Opere e personaggi: Da Iacopone da Todi a Francesco
Sacchetti
Iacopone da Todi, Laude
Iacopone nacque a Todi tra il 1230 e il 1236 e morì nel 1306. Dopo aver
esercitato la professione del notaio, in seguito alla morte della moglie,
nel 1278, lasciò il mondo per entrare come frate laico tra i minori
francescani. Le Laude da lui scritte (93 di sicura attribuzione) sono
espressione del francescanesimo pauperistico, che rifiuta di sconfinare
nell'eresia, ma è anche intransigente nei confronti della corruzione del
clero. I segni del male, del peccato, della morte sono descritti con
crudo realismo e corrosiva forza satirica, grazie anche all'uso del
dialetto umbro arcaico, spesso arricchito di latinismi tratti dal
repertorio ecclesiastico. I componimenti hanno forma di ballata con
schema vario; celebre è la lauda dialogata Donna di Paradiso, nota come
Pianto della Madonna. La prima edizione a stampa uscì a Firenze nel
1490.
Bonvesin de la Riva, Libro delle tre scritture
Il milanese Bonvesin de la Riva (probabilmente la Ripa di Porta Ticinese
a Milano) visse tra il 1240 e il 1315 circa. Il Libro de le tre
scritture, composto prima del 1274, è il più interessante testo
medievale che rappresenta l'aldilà cristiano prima della Commedia di
Dante. È distinto in tre parti: De scriptura nigra, che descrive le pene
infernali; De scriptura rubra, che rievoca la passione di Cristo; De
scriptura aurea, che rappresenta le gioie del Paradiso. Il genere a cui
Bonvesin si riconnette è quello delle visioni, movimentato
narrativamente dall'autore con elementi di vivacità popolaresca. Il
metro adottato è la quartina di alessandrini (cioè settenari doppi)
monorimi.
Bonvesin de la Riva, Poemetti
I poemetti di Bonvesin de la Riva (probabilmente la Ripa di Porta
Ticinese a Milano) rappresentano il meglio della sua produzione in
volgare lombardo. Bonvesin scrive nella seconda metà del secolo XIII. Il
contenuto allegorico-morale della Disputatio rosae cum viola e quello
religioso delle Laudes de Virgine Maria si spiegano con la sua
appartenza al terz'ordine degli Umiliati. Sembra invece essere un'opera
giovanile il De quinquaginta curialitatibus ad mensam, una sorta di
galateo dello stare a tavola distinto in cinquanta precetti. Bonvesin,
che era nato intorno al 1240 muore intorno al 1315. Tutti i documenti
che lo riguardano riconducono alla città di Milano.
Giacomino da Verona, De Ierusalem celesti
Poemetto di quartine monorime che descrive la città celeste e
costituisce con l'altro poemetto De Babilonia civitate infernali un
dittico dedicato ai due mondi dell'aldilà. Per questa ragione le opere
di Giacomino da Verona, un minore osservante vissuto nella seconda metà
del Duecento (di cui null'altro si conosce), sono considerate in qualche
modo anticipatrici della Commedia dantesca. Nella sua opera Giacomino
s'ispira soprattutto all'Apocalisse; ma si nota anche la presenza di
testi della letteratura francescana.
Giacomino da Verona, De Babilonia civitate infernali
Poemetto di quartine monorime che descrive la città infernale e
costituisce con l'altro poemetto De Ierusalem celesti un dittico
dedicato ai due mondi dell'aldilà.
Guittone d'Arezzo, Rime
Guittone del Viva d'Arezzo visse tra il 1235 circa e il 1294. È
considerato a ragione il caposcuola di un gruppo di poeti operanti in
Toscana nella seconda metà del XIII secolo, che continuarono in Italia
l'esperienza poetica siciliana recuperando nello stesso tempo per via
diretta temi e forme della poesia provenzale. Guittone, esponente del
partito guelfo, abbandonò intorno al 1257-59 la vita politica per
entrare nell'ordine dei Cavalieri di Santa Maria, i cosiddetti "frati
gaudenti". Questo evento biografico è considerato tradizionalmente anche
il discrimine tra il Guittone poeta d'amore e il Guittone poeta morale.
Caratteristica della poesia guittoniana è in entrambi i casi la
complessa elaborazione retorica e la conseguente tensione e oscurità
della lingua. Alla lezione di Guittone guardarono non soltanto i
rimatori cosiddetti siculo-toscani, ma anche, nei loro inizi, poeti come
Guinizzelli, Cavalcanti e lo stesso Dante, i quali superarono nello
Stilnuovo la maniera del loro primo maestro.
Bonagiunta Orbicciani, Rime
Le Rime di Bonagiunta Orbicciani da Lucca, vissuto tra il 1220 e il 1290
circa, riprendono temi e forme della poesia siciliana. Loro
caratteristica sono da un lato una certa melodicità, dall'altro la
sentenziosità. L'esperienza di Bonagiunta resta di fatto estranea sia
alle complicazioni retoriche e sintattiche di Guittone sia agli
approfondimenti filosofici di Guinizzelli, collocandosi di conseguenza
in uno spazio di autonomia tra guittonismo e Stilnuovo. Il componimento
più noto di Bonagiunta è il sonetto "Voi, ch'avete mutato la mainera",
polemico verso le novità della poesia di Guinizzelli. Forse è proprio
questo sonetto che induce Dante in Purgatorio XXIV a usare il
personaggio di Bonagiunta per definire la novità dello Stilnuovo
rispetto alla vecchia maniera di poetare.
Panuccio dal Bagno, Rime
Ventidue poesie, di cui dodici canzoni, costituiscono l'eredità
letteraria di Panuccio dal Bagno, rimatore pisano originario, forse, dei
Bagni di San Giuliano (oggi San Giuliano Terme) e già morto nel 1276. La
sua maniera di far poesia ricorda molto da vicino quella di Guittone
d'Arezzo, sia per l'impegno morale sia per la complicatezza stilistica.
Onesto da Bologna, Rime
Di Onesto degli Onesti, detto Onesto da Bologna, nato verso il 1240 e
morto nei primi anni del secolo XIV, i manoscritti tramandano poco meno
di trenta poesie, tra le quali alcuni sonetti in corrispondenza con Cino
da Pistoia. Onesto, che è seguace della scuola poetica guittoniana, in
un sonetto deride Cino per essere un imitatore pedissequo di Cavalcanti
e di Dante. Fu ricordato da Dante nel De vulgari eloquentia e da
Petrarca nei Trionfi.
Monte Andrea, Rime
Le Rime di Monte Andrea da Firenze, vissuto nella seconda metà del
Duecento, si iscrivono all'interno dell'esperienza di stile inaugurata
da Guittone d'Arezzo. Della maniera guittoniana Monte accentua la vena
sperimentale, soprattutto nella direzione del trobar clus. Ma sono anche
presenti, seppure in maniera marginale, elementi stilnovisti. Ciò
potrebbe essere messo in connessione con il soggiorno di Monte a Bologna
tra il 1267 e il 1274, negli stessi anni in cui vi viveva Guido
Guinizzelli.
Chiaro Davanzati, Rime
Le rime di Chiaro Davanzati, vissuto a Firenze nella seconda metà del
sec. XIII, sono rappresentative della fase di passaggio dalla maniera
siculo-toscana a quella dello Stilnuovo. Resistono ancora in Chiaro i
modi guittoniani e l'imitazione dei provenzali, ma il suo dettato
poetico dimostra un'evidente evoluzione nella direzione di quel trobar
leu che costituirà una delle novità formali della poesia stilnovista.
Peculiarità di Chiaro è la forte influenza subita dalla letteratura dei
Bestiari.
Compiuta Donzella, Sonetti
I tre sonetti che il manoscritto Vaticano-Latino 3793 attribuisce alla
Compiuta Donzella sono gli unici testi che si conoscono di questo
personaggio, che sarebbe vissuto a Firenze nella seconda metà del
Duecento. Si è discusso a lungo se la rimatrice sia storicamente
esistita o si tratti di invenzione letteraria. Se, come oggi si è
propensi a credere, l'identità della Compiuta ha fondamento storico, si
tratta della prima donna conosciuta della tradizione letteraria italiana.
Dante da Maiano, Rime
Di Dante da Maiano, nativo di un borgo del circondario fiorentino poco
prima della metà del 1250, la cosiddetta Giuntina di rime antiche,
l'importante silloge dell'antica poesia toscana pubblicata a Firenze
presso i Giunti nel 1527, ci trasmette una raccolta di rime (48 sonetti,
5 ballate e 2 canzoni) che si iscrive interamente nella tradizione
siculo-toscana. Nel momento in cui era massima la tensione per il
passaggio dalla maniera guittoniana alle nuove forme dello Stilnuovo, la
posizione di Dante da Maiano si dimostra dunque del tutto sbilanciata
verso la tradizione. Per l'autore l'esercizio della poesia è una pratica
retorica che prescinde da qualsiasi impegno umano e personale. Ne
consegue che il suo metodo compositivo finisce per essere soltanto
centonistico. Dante da Maiano fu in corrispondenza poetica, tra gli
altri, con Chiaro Davanzati, Guido Orlandi e con lo stesso Dante
Alighieri.
Guido Guinizelli, Poesie
Guido Guinizzelli, bolognese, giudice e uomo politico, nato intorno al
1235 e morto in esilio a Monselice nel 1276, è il poeta che fondò quella
maniera di poetare che Dante nel canto XXIV del Purgatorio definì "dolce
stil nuovo". Gli inizi di Guinizzelli sono nella scia di Guittone, ma
con la canzone Al cor gentile rempaira sempre amore egli inaugurò sia
sul piano dei contenuti (l'identità di amore e cor gentile, la poesia
della lode, l'analogia dell'esperienza amorosa coi fenomeni naturali)
sia su quello formale (l'abbandono dello stile complicato guittoniano)
le basi della nuova maniera che avrebbe raggiunto compiutezza a Firenze
con Cavalcanti e Dante.
Guido Cavalcanti, Poesie
Nato intorno al 1259 da una potente famiglia fiorentina di parte bianca,
Guido Cavalcanti partecipa alla lotta delle fazioni nella sua città,
fino all'esilio del 1300, che è anche l'anno della sua morte. Di cultura
filosofica laica (era seguace dell'aristotelismo averroistico),
Cavalcanti approfondisce la tematica amorosa tradizionale alla luce di
una sorta di scienza dell'anima, che dà consistenza oggettiva alle
facoltà spirituali (la teoria degli spiriti e degli spiritelli),
assumendo questa concezione all'interno di una prospettiva pessimistica
che nega la possibilità di giungere all'intelligenza piena
dell'esperienza d'amore. Ne consegue un'ispirazione tragica che fa
dell'amore un'esperienza passionale, tormentosa, fonte di angoscia
piuttosto che di felicità. Le idee cavalcantiane sull'amore sono
espresse soprattutto nella canzone Donna me prega. Dal punto di vista
espressivo Cavalcanti è il primo grandissimo maestro dello Stilnuovo, in
grado di portare la lingua poetica a gradi di raffinatezza e trasparenza
mai raggiunti prima. L'esperienza di Cavalcanti è fondamentale sia per
Dante sia per Petrarca.
Lapo Gianni, Rime
Della biografia di Lapo Gianni, rimatore della stessa generazione di
Dante, non si conosce nulla di certo. La sua maniera di far poesia è
ispirata formalmente da quella di Cavalcanti e di Dante, ai quali, a
giudicare dal sonetto dantesco Guido, io vorrei che tu Lapo ed io, è
anche legato da solida amicizia. Manca naturalmente a Lapo la robustezza
concettuale dei suoi due grandi amici; i suoi pregi consistono
soprattutto nella capacità di modulare con grazia e leggerezza il verso.
Gianni Alfani, Rime
Poco o nulla si conosce con sicurezza della biografia di Gianni Alfani
al di fuori della sua amicizia con Guido Cavalcanti, e dunque del fatto
che visse a cavallo dei secoli XIII e XIV. Di lui restano solo sette
componimenti, che denunciano in modo evidente la dipendenza da
Cavalcanti. Una dipendenza, tuttavia, soltanto esteriore, che esclude la
complessità e la tormentosità dell'ispirazione del grande modello.
Dino Frescobaldi, Rime
Il Frescobaldi, esponente di una potente famiglia mercantile fiorentina,
visse tra il 1271 e il 1316. Rimatore seguace dello Stilnuovo, finisce
per ripeterne le formule più convenzionali, ma talora è anche in grado
di irrobustirle con immagini corpose che derivano a lui dalla lettura
dell'Inferno dantesco. La leggenda vuole che il Frescobaldi avesse
ritrovato in Firenze i primi sette canti del poema di Dante, abbandonati
dall'autore, e li avesse recapitati a lui che soggiornava allora in
Lunigiana presso i Malaspina, inducendolo in questo modo a continuarne
la composizione.
Brunetto Latini
Nacque a Firenze intorno al 1220 e morì qui nel 1293. Trattatista e
poeta, esercitò in vita le funzioni di giudice e di notaio, partecipando
alla vita politica fiorentina. Di parte guelfa, visse sei anni in esilio
in Francia dal 1260 al 1266. Fu maestro di Dante, da cui è ricordato nel
canto XV dell'Inferno. Scrisse in francese il Trésor, un enciclopedia
del sapere medievale, tratta sia da fonti classiche sia da fonti
medievali. Dal Trésor derivò il Tesoretto, in volgare toscano. Notevole
il suo contributo alla diffusione degli studi retorici, con la versione
in volgare e il commento del De inventione di Cicerone. Brunetto è la
prima figura di intellettuale laico impegnato in un progetto di
educazione civile fondata sul recupero degli autori classici.
Brunetto Latini, La rettorica
L'opera è un volgarizzamento-commento dei primi diciassette capitoli del
De Inventione di Cicerone. Intenzione dell'autore è di ridefinire il
ruolo della retorica come strumento di pratica politica e di confronto
civile, al di fuori dunque delle competenze dei maestri delle artes
dictandi e degli usi tecnici che se ne faceva all'interno delle scuole
di diritto. L'opera, compilata negli anni immediatamente successivi al
1260, rimase interrotta forse perché l'autore aveva deciso di trasferire
la stessa materia nel Trésor.
Brunetto Latini, Tesoretto
Databile negli anni dell'esilio in Francia dell'autore, dunque tra il
1260 e il 1266, il Tesoretto è una redazione minore e in lingua toscana
del più impegnativo Trésor, scritto da Brunetto in francese. I versi
tramandati sono 2944 e contengono dapprima una sorta di compendio di
filosofia naturale, quindi un trattato su vizi e virtù. Alcuni passaggi
dell'operetta, in settenari baciati, anticipano modi di Dante nella
Commedia.
Brunetto Latini, Favolello
Il poemetto, forse mancante dei versi iniziali, è di impegno decisamente
minore rispetto al Tesoretto. Ha come tema l'amicizia ed è indirizzato
al rimatore Rustico di Filippo. Brunetto descrive una sua fenomenologia
della vera e della falsa amicizia. Nei versi conclusivi è citato l'altro
rimatore fiorentino Palamidesse. Impossibile definire la data di
composizione, avvenuta tra il 1266, anno del ritorno di Brunetto a
Firenze dopo l'esilio in Francia, e il 1294, anno della morte. Il titolo
deriva dal francese flabel, che significava appunto "poemetto".
Bono Giamboni, Libro de' vizî e delle virtudi
Bono Giamboni, giudice fiorentino vissuto all'incirca tra il 1235 e il
1295, fu forse il miglior volgarizzatore duecentesco toscano di opere
latine tardo antiche e medievali. Il Libro de' vizî e delle virtudi è
un'opera originale, seppure il suo impianto è debitore in vario modo di
Cicerone, Claudiano, Boezio, Prudenzio, Alano da Lilla e altri. L'autore,
sotto la guida della Filosofia, si reca al palazzo della Fede. Qui
assiste allo scontro tra i Vizi e le Virtù, alla lotta della Fede contro
le eresie e le altre religioni, quindi alla sconfitta dei Vizi.
Successivamente si mostrano all'autore le quattro Virtù cardinali, che
dopo un giuramento lo acquisiscono tra i loro adepti. Dunque, sotto lo
schema di una visione allegorica, Giamboni disegna un itinerario morale
che porta dal vizio alla virtù, dal peccato alla salvezza. È
interessante notare come Giamboni, contravvenendo alle regole del genere
di opere di questo contenuto, adotti la prosa invece del verso. La
composizione dell'opera si fa risalire agli anni 70 del secolo XIII.
Restoro d'Arezzo, La composizione del mondo
Il trattato della Composizione del mondo è una vasta enciclopedia
medievale in prosa sulla struttura del cosmo. Le conoscenze che Restoro
divulga sono quelle proprie della tradizione aristotelico-tolemaica,
integrate per la parte astronomica e astrologica con il sapere della
scienzia araba. Il principio generale da cui Restoro muove è che tutto
ciò che appartiene al mondo terreno (minerali, vegetali, animali, l'uomo
stesso) trae le ragioni della propria esistenza dalla virtù dei cieli.
Il metodo d'indagine professato, desunto dalla cultura scientifica araba,
pone l'accento sulla necessità di una conoscenza che sia sperimentale e
razionale, dunque non fondata sull'apriorismo teologico. L'opera, che
costituisce il primo testo originale di argomento scientifico in lingua
volgare, fu portata a termine nel 1282.
Novellino
Raccolta di cento novelle dovuta a un anonimo compilatore, che sembra
essere fiorentino, ma non sono escluse le origini venete, e in
particolare trevigiane, dell'opera. L'autore-compilatore sembra
appartenere al mondo dei mercanti. La materia dei racconti tratta, com'è
detto nell'argomento dell'opera, "d'alquanti fiori di parlare, di belle
cortesie e di be' risposi e di belle valentie e doni, secondo che per lo
tempo passato hanno fatto molti valenti uomini". I personaggi sono presi
dalle età passate e dalla realtà contemporanea: vi compaiono quasi tutti
i personaggi esemplari del Medioevo letterario, da Ercole ad Alessandro
Magno, da Salomone all'imperatore Federico II, da Lancillotto e re Artù
a tanti altri, il che denota una conoscenza approfondita da parte
dell'autore della cultura cortese franco-provenzale. Il Novellino,
composto tra il 1281 e il 1300, compare con questo titolo solo a partire
dall'Ottocento. Nelle due stampe cinquecentesche dell'opera portava i
titoli di Le ciento novelle antike e Libro di novelle e di bel parlare
gentile. Si tratta di un precedente importante per il Decameron di
Boccaccio.
Mare amoroso
Il Mare amoroso è un poemetto composto da un anonimo toscano intorno al
1270-80. L'autore costruisce una trama di discorso amoroso che si svolge
attraverso una lunga catena di comparazioni animali, immagini
mitologiche, personaggi romanzeschi e altro. Fonte principale del Mare è
anzitutto il Bestiaire d'amours di Richart de Fornival, autore che aveva
rinnovato radicalmente il genere dei bestiari reinterpretandone in
chiave erotica i tradizionali insegnamenti morali.
Libro della natura degli animali
Il Libro della natura degli animali è un testo anonimo composto
probabilmente in Italia settentrionale sul finire del Duecento, anche se
la versione qui pubblicata è di origine toscana. Rientra nel genere dei
Bestiari, opere che descrivono la natura degli animali e interpretano le
loro caratteristiche alla luce di schemi di ordine mistico-teologico.
Finalità dei Bestiari è soprattutto quella di fornire degli
ammaestramenti morali, che nel nostro specifico caso finiscono anche per
estendersi a norme pratiche di condotta ispirate a buon senso.
Il Bestiario moralizzato
Il Bestiario moralizzato è un testo costituito di 64 sonetti, ognuno dei
quali descrive le proprietà di un animale e i significati morali a cui
le proprietà rimandano. L'autore anonimo, che compose la raccolta sul
finire del XIII secolo o forse nei primi anni del XIV, dimostra una
buona conoscenza della poesia cortese duecentesca e soprattutto
dell'opera di Chiaro Davanzati. Nella serie agli animali più comuni
vengono associati animali fantastici che derivano dai repertori
enciclopedici medioevali.
Andrea Cappellano, De Amore
Dell'autore del De Amore, attestato nei manoscritti col nome di Andrea,
cappellano del re di Francia, non si conosce con sicurezza nulla. Non è
certo che il Gualtieri, a cui l'opera è dedicata, sia Gautier il giovane,
ciambellano del re Filippo Augusto. Né è definibile con sicurezza la
relazione esistente fra l'autore e Maria di Champagne, che pure ha tanta
parte nel trattato. L'opera fu scritta in latino, forse a Parigi, negli
anni a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Si tratta del testo
fondamentale dell'erotismo medievale. Movendo dall'Ars amandi di Ovidio,
ma con l'apporto di altri autori antichi e medievali, Andrea mette a
punto una vera e propria summa dell'amor cortese, riferimento
imprescindibile per tutti i successivi poeti e prosatori romanzi che si
cimentarono nella materia amorosa. Il De Amore (conosciuto anche col
titolo di Gualtieri, dal nome del suo dedicatario) fu condannato
pubblicamente dal vescovo di Parigi nel 1277, ma ebbe nonostante ciò una
fortuna straordinaria in Europa fino a tutto il Trecento. In Italia ne
furono fatte almeno due traduzioni in volgare. Una di queste (la
cosiddetta "traduzione romana", perché tramandata unicamente dal ms.
Barberiniano-Latino 4086 della Biblioteca Apostolica Vaticana) è a
fondamento del testo qui riprodotto.
Il Tristano riccardiano
Romanzo in prosa che racconta i fatti di Tristano, leggendario cavaliere
della Tavola Rotonda. La materia arturiana, di derivazione francese, si
ramificò in tutte le letterature volgari, dando luogo a una vera e
propria fioritura di traduzioni, rifacimenti e rielaborazioni. Il
Tristano Riccardiano, detto in questo modo perché il manoscritto che ne
conserva la migliore versione è custodito presso la Biblioteca
Riccardiana di Firenze, è una rielaborazione in volgare toscano,
avvenuta tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, del francese
Tristan en prose, risalente agli inizi del XIII secolo. Al centro del
racconto la storia d'amore fra Tristano e Isotta e il conflitto
drammatico dell'eroe con re Marco, promesso sposo di Isotta.
Folgóre da San Gimignano, Sonetti
Folgóre è il nome con cui è conosciuto Iacopo di Michele da Sangimignano,
vissuto tra il 1270 e il 1330 circa. Rimatore della stessa generazione
di Dante, Folgóre si caratterizza come una delle voci più originali
della poesia minore toscana tra Due e Trecento, per l'attitudine a
celebrare nei suoi versi, con accesa fantasia pittorica, la vita
splendida e raffinata di una gentile brigata ritratta nelle sue
occupazioni nei giorni della settimana e nei mesi dell'anno. Alle due
collane dedicate appunto ai giorni della settimana e ai mesi dell'anno
si aggiunge un gruppetto di sonetti in cui l'autore celebra i rituali
cavallereschi.
Cenne della Chitarra, Risposta ai "Sonetti dei mesi"
Di questo rimatore aretino del sec. XIV si sa che esercitava l'arte
della giulleria accompagnandosi con la chitarra (da cui l'appellativo).
Ci resta una corona di 13 sonetti, che sono una divertente parodia dei
sonetti dei mesi di Folgóre da San Gimignano: secondo lo schema
dell'enueg (noia) provenzale, Cenne sostituisce i piaceri esaltati da
Folgóre con l'elenco dei fastidi d'ogni genere che ciascun mese infligge
a una brigata di poveretti.
Rustico di Filippo, Sonetti
Il fiorentino Rustico di Filippo, o Rustico Filippi, di parte ghibellina,
vissuto nella seconda metà del XIII secolo, godè nella sua città di una
certa fama come rimatore. A lui Brunetto Latini dedicò il Favolello e di
lui parla Francesco da Barberino nelle glosse ai Documenti d'amore. Di
Rustico restano 58 sonetti, in parte di argomento amoroso, in parte di
materia comico-realistica. I primi rispondono ai dettami della poesia
d'amore duecentesca con un'eleganza sconosciuta agli stessi
siculo-toscani; l'ispirazione dei secondi, anti-cortese, sembra invece
essere opposta a quella dei primi. Si tratta in realtà di un rimatore
dotato di notevoli capacità letterarie, in grado proprio per questo di
provarsi con successo in più registri espressivi.
Cecco Angiolieri, Rime
Di Cecco Angiolieri, rimatore senese vissuto tra il 1260 e il 1312,
dunque della stessa generazione di Dante, sopravvivono, come sicuramente
attribuibili a lui, 111 sonetti. Le poche notizie certe che si hanno
della sua biografia depongono per un temperamento insofferente, estroso,
bizzarro. Opinione confortata dai temi toccati nelle sue rime: il
lamento per la povertà, la ribellione al padre, il fastidio per la
moglie Becchina, l'elogio della vita dissipata (il gioco, le donne, le
taverne). Ma non bisogna esagerare nell'interpretare questi argomenti in
chiave autobiografica: rispondono di fatto anch'essi a una maniera
letteraria. Dunque un poeta colto, letterato, che porta nella poesia
toscana, con i temi della tradizione goliardica e del misoginismo, una
vena paradossale, mirando probabilmente a fare una sorta di controcanto
alla maniera stilnovista.
Dino Compagni, Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi
Dino Compagni, fiorentino, vissuto tra il 1255 circa e il 1324, fu della
stessa generazione di Dante e condivise con lui la passione politica e
l'appartenenza alla fazione dei Bianchi. La Cronica è un resoconto delle
lotte interne fiorentine dal 1280 al 1312. La partecipazione diretta
dello scrittore ai fatti che racconta e l'impegno etico-civile da cui
nasce l'esigenza del raccontare, rendono l'opera particolarmente viva,
ricca di pagine vibranti, lontanissima dalla compassatezza della
tradizione annalistica della storiografia medievale. Desta tuttavia
meraviglia che il Compagni non faccia mai menzione di Dante, che pure
aveva avuto un ruolo significativo nella vita politica fiorentina degli
anni intorno al 1300.
Cino da Pistoia, Poesie
Cino da Pistoia visse tra il 1270 circa e il 1337. Dopo essersi
addottorato a Bologna, fu professore di diritto presso le università di
Siena, Perugia e Napoli. Amico di Dante, dal quale è ricordato nel De
vulgari eloquentia nella schiera ristrettissima di poeti toscani che
raggiunsero l'eccellenza nell'uso del volgare, praticò la poesia come
epigono della maniera stilnovista. Caratteristica di Cino è l'abbandono
sia della drammaticità cavalcantiana sia della prospettiva
misticheggiante di Dante, nella direzione di una ricerca di grazia e
musicalità nelle quali effondere i temi autobiografici. Cino rappresenta
l'anello di congiunzione nel passaggio da Dante a Petrarca.
Cecco d'Ascoli, L'Acerba
L'Acerba di Cecco d'Ascoli (nome con cui è comunemente conosciuto
Francesco Stabili, nato ad Ascoli dopo il 1269 e morto a Firenze il
1327) è un poema dottrinale in sesta rima in cui sono accumulate (il
titolo è dal latino acervus `coacervo') conoscenze naturalistiche (astronomiche,
astrologiche, alchimistiche ecc.) per lo più di provenienza araba.
L'autore intendeva contrapporre questa scienza, ritenuta vera, alla
falsa scienza della Commedia dantesca, che, per essere fondata sul
tomismo, riconduceva il sapere scientifico entro l'alveo della teologia.
Per le sue tesi eterodosse Cecco fu condannato al rogo. Il poema è
rimasto incompiuto.
Alberto della Piagentina, Il Boezio volgarizzato
Il De consolatione philosophiae di Severino Boezio (480-526) è un'opera
mista di prosa e versi in cui l'autore, costretto in prigione dal re
ostrogoto Teodorico (presso la cui corte aveva ricoperto incarichi
importanti), immagina di dialogare con la Filosofia, la quale cerca di
consolarlo dimostrandogli che le vicende della fortuna non influiscono
sulla vera felicità, che coincide con l'universale provvidenza delle
cose. L'opera, fondamentale per gli sviluppi del pensiero medievale,
conobbe numerosi volgarizzamenti. Quello qui riportato è un
volgarizzamento fiorentino del Trecento, dovuto ad Alberto della
Piagentina, nato nella seconda metà del '200 e morto nel 1332. La
traduzione riflette sostanzialmente la fisionomia dell'originale, con
un'aderenza al testo latino che arriva fino alla conservazione
dell'andamento sintattico.
Francesco da Barberino, Reggimento e costumi di donna
Francesco da Barberino, poeta della stessa generazione di Dante, nato
nel 1264 e morto nel 1348, esule in Francia dal 1304 al 1314, è
ricordato per due poemi di natura didascalica: Reggimento e costumi di
donna e Documenti d'Amore. Reggimento e costumi di donna è un trattato
in venti parti sull'educazione delle giovani donne. Caratteristica
strutturale dell'opera è l'alternanza di versi (che sono di misura varia)
e di prosa. Nelle parti in prosa acquistano interesse dei raccontini di
scene di vita municipale.
Giordano da Pisa, Esempi
Fra Giordano da Pisa, dell'Ordine dei Predicatori, nacque intorno al
1260 e, dopo gli studi compiuti a Bologna e Parigi, fu assegnato al
convento di San Domenico di Siena. Più tardi sarebbe passato al convento
di Santa Maria in Gradi di Viterbo e successivamente a Firenze. Ma la
sua attività di predicatore lo portò a visitare temporaneamente molte
altre città italiane. Morì in fama di santità nel 1311. Il corpus degli
scritti di fra Giordano comprende prediche in latino e in volgare. I
testi qui riportati sono "esempi" di carattere narrativo estratti dalle
prediche in volgare.
Iacopo Passavanti, Specchio di vera penitenza
Iacopo Passavanti, nato a Firenze nel 1302 e qui morto nel 1357, fu una
personalità di spicco nell'ambiente dei Domenicani. Fu priore dei
conventi dell'Ordine in varie città prima di far ritorno a Firenze.
L'unica opera tramandataci del Passavanti è lo Specchio di vera
penitenza, nella quale l'autore mette insieme spunti dottrinali ed "esempi"
(parti della predicazione che in genere nelle compilazioni medievali
erano tenuti distinti), con l'intenzione di fornire un repertorio
destinato non soltanto ad altri predicatori ma anche a laici devoti. Per
la compilazione dei suoi racconti esemplari Passavanti ricorre sia a
fonti classiche sia a fonti medievali.
Domenico Cavalca, Racconti esemplari
Domenico Cavalca, originario di Vico Pisano, nato intorno al 1270 e
morto nel 1342, entrò giovanissimo nell'ordine domenicano, esercitando
l'attività di predicatore e svolgendo il suo apostolato soprattutto nei
confronti delle persone più derelitte. A queste attività accompagnò
negli anni della maturità quella di volgarizzatore e di rielaboratore di
testi d'argomento edificante o morale, con lo scopo soprattutto di
favorirne la circolazione presso quegli strati della popolazione che non
conoscevano il latino. L'opera a cui è maggiormente legata la fama del
Cavalca è il volgarizzamento delle Vite dei Santi Padri: si tratta di un
materiale agiografico che giunge al Cavalca da fonti disparate e che
l'autore mette insieme trasferendolo in una lingua toscana che, in età
puristica, sarà additata come modello supremo di purezza e semplicità.
Giovanni Villani, Nuova cronica
Giovanni Villani, nato a Firenze intorno al 1280, esercitò attività di
mercatura nelle più importanti compagnie fiorentine, intervallandole con
incarichi pubblici presso il Comune. La prima idea di mettere mano alla
stesura di una storia venne al Villani mentre era a Roma per il Giubileo
del 1300. L'attuazione del progetto però non partì prima del 1308 e la
stesura si protrasse fino alla morte dell'autore, avvenuta nella peste
fiorentina del 1348. L'opera restò incompiuta. La Nuova cronica consta
di tredici libri, di cui i primi sei abbracciano un arco di tempo che va
dall'episodio mitico della torre di Babele fino alla discesa in Italia
di Carlo d'Angiò (1265), ed è la parte più convenzionale, essendo
costruita sul repertorio cronachistico medievale; per i restanti sette
l'autore ha la possibilità di consultare documenti di prima mano e di
riferire cose di cui egli stesso era stato testimone, mettendo
un'attenzione costante e insolita agli aspetti amministrativi ed
economici. Alla morte dello scrittore la sua opera fu continuata dal
fratello Matteo e poi dal figlio di lui Filippo.
Matteo e Filippo Villani, Cronica
Alla morte di Giovanni Villani, avvenuta nella peste del 1348, la Nuova
cronica, quasi fosse stato un libro di famiglia, fu continuata dal
fratello Matteo, che vi aggiunse dieci libri raccontando gli eventi da
dove li aveva interrotti Giovanni (cioè al 1348) fino al 1363, anno in
cui anch'egli morì di peste. Alla morte di Matteo, il figlio di lui
Filippo vi aggiunse un altro libro, protraendo il racconto fino al 1364.
Ma né Matteo né Filippo avevano lo stesso scrupolo di documentazione di
Giovanni. Dunque queste appendici risultano meno interessanti dal punto
di vista propriamente storiografico, anche se i due autori dimostrano
talvolta discrete capacità narrative.
Anonimo Romano, Cronica
Scritta intorno al 1357-58 in un romanesco ancora non toscanizzato, è
opera di un anonimo di buona cultura, che ne aveva fatta una prima
stesura in latino. Giunta mutila, e pubblicata da Ludovico Antonio
Muratori nel 1740, narra le vicende politiche non solo italiane degli
anni 1325-57, concentrandosi sulla situazione di Roma abbandonata dai
pontefici durante la cattività avignonese. La parte più drammatica e
avvincente è quella dedicata alla torbida avventura di Cola di Rienzo (capitoli
XVIII-XXVII) che, a partire dal '500, fu pubblicata autonomamente col
titolo Vita di Cola di Rienzo e venne poi rielaborata da D'Annunzio. Di
grande potenza espressiva le pagine sull'insurrezione popolare contro il
tribuno e la sua tragica fine.
Fazio degli Uberti, Rime
Di Fazio degli Uberti, nato a Pisa intorno al 1307 e morto a Verona dopo
il 1367, esponente della grande famiglia ghibellina bandita da Firenze
fin dal 1267, autore del Dittamondo, si conserva un gruppo di rime da
lui composte nel corso delle sue peregrinazioni per le corti padane.
Fazio si caratterizza nel panorama della lirica minore trecentesca per
la tendenza a rendere in forme estremamente facili e cantabili i temi
dello Stilnuovo, all'interno di una linea di sviluppo che porterà alla
grande fioritura di poesia per musica della seconda metà del Trecento.
Ma Fazio compone anche canzoni di contenuto etico-politico e si cimenta
come gli altri poeti cortigiani della sua epoca (Beccari, Serdini ecc.)
nel genere delle "disperate".
Fazio degli Uberti, Dittamondo
Il Dittamondo (cioè "dicta mundi") è un poema dottrinale in sei libri,
incompiuto, scritto a imitazione della Commedia di Dante. Fazio,
esponente della grande famiglia ghibellina bandita da Firenze fin dal
1267, vi lavora negli ultimi venti anni della sua vita (1346-1367). È il
racconto di un viaggio immaginario attraverso i tre continenti allora
conosciuti, fatto per suggerimento della Virtù con la guida del geografo
Solino. I contenuti presentati, fondamentalmente di tipo geografico e
scientifico, appartengono al repertorio enciclopedico medievale. Sul
giudizio che la critica ha espresso su quest'opera ha finito
irrimediabilmente per pesare in modo negativo il paragone con il poema
dantesco.
Cantare di Florio e Biancifiore
La patetica storia d'amore di Florio e Biancifiore, conclusa da un lieto
fine a sorpresa, fu raccontata per la prima volta in un poema francese
del sec. XII. Essa conobbe in seguito varie rielaborazioni, anche
italiane, la più illustre delle quali resta il Filocolo del Boccaccio.
Il cantare è, secondo l'opinione più accreditata, antecedente al romanzo
del Boccaccio, per cui la sua composizione dovrebbe essere collocata
all'incirca nei primi due decenni del Trecento. La versione più nota è
attestata dal codice Magliabechiano VIII 1416 della Biblioteca Nazionale
Centrale di Firenze, risalente al 1343 o poco dopo.
Il bel Gherardino
Il bel Gherardino è il racconto in due cantari della storia d'amore tra
un cavaliere, appunto il bel Gherardino, e la Fata Bianca, amore che
giunge a compimento solo dopo che il cavaliere ha superato varie prove
testimoniando valore e cortesia.
Cantare di Pirramo e di Tisbe
La storia tragica di Piramo e Tisbe fu raccontata da Ovidio nelle
Metamorfosi. Di essa si impadronì la tradizione tardo-latina e medievale
che l'assunse a esempio canonico di fedeltà d'amore, facendone numerose
versioni in prosa e in versi, in latino e poi in volgare. In volgare
italiano si conoscono quattro cantari.
Storia del calonaco di Siena
Il cantare narra una storia "boccaccesca" che ha per protagonisti un
canonico donnaiolo, una ruffiana, una donna onesta indotta al tradimento
e un marito geloso e manesco. Attestato da più manoscritti risale
probabilmente alla seconda metà del Trecento ed è un segno
dell'influenza che talune storie raccontate nel Decameron esercitarono
sulla tradizione canterina.
Cantare della guerra degli Otto Santi
Il cantare racconta le vicende della guerra degli Otto Santi che oppose
Firenze e le città toscane sue alleate a papa Gregorio XI. I fatti
risalgono all'autunno-inverno 1375-76 ed è immaginabile che il
cantastorie li mettesse in versi poco dopo. Il racconto in ottave di un
argomento storico-politico di attualità è il segno di come la tradizione
canterina fosse pronta a seguire gli interessi e gli umori popolari.
Niccolò Cicerchia, La Passione
Il senese Niccolò Cicerchia, seguace di santa Caterina, mise in ottave,
probabilmente intorno al 1360 (il manoscritto più antico è del 1364), la
storia della passione e morte di Cristo, fondamentalmente sulla scorta
del racconto evangelico. Ne risulta un poemetto religioso in forma di
cantare, destinato presumibilmente, oltre che a letture e meditazioni
private, a pubbliche recitazioni all'interno delle confraternite
religiose e laiche.
Esopo toscano
Nel corso del Medioevo furono numerosissime le compilazioni in latino di
favole che si riconnettevano alla tradizione esopica. Tra queste la più
fortunata fu quella in distici elegiaci della seconda metà del XII
secolo dovuta a un tal Walter d'Inghilterra. Da essa originò in Italia,
tra Duecento e Quattrocento, una serie numerosa di volgarizzamenti. Tra
questi il cosiddetto Esopo toscano è forse il più vivace. Compilato
probabilmente intorno alla metà del Trecento, è attestato in un
manoscritto della fine del secolo. L'anonimo volgarizzatore, di cultura
medio-bassa, potrebbe essere un mercante interno all'ambiente delle
confraternite domenicane. Ciascun apologo è seguito dall'esplicitazione
dei suoi significati morali e da un distico finale di Walter.
Paolo da Certaldo, Libro di buoni costumi
Il Libro di buoni costumi di Paolo da Certaldo, mercante fiorentino
amico e coetaneo del Boccaccio, è il capolavoro di quelle scritture
sorte nel corso del Trecento all'interno di famiglie mercantesche con
l'intento di conservare il ricordo di tradizioni familiari e nello
stesso tempo tramandare un patrimonio di saggezza e moralità.
Organizzata in forma di ammaestramenti, Paolo si sofferma su aspetti che
riguardano l'arte del mercanteggiare e del conservare le ricchezze,
sulla buona conduzione della famiglia, sulla moralità individuale e
familiare come presupposto di un vivere prospero e ordinato. Per la
tipologia testuale, oltre che per il realismo disincantato che è alla
base di molti precetti, il Libro di Paolo da Certaldo per certi aspetti
anticipa di quasi due secoli i Ricordi di Guicciardini.
Caterina da Siena, Lettere
Caterina da Siena, nata nel 1347 e morta nel 1380, è una delle
personalità più rappresentative della religiosità trecentesca. Entrò
giovanissima nell'ordine delle Mantellate domenicane. La fama di santità
da cui fu ben presto circondata per l'ardore della sua carità fece di
lei un personaggio ascoltato e temuto anche fuori della cerchia delle
mura della sua città. Svolse ben presto un ruolo pubblico, frapponendosi
come paciera nelle lotte fra i Comuni toscani; nel 1376 è inviata dal
Comune fiorentino come ambasciatrice ad Avignone presso il papa Gregorio
XI, dal quale ottiene la promessa del ristabilimento a Roma della sede
papale; si adopera più tardi per evitare lo scisma nel conclave che
seguì alla morte di papa Gregorio. Caterina entra nella storia della
letteratura per il Dialogo della Divina provvidenza e per le Lettere,
che qui si pubblicano in numero di 121 sulle 381 conservate. I
destinatari sono personaggi potenti e semplici popolani, ma soprattutto
consorelle, discepoli, seguaci. In esse Caterina dimostra notevolissime
capacità letterarie: la sapienza retorica delle partizioni, la capacità
di inventare similitudini e metafore di stile biblico, l'alternanza di
toni colloquiali e di alta eloquenza, la vivace espressività popolaresca
e l'abilità dialettica dimostrata nelle dispute dottrinarie rendono la
sua prosa una delle più stilisticamente efficaci nel panorama del nostro
Trecento.
Antonio Pucci
Nato intorno al 1310 e morto nel 1388, ricoprì vari incarichi presso il
Comune di Firenze tra il 1349 e il 1369 (campanaio, banditore ecc.). È
autore di una produzione estesissima, soprattutto in versi, destinata
prevalentemente a un consumo popolare: rime, sirventesi, cantari
cavallereschi e sulle vicende della sua città, la trasposizione in versi
della Cronica di Villani, compilazioni enciclopediche di uso popolare.
Antonio Pucci, Rime
Le Rime di Antonio Pucci non spiccano per particolare individualità
nella rimeria toscana di secondo Trecento. Pucci è debitore soprattutto
del Dante della Commedia. I temi toccati sono attinenti alla vita
pratica e consentono all'autore di esprimere un moralismo intriso di
bonomia e buonsenso. Convenzionali le rime d'argomento amoroso.
Antonio Pucci, Libro di varie storie
Il Libro di varie storie di Antonio Pucci costituisce una sorta di
zibaldone in prosa. Mette insieme argomenti di interesse storico, morale
o anche scientifico, desunto dalle fonti più varie e integrato con
citazioni di versi, soprattutto di Dante e Cecco d'Ascoli. Si tratta
dunque di una compilazione da "enciclopedia popolare" che l'autore mise
insieme nel corso della sua vita.
Franco Sacchetti
Nacque intorno al 1332 a Ragusa, in Dalmazia, da una famiglia di
mercanti fiorentini. Nel corso della sua vita alternò le attività
mercantili (si era iscritto nel 1351 all'Arte del cambio) con
l'esercizio di varie e importanti cariche pubbliche. Fu ambasciatore a
Bologna nel 1376, membro degli Otto di Balia nel 1383, priore nel 1384,
poi podestà in varie città della Toscana e della Romagna. Morirà a San
Miniato nel 1400. Sacchetti visse quando la grande fioritura letteraria
fiorentina in volgare era in via di esaurimento per la contemporanea
nascita della civiltà dell'umanesimo. Egli non ebbe consapevolezza
dell'importanza della svolta e continuò nella scia della tradizione,
interpretandola peraltro con una certa originalità.
Franco Sacchetti, Il libro delle rime
Le Rime di Sacchetti ci sono trasmesse da un manoscritto d'autore della
fine del XIV secolo, il Laurenziano-Ashburnamiano 574 custodito presso
la Biblioteca Medicea-Laurenziana di Firenze. Più di trecento
componimenti, che sono anche esemplificativi dell'evoluzione dei temi e
delle forme della poesia toscana nel corso della seconda metà del
Trecento: c'è il poeta-letterato che canta la bellezza e la gentilezza
secondo i modi della tradizione che metteva capo allo Stilnuovo; c'è il
poeta moralista che esprime il suo risentimento rispetto alla difficoltà
dei tempi; c'è infine il poeta che pratica il linguaggio comico con un
gusto dello stravolgimento verbale e della creazione di parole nuove che
esploderà più tardi con il Burchiello. E tuttavia la sezione più
rappresentativa delle Rime di Sacchetti è forse quella delle poesie per
musica, dove si esprime più compiutamente la cultura e la finezza del
letterato.
Franco Sacchetti, Le sposizioni di Vangeli
Composta dal Sacchetti a partire dal 1381, si presenta come un'opera in
stato di abbozzo. Consta di 49 capitoli, ognuno dei quali è dedicato
all'esposizione e al commento di un brano dei Vangeli o di altre
scritture che si leggevano nelle messe quaresimali e pasquali. Ogni
"sposizione" si articola in genere secondo il seguente schema: la
quaestio, in cui si dichiara l'argomento; l'exemplum, nel quale
l'argomento viene esemplificato con un racconto storico o una breve
novella; l'absolutio, che contiene la conclusione morale. Ma ciò che
rende oggi interessante l'opera sono soprattutto le considerazioni
personali, gli sfoghi, gli umori, le curiosità che lo scrittore vi
trasferisce. Tramandate da un manoscritto autografo che rende il testo
linguisticamente autorevole, le Sposizioni dei Vangeli sono uno dei
tanti esempi della fioritura di letteratura moraleggiante che
caratterizzò la cultura toscana alla fine del secolo XIV.
Franco Sacchetti, Trecentonovelle
La composizione del Trecentonovelle avviene negli anni intorno al 1390:
si tratta dell'opera conclusiva del Sacchetti, che morirà nel 1400.
Delle trecento novelle del testo originario se ne conservano soltanto
223, poche altre sono trasmesse in modo molto frammentario. Il Sacchetti
si dispone con originalità nei confronti del modello decameroniano,
sottraendosi a ogni insostenibile confronto: rifiuta la cornice e riduce
il racconto in un contesto più ristretto di vita municipale, narrando le
storie di personaggi e casi curiosi, di piccole vicende di vita
quotidiana, del minuto mondo cittadino. Cosicché, assente qualsiasi
disegno complessivo d'insieme, ogni novella ha il sapore del fatto
accaduto ed è l'occasione per dedurre dalla realtà un insegnamento
morale.
Fioretti di san Francesco
Traduzione in volgare toscano, eseguita da un anonimo nel corso del
Trecento, del testo latino duecentesco Actus beati Francisci et sociorum
eius, scritto dal frate marchigiano Ugolino da Montegiorgio. Nella
cultura letteraria del Medioevo si diceva "fiore" una raccolta di
sentenze o di racconti a scopo didattico-edificante. I Fioretti
raccontano, infatti, aneddoti della vita del Santo che servivano da
modello per il lettore. Gli episodi raccontati sono divenuti altrettanti
cammei dell'agiografia francescana: tra questi spiccano per la loro
diffusione popolare quelli della predica agli uccelli e dell'incontro
con il lupo di Gubbio.
Poesie musicali del Trecento
Nella seconda metà del Trecento si afferma in Toscana un genere lirico
che rappresenta l'ultima evoluzione della maniera stilnovista prima
della ripresa che si farà dello Stilnuovo un secolo più tardi nella
Firenze di Lorenzo il Magnifico. È la produzione della poesia per
musica. Si tratta soprattutto di madrigali, cacce, ballate che trattano
il tema amoroso con grazia e leggerezza, in adesione ai modi della
contemporanea ars nova musicale.
Cino Rinuccini, Rime
Cino Rinuccini, vissuto a Firenze tra la seconda metà del Trecento e i
primi decenni del Quattrocento (morì nel 1417), esercitò l'arte del lanaiolo.
L'esercizio della poesia avvenne per lui soprattutto sulla scia della grande
tradizione toscana del secolo (lo Stilnuovo e Dante, Cino da Pistoia, Petrarca)
e di questa è considerato un epigono. Le sue rime ci sono trasmesse dalla
Raccolta aragonese, la celebre silloge della poesia toscana che Lorenzo de'
Medici fece mettere insieme nel 1476 a istanza di Ferdinando d'Aragona.
Antonio Beccari, Rime
Antonio Beccari, nei codici citato come Maestro Antonio da Ferrara, nato
nel 1315, visse avventurosamente, con continui trasferimenti da una città
all'altra (Bologna, Padova, Venezia e Ravenna). Corrispondente poetico del
Petrarca e in rapporti con Fazio degli Uberti, è un esempio tipico di poeta
cortigiano trecentesco: grande versatilità, ispirazione eclettica, notevole
perizia metrica. Inserito nella tradizione poetica toscana rifà sia la maniera
stilnovista sia i modi della poesia realistica, aggiungendo di suo una spiccata
propensione all'autobiografismo, che dà i risultati migliori quando il poeta fa
oggetto della sua poesia la precarietà della sua condizione esistenziale.
Nascono così le "canzoni disperate", che fondano un genere in cui si proveranno
anche altri rimatori. Morì tra il 1370 e il 1375.
Francesco di Vannozzo, Rime
Francesco di Vannozzo nacque a Padova, da famiglia di origine aretina,
intorno al 1340. Poeta cortigiano, peregrinò in varie città padane: Verona,
Padova, Venezia, ancora Verona, Milano, dove era nel 1389. Dopo questa data non
conosciamo più nulla di lui. Fu musicista apprezzato dai suoi contemporanei e
ricordato anche dal Petrarca nelle Seniles. La polemica contro l'avarizia,
l'elogio dei costumi del passato e la polemica antitirannica sono i temi
prevalenti nei suoi versi, temi che selezionano quasi naturalmente il linguaggio
dantesco. Nella poesia amorosa subì invece l'influenza del Petrarca.
Simone Serdini (il Saviozzo), Rime
Simone Serdini, detto il Saviozzo, nasce a Siena intorno al 1360.
Bandito dalla sua città nel 1389, si trasferì prima nel Casentino poi a Firenze.
Tornato a Siena nel 1400, riprende ben presto le sue peregrinazioni per le corti
d'Italia. Morì suicida in carcere a Toscanella intorno al 1420. Il Saviozzo
sperimentò tutti i tipi metrici in voga tra Tre e Quattrocento; scrisse su
commissione poesie amorose, encomiastiche e di argomento morale e religioso, ma
i momenti migliori della sua arte si ritrovano in quei componimenti in cui è la
riflessione sulla propria condizione di perseguitato dalla fortuna a dare
l'ispirazione ai versi.
Filippo degli Agazzari, Assempri
Il senese Filippo degli Agazzari, nato intorno al 1338 e morto dopo il
1420, fu frate nell'ordine degli Eremitani di Sant'Agostino. Passò gran parte
della sua vita nel convento di San Salvatore a Lecceto, presso Siena, dove
rivestì la carica di priore promovendo importanti iniziative. Quando era in età
piuttosto avanzata mise insieme un libro di Assempri, nel quale i racconti
esemplari o edificanti si dispongono liberamente senza alcuna cornice o
inquadramento dottrinale, raccogliendosi intorno ad alcuni nuclei tematici, come
la vanità femminile, i peccati di lingua (la bestemmia) e di gola, la pratica
dell'usura, il vizio del gioco, le pratiche magiche ecc. Tutto ciò era materia
d'interesse concreto non solo per i predicatori, ma per tutta la società
contemporanea senese.
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