Antonio
Delfini (Modena 1907-1963)
« La realtà è in gran parte nell'assurdo, in quell'immaginazione che è a un
passo per diventare realizzazione, ma che non la diventerà mai. Nella vita, in
fondo, la realtà esiste e non esiste. La vita è piena di piccole cose
inspiegabili, come il tempo che si misura ma non se ne può afferrare una
porzione tra un punto e l'altro mentre la viviamo. Se io penso di fare una cosa,
la cosa fatta è sempre diversa da quella che ho pensata: pertanto la realtà sta
tra la cosa fatta e quella pensata. Tutto si compendia nella vita: magia, sogno,
assurdità, piacere e dolore, lavoro e pigrizia: realtà. »
Di famiglia agiata, partecipò giovanissimo alla marcia su
Roma ma poi prese le distanze dal regime fascista; si dichiarò a favore della
monarchia nel referendum del 1946 ed espose una posizione politica singolare nel
Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia (1951).
Pubblicò sulla rivista “Oggi” i suoi primi racconti, poi entrati a far parte
della raccolta Il ricordo della Basca (1938), ripubblicata nel 1956 con
un’importante Introduzione autobiografica. Dal 1935 diresse la rivista
“Caratteri”, che vide tra i collaboratori Eugenio Montale, Alberto Moravia,
Arrigo Benedetti e Mario Pannunzio. Prova di scrittura automatica surrealista fu
il romanzo breve Il fanalino della Battimonda (1940), confluito nel 1957 nella
raccolta La Rosina perduta. Le altre sue pubblicazioni in prosa sono Misa
Bovetti e altre cronache (1960) e Modena 1831 città della Chartreuse (1962).
Considerate di minor rilievo sono le Poesie della fine del mondo (1961), unica
sua raccolta in versi. Nell’anno della morte vinse con I racconti il premio
Viareggio.
Postumi sono stati pubblicati i Diari. 1927-1961, preziosa testimonianza del
particolare intreccio fra letteratura e vita che caratterizza la sua opera, del
suo atteggiamento antiletterario e per contro del suo esibizionismo, della
ricerca della spontaneità e dell’impossibilità di sottrarsi a una visione
deformante della realtà. Di volta in volta definito surrealista o crepuscolare,
il rapporto di Delfini con la letteratura risulta appassionatamente
contraddittorio e comunque difficile da ricondurre a posizioni canoniche.
I Racconti di Delfini
Opera postuma di Antonio Delfini (1907-1963), pubblicata a Milano nel 1963.
Comprende come nucleo essenziale Il ricordo della Basca, un gruppo di dieci
racconti editi a Firenze nel 1938, a cui si aggiungono "Una storia", che
costituì la lunga prefazione-introduzione alla ristampa di Il ricordo della
Basca, dieci racconti e una storia apparsa a Pisa nel 1956, e un altro racconto
lungo, "Il 10 giugno 1918", uno degli ultimi scritti del poeta e narratore
modenese.
I racconti che formano Il ricordo della Basca raccolgono scorci e ritratti di
vita e di personaggi di provincia, ambientati in una città che è facile
riconoscere per Modena. Sono vicende molto semplici, quasi aneddoti: l'amore
della modista per il bell'Arturo, che scompare, di colpo, un giorno, senza
lasciare, traccia ("La modista"); la biografia di un disgraziato maestro di
musica, di ricca famiglia decaduta, ridottosi a condurre vita equivoca, fra
smodate ambizioni di successo e una tragica decadenza fisica e morale ("Il
maestro"); la figura dell'imbroglione di gran classe, che per stupire una sera i
suoi concittadini confessa le sue truffe, e finisce denunciato da un'anonima
spia ("Il contrabbandiere"); la vicenda patetica di due fratelli, uno avvocato,
l'altra ballerina, entrambi falliti ("La sorella ballerina"); i ricordi di una
ragazza a cui è morto l'amante ("Morte dell'amante"); vaghi pensieri d'amore o
incontri fuggevoli, per le vie della solita città di provincia. ("L'ultimo
giorno della gioventù" e "Un anno dopo").
Maggiore complessità ha il lungo monologo "Il fidanzato", che rappresenta il
primo tentativo di quella specie di autobiografia che è affidata a "Una storia"
e ha un suo incanto nella rievocazione di un'esistenza di incertezze
sentimentali, di ondeggiamenti, di perpetue ambiguità; e, ancor più, "Il ricordo
della Basca", che è una memoria d'infanzia, di un amore infantile,
straziantemente liricizzato, ma con una punta di disperazione che lo salva dallo
scomparire nella gran massa della letteratura memoriale degli anni trenta.
E memoria d'infanzia è pure la misura di "Un libro introvabile", che rievoca il
viaggio in treno di un bambino e della madre con un ufficiale convalescente,
durante la prima guerra mondiale, tutto intriso di romanticismo, ma anche
punteggiato dalla descrizione dell'esperienza che il ragazzo acquista attraverso
l'incontro; e di "Il 10 giugno 1918", pieno, sì, delle avventure infantili, di
giochi e di movimenti nell'euforia abbandonata e incosciente, ma anche percorso
da un senso tragico dell'esistenza, da una continua meditazione della morte, dai
segni del dolore, che, come attraverso una sequenza di stati onirici, si
imprimono nell'animo del bambino.
Poi, c'è la lunga autobiografia di "Una storia": che è un documento estremamente
interessante per intendere la solitudine di D. nella sua provincia, il fondo di
chiusura culturale che è nella sua esperienza di scrittore, il romanticismo
delle storie amorose che si possono ritrovare qui e verificare poi nei racconti,
dove sono riportati gli stessi personaggi di una minore esistenza modenese, di
un'avventurosità provinciale troppo spesso scambiante la rivolta con lo
schiamazzo, la beffa, il colore o l'illusione locale.