte di argomento amoroso, in parte di materia comico-realistica. I primi rispondono ai dettami della poesia d'amore duecentesca con un'eleganza sconosciuta agli stessi siculo-toscani; l'ispirazione dei secondi, anti-cortese, sembra invece essere opposta a quella dei primi. Si tratta in realtà di un rimatore dotato di notevoli capacità letterarie, in grado proprio per questo di provarsi con successo in più registri espressivi.





• Cecco Angiolieri, Rime


Di Cecco Angiolieri, rimatore senese vissuto tra il 1260 e il 1312, dunque della stessa generazione di Dante, sopravvivono, come sicuramente attribuibili a lui, 111 sonetti. Le poche notizie certe che si hanno della sua biografia depongono per un temperamento insofferente, estroso, bizzarro. Opinione confortata dai temi toccati nelle sue rime: il lamento per la povertà, la ribellione al padre, il fastidio per la moglie Becchina, l'elogio della vita dissipata (il gioco, le donne, le taverne). Ma non bisogna esagerare nell'interpretare questi argomenti in chiave autobiografica: rispondono di fatto anch'essi a una maniera letteraria. Dunque un poeta colto, letterato, che porta nella poesia toscana, con i temi della tradizione goliardica e del misoginismo, una vena paradossale, mirando probabilmente a fare una sorta di controcanto alla maniera stilnovista.





• Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi


Dino Compagni, fiorentino, vissuto tra il 1255 circa e il 1324, fu della stessa generazione di Dante e condivise con lui la passione politica e l'appartenenza alla fazione dei Bianchi. La Cronica è un resoconto delle lotte interne fiorentine dal 1280 al 1312. La partecipazione diretta dello scrittore ai fatti che racconta e l'impegno etico-civile da cui nasce l'esigenza del raccontare, rendono l'opera particolarmente viva, ricca di pagine vibranti, lontanissima dalla compassatezza della tradizione annalistica della storiografia medievale. Desta tuttavia meraviglia che il Compagni non faccia mai menzione di Dante, che pure aveva avuto un ruolo significativo nella vita politica fiorentina degli anni intorno al 1300.




• Cino da Pistoia, Poesie


Cino da Pistoia visse tra il 1270 circa e il 1337. Dopo essersi addottorato a Bologna, fu professore di diritto presso le università di Siena, Perugia e Napoli. Amico di Dante, dal quale è ricordato nel De vulgari eloquentia nella schiera ristrettissima di poeti toscani che raggiunsero l'eccellenza nell'uso del volgare, praticò la poesia come epigono della maniera stilnovista. Caratteristica di Cino è l'abbandono sia della drammaticità cavalcantiana sia della prospettiva misticheggiante di Dante, nella direzione di una ricerca di grazia e musicalità nelle quali effondere i temi autobiografici. Cino rappresenta l'anello di congiunzione nel passaggio da Dante a Petrarca.





• Cecco d'Ascoli, L'Acerba


L'Acerba di Cecco d'Ascoli (nome con cui è comunemente conosciuto Francesco Stabili, nato ad Ascoli dopo il 1269 e morto a Firenze il 1327) è un poema dottrinale in sesta rima in cui sono accumulate (il titolo è dal latino acervus `coacervo') conoscenze naturalistiche (astronomiche, astrologiche, alchimistiche ecc.) per lo più di provenienza araba. L'autore intendeva contrapporre questa scienza, ritenuta vera, alla falsa scienza della Commedia dantesca, che, per essere fondata sul tomismo, riconduceva il sapere scientifico entro l'alveo della teologia. Per le sue tesi eterodosse Cecco fu condannato al rogo. Il poema è rimasto incompiuto.





• Alberto della Piagentina, Il Boezio volgarizzato


Il De consolatione philosophiae di Severino Boezio (480-526) è un'opera mista di prosa e versi in cui l'autore, costretto in prigione dal re ostrogoto Teodorico (presso la cui corte aveva ricoperto incarichi importanti), immagina di dialogare con la Filosofia, la quale cerca di consolarlo dimostrandogli che le vicende della fortuna non influiscono sulla vera felicità, che coincide con l'universale provvidenza delle cose. L'opera, fondamentale per gli sviluppi del pensiero medievale, conobbe numerosi volgarizzamenti. Quello qui riportato è un volgarizzamento fiorentino del Trecento, dovuto ad Alberto della Piagentina, nato nella seconda metà del '200 e morto nel 1332. La traduzione riflette sostanzialmente la fisionomia dell'originale, con un'aderenza al testo latino che arriva fino alla conservazione dell'andamento sintattico.





• Francesco da Barberino, Reggimento e costumi di donna


Francesco da Barberino, poeta della stessa generazione di Dante, nato nel 1264 e morto nel 1348, esule in Francia dal 1304 al 1314, è ricordato per due poemi di natura didascalica: Reggimento e costumi di donna e Documenti d'Amore. Reggimento e costumi di donna è un trattato in venti parti sull'educazione delle giovani donne. Caratteristica strutturale dell'opera è l'alternanza di versi (che sono di misura varia) e di prosa. Nelle parti in prosa acquistano interesse dei raccontini di scene di vita municipale.




• Giordano da Pisa, Esempi


Fra Giordano da Pisa, dell'Ordine dei Predicatori, nacque intorno al 1260 e, dopo gli studi compiuti a Bologna e Parigi, fu assegnato al convento di San Domenico di Siena. Più tardi sarebbe passato al convento di Santa Maria in Gradi di Viterbo e successivamente a Firenze. Ma la sua attività di predicatore lo portò a visitare temporaneamente molte altre città italiane. Morì in fama di santità nel 1311. Il corpus degli scritti di fra Giordano comprende prediche in latino e in volgare. I testi qui riportati sono "esempi" di carattere narrativo estratti dalle prediche in volgare.




• Iacopo Passavanti, Specchio di vera penitenza


Iacopo Passavanti, nato a Firenze nel 1302 e qui morto nel 1357, fu una personalità di spicco nell'ambiente dei Domenicani. Fu priore dei conventi dell'Ordine in varie città prima di far ritorno a Firenze. L'unica opera tramandataci del Passavanti è lo Specchio di vera penitenza, nella quale l'autore mette insieme spunti dottrinali ed "esempi" (parti della predicazione che in genere nelle compilazioni medievali erano tenuti distinti), con l'intenzione di fornire un repertorio destinato non soltanto ad altri predicatori ma anche a laici devoti. Per la compilazione dei suoi racconti esemplari Passavanti ricorre sia a fonti classiche sia a fonti medievali.




• Domenico Cavalca, Racconti esemplari


Domenico Cavalca, originario di Vico Pisano, nato intorno al 1270 e morto nel 1342, entrò giovanissimo nell'ordine domenicano, esercitando l'attività di predicatore e svolgendo il suo apostolato soprattutto nei confronti delle persone più derelitte. A queste attività accompagnò negli anni della maturità quella di volgarizzatore e di rielaboratore di testi d'argomento edificante o morale, con lo scopo soprattutto di favorirne la circolazione presso quegli strati della popolazione che non conoscevano il latino. L'opera a cui è maggiormente legata la fama del Cavalca è il volgarizzamento delle Vite dei Santi Padri: si tratta di un materiale agiografico che giunge al Cavalca da fonti disparate e che l'autore mette insieme trasferendolo in una lingua toscana che, in età puristica, sarà additata come modello supremo di purezza e semplicità.




• Giovanni Villani, Nuova cronica


Giovanni Villani, nato a Firenze intorno al 1280, esercitò attività di mercatura nelle più importanti compagnie fiorentine, intervallandole con incarichi pubblici presso il Comune. La prima idea di mettere mano alla stesura di una storia venne al Villani mentre era a Roma per il Giubileo del 1300. L'attuazione del progetto però non partì prima del 1308 e la stesura si protrasse fino alla morte dell'autore, avvenuta nella peste fiorentina del 1348. L'opera restò incompiuta. La Nuova cronica consta di tredici libri, di cui i primi sei abbracciano un arco di tempo che va dall'episodio mitico della torre di Babele fino alla discesa in Italia di Carlo d'Angiò (1265), ed è la parte più convenzionale, essendo costruita sul repertorio cronachistico medievale; per i restanti sette l'autore ha la possibilità di consultare documenti di prima mano e di riferire cose di cui egli stesso era stato testimone, mettendo un'attenzione costante e insolita agli aspetti amministrativi ed economici. Alla morte dello scrittore la sua opera fu continuata dal fratello Matteo e poi dal figlio di lui Filippo.




• Matteo e Filippo Villani, Cronica


Alla morte di Giovanni Villani, avvenuta nella peste del 1348, la Nuova cronica, quasi fosse stato un libro di famiglia, fu continuata dal fratello Matteo, che vi aggiunse dieci libri raccontando gli eventi da dove li aveva interrotti Giovanni (cioè al 1348) fino al 1363, anno in cui anch'egli morì di peste. Alla morte di Matteo, il figlio di lui Filippo vi aggiunse un altro libro, protraendo il racconto fino al 1364. Ma né Matteo né Filippo avevano lo stesso scrupolo di documentazione di Giovanni. Dunque queste appendici risultano meno interessanti dal punto di vista propriamente storiografico, anche se i due autori dimostrano talvolta discrete capacità narrative.




• Anonimo Romano, Cronica


Scritta intorno al 1357-58 in un romanesco ancora non toscanizzato, è opera di un anonimo di buona cultura, che ne aveva fatta una prima stesura in latino. Giunta mutila, e pubblicata da Ludovico Antonio Muratori nel 1740, narra le vicende politiche non solo italiane degli anni 1325-57, concentrandosi sulla situazione di Roma abbandonata dai pontefici durante la “cattività avignonese”. La parte più drammatica e avvincente è quella dedicata alla torbida avventura di Cola di Rienzo (capitoli XVIII-XXVII) che, a partire dal '500, fu pubblicata autonomamente col titolo Vita di Cola di Rienzo e venne poi rielaborata da D'Annunzio. Di grande potenza espressiva le pagine sull'insurrezione popolare contro il tribuno e la sua tragica fine.




• Fazio degli Uberti, Rime


Di Fazio degli Uberti, nato a Pisa intorno al 1307 e morto a Verona dopo il 1367, esponente della grande famiglia ghibellina bandita da Firenze fin dal 1267, autore del Dittamondo, si conserva un gruppo di rime da lui composte nel corso delle sue peregrinazioni per le corti padane. Fazio si caratterizza nel panorama della lirica minore trecentesca per la tendenza a rendere in forme estremamente facili e cantabili i temi dello Stilnuovo, all'interno di una linea di sviluppo che porterà alla grande fioritura di poesia per musica della seconda metà del Trecento. Ma Fazio compone anche canzoni di contenuto etico-politico e si cimenta come gli altri poeti cortigiani della sua epoca (Beccari, Serdini ecc.) nel genere delle "disperate".




• Fazio degli Uberti, Dittamondo


Il Dittamondo (cioè "dicta mundi") è un poema dottrinale in sei libri, incompiuto, scritto a imitazione della Commedia di Dante. Fazio, esponente della grande famiglia ghibellina bandita da Firenze fin dal 1267, vi lavora negli ultimi venti anni della sua vita (1346-1367). È il racconto di un viaggio immaginario attraverso i tre continenti allora conosciuti, fatto per suggerimento della Virtù con la guida del geografo Solino. I contenuti presentati, fondamentalmente di tipo geografico e scientifico, appartengono al repertorio enciclopedico medievale. Sul giudizio che la critica ha espresso su quest'opera ha finito irrimediabilmente per pesare in modo negativo il paragone con il poema dantesco.




• Cantare di Florio e Biancifiore


La patetica storia d'amore di Florio e Biancifiore, conclusa da un lieto fine a sorpresa, fu raccontata per la prima volta in un poema francese del sec. XII. Essa conobbe in seguito varie rielaborazioni, anche italiane, la più illustre delle quali resta il Filocolo del Boccaccio. Il cantare è, secondo l'opinione più accreditata, antecedente al romanzo del Boccaccio, per cui la sua composizione dovrebbe essere collocata all'incirca nei primi due decenni del Trecento. La versione più nota è attestata dal codice Magliabechiano VIII 1416 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, risalente al 1343 o poco dopo.





• Il bel Gherardino


Il bel Gherardino è il racconto in due cantari della storia d'amore tra un cavaliere, appunto il bel Gherardino, e la Fata Bianca, amore che giunge a compimento solo dopo che il cavaliere ha superato varie prove testimoniando valore e cortesia.




• Cantare di Pirramo e di Tisbe


La storia tragica di Piramo e Tisbe fu raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi. Di essa si impadronì la tradizione tardo-latina e medievale che l'assunse a esempio canonico di fedeltà d'amore, facendone numerose versioni in prosa e in versi, in latino e poi in volgare. In volgare italiano si conoscono quattro cantari.




• Storia del calonaco di Siena


Il cantare narra una storia "boccaccesca" che ha per protagonisti un canonico donnaiolo, una ruffiana, una donna onesta indotta al tradimento e un marito geloso e manesco. Attestato da più manoscritti risale probabilmente alla seconda metà del Trecento ed è un segno dell'influenza che talune storie raccontate nel Decameron esercitarono sulla tradizione canterina.




• Cantare della guerra degli Otto Santi


Il cantare racconta le vicende della guerra degli Otto Santi che oppose Firenze e le città toscane sue alleate a papa Gregorio XI. I fatti risalgono all'autunno-inverno 1375-76 ed è immaginabile che il cantastorie li mettesse in versi poco dopo. Il racconto in ottave di un argomento storico-politico di attualità è il segno di come la tradizione canterina fosse pronta a seguire gli interessi e gli umori popolari.




• Niccolò Cicerchia, La Passione


Il senese Niccolò Cicerchia, seguace di santa Caterina, mise in ottave, probabilmente intorno al 1360 (il manoscritto più antico è del 1364), la storia della passione e morte di Cristo, fondamentalmente sulla scorta del racconto evangelico. Ne risulta un poemetto religioso in forma di cantare, destinato presumibilmente, oltre che a letture e meditazioni private, a pubbliche recitazioni all'interno delle confraternite religiose e laiche.





• Esopo toscano


Nel corso del Medioevo furono numerosissime le compilazioni in latino di favole che si riconnettevano alla tradizione esopica. Tra queste la più fortunata fu quella in distici elegiaci della seconda metà del XII secolo dovuta a un tal Walter d'Inghilterra. Da essa originò in Italia, tra Duecento e Quattrocento, una serie numerosa di volgarizzamenti. Tra questi il cosiddetto Esopo toscano è forse il più vivace. Compilato probabilmente intorno alla metà del Trecento, è attestato in un manoscritto della fine del secolo. L'anonimo volgarizzatore, di cultura medio-bassa, potrebbe essere un mercante interno all'ambiente delle confraternite domenicane. Ciascun apologo è seguito dall'esplicitazione dei suoi significati morali e da un distico finale di Walter.





• Paolo da Certaldo, Libro di buoni costumi


Il Libro di buoni costumi di Paolo da Certaldo, mercante fiorentino amico e coetaneo del Boccaccio, è il capolavoro di quelle scritture sorte nel corso del Trecento all'interno di famiglie mercantesche con l'intento di conservare il ricordo di tradizioni familiari e nello stesso tempo tramandare un patrimonio di saggezza e moralità. Organizzata in forma di ammaestramenti, Paolo si sofferma su aspetti che riguardano l'arte del mercanteggiare e del conservare le ricchezze, sulla buona conduzione della famiglia, sulla moralità individuale e familiare come presupposto di un vivere prospero e ordinato. Per la tipologia testuale, oltre che per il realismo disincantato che è alla base di molti precetti, il Libro di Paolo da Certaldo per certi aspetti anticipa di quasi due secoli i Ricordi di Guicciardini.





• Caterina da Siena, Lettere


Caterina da Siena, nata nel 1347 e morta nel 1380, è una delle personalità più rappresentative della religiosità trecentesca. Entrò giovanissima nell'ordine delle Mantellate domenicane. La fama di santità da cui fu ben presto circondata per l'ardore della sua carità fece di lei un personaggio ascoltato e temuto anche fuori della cerchia delle mura della sua città. Svolse ben presto un ruolo pubblico, frapponendosi come paciera nelle lotte fra i Comuni toscani; nel 1376 è inviata dal Comune fiorentino come ambasciatrice ad Avignone presso il papa Gregorio XI, dal quale ottiene la promessa del ristabilimento a Roma della sede papale; si adopera più tardi per evitare lo scisma nel conclave che seguì alla morte di papa Gregorio. Caterina entra nella storia della letteratura per il Dialogo della Divina provvidenza e per le Lettere, che qui si pubblicano in numero di 121 sulle 381 conservate. I destinatari sono personaggi potenti e semplici popolani, ma soprattutto consorelle, discepoli, seguaci. In esse Caterina dimostra notevolissime capacità letterarie: la sapienza retorica delle partizioni, la capacità di inventare similitudini e metafore di stile biblico, l'alternanza di toni colloquiali e di alta eloquenza, la vivace espressività popolaresca e l'abilità dialettica dimostrata nelle dispute dottrinarie rendono la sua prosa una delle più stilisticamente efficaci nel panorama del nostro Trecento.





• Antonio Pucci

Nato intorno al 1310 e morto nel 1388, ricoprì vari incarichi presso il Comune di Firenze tra il 1349 e il 1369 (campanaio, banditore ecc.). È autore di una produzione estesissima, soprattutto in versi, destinata prevalentemente a un consumo popolare: rime, sirventesi, cantari cavallereschi e sulle vicende della sua città, la trasposizione in versi della Cronica di Villani, compilazioni enciclopediche di uso popolare.




• Antonio Pucci, Rime


Le Rime di Antonio Pucci non spiccano per particolare individualità nella rimeria toscana di secondo Trecento. Pucci è debitore soprattutto del Dante della Commedia. I temi toccati sono attinenti alla vita pratica e consentono all'autore di esprimere un moralismo intriso di bonomia e buonsenso. Convenzionali le rime d'argomento amoroso.




• Antonio Pucci, Libro di varie storie


Il Libro di varie storie di Antonio Pucci costituisce una sorta di zibaldone in prosa. Mette insieme argomenti di interesse storico, morale o anche scientifico, desunto dalle fonti più varie e integrato con citazioni di versi, soprattutto di Dante e Cecco d'Ascoli. Si tratta dunque di una compilazione da "enciclopedia popolare" che l'autore mise insieme nel corso della sua vita.





• Franco Sacchetti

Nacque intorno al 1332 a Ragusa, in Dalmazia, da una famiglia di mercanti fiorentini. Nel corso della sua vita alternò le attività mercantili (si era iscritto nel 1351 all'Arte del cambio) con l'esercizio di varie e importanti cariche pubbliche. Fu ambasciatore a Bologna nel 1376, membro degli Otto di Balia nel 1383, priore nel 1384, poi podestà in varie città della Toscana e della Romagna. Morirà a San Miniato nel 1400. Sacchetti visse quando la grande fioritura letteraria fiorentina in volgare era in via di esaurimento per la contemporanea nascita della civiltà dell'umanesimo. Egli non ebbe consapevolezza dell'importanza della svolta e continuò nella scia della tradizione, interpretandola peraltro con una certa originalità.




• Franco Sacchetti, Il libro delle rime


Le Rime di Sacchetti ci sono trasmesse da un manoscritto d'autore della fine del XIV secolo, il Laurenziano-Ashburnamiano 574 custodito presso la Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze. Più di trecento componimenti, che sono anche esemplificativi dell'evoluzione dei temi e delle forme della poesia toscana nel corso della seconda metà del Trecento: c'è il poeta-letterato che canta la bellezza e la gentilezza secondo i modi della tradizione che metteva capo allo Stilnuovo; c'è il poeta moralista che esprime il suo risentimento rispetto alla difficoltà dei tempi; c'è infine il poeta che pratica il linguaggio comico con un gusto dello stravolgimento verbale e della creazione di parole nuove che esploderà più tardi con il Burchiello. E tuttavia la sezione più rappresentativa delle Rime di Sacchetti è forse quella delle poesie per musica, dove si esprime più compiutamente la cultura e la finezza del letterato.




• Franco Sacchetti, Le sposizioni di Vangeli


Composta dal Sacchetti a partire dal 1381, si presenta come un'opera in stato di abbozzo. Consta di 49 capitoli, ognuno dei quali è dedicato all'esposizione e al commento di un brano dei Vangeli o di altre scritture che si leggevano nelle messe quaresimali e pasquali. Ogni "sposizione" si articola in genere secondo il seguente schema: la quaestio, in cui si dichiara l'argomento; l'exemplum, nel quale l'argomento viene esemplificato con un racconto storico o una breve novella; l'absolutio, che contiene la conclusione morale. Ma ciò che rende oggi interessante l'opera sono soprattutto le considerazioni personali, gli sfoghi, gli umori, le curiosità che lo scrittore vi trasferisce. Tramandate da un manoscritto autografo che rende il testo linguisticamente autorevole, le Sposizioni dei Vangeli sono uno dei tanti esempi della fioritura di letteratura moraleggiante che caratterizzò la cultura toscana alla fine del secolo XIV.




• Franco Sacchetti, Trecentonovelle


La composizione del Trecentonovelle avviene negli anni intorno al 1390: si tratta dell'opera conclusiva del Sacchetti, che morirà nel 1400. Delle trecento novelle del testo originario se ne conservano soltanto 223, poche altre sono trasmesse in modo molto frammentario. Il Sacchetti si dispone con originalità nei confronti del modello decameroniano, sottraendosi a ogni insostenibile confronto: rifiuta la cornice e riduce il racconto in un contesto più ristretto di vita municipale, narrando le storie di personaggi e casi curiosi, di piccole vicende di vita quotidiana, del minuto mondo cittadino. Cosicché, assente qualsiasi disegno complessivo d'insieme, ogni novella ha il sapore del fatto accaduto ed è l'occasione per dedurre dalla realtà un insegnamento morale.





• Fioretti di san Francesco


Traduzione in volgare toscano, eseguita da un anonimo nel corso del Trecento, del testo latino duecentesco Actus beati Francisci et sociorum eius, scritto dal frate marchigiano Ugolino da Montegiorgio. Nella cultura letteraria del Medioevo si diceva "fiore" una raccolta di sentenze o di racconti a scopo didattico-edificante. I Fioretti raccontano, infatti, aneddoti della vita del Santo che servivano da modello per il lettore. Gli episodi raccontati sono divenuti altrettanti cammei dell'agiografia francescana: tra questi spiccano per la loro diffusione popolare quelli della predica agli uccelli e dell'incontro con il lupo di Gubbio.





• Poesie musicali del Trecento


Nella seconda metà del Trecento si afferma in Toscana un genere lirico che rappresenta l'ultima evoluzione della maniera stilnovista prima della ripresa che si farà dello Stilnuovo un secolo più tardi nella Firenze di Lorenzo il Magnifico. È la produzione della poesia per musica. Si tratta soprattutto di madrigali, cacce, ballate che trattano il tema amoroso con grazia e leggerezza, in adesione ai modi della contemporanea ars nova musicale.





• Cino Rinuccini, Rime


Cino Rinuccini, vissuto a Firenze tra la seconda metà del Trecento e i primi decenni del Quattrocento (morì nel 1417), esercitò l'arte del lanaiolo. L'esercizio della poesia avvenne per lui soprattutto sulla scia della grande tradizione toscana del secolo (lo Stilnuovo e Dante, Cino da Pistoia, Petrarca) e di questa è considerato un epigono. Le sue rime ci sono trasmesse dalla Raccolta aragonese, la celebre silloge della poesia toscana che Lorenzo de' Medici fece mettere insieme nel 1476 a istanza di Ferdinando d'Aragona.





• Antonio Beccari, Rime


Antonio Beccari, nei codici citato come Maestro Antonio da Ferrara, nato nel 1315, visse avventurosamente, con continui trasferimenti da una città all'altra (Bologna, Padova, Venezia e Ravenna). Corrispondente poetico del Petrarca e in rapporti con Fazio degli Uberti, è un esempio tipico di poeta cortigiano trecentesco: grande versatilità, ispirazione eclettica, notevole perizia metrica. Inserito nella tradizione poetica toscana rifà sia la maniera stilnovista sia i modi della poesia realistica, aggiungendo di suo una spiccata propensione all'autobiografismo, che dà i risultati migliori quando il poeta fa oggetto della sua poesia la precarietà della sua condizione esistenziale. Nascono così le "canzoni disperate", che fondano un genere in cui si proveranno anche altri rimatori. Morì tra il 1370 e il 1375.





• Francesco di Vannozzo, Rime


Francesco di Vannozzo nacque a Padova, da famiglia di origine aretina, intorno al 1340. Poeta cortigiano, peregrinò in varie città padane: Verona, Padova, Venezia, ancora Verona, Milano, dove era nel 1389. Dopo questa data non conosciamo più nulla di lui. Fu musicista apprezzato dai suoi contemporanei e ricordato anche dal Petrarca nelle Seniles. La polemica contro l'avarizia, l'elogio dei costumi del passato e la polemica antitirannica sono i temi prevalenti nei suoi versi, temi che selezionano quasi naturalmente il linguaggio dantesco. Nella poesia amorosa subì invece l'influenza del Petrarca.





• Simone Serdini (il Saviozzo), Rime


Simone Serdini, detto il Saviozzo, nasce a Siena intorno al 1360. Bandito dalla sua città nel 1389, si trasferì prima nel Casentino poi a Firenze. Tornato a Siena nel 1400, riprende ben presto le sue peregrinazioni per le corti d'Italia. Morì suicida in carcere a Toscanella intorno al 1420. Il Saviozzo sperimentò tutti i tipi metrici in voga tra Tre e Quattrocento; scrisse su commissione poesie amorose, encomiastiche e di argomento morale e religioso, ma i momenti migliori della sua arte si ritrovano in quei componimenti in cui è la riflessione sulla propria condizione di perseguitato dalla fortuna a dare l'ispirazione ai versi.





• Filippo degli Agazzari, Assempri


Il senese Filippo degli Agazzari, nato intorno al 1338 e morto dopo il 1420, fu frate nell'ordine degli Eremitani di Sant'Agostino. Passò gran parte della sua vita nel convento di San Salvatore a Lecceto, presso Siena, dove rivestì la carica di priore promovendo importanti iniziative. Quando era in età piuttosto avanzata mise insieme un libro di Assempri, nel quale i racconti esemplari o edificanti si dispongono liberamente senza alcuna cornice o inquadramento dottrinale, raccogliendosi intorno ad alcuni nuclei tematici, come la vanità femminile, i peccati di lingua (la bestemmia) e di gola, la pratica dell'usura, il vizio del gioco, le pratiche magiche ecc. Tutto ciò era materia d'interesse concreto non solo per i predicatori, ma per tutta la società contemporanea senese.