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| Le differenze individuali o la personalità nell'organizzazione percettiva | ||
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FATTORI INNATI E FATTORI APPRESI NELLA PERCEZIONE L'APPROCCIO EMPIRISTA L'APPROCCIO INNATISTA LA PERCEZIONE DEL NEONATO LA TEORIA DI HEBB IL PROBLEMA DELLA INFLUENZA DEI BISOGNI, MOTIVAZIONI, STATI EMOTIVI, ATTEGGIAMENTI E DELLA PERSONALITA' NELLA PERCEZIONE I BISOGNI ORGANICI TENDONO A DETERMINARE CIO' CHE E' PERCEPITO L'EFFETTO DI RICOMPENSE E PUNIZIONI SU CIO' CHE E' PERCEPITO IL VALORE INDIVIDUALE DEGLI OGGETTI INFLUISCE SULLA VELOCITA' DI RICONOSCIMENTO IL VALORE DELL'OGGETTO INFLUISCE SULLA GRANDEZZA PERCEPITA LE DIFFERENZE INDIVIDUALI O LA PERSONALITA' NELL'ORGANIZZAZIONE PERCETTIVA ANSIA E RIGIDITA' PERCETTIVA COGNITIVISMO E PERCEZIONE |
Il problema delle differenze individuali (o della
personalità) nella percezione emerge in quanto le osservazioni sperimentali
non rivelano risultati che sono sempre a favore di una influenza diretta fra
motivazione e percezione: Klein, riprendendo un lavoro di Postman e Bruner
(1948), in cui profughi dalla Germania nazista dovevano giudicare il
diametro di tre dischi sui quali erano disegnati dei simboli a valore
positivo (dollaro), negativo (svastica) e neutro, trova risultati in cui
nota come la variabile "bisogno" o "valore" ha una importanza relativa,
mentre è invece predominante il ruolo della struttura della personalità del
percepiente, quella che Klein chiama il suo atteggiamento percettivo,
aspetto di un più generale stile cognitivo che varia da persona a persona e
da momento a momento, da situazione a situazione, nella stessa persona. Klein (1951) isola e descrive parecchi esempi di atteggiamento percettivo: uno di questi è quello che si manifesta nella situazione del "mettere a fuoco". Egli pone al soggetto il compito della valutazione della grandezza, gli chiede cioè di regolare un disco luminoso fino a che non raggiunga la stessa misura di due dischi che tiene in mano, uno nero ed uno grigio, entrambi del diametro di cinque centimetri: in genere il disco più chiaro è percepito più esteso di quello nero. Tuttavia si notano rilevanti differenze individuali: alcuni soggetti, più accurati nella valutazione, registrano errori minimi, mentre altri si allontanano molto dalle dimensioni reali dimostrandosi più influenzabili al fenomeno. Così l'articolazione e la differenziazione delle diversità apparenti tra i due dischi, date dalle forze operanti nel campo, sono sopravvalutate da un gruppo di soggetti e notevolmente ridotte da un altro gruppo. La distinzione tra questi due tipi di risposta si ha in parecchie altre prove in cui il compito può essere eseguito o dando molto rilievo, o attenuando fini differenze fra la figura e lo sfondo. E ciò che ha messo in evidenza Gardner (1953): sottoponendo i soggetti dell'esperimento a diversi compiti, in cui era presente la possibilità di livellare o esaltare le differenze fra determinate proprietà percettive (catalogare un certo numero di oggetti in gruppi secondo personali preferenze, dare giudizi di confronto con prove di costanza di dimensioni, forma e luminosità), ha verificato come ogni soggetto tende ad essere coerente con se stesso nelle diverse prove. Se il soggetto ha svolto il lavoro di catalogazione degli oggetti adoperando fini selezioni coll'arrivare a minute categorizzazioni, nei giudizi di confronto delle prove di costanza di dimensioni, forma e luminosità è molto accurato, riuscendo a dare il massimo rilievo alle differenze ("accentuatore"). Il contrario accade di verificare nei soggetti che, nel compito di catalogare gli oggetti, approdano ad ampie categorizzazioni, in quanto sono poco sensibili alla percezione delle differenze ("livellatori"). Secondo Gardner l'atteggiamento di queste persone è più "rilassato", nel senso che tendono più ad una "economia di adattamento" che al reperimento di una "verità oggettiva". Le persone che danno prestazioni categorizzanti più minute e giudizi percettivi nelle prove di costanza molto accurati rivelano invece molta insoddisfazione nei riguardi delle situazioni "aperte", per cui tendono (dirigendo la propria attenzione sul compito) a ricercare ciò che è "oggettivamente verificabile": esse risultano pertanto più portate a conoscere il mondo in termini di caratteristiche riducibili e classificabili, finendo quindi con l'essere molto esteriori e formalistiche nei rapporti sociali. La tendenza a "chiudere" le strutture percettive o meglio a mantenerle costanti (nel senso di non tollerare l'ambiguità del percetto) è un risultato che la Frenkel-Brunswik ha verificato, attraverso prove percettive del tipo figura-sfondo, in bambini ed adulti il cui controllo affettivo non era soddisfacente. Tale incapacità ad adeguarsi a situazioni percettive mutevoli è dalla Frenkel-Brunswik (1949) riferita ad una intolleranza all'ambiguità propria delle persone emotivamente difensive per la presenza in esse di aggressività non integrata a livello conscio. Il reperto di una notevole rigidità di fronte a situazioni percettive mutevoli è stato di fatto riscontrato dall'Autrice in bambini figli di genitori rigidi, ricchi di pregiudizi, autoritari, intolleranti, che richiedevano dai loro figli una obbedienza talmente cieca ed una sottomissione talmente assoluta che questi, non potendo esprimere alcuna spontanea aggressività, dovevano necessariamente ricorrere ad uno schema di giudizio estremamente dicotomico (del tipo "tutto-niente", "bianco-nero", "buono-cattivo"), ove non esiste spazio alcuno per l'ambiguità che pertanto era rifiutata anche sul piano percettivo. Canestrari (1958), utilizzando una tecnica originale consistente in una breve sequenza filmica rappresentante un coniglio che si trasforma, attraverso passaggi insensibili, in un'oca, ha verificato un notevole tasso di rigidità percettiva in soggetti ansiosi affetti da sindromi fobico-ossessive (vedi: Ansia e rigidità percettiva). L'Autore che ha maggiormente studiato il rapporto fra percezione e personalità è Witkin (1950) della Downstate Medical School di New York: il processo, studiato per dare evidenza a differenze individuali significative, è quello per cui il soggetto stabilisce percettivamente la posizione del piano verticale. È noto come la posizione del piano verticale viene a determinarsi in riferimento sia agli assi del campo visivo che alle informazioni cenestesiche ricevute dal corpo. La tecnica utilizzata da Witkin poneva il soggetto in una camera oscura con davanti a sé, luminescenti, una cornice che inquadra una sbarra; sia la cornice che la sbarra possono, dallo sperimentatore, essere ruotate indipendentemente l'una dall'altra. Compito del soggetto è di porre la sbarra nella posizione verticale sia quando i lati della cornice sono in verticale, sia quando non lo sono. Quando la cornice non si trova coi lati disposti verticalmente, alcuni soggetti riescono ad aggiustare la sbarra nella posizione richiesta dallo sperimentatore, in quanto sono capaci di utilizzare le informazioni cenestesiche e vestibolari, essendo quelle visive fuorvianti. Altri soggetti non riescono nel compito, giacché si lasciano trascinare dall'orientamento della cornice, portando la sbarra quasi parallela ai contorni di questa. I risultati mostrano ad un estremo soggetti che regolano la posizione verticale della sbarra poggiando esclusivamente sui dati offerti dal campo visivo ("dipendenti dal campo") e dall'altro coloro che si organizzano soprattutto facendo riferimento alla percezione cenestesica del proprio corpo ("indipendenti dal campo"). Indagini parallele, condotte sulla personalità dei soggetti sottoposti all'esperimento, mostrano come le persone dipendenti dal campo tendano ad essere caratterizzate da passività nel rapporto coll'ambiente, da scarsa fiducia e paura dei propri impulsi accompagnata da insufficiente controllo, da mancanza di autostima e dal possesso di una immagine corporea indifferenziata ed alquanto primitiva. I soggetti che, al contrario, danno prestazioni percettive indipendenti dal campo tendono ad essere caratterizzati da attività ed autonomia in rapporto all'ambiente, appaiono meno difensivi poiché hanno un maggior controllo dei propri impulsi e mostrano di possedere un buon livello di autostima accompagnato dalla percezione di una immagine corporea differenziata e matura. "È chiaro, riferisce Witkin, che la prestazione di un individuo in certi compiti percettivi fornisce un "modello" del suo modo di agire in altre zone di comportamento; in altre parole rappresenta la natura del funzionamento della sua personalità... Ed il fatto che la prestazione in un compito relativamente limitato si mostri correlata a tratti caratteristici della personalità, sta a dimostrare indubbiamente lo stato di interrelazione dei differenti aspetti della personalità stessa". Ciò non fa che confermare sul piano dei fatti i concetti teorici alla base di molte dottrine della personalità. Allport (1955), ad esempio, afferma che percezione, memoria ed altre funzioni mentali sono "incastonate" in una vita personale, e questo concetto costituisce un assioma sia della teoria psicoanalitica che di quella di Lewin. Anche nelle ricerche di Smith e Kragh (1955) del Laboratorio di Psicologia dell'Università di Lund troviamo dei risultati che mettono in risalto l'importanza della personalità del percepiente. In una delle ricerche più significative viene presentato sullo schermo di un tachistoscopio un primo stimolo raffigurante linee divergenti dall'alto in basso e, subito dopo, un quadrato. Unite, queste due figure, formano la nota illusione ottica in cui il quadrato è visto come un trapezio col lato superiore più lungo di quello inferiore (vedi Fig. 50). Il tempo in cui viene presentato il secondo stimolo, è tale da permettere un riconoscimento corretto, mentre il primo è presentato troppo brevemente per essere colto come entità a sé stante: in condizioni cioè subliminali. È interessante tuttavia notare che esso influenza la risposta percettiva nei senso che il secondo stimolo viene visto da una significativa percentuale di soggetti come se i due stimoli fossero uniti, cioè nella direzione della illusione ottica. Naturalmente esistono differenze individuali: alcuni soggetti percepiscono sempre un quadrato regolare, altri lo vedono con il lato inferiore più lungo di quello superiore, in senso contrario all'effetto della illusione ottica. Una indagine condotta sulla personalità dei soggetti mette in risalto che coloro che si dimostrano influenzabili dallo stimolo "subliminale" mostrano carattere di flessibilità e tolleranza, mentre quelli che continuano a vedere un quadrato perfetto, che tendono cioè ad isolare i due stimoli, appaiono più rigidi, più ansiosi ed utilizzano sul piano del comportamento il meccanismo di difesa dell"'isolamento". Coloro infine che avvertono una alterazione contraria a quella propria della illusione, mostrano di utilizzare un meccanismo del tipo "formazione reattiva". È postulato da questi risultati un rapporto fra il concetto di atteggiamento percettivo e quello psicoanalitico di difesa, per cui entrambi sarebbero al servizio degli stessi meccanismi di base. In armonia con i contributi della moderna psicologia dinamica, il problema dei rapporti fra personalità e percezione non è quindi più affrontato con l'intendimento di costruire tipologie percettive come è accaduto ai principi del secolo (tipo "globale" o tipo "analitico"; tipo "soegettivo" o tipo -oggettivo"; ecc.); oggi la ricerca tende a definire non i tipi percettivi, ma i meccanismi di controllo operanti nel processo percettivo. Secondo questi orientamenti di studio la percezione diventa non solo una organizzazione autonoma, autosufficiente e regolata soprattutto da leggi generali, ma anche una funzione che può rispondere in modo selettivo ai dinamismi psichici più sensibili ai diversi bisogni che regolano l'integrazione dell'individuo all'ambiente. Da diversi punti di vista (Canestrari, 1955; Kanizsa, 1961; Faenza, 1968; Farnè, 1970) questa intensa ripresa di studio nel campo della psicologia della percezione non è apparsa esente da critiche: spesso le posizioni epistemologiche, che guidano gli esperimenti, non sono sempre chiarite con la conseguenza che, nella interpretazione dei risultati, si rischia di cadere in generalizzazioni che non rispettano i requisiti necessari ad un principio esplicativo, oppure mancano di precisare il livello descrittivo a cui possono applicarsi. Come abbiamo visto, nell'unità del percetto possiamo analizzare diversi aspetti: quello dimensionale, che si riferisce alle caratteristiche variabili in modo continuo, e quindi misurabili (grandezza, luminosità, ecc.); quello con figurativo, che si riferisce alla forma, alla struttura del percetto; quello significativo è quello, più difficilmente precisabile, che riguarda la rilevanza personale del percetto, cioè la sua valenza affettiva per il percepiente. Le teorie proposte sono spesso fondate su esperimenti interessanti uno solo di questi aspetti, senza che venga esplicitamente dichiarato il loro limite, ed in più con la pretesa di valere come comprensive di tutti gli aspetti, con il risultato che le varie teorie spesso si scontrano per il mancato riconoscimento di applicarsi a settori diversi. E' però importante segnalare che una stessa esigenza accomuna tutte le tendenze: non isolare le attività psichiche, ma vederle in reciproca connessione entro l'organizzazione comprensiva della personalità. Ciò ha permesso, molto recentemente, di sottoporre al vaglio sperimentale lo stesso concetto di proiezione che è alla base di molti strumenti psicodiagnostici della pratica clinica. È quindi sperabile che il divario finora esistente fra psicologia sperimentale e psicologia clinica, almeno nel campo della percezione, possa essere considerevolmente ridotto. |
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