WILLIAM SHAKESPEARE
(1564 - 1616)
GIULIETTA E ROMEO
ROMEO: Ride delle cicatrici, chi non ha mai provato una ferita.
(Giulietta appare ad una finestra in alto)
Ma, piano! Quale luce spunta
lassù da quella finestra? Quella finestra è l'oriente e Giulietta è il sole!
Sorgi, o bell'astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di
dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua
ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua assisa di vestale non è che
pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. E' la mia signora;
oh! è l'amor mio!
oh! se lo sapesse che è l'amor mio! Ella parla, e pure non proferisce
accento: come avviene questo? E' l'occhio suo che parla; ed io risponderò a
lui. Ma è troppo ardire il mio, essa non parla con me:
due fra le più belle stelle di tutto il cielo, avendo da fare altrove,
supplicano gli occhi suoi di voler brillare nella loro sfera, finché esse
abbian fatto ritorno. E se gli occhi suoi, in questo momento, fossero lassù,
e le stelle fossero nella fronte di Giulietta? Lo splendore del suo viso
farebbe impallidire di vergogna quelle due stelle, come la luce del giorno
fa impallidire la fiamma di un lume; e gli occhi suoi in cielo
irradierebbero l'etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a
cantare, credendo finita la notte.
Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! foss'io un guanto sopra
la sua mano, per poter toccare quella guancia!
GIULIETTA: Ohimè!
ROMEO: Essa parla. Oh, parla ancora, angelo sfolgorante! poiché tu sei così
luminosa a questa notte, mentre sei lassù sopra il mio capo come potrebbe
esserlo un alato messaggero del cielo agli occhi stupiti dei mortali, che
nell'alzarsi non mostra che il bianco, mentre varca le pigre nubi e veleggia
nel grembo dell'aria.
GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta
il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io
non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche
senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano,
non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del
corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella
che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso
odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella
preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo,
rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me
stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò
ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo
modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è
odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo
straccerei.
GIULIETTA: L'orecchio mio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce,
ed io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?
ROMEO: Né l'uno né l'altro, bella fanciulla se l'uno e l'altro a te dispiace.
GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del giardino
sono alti, e difficili a scalare, e per te, considerando chi sei, questo è
un luogo di morte, se alcuno dei miei parenti ti trova qui.
ROMEO: Con le leggere ali d'amore ho superati questi muri, poiché non ci
sono limiti di pietra che possano vietare il passo ad amore: e ciò che amore
può fare, amore osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un
ostacolo.
GIULIETTA: Se ti vedono, ti uccideranno.
ROMEO: Ahimè! c'è più pericolo negli occhi tuoi, che in venti delle loro
spade: basta che tu mi guardi dolcemente, e sarò a tutta prova contro la
loro inimicizia.
GIULIETTA: Io non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.
ROMEO: Ho il manto della notte per nascondermi agli occhi loro; ma a meno
che tu non mi ami, lascia che mi trovino qui: meglio la mia vita terminata
per l'odio loro, che la mia morte ritardata senza che io abbia l'amor tuo.
GIULIETTA: Chi ha guidato i tuoi passi a scoprire questo luogo?
ROMEO: Amore, il quale mi ha spinto a cercarlo: egli mi ha prestato il suo
consiglio, ed io gli ho prestato gli occhi. Io non sono un pilota:
ma se tu fossi lontana da me, quanto la deserta spiaggia che è bagnata dal
più lontano mare, per una merce preziosa come te mi avventurerei sopra una
nave.
GIULIETTA: Tu sai che la maschera della notte mi cela il volto, altrimenti
un rossore verginale colorirebbe la mia guancia, per ciò che mi hai sentito
dire stanotte. Io vorrei ben volentieri serbare le convenienze; volentieri
vorrei poter rinnegare quello che ho detto: ma ormai addio cerimonie! Mi ami
tu? So già che dirai "sì", ed io ti prenderò in parola; ma se tu giuri, tu
puoi ingannarmi: agli spergiuri degli amanti dicono che Giove sorrida. O
gentile Romeo, se mi ami dichiaralo lealmente; se poi credi che io mi sia
lasciata vincere troppo presto, aggrotterò le ciglia e farò la cattiva, e
dirò di no, così tu potrai supplicarmi; ma altrimenti non saprò dirti di no
per tutto il mondo. E' vero, bel Montecchi, io son troppo innamorata e
perciò la mia condotta potrebbe sembrarti leggera. Ma credimi, gentil
cavaliere, alla prova io sarò più sincera di quelle che sanno meglio di me
l'arte della modestia. Tuttavia sarei stata più riservata, lo devo
riconoscere, se tu, prima che io me n'accorgessi, non avessi sorpreso
l'ardente confessione del mio amore: perdonami dunque e non imputare la mia
facile resa a leggerezza di questo amore, che l'oscurità della notte ti ha
svelato così.
ROMEO: Fanciulla, per quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di
tutti questi alberi, io giuro...
GIULIETTA: Oh, non giurare per la luna, la incostante luna che ogni mese
cambia nella sua sfera, per timore che anche l'amor tuo riesca incostante a
quel modo.
ROMEO: Per che cosa devo giurare?
GIULIETTA: Non giurare affatto; o se vuoi giurare, giura sulla tua cara
persona, che è il dio idolatrato dal mio cuore, ed io ti crederò.
ROMEO: Se il sacro amore del mio cuore...
GIULIETTA: Via, non giurare. Benché io riponga in te la mia gioia, nessuna
gioia provo di questo contratto d'amore concluso stanotte: è troppo
precipitato, troppo imprevisto, troppo improvviso, troppo somigliante al
lampo che è finito prima che uno abbia il tempo di dire "lampeggia". Amor
mio, buona notte! Questo boccio d'amore, aprendosi sotto il soffio
dell'estate, quando quest'altra volta ci rivedremo, forse sarà uno splendido
fiore. Buona notte, buona notte! Una dolce pace e una dolce felicità
scendano nel cuor tuo, come quelle che sono nel mio petto.
ROMEO: Oh! mi lascerai così poco soddisfatto?
GIULIETTA: Quale soddisfazione puoi avere questa notte?
ROMEO: Il cambio del tuo fedele voto di amore col mio.
GIULIETTA: Io ti diedi il mio, prima che tu lo chiedessi; e tuttavia vorrei
non avertelo ancora dato.
ROMEO: Vorresti forse riprenderlo? Per qual ragione, amor mio?
GIULIETTA: Solo per essere generosa, e dartelo di nuovo. Eppure io non
desidero se non ciò che possiedo; la mia generosità è sconfinata come il
mare, e l'amor mio quanto il mare stesso è profondo: più ne concedo a te,
più ne possiedo, poiché la mia generosità e l'amor mio sono entrambi
infiniti.
QUANTO SEI CRUDELE SII SAGGIA E NON SPREMERE PIU'
Quanto sei crudele sei saggia e non spremere piú
Con eccessivo sgarbo la paziente lingua legata:
Potrebbe prestarmi parole lo spasimo, parole
Esprimenti la specie dell'incompatito mio affanno.
Sapresti se il buon senso potesse insegnarsi, ch'è meglio
Dire che si ama, amore, anche se non si vuole amare.
Cosí quando morte è vicina, agli infermi irrequieti
I medici non dànno che notizie di guarigione.
Se non avessi piú speranza, diverrei certo folle
E nella mia follia dovrei dire male di te:
Questo mondo malvagio ha ora tanta malignità
Che alle folli calunnie dà retta con orecchie folli.
Perché non mi riduca a tale né tu sia diffamata,
Gli occhi anche se da me il tuo cuore si discosti, rivolgimi.