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  I bisogni organici tendono a determinare ciò che è percepito
FATTORI INNATI E FATTORI APPRESI NELLA PERCEZIONE

L'APPROCCIO EMPIRISTA

L'APPROCCIO INNATISTA

LA PERCEZIONE DEL NEONATO

LA TEORIA DI HEBB

IL PROBLEMA DELLA INFLUENZA DEI BISOGNI, MOTIVAZIONI, STATI EMOTIVI, ATTEGGIAMENTI E DELLA PERSONALITA' NELLA PERCEZIONE

I BISOGNI ORGANICI TENDONO A DETERMINARE CIO' CHE E' PERCEPITO

L'EFFETTO DI RICOMPENSE E PUNIZIONI SU CIO' CHE E' PERCEPITO

IL VALORE INDIVIDUALE DEGLI OGGETTI INFLUISCE SULLA VELOCITA' DI RICONOSCIMENTO

IL VALORE DELL'OGGETTO INFLUISCE SULLA GRANDEZZA PERCEPITA

LE DIFFERENZE INDIVIDUALI O LA PERSONALITA' NELL'ORGANIZZAZIONE PERCETTIVA

ANSIA E RIGIDITA' PERCETTIVA

COGNITIVISMO E PERCEZIONE



Mc Clelland ed Atkinson (1948) sottoposero 108 soggetti adulti, tenuti a digiuno da un minimo di un'ora ad un massimo di 18 ore, ad una prova che, secondo le istruzioni, si proponeva di misurare le capacità di percepire stimoli deboli o subliminali. In realtà per 32 dei soggetti venivano proiettate su di uno schermo deboli macchie, mentre per i rimanenti non si proiettava assolutamente nulla, sebbene vari espedienti fossero messi in atto per dare l'impressione che si trattasse effettivamente di una prova di acutezza visiva.
Le risposte percettive dei soggetti sottoposti all'esperimento furono analizzate secondo la frequenza con cui presentavano contenuti relativi al cibo, o secondo la valutazione riferita intorno alla grandezza e al numero degli oggetti relativi al cibo oppure neutri. Le risposte percettive vennero inoltre analizzate secondo le ore di digiuno a cui i soggetti erano stati sottoposti.
I risultati mostrano che il numero delle risposte comportanti connotazioni di cibo aumenta notevolmente man mano che crescono le ore di privazione di cibo; questo numero aumenta quando lo schermo è vuoto ed ai soggetti è stato ugualmente chiesto di riferire ciò che "vedevano". Le risposte relative agli oggetti-cibo ed agli oggetti-strumento, atti a procurare il cibo, danno evidenza a valutazioni di maggior grandezza rispetto agli oggetti-strumento a carattere neutro; ciò non è stato rilevato nelle risposte dei soggetti sazi.
Due ricercatori italiani, Riccobono e Di Fiore (1965), in uno studio sull'influenza del bisogno di fame sulla percezione, hanno confermato i risultati sopraccitati, dando anche evidenza ai precisi limiti di tale azione.
Levine, Cheine e Murphy (1942) riferiscono che le interpretazioni di cartoncini raffiguranti disegni senza significato, forme ambigue riguardanti il cibo o vari articoli casalinghi, posti dietro uno schermo di vetro smerigliato, si orientano verso oggetti alimentari in un gruppo di soggetti sottoposti ad un digiuno compreso dalle 3 alle 6 ore, diversamente da quanto si osserva in un gruppo di controllo. Gli Autori notano inoltre che, prolungando il digiuno, l'orientamento delle interpretazioni verso oggetti alimentari diminuisce.
Non si può fare a meno di notare come il fatto di digiunare appare equivalente ad una istruzione di ricercare oggetti alimentari su contesti stimolanti ambigui od incerti.
Wispé e Dramparen (1953) hanno verificato tale ipotesi dimostrando come il riconoscimento tachistoscopico di parole indicanti oggetti alimentari è facilitato in situazioni di fame. Gli Autori hanno constatato che, a parità di frequenza di uso, controllata al Thorndike-Lorge Word Count, la soglia di riconoscimento delle parole indicanti oggetti alimentari si abbassa, mentre quella di altre parole rimane stazionaria. Le differenze appaiono significative solo fra i valori di soglia rilevati dopo 10 ore di digiuno; non lo sono al rilievo effettuato tra le 10 e le 24 ore di digiuno.
Un altro esperimento, che ricaviamo dal Murray, è quello di Gilchrist e Nesberg (1971). Essi chiesero a studenti di "college" di astenersi dal mangiare per un periodo di 20 ore. Questi furono poi invitati a dare giudizi percettivi all'ora in cui avrebbero dovuto fare colazione, cenare e consumare la prima colazione al mattino seguente.
Il test percettivo consisteva nel confrontare la luminosità di diapositive colorate contenenti figure di una bistecca, di pollo fritto e così via. Ogni diapositiva era presentata dapprima ad una luminosità standard, e si chiedeva agli studenti di esaminarla. Poi; dopo pochi secondi, la diapositiva veniva presentata nuovamente, a un livello di luminosità maggiore oppure minore, e agli studenti si richiedeva di girare una manopola per regolare la luminosità in modo da uguagliare quella della prima presentazione. Benché i giovani credessero di aver dato giudizi accurati, vi fu un errore sistematico: via via che cresceva la fame degli studenti, essi rendevano le figure di cibo sempre più luminose. Soggetti di controllo, che non erano rimasti senza cibo, non seguirono questo cambiamento progressivo. Gli Autori dimostrarono pure come studenti assetati presentassero figure di ghiaccio, acqua, aranciata e altri liquidi, come più luminose via via che la sete cresceva.
Infine, Gilchrist e Nesberg dimostrarono che questi risultati non erano dovuti ad un effetto della motivazione sulla visione in generale, ma solo sulle percezioni correlate al bisogno specifico. Ad un gruppo assetato fu richiesto di regolare l'illuminazione di figure neutre (quali montagne ed alberi) così come avevano fatto con quelle di ghiaccio, acqua e aranciata. I risultati mostrarono che i livelli di illuminazione degli oggetti, rilevanti rispetto alla sete, erano posti a livelli gradatamente più alti di quelli di scene neutre. Inoltre, quando ai soggetti veniva data da bere acqua, si verificava una caduta considerevole nella regolazione luminosa della figura relativa alla sete e una caduta minima nella regolazione delle altre.