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RACCOLTA DI POESIE D'AMORE DI TUTTI I TEMPI E DI TUTTI I PAESI


INDICE DEGLI AUTORI

HEINRICH HEINE
(1797 -1856)

IL CANTO DELLE OCEANIDI

Pallore seròtino cala sul mare
e solo, coll'anima sola,
siede là un uomo sui brulli frangenti
e guarda coll'occhio freddo di morte
su, lontano, nel cielo freddo di morte,
e guarda sulle ampie ondate del mare.
E sulle ampie ondate del mare
passano, vele dell'aria, i suoi gemiti,
e quindi ritornano afflitti,
e trovano chiuso quel cuore
dove voleano ancorarsi...
Ei geme sí forte che i candidi alcioni
spauriti si levan dai nidi di sabbia
e a stormi l'accerchiano;
ed ei dice loro ridenti parole:

"Uccelli di nere zampine,
svolazzanti sul mare con ali sbiancate,
tracannanti col becco ricurvo salsedine,
che inghiottite carnaccia oleosa di foche,
come il cibo la vita v'è amara!
Io invece, felice, non godo che il dolce!
Io assaggio il dolcissimo odor della rosa,
sposa dell'usignolo
nutrita di chiaro di luna,

io assaggio dolciumi ancor piú graditi
ripieni di panna montata,
e assaggio il dolce fra tutti i dolci:
il dolce amare ed il dolce venir riamato.

Mi ama! mi ama! La vergine cara!
Adesso è a casa e s'affaccia al balcone,
e guarda il tramonto e la via maestra,
sta in ascolto e mi vuole... davvero!
Invano mi cerca ed invano sospira,
scende in giardino e sospira,
passeggia nel chiaro di luna, nei buoni profumi
parla coi fiori, racconta loro
che io, l'amante, son tanto carino,
tanto gentile... davvero!
E poi nel suo letto, nel sonno, nei sogni,
la mia adorata figura l'affascina;
infine al mattino, nel far colazione,
sul lucido pane imburrato
vede il mio viso che arride,
e tosto l'addenta, ma per amore... davvero!"

Ed egli si vanta, si vanta,
ed intanto stridon gli alcioni
un ghigno di fredda, ironica beffa.
Salgon le nebbie crepuscolari;
da paurose nubi viola
sbuca la luna gialloverdognola;
alto strosciano l'onde del mare
e su dai vortici alto stroscianti,
triste siccom'alitante bisbiglio,
sale il cantico delle Oceànidi,
delle belle e pietose ninfe marine,
e s'ode su tutte la voce gentile
della madre d'Achille dai piedi d'argento;
e sospirano e cantano:

"O stolto, stolto, tu che ti glorii!
e stretto d'angoicia!
Scannate son tutte le tue speranze,
gioconde fanciulle dell'anima tua,
ed ah! il tuo cuore a Niobe pari
impietrò pel dolore!
Nel tuo capo già annotta,
vi sfarfallan le folgori della follia,
e tu vanti i dolori!
O stolto, stolto, tu che ti glorii!
Cocciuto sei come l'avolo tuo,
l'alto titano che tolse ai divini
il foco celeste per darlo agli umani,
e, fisso alla roccia, straziato, artigliato,
sfidava l'Olimpo, sfidava e gemeva
sí che nel mare profondo lo udimmo
e a lui venimmo con canti e conforto.
O stolto, stolto, tu che ti glorii!
Ma tu sei piú ancora meschino,
e meglio sarebbe per te veneraré gli dei,
portare paziente la soma del male,
che scappi ad Atlante perfin la pazienza
e scaraventi giú il mondo pesante
nella notte perpetua".

Quest'era il canto delle Oceànidi,
delle belle e pietose ninfe marine,
finché lo coperse il frastuono del mare.
La luna si spense dietro le nubi,
sbadigliava la notte,
ed io sedetti ancor molto all'oscuro e piansi




DICHIARAZIONE

Oscura calava la sera,
ruggiva il mar piú selvaggio.
Io sedevo alla spiaggia e guardavo
la candida danza dell'onde,
e il mio petto si fe' tempestoso
come il mare, e bramosa mi colse
la nostalgia profonda
di te, soave imagine,
che dovunque mi aleggi d'intorno,
e dovunque mi chiami,
dovunque, dovunque,
nel sibilar del vento,
nel muggito del mare,
e nel sospiro stesso del mio petto.

Con una canna leggera
io scrissi sull'arena:
"Agnese, io t'amo!".
Ma l'onde cattive
si versarono sopra la dolce
confessione e la spensero.

Oh fragile canna, volubile arena,
oh labili onde, di voi
io piú non mi fido!
Il cielo diventa piú oscuro,
il mio cuor piú selvaggio,
e con valida mano dai boschi
della Norvegia io divelgo
l'abete piú eccelso, e l'immergo
nella gola rovente dell'Etna.
Con tale penna gigante
nel fuoco intinta io scrivo
sulla volta del ciel tenebrosa:
"Agnese, io t'amo!".

Quindi ogni notte lassú
l'eterna scrittura fiammeggia,
e tutte le future
progenie dei nipoti, giubilando,
leggeran le celesti parole :
"Agnese, io t'amo!" .




L'ANTICO SOGNO

Ed ho sognato ancor l'antico sogno :
in una bella notte a primavera
a piè d'un tiglio noi seduti s'era,
ci giuravamo eterna fedeltà.

Era un giurare e un rigiurar di nuovo,
e un carezzarci e un ridere e un baciare,
e perché il giuramento a ricordare
avessi mi mordesti sulla man.

Oh piccolina dagli occhietti chiari!
oh bella bimba dagli acuti denti!
sono di prescrizione i giuramenti,
ma il mordere è superfluo, non ti par?





PERCHÉ SON COSI SCIALBE LE ROSE?

Perché son cosí scialbe le rose,
oh dimmi, amor, perché?
Perché mai fra l'erbe odorose
le viole taccion, perché?

Perché mai dell'allodola il trillo
sí mesto scende a val?
perché mai su da timo e serpillo
odor di morte sal?

Perché non manda l'usato calore
il sole imbronciato dal ciel?'
sulla terra perché tal grigiore
e delle tombe il gel?

Perché son sí cupo, torbido anch'io,
mio dolce amore, di'!
Oh dimmi, soave amor mio,
perché m'hai lasciato cosí?