Un giovane di idee liberali, Franco Maironi, vive con la nonna
(una marchesa accanita austriacante) che non solo pretende di imporgli le
proprie simpatie politiche, ma anche di intervenire nella sua vita sentimentale;
ma Franco è profondamente religioso e perciò rispetta la nonna, senza ribellarsi
apertamente. Quando si innamora di Luisa Rigey, ragazza di modeste condizioni,
ma di nobilissimi sentimenti, decide comunque di sposarsi segretamente contro il
volere della nonna. Il matrimonio viene anticipato per le condizioni di salute
della madre di Luisa, che infatti muore poco dopo. Quando la vecchia marchesa
viene a conoscenza del fatto, rifiuta al nipote ogni aiuto economico, così i due
sposi vanno ad abitare a Oria con il vecchio zio scapolo, l'imperial regio
ingegnere, Pietro Ribera. Questi è in grado di mantenerli molto modestamente, ma
gode della loro presenza e sopratutto della nascita della bambina, Maria, che
chiama Ombretta Pipì. Purtroppo la differenza di carattere tra Franco e Luisa va
delineandosi e assume l'aspetto di un conflitto non ancora aperto, ma abbastanza
accentuato. Hanno sì in comune entrambi le idee liberali e una concezione molto
nobile e severa del legame familiare, si amano, ma sono diversi: Franco è tutto
fede, Luisa è severo senso della giustizia. Intanto i due giovani si ritrovano
saltuariamente con alcuni liberali; ma un giorno la casa dove vivono viene
perquisita, probabilmente su manovre della marchesa, lo zio viene esonerato
dall'impiego statale e ogni aiuto economico cessa. Franco allora decide di
andare a Torino per cercarsi un lavoro. Ma un amico di famiglia, il professore
Gilardoni, rivela di avere trovato un documento tra le carte di suo padre, già
agente del nonno di Franco, da cui risulta che alla marchesa non spettava
l'eredità data la sua discutibile condotta privata. Quando Franco conosce i
termini del documento si rifiuta di farne uso, ma Luisa ritiene che si debba
utilizzarlo: "Io sento le ragioni della giustizia. C'è la volontà di tuo nonno
da rispettare, c'è un delitto che tua nonna ha commesso. Tu sei tanto religioso,
devi riconoscere che questa carta l'ha fatta venir fuori la giustizia divina. Tu
ti vuoi mettere fra la giustizia divina e questa donna?". Gilardoni va a Lodi e
tenta di propria iniziativa di parlarne direttamente alla marchesa, ma ottiene
soltanto di essere invitato dalla polizia a lasciare immediatamente il paese.
Franco ha una dolorosa spiegazione con la moglie, che ancora una volta mostra il
suo fermo carattere: "Mi sono sempre sentita diversa e staccata da te, nel
sentimento che deve governare tutti gli altri. Tu hai le idee religiose di mia
madre. Mia madre intendeva e tu intendi la religione come un insieme di
credenze, di culto e di precetti, ispirato e dominato dall'amor di Dio. Io ho
sempre avuto ripugnanza a concepirla così, non ho mai potuto veramente sentire,
per quanto mi sforzassi, questo amore di un Essere invisibile e incomprensibile,
non ho mai potuto capire il frutto di costringer la mia ragione ad accettare
cose che non intende ... Ho trovato che tu eri la bontà stessa, che avevi il
cuore più caldo, più generoso, più nobile della terra, ma che la tua fede e le
tue pratiche rendevano quasi inutili tutti questi tesori. Tu non operavi. Tu eri
contento di amar me, la bambina, l'Italia, i tuoi fiori, la tua musica, le
bellezze del lago e delle montagne. In questo seguivi il tuo cuore. Per l'ideale
superiore ti bastava di credere e di pregare. Senza la fede e senza la preghiera
tu avresti dato il fuoco che hai nell'anima a quello ch'è sicuramente vero, ch'è
sicuramente giusto qui sulla terra, avresti sentito quel bisogno di operare che
sentivo io". Così dice Luisa; ma Franco, ormai deciso a partire, va a Torino a
fare il traduttore. Luisa allora decide di affrontare la marchesa che in quei
giorni si reca a Oria per un pellegrinaggio; purtroppo la bambina mentre prova
una barchetta che le è stata appena regalata cade nel lago e annega. La
disperazione della madre esaspera ancora di più la sua incredulità: "Tutte le
sue idee religiose, la sua fede nell'esistenza di Dio, il suo scetticismo circa
l'immortalità dell'anima tendevano a capovolgersi ... Se realmente esisteva una
Intelligenza, una volontà, una Forza padrona degli uomini e delle cose, la
mostruosa colpa era sua ... Non v'era giustizia divina, vi era invece l'Altare
alleato del Trono, il Dio austriaco, socio di tutte le ingiustizie, di tutte le
prepotenze, autore del dolore e del male, uccisore degli innocenti e protettore
degli iniqui". Franco, che clandestinamente è riuscito a tornare per vedere
l'ultima volta la sua bambina, riparte; Luisa invece passa le sue giornate nel
pensiero della figlia, recandosi spesso al cimitero e tentando perfino
esperimenti spiritici. Ma dopo tre anni di lontananza, il 18 febbraio 1859,
Franco alla vigilia di partire per la guerra — si tratta della seconda guerra
d'indipendenza — chiede a Luisa un ultimo incontro. Dopo molte perplessità lei
accetta: l'incontro avviene all'Isola Bella alla presenza dello zio Piero, che
vede partire con gli altri soldati il nipote ormai riconciliato con Luisa e
subito dopo muore. Intanto una nuova vita si annuncia in Luisa. Il romanzo è
dedicato ad una "carissima Luisa, che tante persone e cose del piccolo mondo
valsoldese ebbe familiari". Il paesaggio, le persone, l'ambiente sono disegnati
in modo affettuoso, con un realismo pieno di simpatia umana. Il piccolo mondo è
fatto di figure minori che costituiscono il quadro d'insieme e danno al
complesso il suo più vero significato rappresentativo. I drammi interiori di
Luisa, pur avendo una loro giustificazione, sono certamente più artificiali
nella loro esasperazione della bonarietà dello zio Piero; la bontà e la
generosità dì Franco hanno un aspetto certamente assai letterario, la durezza
gelida della marchesa è forse meno probabile della malignità pettegola del
Pasotti. Benedetto Croce ha osservato che nel romanzo c'è un "passaggio per
tutte le gradazioni della realtà, dalla sublimità e dal pianto al comico e al
sorriso"e che esso è "cosa assai originale e poetica". È il romanzo sul quale
Fogazzaro vuol "morire in pace", perché dominato da un nuovo senso di
responsabilità cristiana: "Ho considerato e meditato con molto sforzo di
fantasia, con molta fatica, il piano del mio romanzo e nella mia angustia di
spirito, non credetti sconveniente di domandar luce a Dio perché quantunque il
mio cuore sia tutto vanità, il mio proposito è di cercare in ogni opera la
gloria sua e non la mia". Come giustamente osserva il Momigliano,"c'è in questo
romanzo la più profonda e la più pura nota autobiografica del Fogazzaro, un
oblio del se stesso più torbido nei luoghi e negli avvenimenti lontani". Qui non
vivono solo aristocratici fannulloni, che dimenticano il mondo per baciare una
donna, ma uomini che lottano e non credono all'amore come alla suprema felicità.
La vera anima lirica di questo capolavoro è il motivo della morte, e la morte
qui si chiama Ombretta, "una piccola creatura del cielo, caduta lì col lume
delle stelle, assopita, soffusa nel viso dí una dolcezza non terrena, di una
solennità piena di mistero".