DANTE ALIGHIERI
(1265 - 1321)
CANZONE PETROSA
Cosi nel mio parlar voglio esser aspro
com'è negli atti questa bella petra,
la quale ognora impetra
maggior durezza e piú natura cruda,
e veste sua persona d'un diaspro
tal che per lui, o perch'ella s'arretra,
non esce dí faretra
saetta che gìà mai la colga ignuda;
ed ella ancide, e non val ch'om si chiuda
né si dilunghi da' colpi mortali,
che, com'avesser ali,
giungono altrui e spezzan ciascun arme:
si ch'io non so da lei né posso
atarme.
Non trovo scudo ch'ella non mi spezzi
né loco che dal suo viso m'asconda:
ché, come fior di fronda,
cosi de la mia mente tien la cima.
Cotanto del mio mal par che si prezzi
quanto legno di mar che non lieva onda;
e 'l peso che m'affonda
è tal che non potrebbe adeguar rima.
Ahi angosciosa e dispietata lima
che sordamente la mia vita scemi,
perché non ti ritemi
sí di rodermi il core a scorza a scorza
com'io di dire altrui chi ti dà
forza?
Ché piú mi trema il cor qualora io penso
di lei in parte ov'altri li occhi
induca,
per tema non traluca
lo mio penser di fuor sí che si scopra,
ch'io non fo della morte, che ogni
senso
co li denti d'Amor già mi manduca:
ciò è che 'l pensier bruca
la lor vertú, sí che n'allenta l'opra.
E m'ha percosso in terra, e stammi sopra
con quella spada ond'elli ancise
Dido,
Amore, a cui io grido
merzé chiamando, e umilmente il priego:
ed 'el d'ogni merzé par messo al
niego.
Egli alza ad ora ad or la mano, e sfida
la debole mia vita, esto
perverso,
che disteso a riverso
mi tiene in terra d'ogni guizzo stanco:
allor mi surgon ne la mente strida;
e 'l sangue, ch'è per le vene disperso,
fuggendo corre verso
lo cor, che 'l chiama; ond'io rimango bianco.
Elli mi fiede sotto il braccio
manco
sí forte che 'l dolor nel cor rimbalza;
allor dico: "S'elli alza
un'altra volta, Morte m'avrà chiuso
prima che 'l colpo sia disceso giuso".
Cosí vedess'io lui fender per mezzo
lo core alla crudele che 'l mio squatra;
poi non mi sarebb'atra
la morte, ov'io per sua bellezza corro:
ché tanto dà nel sol quanto nel
rezzo
questa scherana micidiale e latra.
Omè, perché non latra
per me, com'io per lei, nel caldo borro?
ché tosto io griderei: "Io vi
soccorro";
e fare'l volentier, sí come quelli
che ne' biondi capelli
ch'Amor per consumarmi increspa e dora
metterei mano, e piacere'le allora.
S'io avessi le belle trecce prese,
che fatte son per me scudiscio e ferza,
pigliandole anzi terza,
con esse passerei vespero e squille:
e non sarei pietoso né cortese,
anzi farei com'orso quando scherza;
e se Amor me ne sferza,
io mi vendicherei di piú di mille.
Ancor ne li occhi, ond'escon le faville
Che m'infiammano il cor, ch'io porto anciso,
guarderei presso e fiso,
per vendicar lo fuggir che mi face;
e poi le renderei con amor pace.
Canzon, vattene dritto a quella donna
che m'ha ferito il core e che m'invola
quello ond'io ho piú gola,
e dàlle per lo cor d'una saetta:
ché bell'onor s'acquista in far vendetta.
PAOLO E FRANCESCA
(Inferno , Canto V)
Quali colombe dal disio chiamate,
con l'ali alzate e ferme, al dolce nido
vengon per l'acre dal voler portate;
cotali uscir dalla schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aer maligno;
sí
forte fu l'affettuoso grido.
"O animai grazioso e benigno,
che visitando vai per l'aer perso
noi che tingemmo il mondo di sanguigno;
se fosse amico il re dell'universo,
noi pregheremmo lui per la tua pace,
poi che hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che udire e che parlar ti piace
noi udiremo e parleremo a vui,
mentre che il vento, come fa, si tace.
Siede la terra dove nata fui,
su la marina dove il Po discende
per aver pace co' seguaci sui.
Amor, che al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e il modo ancor m'offende.
Amor, che a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sí forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi vita ci spense."
Queste
parole da lor ci fur porte.
Da che io intesi quelle anime offense,
chinai il viso, e tanto il tenni
basso,
finché il poeta mi disse: "Che pense?".
Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso!
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!'':
Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: "Francesca, i tuoi martiri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che
conosceste i dubbiosi desiri?".
Ed ella a me: "Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella miseria; e ciò sa il tuo dottore.
Ma se a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
farò come colui che piange e dice.
Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancialotto, come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per piú fiate gli occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che
mai da me non fia diviso,
la bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse!
Quel giorno piú non vi leggemmo avante".
Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangeva, sí che di pietade
io
venni men cosí com'io morisse;
E caddi come corpo morto cade.
MIRABILI INFLUSSI DI MADONNA
Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch'ella mira;
ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core;
sí che, bassando il viso, tutto amore,
e d'ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond'è laudato chi prima la vide.
Quel ch'ella par quando un poco sorride,
non si po' dicer né tenere a mente,
sí è novo miracolo e gentile.