. .
. .
  Cognitivismo e percezione
FATTORI INNATI E FATTORI APPRESI NELLA PERCEZIONE

L'APPROCCIO EMPIRISTA

L'APPROCCIO INNATISTA

LA PERCEZIONE DEL NEONATO

LA TEORIA DI HEBB

IL PROBLEMA DELLA INFLUENZA DEI BISOGNI, MOTIVAZIONI, STATI EMOTIVI, ATTEGGIAMENTI E DELLA PERSONALITA' NELLA PERCEZIONE

I BISOGNI ORGANICI TENDONO A DETERMINARE CIO' CHE E' PERCEPITO

L'EFFETTO DI RICOMPENSE E PUNIZIONI SU CIO' CHE E' PERCEPITO

IL VALORE INDIVIDUALE DEGLI OGGETTI INFLUISCE SULLA VELOCITA' DI RICONOSCIMENTO

IL VALORE DELL'OGGETTO INFLUISCE SULLA GRANDEZZA PERCEPITA

LE DIFFERENZE INDIVIDUALI O LA PERSONALITA' NELL'ORGANIZZAZIONE PERCETTIVA

ANSIA E RIGIDITA' PERCETTIVA

COGNITIVISMO E PERCEZIONE


Le ricerche del "New Look" sono considerate da alcuni uno dei molti segnali anticipatori di quell'importante corrente della psicologia, oggi dominante, che va sotto il nome di cognitivismo. Definire che cosa sia il cognitivismo è per ora molto difficile; nasce dal comportamentismo e per reazione ad esso, ma ne conserva molti aspetti, tanto è vero che, quelli che oggi sono ritenuti i primi cognitivisti, a loro tempo si autodefinirono comportamentisti (Hebb, 1952; Broadbent, 1968) o al massimo "comportamentisti soggettivi" (Miller, Galanter e Pribram, 1963). È un fatto però che il panorama della psicologia nei paesi di lingua inglese cambia sostanzialmente a partire dagli anni '50, quando si comincia ad abbandonare la pretesa di studiare solamente il comportamento oggettivabile e misurabile. Anche per l'influenza diretta o indiretta di altre discipline (linguistica, cibernetica, teoria dell'informazione) si comincia ad ammettere la possibilità di formulare delle ipotesi sul funzionamento della mente, intesa come insieme di processi e di funzioni. Si diffonde gradualmente l'uso di schemi analogici che dovrebbero rappresentare il possibile e probabile succedersi di fasi o stadi dell'attività psichica nel caso di prestazioni come una decisione o la recezione di un messaggio o la soluzione di un problema.
Il controllo sull'attendibilità di questi modelli di funzionamento può avvenire in vari modi (di qui l'eclettismo dei cognitivisti che non rifiutano nessun metodo, dall'etologia agli studi neurofisiologici), ma principalmente per due vie: mediante il calcolo dei tempi di reazione e con la simulazione su calcolatore. La prima metodologia può essere così indicata per sommi capi: se nella situazione A il soggetto reagisce (per esempio riconoscendo la correttezza di una frase) nel tempo x, mentre nella situazione B ci mette il tempo x+y, allora è plausibile che nel secondo caso si sia reso necessario un ulteriore lavoro mentale, come potrebbe essere la complicata ricerca nel deposito di conoscenze che costituiscono la memoria del soggetto, oppure la trasformazione dell'informazione per confrontarla con una regola, oppure ancora il ricorso all'attività di un'altra parte e funzione del sistema nervoso. È da notare che le diversità nei tempi di reazione sono di un ordine molto piccolo, 50-100 msec.; occorrono dunque apparecchi assai raffinati.
La seconda metodologia ricorre addirittura all'elaboratore elettronico, inteso come strumento sul quale provare la validità del modello ipotizzato, assumendo che gli si faccia compiere le stesse operazioni che compirebbe la mente umana. Nella realtà non è frequente l'uso diretto dell'elaboratore, perché la compilazione di un programma è molto complicata e spesso non vale la pena attuarla per la verifica di un micromodello di portata molto limitata. Tuttavia permane la logica della simulazione: il modello viene costruito come se dovesse essere implementato nell'elaboratore e questo obbliga al massimo di precisione nell'analisi delle varie fasi dell'elaborazione psichica, precisione evidentemente di notevole valore conoscitivo.

I campi in cui il cognitivismo ha dato finora i maggiori risultati sono lo studio della memoria, l'analisi del pensiero verbale e della comprensione di frasi. Minori sono invece i contributi nell'ambito della percezione, per lo meno di quella intesa in senso tradizionale. Ciò è spiegabile se si pensa che la maggior parte delle ricerche cognitiviste fa ricorso in maniera esplicita o implicita ad un modello teorico generale dell'uomo inteso come elaboratore di informazioni provenienti dall'ampiente circostante.

In tale contesto ciò che balza in primo piano come problema è il tipo e la quantità di elaborazione che subisce l'informazione, mentre passa in secondo piano il momento della recezione, che è stato il problema dominante della psicologia della percezione precedente, soprattutto gestaltica.

Neisser, che più di altri cognitivisti si è occupato di questi temi, nel suo libro del 1967 (Cognitive Psychology) dà ampio spazio al riconoscimento, mentre relega in poche pagine i problemi della segmentazione e unificazione figurale, in qualche modo rinviandoli ai fattori di campo, individuati a suo tempo dalla scuola di Berlino: "queste operazioni prelimina.: sono _ interessanti di per se stesse; esse corrispondono a ciò che i gestaltisti chiamano 'forze autoctone' e producono ciò che Hebb definisce unità primaria. Propongo di dare a tali operazioni preliminari il nome di processi preattentivi, per mettere in risalto il fatto che esse producono l'esistenza di quegli oggetti che ulteriori meccanismi si incaricheranno in seguito di completare e interpretare" (Neisser, 1967).
Successivamente a questi processi preattentivi, secondo Neisser, interverrebbe l'attenzione vera e propria, definita dall'Autore attenzione focale perché orientata "su quella parte del campo che interessa" il percepiente. Emerge qui un'analogia con il "set" percettivo o l'aspettativa del "New Look", anche se l"interesse' di Neisser non deve essere inteso come motivazione individuale o come accumulo dell'esperienza passata; è un concetto più flessibile e più vago, che non esclude aspetti prettamente neurofisiologici, come gli analizzatori di orientamento di Hubel e Wiesel.
Ad uno stadio ancora successivo avremo il passaggio dal momento analitico a quello sintetico dove, con l'intervento delle conoscenze depositate in memoria, si attua il riconoscimento dell'oggetto percepito, che risulta così costruito dal percepiente. Neisser fa l'esempio del paleontologo, "il quale estrae attentamente da una grande quantità di pietrisco pochi frammenti di ciò che potrebbero essere delle ossa e 'ricostruisce' quel dinosauro che alla fine noi vediamo nel museo di storia naturale. In questa prospettiva l'attenzione focale viene pensata come un'attività costruttiva e sintetica, piuttosto che meramente analitica. Uno non esamina semplicemente l'input e poi prende delle decisioni: al contrario 'fabbrica' un oggetto visivo appropriato".
Questo articolato processo di "analisi per sintesi" (così lo chiama Neisser) richiede, ovviamente un tempo reale; di qui la necessità di postulare una sorta di "registro sensoriale" o "memoria iconica" ("ecoica", nel caso di stimoli acustici) che ritiene le informazioni in ingresso, cioè l'input, per un certo intervallo. Sperling (1960) ha dato la dimostrazione della probabile esistenza di questa funzione di registro (vedi Finestra VII - Fine pagina).

È importante notare che in un testo successivo (1976) Neisser compie uno sforzo autocritico almeno altrettanto notevole di quello propositivo fatto nella precedente opera, la quale conserva ii pregio di raggruppare molte ricerche fino allora separate e di dare all'insieme una struttura organica, un certo respiro teorico. Nel secondo scritto l'Autore riduce l'importanza di alcuni concetti, da lui stesso proposti precedentemente, come la memoria iconica e la stessa analisi per sintesi.
Accostandosi alla scuola di Gibson (che oggi comincia ad essere considerata l'antagonista del cognitivismo), Neisser ritiene che la luce riflessa dagli oggetti, disponibile in ogni punto dello spazio, sia già strutturata (non è chiaro, nemmeno in Gibson, quanto di questa strutturazione siano responsabili i fattori autoctoni di Wertheimer) in funzione della posizione, della forma, della natura nonché degli usi potenziali degli oggetti stessi (affordances). Dunque il fascio luminoso contiene tutte le informazioni opportunamente organizzate. Ciò che Neisser aggiunge alla posizione di Gibson è la scelta delle informazioni operata dal soggetto sulla base di "schemi"; questo concetto è mutuato da Bartlett, ma rinvia anche a Helmholtz. "Uno schema è quella porzione dell'intero ciclo percettivo che è interno al percepiente, modificabile dall'esperienza e in qualche modo specifico per ciò che sta per essere percepito. Lo schema raccoglie l'informazione, appena essa è disponibile nella superficie sensoria, ed è cambiata da quell'informazione; dirige i movimenti e le attività esplorative che rendono disponibile più informazione, dalla quale è ulteriormente modificato" (Neisser, 1976). Risulta dunque che la percezione non è una sequenza lineare, ma un ciclo, del quale lo schema è solo una fase, le altre essendo l'esplorazione e l'oggetto, o meglio l'informazione disponibile. Il termine percezione si applica all'intero ciclo, che non termina con un percetto. ma è un'attività che si sviluppa nel tempo e che mette in relazione conoscitiva il percepiente con l'ambiente.
Questi cenni molto sommari possono dare un'idea dello stato della ricerca e della teoria in ambito cognitivo. A tutt'oggi non c'è una teoria definita: Neisser rappresenta già un'eccezione per il notevolissimo sforzo teoretico compiuto, ma si tratta anche per lui di un modello ancora approssimativo, soggetto ad aggiustamenti continui. Ciò che rimane costante è la concezione del processo percettivo come elaborazione dell'informazione. Questa concezione è sufficiente per generare moltissime ricerche sperimentali, spesso diverse per impostazione, scopi e metodologia, come testimoniano alcune importanti riviste specialistiche quali Perception, Perceptual and Motor skills, Perception and Psychophysics, ecc.
Due soli esempi.
Il triangolo anomalo di Kanizsa (vedi Fig. 2) viene "spiegato" dai cognitivisti in questo modo: ('input fornisce al percepiente degli elementi figurali, cioè i settori di disco e gli angoli acuti (elementi che si danno già per attuati dall'attivita preattentiva); sulla base di essi il soggetto "formula delle ipotesi di oggetto" (ancora una volta è evidente l'influenza del "New Look") e fra queste egli sceglie la migliore, cioè quella che dà una soluzione più coerente all'isieme, come se affrontasse un problema da risolvere; per attuare questa soluzione usa poi i meccanismi neurofisiologici responsabili del contrasto simultaneo (il triangolo è più chiaro dello sfondo perché contrasta con il nero dei dischi sui quali giace). Sulla base di una tale "spiegazione" ipotetica si possono condurre studi volti a individuare i fattori inibenti e favorenti l'emergere percettivo del triangolo anomalo (per esempio, l'allineamento dei margini), o anche ricerche aventi lo scopo di misurare i tempi necessari all'elaborazione del percetto.

Un altro filone di ricerca, molto differente dal precedente, è volto ad attuare un programma che dovrebbe consentire all'elaboratore elettronico di fornire le stesse prestazioni percettive dell'uomo, un programma per "occhio artificiale", dunque. Le situazioni finora prese in considerazione sono molto semplici: poligono o poliedri più o meno regolari; tuttavia le difficoltà da superare sono molteplici. Per esempio, quali istruzioni dare (cioè come costruire un programma) perché l'occhio artificiale non veda un esagono nella Fig. 4b, così come non lo vede l'occhio umano? Oppure, problema più complicato, come introdurre il completamento amodale nella terza dimensione, cosicché l'occhio artificiale "immagini" anche la faccia nascosta di un poliedro? Nonostante le notevoli difficoltà, anche teoriche, i lavori procedono in maniera abbastanza incoraggiante.

Quest'ultimo tipo di ricerche. rientra nell'ambito di quella disciplina che, ai confini fra la psicologia, la cibernetica e l'informatica, viene chiamata Intelligenza Artificiale (più comunemente A.I.) È un'ulteriore riprova che per il cognitivismo non esistono limiti netti fra percezione e pensiero.

 
 

(FINESTRA VII)
L'ESPERIMENTO DI SPERLING

Quando si presenta tachistoscopicamente per 50 msec. (millesimi di secondo) una serie di nove lettere disposte come segue

T     D     R
S     G     N
F     Z     A

l'osservatore è in grado di identificarne soltanto quattro o cinque. Se appartiene alle culture con scrittura che comincia dall'alto a sinistra, generalmente (è sempre possibile che il sogg. si imposti in modo diverso) identificherà T, D, R, S e forse G; non può andare oltre nell'identificazione perché il brevissimo tempo di esposizione non è sufficiente per mettere in atto i complessi procedimenti necessari per il riconoscimento di tutte le altre lettere, cioè il confronto fra lo stimolo attuale e le tracce mnestiche depositate in quell'insieme di conoscenze che possiamo chiamare il bagaglio enciclopedico del soggetto. Ovviamente, se la stimolazione ha una durata maggiore, il soggetto identificherà tutte le lettere.
Possiamo dunque affermare che il numero delle lettere riconosciute è funzione della durata di esposizione, ovvero che il tempo di esposizione determina l'"ampiezza di assunzione" di uno stimolo.
Sperling per primo ha dimostrato che un evento, che avviene dopo la cessazione dello stimolo, influisce sulla percezione dello stimolo stesso, non modificandone l'ampiezza di assunzione, che è impossibile in queste condizioni, ma determinando quale parte dello stimolo è assunta, ossia riconosciuta. I soggetti dell'esperimento di Sperling erano addestrati in modo da concentrare la loro attenzione su una delle tre righe di lettere a seconda dell'altezza di un suono, che seguiva immediatamente dopo la cessazione dello stimolo visivo (suono alto = linea superiore; suono basso = linea inferiore; suono medio = linea intermedia); il risultato dell'esperimento fu che, se il segnale acustico seguiva lo stimolo luminoso dopo un intervallo di non più di 150-200 msec., i soggetti fornivano una prestazione esatta quasi al 100%, cioè riconoscevano le lettere anche dell'ultima riga, se essa era quella indicata dal segnale acustico.
Ciò sta a indicare che per almeno 150-200 msec. i risultati della stimolazione visiva (immagine retinica? post-retinica?) sono disponibili per un ulteriore trattamento, cioè per le operazioni necessarie al riconoscimento: si tratta di quella che Neisser chiama "memoria iconica".