FRANCESCO PETRARCA
(1304 -1374)
CHIARE, FRESCHE E DOLCI ACQUE
Chiare, fresche e dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo, ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro sereno,
ove Amor co' begli occhi cor m'aperse;
il date udienzia insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S'egli è pur mio destino,
(e 'l cielo in ciò s'adopra)
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda;
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda,
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
ché lo spirito lasso
non porìa mai in piú riposato porto
né piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.
Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
e là, 'v'ella mi scòrse
nel benedetto giorno,
volga la vista disiosa e lieta,
cercandomi; et, o pièta!
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa, che sospiri
sí dolcemente che mercé m'impetre
e faccia forza al cielo
asciugandosi gli occhi co' l bel velo.
Da' be' rami scendea,
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea su 'l lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito e perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir — qui regna amore —
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
— Costei per fermo nacque in paradiso —:
cosí carco d'oblio,
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, e sí diviso
da l'imagine vera, ch'i' dicea sospirando:
— Qui come venn'io, o quando? —
credendo esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
quest'erba sí, che altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant'hai voglia,
potresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.
CANTAI, OR PIANGO
Cantai, or piango, e non men di dolcezza
del pianger prendo che del canto presi;
ch'a la cagion non a l'effetto intesi
son i miei sensi vaghi pur d'altezza;
indi e mansuetudine e durezza
et atti feri e umili e cortesi
porto egualmente; né me gravan pesi,
né l'arme mie punta di sdegni spezza.
Tengan dunque ver me l'usato stile
Amor, Madonna, il mondo e mia fortuna,
chi non penso esser mai se non felice;
viva o mora o languisca, un piú gentile
stato del mio non è sotto la luna:
sí dolce è del mio amaro la radice
ZEFIRO TORNA, E 'L BEL TEMPO RIMENA
Zefiro torna, e 'l bel tempo rimena,
e i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,
e garrir Progne, e pianger Filomena,
e primavera candida e vermiglia.
Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena;
Giove s'allegra di mirar sua figlia;
l'aria, e l'acqua, e la terra è d'amor piena;
ogni animal d'amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso!, tornano i piú gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch'al ciel se ne portò le chiavi;
e cantar augelletti, e fiorir piagge,
e 'n belle donne oneste atti soavi
sono un deserto, e fere aspre e selvagge.
LEVOMMI IL MIO PENSER IN PARTE OV'ERA
Levommi il mio penser in parte ov'era
quella ch'io cerco e non ritrovo in terra:
ivi, fra lor che 'l terzo cerchio serra,
la rividi piú bella e meno altèra.
Per man mi prese, e disse: — In questa spera
sarai ancor meco, se 'l desir non erra;
i' so' colei che ti die' tanta guerra,
e compie' mia giornata inanzi sera.
Mio ben non cape in intelletto umano:
te solo aspetto, e quel che tanto amasti
e là giuso è rimaso, il mio bel velo. —
Deh, perché tacque et allargò la mano?
Ch'al suon de' detti sí pietosi e casti
poco mancò ch'io non rimasi in cielo.