TIBULLO
(50 circa - 18 circa a. C.)
SEMPRE, PER PRENDERMI, O AMORE
Sempre, per prendermi, o Amore,
mi mostri un viso allettante,
ma con me disgraziato
sei poi duro, intrattabile.
Perché con me questa tua
ferocia? O forse è gran vanto
ordir lacci ad un uomo,
per un dio? Mi si tendono
agguati : già, di nascosto,
Delia, l'astuta, compiace
nel silenzio notturno
a non so quale giovane.
Dice, e lo giura, di no :
ma come le si può credere?
Anche con il marito
nega tutto di me.
Io le insegnai, disgraziato,
come ingannare i guardiani,
io stesso : ahi, ahi, son vittima
ora dell'arte mia.
Apprese allora che cosa
fingere per dormir sola;
come aprir l'uscio senza
fare stridere i cardini.
Le diedi allora erbe e succhi
per cui sparissero i lividi
che coi morsi s'imprimono
a vicenda gli amanti.
Ma tu, perché ella non pecchi
affatto, incauto marito
d'una bugiarda giovane,
custodisci anche me.
Bada che non intrattenga
parlando a lungo dei giovani,
né che, sciolto il vestito,
stia col seno scoperto,
né che t'inganni coi cenni,
né che col dito bagnato
nel vino tracci dei
segni sopra la tavola.
Se esce assai spesso, e se si reca
ai riti della dea Bona,
dice lei, da cui gli uomini
sono esclusi, apri gli occhi.
Io solo, se me la affidi,
le terrò dietro agli altari:
non avrò da temere
per i miei occhi, allora.
lo spesso, con il pretesto
di esaminarne i gioielli
e il sigillo, ricordo,
le ho toccato la mano.
Spesso t'ho
fatto venire
sonno col vino : io bevevo
vino misto con l'acqua,
sobriamente, per vincere.
T'ho — lo confesso, perdonami —
offeso non di proposito :
lo ha voluto
l'Amore :
chi prenderebbe le armi
contro gli dei? Son io quello,
non mi vergogno di dirlo,
contro cui tutta notte
la tua cagna abbaiava.