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Il trovatore di cui parliamo è Adam de
la Halle. Si sa poco o nulla di lui, salvo che era di Arras, scrisse molto,
nelle diverse forme poetiche dell'epoca, viaggiò parecchio, morì, pare, in
Italia.
Insieme con i suoi contemporanei (o quasi...) Jean Bodel e Rutebeuf è
considerato uno dei capisaldi fondatori della letteratura francese.
I due pezzi teatrali di Adam presentano due caratteristiche fondamentali.
Sono di tema profano (pastorale il primo, Robin e Marion, cittadino-borghese
il secondo, La Pergola). Il che, di per sé, in quel medioevo lontano ancor
fortemente intriso di religiosità, è già innovativo e considerevole. E
portano in scena, come protagonisti, poveri cristi tolti dal volgo. E anche
questo è innovativo e notevole.
Le storie raccontate, entrambe, sia pure diverse tra loro, sono piuttosto
inconsistenti.
Le jeu de Robin et Marion
In Robin e Marion i due
protagonisti sono entrambi pastori di pecore, innamorati l'un l'altro.
Marion, al pascolo, viene avvicinata da un cavaliere arrogante e prepotente
che sta andando a caccia con il falcone. La ragazza è carina: il cavaliere
ci fa su un pensierino e cerca di sedurla. L'approccio lo prende alla larga
"bella fanciulla, non hai visto, da queste parti, un'anitra volare allo
stagno...?" (30,33).
Poiché la ragazza non abbocca e si destreggia fingendosi stupidina, il
cavaliere passa a offerte più esplicite "vorreste, dolce pastora, venire con
me a divertirci su questo bel palafreno, lungo questo boschetto, in questa
valletta?" (69-71). Ma Marion resiste, dichiara di amare un pastore, riesce
per ora a dissuadere il cavaliere che s'inoltra nel bosco a cacciare.
Sopraggiunge Robin e Marion gli racconta quanto è avvenuto: "è venuto un
uomo a cavallo, sul pugno teneva una specie di nibbio, mi ha pregato di
amarlo, ma con poco profitto perché io non ti farò torto alcuno..."
(125-130). Cantano ballano e mangiano, i due, e poi Robin lascia di nuovo
sola Marion per andare a chiamar due suoi cugini che "... mi sarebbero di
gran aiuto se il cavaliere tornasse" (223-224). "Sono venuto qui a cercarvi
perché un individuo a cavallo ha appena corteggiato Marion e temo ancora che
ritorni da queste parti..." (242-246). "Porterò il mio forcone" dice un
cugino, "e io la mia grossa mazza" , dice l'altro, e invitano anche un paio
di ragazze per far festa tutti insieme.
Intanto il cavaliere torna, di nuovo cerca di sedurre Marion, di nuovo lei
resiste, e allora il prepotente passa alle vie di fatto e cerca di rapirla
caricandosela sul cavallo.
Torna in quel momento Robin e il cavaliere gli allunga un paio di ceffoni e
lo lascia pesto e mortificato, portandosi via Marion, i cui rifiuti,
tuttavia, lo inducono a scaricarla definitivamente: "certo sono proprio
un'idiota a perder tempo con questa bestia: addio, pastora!" (384-386).
Ora che il pericolo si è allontanato Robin si fa audace: l'avrebbe sistemato
lui a dovere il cavaliere se i suoi cugini non l'avessero trattenuto a
fatica...
Più o meno la vicenda finisce qui, anche se il poeta va avanti (siamo
arrivati al verso 420) per altri 300 versi e passa (l'intero testo è di 770
versi) di tema pastorale vero e proprio: profferte d'amore, baci, abbracci,
canzoni e danze, promessa di matrimonio, giochi di società, qualche
volgarità, un pic-nic a base di "formaggi freschi", "piselli arrostiti",
"mele cotte", imbandito sul prato... "fa stendere qui la tua giubba a mò di
tovaglia e mettetevi sopra i viveri..." (685-687). Si conclude, la piece,
con una danza di gruppo, una "tresca", a suon di cornamusa, guidata da
Robin.
Tutto qui. In una lingua ancora piuttosto approssimativa e primitiva ma
nella quale già senti la futura lingua francese.
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