Arte Contemporanea
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Action Painting
Il termine Action Painting, "pittura di azione", fu coniato dal critico
americano Harold Rosenberg nel 1952 per designare una esperienza d’arte che
emergeva nell’ambiente di New York. Riprendeva la lezione storica
dell’espressionismo astratto europeo, ma con nuova carica surreale, importata da
autori come Hans Hoffman e Arshile Gorky.
Ne è stato protagonista sin dalla fine di Quaranta Jackson Pollock (morto
tragicamente nel 1956, a 44 anni). Stendeva per terra grandi tele e vi faceva
sgocciolare sopra, con gesti rapidi e nevrotici, seguendo ritmi impulsivi,
colori di vernici industriali. Questa procedura labirintica, detta dripping (lo
"sgocciolamento"), realizzava l’esigenza dell’artista di "sentirsi più vicino,
quasi parte integrante della pittura".
Energiche stesure basate sul nero, con spazzole e cazzuole, praticava invece
Kranz Kline, mentre tensione visionaria esprimevano i frammenti composti
drammaticamente da Willem De Kooning. Un gesto lento, largo e intenso connota
invece i campi cromatici di Mark Rothko. In Europa, tendenza analoga è il
tachisme (dal francese "tache", macchia) espresso da artisti come Fautrier,
Hartung, Mathieu. Quest’ultimo per esempio schizzava colori contro la tela in
velocità: la pittura come gesto senza mediazioni, la vita come tiro al bersaglio.
Arte concettuale
L'espressione compare nel 1967 negli Usa, ed è usata da un gruppo di artisti
influenzati dal teorico Ad Reinharat. Tra questi artisti ricordiamo J. Kosuth,
Lewitt, Huebler, Weiner. Reinharat, particolarmente attivo nel 1969, svolse la
sua opera all'interno del gruppo inglese Art Language. L'Arte Concettuale
evidentemente si oppone all'arte "oggettuale" ossia ai movimenti del New Dada,
della Pop Art e della Mitzmal Art (Arte Povera), rifiutando qualsiasi ricerca
estetica e formale essa si rivolge ad una investigazione delle esperienze
mentali e alla indagine sulla natura dell'arte stessa; l'opera non è altro che
un mezzo visivo per comunicare un atto mentale.
Si è proposto di considerare l'Arte Concettuale "come una corrente squisitamente
mentale, di ricerca intellettuale, speculativa, il cui fine è soprattutto quello
di giungere ad una realizzazione noetica più che quello di incarnarsi in un
preciso embrione formale, tangibile e decisamente fruibile percettivamente".
Arte concreta
Il Movimento Arte Concreta (MAC) nasce a Milano nel 1948. Ne sono promotori
Gianni Monnet, Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gillo Dorfles. Il gruppo
riprende le teorie già enunciate nel 1930 da Theo Van Doesburg in Olanda e nel
1936 dallo svizzero Max Bill. L’arte concreta è, come l’arte astratta, non–figurativa,
"aniconica". Però, sostiene il MAC, l’arte concreta non dipende da processi di
astrazione dalla natura o da cose viste: si fonda su segni, linee, colori, forme
di piena autonomia inventiva. Il MAC conobbe grande espansione anche per il
sostegno del più autorevole storico dell’arte del tempo, Lionello Venturi e si
collegò a movimenti analoghi europei come il gruppo francese Espace. A Milano vi
aderirono fra gli altri Fontana, Sottsass, Nigro, Reggiani, Veronesi, Radice. A
Roma Colla, Perilli, Prampolini, Dorazio. A Napoli Barisani, De Fusco, Tatafiore.
Intensa fu l’organizzazione di mostre e la produzione di cartelle grafiche,
riviste, pubblicazioni. Naturalmente all’interno del MAC si manifestarono varie
anime, da quelle interessate a rigori geometrici a quelle che usavano forme e
colori più liberi nello spazio, o si spingevano verso il design. Così il
Movimento, stretto fra le novità dell’Informale e l’opposizione dei Figurativi,
entrò in crisi e si sciolse nel 1958.
Arte Genetica
L'arte genetica, biotech o transgenica, è una delle forme contemporanee di arte
che avvicina la sperimentazione genetica e biologica, nel campo della vita
artificiale, alla ricerca artistica. Nasce negli anni ‘90 con l’inizio con la
ricerca scientifica in campo genetico e con la scoperta del DNA.
L’arte biotech vuole creare la vita artificiale, in forme digitali, dove i
processi biologici sono programmabili (Peter Weibel 1993).
I bioartisti utilizzano le conoscenze e gli strumenti scientifici per la
creazione di opere d'arte nelle quali il medium utilizzato, la biotecnologia,
sia nello stesso tempo il soggetto dell'opera.
I bioartisti hanno alle spalle una formazione scientifica e lavorano a stretto
contatto con ricercatori e scienziati che danno supporto alle loro creazioni.
Eduardo Kac (http://www.ekac.org), bioartista brasiliano, è il capostipite
dell'arte biotech come simulazione digitale. Kac ha creato nel 2000 "Alba" una
coniglietta transgenica dall'improbabile colore fluorescente. Nell'opera "The
Eight Day", Eduardo Kac ha utilizzato un gruppo di scienziati dell'Università di
Phoenix in Arizona per realizzare un piccolo ecosistema popolato da un robot, da
pesci, da topi e piante fluorescenti.
Lo scopo dell'opera è mettere a confronto il mito della creazione originaria con
la creazione di natura biotecnologica. Nell'opera Genesis, Kac ha inserito in un
batterio una sequenza biblica codificata, quindi le sequenze del dna sono state
decodificate e tradotte in suoni; ma il suo interesse principale è di seguire
l'interazione del soggetto trattato con altre popolazioni di batteri.
Alcuni artisti dell’arte Biotech sono:
Marion Laval-Jeantet e Benoît Mangin con l'opera "Cultures de peaux d'artistes";
George Gessert, pittore americano; George Gessert si dedica all'arte genetica
dell'ibridazione vegetale;
Joe Davis, Americano, lavora al MIT di Boston, utilizza il DNA come mezzo di
espressione artistica.
Arte Performativa (Performance Art)
Performance and happening
Il termine Performance Art, nato negli anni Settanta, designa una serie di
espressioni artistiche prodotte attraverso la danza, la musica, il cinema, il
teatro, il video e la poesia.
Quando il performer proviene dal mondo del teatro risultano prevalenti immagine
e movimento, quando invece proviene dal mondo della danza prevalgono la parola e
la teatralità. Se proviene dal mondo musicale il fattore squisitamente acustico
è di gran lunga in secondo piano, o del tutto assente, a vantaggio delle
sollecitazioni teatrali, gestuali e visive.
La diffusione del termine "performance" si deve al musicista John Cage nel
secondo dopoguerra.
Il termine può essere applicato anche ad eventi e operazioni di fine anni
Sessanta, come quelle che fanno capo al gruppo Fluxus e agli happening di Allan
Kaprow.
Elementi fondamentali della Performance Art sono il corpo e il comportamento
(Body Art), i suoni, l'olfatto e le parole. Con l'uso del corpo come medium
artistico la Performance Art si avvicina alla Body Art (Gina Pane, Chris Burden,
Vito Acconci).
Esponenti delle Performance Art, dagli anni '60 e '70, sono: Robert Fillou, Dick
Higgins e Jackson McLow con le performance verbali; Merce Cunningham, Trisha
Brown e Lucinda Childs con le performance sinestetiche; John Cage, Terry Riley,
La Monte Young e Giuseppe Chiari con le performance acustiche.
Arte Povera
È nel 1976 che il critico Germano Celant forgia il termine "Arte Povera". Con
questa accezione lo studioso identifica quegli artisti che lavorano materiali di
scarto: carta, stracci, ferro, zinco, pietra; inusuali per le composizioni
artistiche, salvo che per alcuni scultori. Ma la portata innovativa dell’Arte
Povera risiede nella forma in cui tali materiali sono plasmati. Non si crea con
una struttura mimetica, né astratta: l’Arte Povera realizza una fusione tra
causalità (o fatalità) della Natura e arbitrio umano.
In altri termini, quando si piegano allo spirito creativo materiali
apparentemente inutilizzabili, e quando questi vengono plasmati dall’usura del
Tempo e manipolati da una logica umana concreta si parla allora di Arte Povera.
Ecco allora che "i poveristi" si appropriano di carta, stracci, materiali
lasciati all’incuria, ma soprattutto permettono che nelle loro opere riecheggino
altre discipline scientifiche: l’antropologia, l’alchimia, la psicanalisi, la
biologia, tutte categorie della conoscenza che affiancano la Storia dell’Arte.
Insieme a queste prerogative l’Arte Povera assume in sé anche gli stilemi
intellettuali dell’Arte Concettuale, così da integrare alle forme, spesso
complesse da decodificare, un significato nascosto e comunque leggibile con i
giusti mezzi.
Un esempio paradigmatico di Arte Povera sono gli specchi di Michelangelo
Pistoletto, dove lo spettatore si riconosce nel quadro-immagine-specchio con una
funzione dell’opera verso lo spettatore (e viceversa) di "do ut des".
Artisti italiani che comunicano con l’Arte Povera sono: Gilberto Zorio, Mario e
Marisa Merz, Giulio Paolini, Pietro Gilardi, Alighiero Boetti, Emilio Prini,
Gianni Piacentino, Paolo Calzolai, Giovanni Anselmo, Mario Ceroli, Jannis
Kounnelis, Pino Pascali.
Arte programmata
Ai primi anni sessanta esplode la cosiddetta arte cinetica e programmata. Gli
antecedenti sono lontani, oltre che le sculture in movimento di Calder, va
ricordata l'opera di Max Bill, Naum Gabo e Moholy Nagy. Ma è nel "manifesto
giallo" del 1955, pubblicato dalla Galleria Denise Renè di Parigi, che il
termine di cinetico e cinematico inizia ad essere usato per indicare le
specifiche ricerche sulla percezione visiva.
L'arte programmata o cinetica ha rappresentato un sostanziale rinnovamento del
fare e dell'intendere estetico contemporaneo, inaugurando una nuova fase del
divenire della visualizzazione e ampliando quella sfera della percettività
ritenuta prima esclusivo dominio delle discipline scientifiche. Non si muove più
da valori dati, ma si tende alla individuazione di valori nuovi. L'arte
programmata punta sui processi fenomenici che scaturiscono dalla natura stessa
delle cose; del loro intrinseco dinamismo, propone, attraverso realizzazioni
ricche di indicazioni prospettiche multiple, una analogia plastica.
Astrattismo Informale
L'avanguardia, ovvero la Bellezza della provocazione
Sul finire degli anni cinquanta il mondo dell'arte è diviso ancora tra realismo
e astrattismo. Il realismo si pone come mimetico della realtà: esso riproduce la
figura umana nel rapporto con le cose del mondo naturale. L'astrattismo, matrice
di varie correnti, non si riferisce ad un concetto rappresentativo. Il che non
significa che esso prescinde o falsifica la realtà che lo circonda, ma solo che
rende possibile la considerazione separata delle forme e delle sue componenti, e
con questo l'atto della conoscenza. Si tratta di un'operazione grazie alla quale
un segno, una figura geometrica, un colore sono scelti e isolati come oggetti di
percezione, attenzione, indagine.
Le fasi dell'astrattismo sono l'astrazione lirica, l'astrazione geometrica e
infine l'informale. Quest'ultima nasce come reazione alla pittura geometrica e a
quella realistica, con finalità di propaganda politica.
Body Art
Tra il 1973 e il 1974, dall'area inglese, entra nell'uso del linguaggio critico
internazionale, l'espressione body art per indicare tutto quel complesso di
esperienze, ricerche, proposte, che hanno come elemento costante il riferimento
al corpo dell'uomo, visto alternativamente come oggetto su cui compiere azioni o
come soggetto che si muove nello spazio e circoscrive eventi.
Un numero sempre maggiore di pittori e scultori contemporanei ricorre all'uso
del corpo come linguaggio.
Come Antonin Artaud in campo teatrale, questi artisti si impegnano nella ricerca
e nella perlustrazione delle infinite possibilità di conoscenza del corpo ed
entrano nella messa in scena artistica senza utilizzare un personaggio ma
essendo loro stessi il personaggio e subendo su di sé le proprie elaborazioni
artistiche. Ogni cosa diviene una possibilità di esperire, una foto, una
radiografia del proprio cranio, la propria voce, sono tutti elementi da
rielaborare ed esaminare.
Alcuni artisti praticano un camuffamento, uno spostamento del materiale
personale, altri invece ne fanno esplicito riferimento.
Un elemento caratteristico delle opere d'arte legate a questo movimento è
l'ansia. Il sentimento ansioso sottende tutte le elaborazioni artistiche come
una sorta di leit motiv, un assillo attraverso il quale si estrapolano i
sentimenti di angoscia dell'essere al mondo, e d'impossibilità di porsi in reale
rapporto dialettico con se stessi.
Fluxus
"Fluxus esisteva prima di avere il suo nome e continua a esistere oggi come
forma, principio e modo di lavorare", così dichiara Dick Higgins, uno dei
protagonisti di Fluxus, chiamato a raccontare la sua esperienza. Nel settembre
1962 George Maciunas organizza il primo "Fluxus". A lui si deve la scelta del
termine derivante dal latino che significa diverse cose tra cui scorrere,
ondeggiare in libertà, infiltrazione, fugace. Fu questo architetto ad ideare la
manifestazione nella quale artisti americani ed europei, che lavoravano in modo
simile, potessero presentare una diversa modalità di fare arte, usando nuove
connessioni tra musica, poesia, arti visuali, danza, teatro, aprendosi a una
multiformità di generi. Fluxus fu costituito da persone di diversa nazionalità,
provenienza culturale ed esperienze artistiche diverse; i suoi componenti vi
entravano e uscivano fluidamente e fluidamente si spostavano dall'Europa agli
Stati Uniti. Nel 1963 Maciunas assegnò a ogni Fluxus-artista un codice in
lettere e iniziò a raccogliere nuovi materiali per pubblicare la rivista "Fluxus".
Maciunas tracciò diagrammi (1966) per definire l'albero genealogico di Fluxus,
le sue diramazioni e connessioni con altre discipline e le sue origini storiche
che venivano individuate in Marcel Duchamp e Dada, nel teatro futurista e in
quello che viene definito Bruitismo, e poi John Cage, lo stile HaiLu, la
Non-Arte e la Borderline art, il Vaudeville e Charlie Chaplin.
Nel suo scorrere leggero e fugace Fluxus intendeva instaurare tra arte e vita
una forte relazione. Le cose quotidiane, i gesti, le azioni più semplici come
respirare, fumare o sedersi su una sedia (Brecht) diventano opere fluxus e come
in un ready-made vengono estratte dalla realtà del quotidiano per entrare
nell'evento fluxus.
Graffitismo
I graffiti di cui si parla sono grafismi, grafemi, graffi, urticazioni,
scalfittura, arroncigliature, lacerazioni del mondo o della superficie su cui si
interviene: sono grafospasmi d'amore.
A New York, nel '72, varie bande di giovanissimi cubani, greci, neri,
portoricani tracciarono lettere e incisero scritte, con i colori delle
bombolette spray, sulle fiancate dei vagoni della metropolitana, sugli autobus,
sui muri delle banche, delle scuole, dei fabbricati. Si trattò di un'invasione
rapidissima e massiccia, con modi grafici che sapevano di fumetti e pubblicità
ma soprattutto di messaggi cifrati.
Alla fine dello stesso anno, Hugo Martínez, studente di sociologia portoricano
chiede all'U.G.A. di disegnare la scenografia di un suo balletto. Da questo
momento il fenomeno dei graffiti passa dalle strade al sofisticato giro delle
gallerie di Soho.Nel 1982 vengono identificati in Europa i tre più acclamati
esponenti Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e George Lee Quinones. È l'ingresso
ufficiale del Graffitismo sulla scena dei movimenti di punta. La motivazione di
questo movimento sta nel portare una comunicazione selvaggia e spontanea dal
segno volatile e secco o duro e rabbioso, irruento e vitalistico.
Happening
La prima apparizione del termine "Happening" risale al 1959, in un'opera
presentata alla Reuben Gallery di New York, "18 Happenings in 6 Parts",
dell’americano di origine russa Allan Kaprow, che ne è anche il coniatore. Si
indica da allora, con Happening, qualcosa che accade, che si determina
attraverso una struttura a compartimenti.
In ciascuno di questi avviene qualcosa: ogni spazio rappresentato o suggerito
nelle opere, è conservato da una isolata condizione autonoma dove ogni evento,
ogni azione elementare, può essere legata all’altra in una sequenza o svolgersi
nel medesimo istante senza necessariamente dover rispondere ad un rapporto di
causa ed effetto.
Si possono, in alcuni casi, verificare circostanze imprevedibili in grado di
modificare i risultati dell’azione, nonostante, soprattutto nei primi Happening,
gli autori non concedano spazi all’improvvisazione, ritenuta fuorviante.
Ogni elemento della scena, attore compreso, si fa oggetto. Anche il linguaggio
verbale viene trascurato, prediligendo l’uso di rumori e suoni.
Oltre a Kaprow, altri autorevoli artisti che hanno lavorato con l’Happening sono
Claes Oldenburg, Red Grooms, Jim Dine e Robert Whitman.
Iperrealismo
Sembra rifarsi alla tradizione della pittura cosiddetta "à trompe l’oeil", la
pittura che "inganna l’occhio" col suo estremo mimetismo, la tendenza che
apparve in America negli anni Settanta sotto la dizione di "iperrealismo". In
realtà si tratta di un’arte che nasce dalla cultura pop, cioè dalla sensibilità
diffusa per un immaginario alimentato dalla comunicazione da "grandi magazzini"
e dalla denuncia di disadorna quotidianità. Così si afferma una pittura che
simula con la sua manualità l’esattezza tecnologica della fotografia, per cui si
parla anche di "fotorealismo" (oggi praticato spesso nella pittura su basi
digitali). Primo campione è stato Chuck Close, autore di ritratti e di
autoritratti anche in formato gigante. Altri esponenti del movimento: Richard
Estes, Ralph Goings, Malcolm Morley, e in Europa il tedesco Gert Richter. Nel
contempo si sono moltiplicate le prove di una "scultura" che, utilizzando nuovi
materiali plastici e resine, realizza manichini - nudi, di solito - di
esasperata resa illusionista: così virtuosa da trasmettere sensi di gelo,
inquietudine, allucinazione. E dunque, appunto, realismo che viene travalicato e
spiazzato. Maggiori esponenti della scultura iperrealista sono Duane Hanson e
John De Andrea, anche loro statunitensi, e l’inglese Ron Mueck.
Land Art
L'espressione, così come i sinonimi Earth Art o Earth Work, si afferma negli Usa
verso la fine del decennio 1960-1970 per designare le ricerche "operative"
impegnate in diretti interventi sul paesaggio e sulla natura. La Land Art, "come
l'arte dei giardini in altri tempi, interviene nel paesaggio con intenzioni
estetiche, proprio per produrre un mutamento nella struttura di esso e per
osservarne sperimentalmente i risultati". Spesso gli interventi sono registrati
tramite filmati, videotape e fotografie. Al fondo delle motivazioni della Land
Art si trovano preoccupazioni ecologiche. Non è un caso che in italiano la Land
Art sia stata definita Arte ecologica. Le preoccupazioni ecologiche sono dirette
ad una salvaguardia della natura, che si attua con un ritorno ad una cultura
primigenia, contrapposta alla pseudo cultura contemporanea.
Secondo Dorfles la Land Art interviene sulla natura "non in modo edonistico e
ornamentale ma per quello che potremmo definire una presa di coscienza
dell'intervento dell'uomo su elementi che presentano un ordine naturale e che,
da tale intervento, sono sconvolti ed incrinati".
Mail Art
La mail-art, o "arte postale" è, più che una tendenza artistica, una esperienza
nata dalla costola dell’arte di comportamento e concettuale degli anni Sessanta:
in particolare dallo spirito del gruppo Fluxus, il vivace movimento
internazionale che si distinse per una serie di azioni, interventi, creazioni di
spirito neodadaista. Da Fluxus viene l’americano Ray Johnson, che nel 1962 mandò
per posta i suoi lavori nel mondo ("Add to and return to") e fondò la New York
Corrispondance School of Art. scuola d’arte "per corrispondenza" nella quale non
solo gli elaborati spediti per posta, ma le buste, i francobolli, i timbri
finirono per confluire nell’operazione artistica.
Ma è stato uno dei massimi esponenti dell’arte concettuale americana, On Kawara,
a conferire aura di progettualità ad una intuizione nata come gioco eversivo ai
margini del sistema: con le operazioni "I got up" del 1969 (cartoline postali
inviate tutti i giorni per 4 mesi ad artisti, critici, amici, con l’indicazione
dell’ora in cui si era alzato da letto) e "I am still alive" del 1970 (telegramma
inviato a Sol Lewitt, che ne trasse 74 variazioni). In questo modo la mail art
si precisava come l’ala più mobile e più "democratica", per così dire, di
un’arte che rifiutava gli oggetti per affidarsi a messaggi immateriali, ad
operazioni sul linguaggio della comunicazione. Di qui una vasta diffusione della
mail art, con la nascita di gruppi in relazione, la costituzione di archivi.
Una crescita che ha resistito alla crisi della cultura concettuale negli anni
Ottanta: sia per incroci con altre esperienze come la poesia visiva, sia
avvalendosi di nuove tecnologie della comunicazione, come la fotocopiatrice. Ma
soprattutto il fax (tanto che è nata una sottospecie della mail art, la fax art
con i suoi operatori e le sue manifestazioni).
Nuovo impulso peraltro ha ricevuto la mail art da Internet. Infatti la posta
elettronica, abolendo distanze spaziali e temporali, arricchendo i messaggi con
gli ipertesti, ha consentito alla mail art un salto di qualità anche concettuale.
In sostanza essa è oggi più che una variante forte della net art, ne costituisce
un pilastro. Lo dimostrano le operazioni di mail art proposte in grandi mostre
internazionali come Documenta a Kassel e Manifesta a Francoforte, con banchi
telematici a disposizione anche del pubblico o allestimento di chioschi per la
ricezione-diffusione dei messaggi. Ne esce rafforzata la motivazione originaria
di questa esperienza: quella di proporre un’arte diffusa fuori dagli schemi del
sistema, accessibile a tutti, che offre più che opere e prodotti, processi
mentali, stimoli creativi, scambi di idee. Un’idea forse effimera dell’arte, ma
ben a passo coi tempi. E col suo pedigree storico: le radici della mail art sono
infatti anch’esse da ricercare nelle avanguardie dadaiste e futuriste del primo
Novecento.
Minimalismo
Movimento conosciuto anche attraverso l'accezione di "Strutture Primarie", nasce
in America nella seconda metà degli anni '60 integrando, in un percorso nato
dalla negazione, le simbologie lessicali della Pop Art e della Op Art. Della Pop
conserva ed esaspera le sproporzioni della superficie, mentre della Op recupera
l'analisi geometrica, pur dedicando maggiore attenzione al risultato formale.
Quasi sempre sono sculture essenziali nelle sagome e nei colori, più determinate
al turbamento sensibile dello spazio circostante che ad isolarsi nella propria
identità, circoscrivendo lo spazio tematico ad una sintesi svolta tra
architettura, pittura ed ambienti, coinvolgendo l'osservatore nell'opera stessa.
Spazio, allora, come ubicazione di un elemento tra gli altri; geometria come
rapporto tra gli insiemi; ordine come rapporto di regole in spiegazione ai
parametri di equilibrio, simmetria e proporzione stabiliti intorno agli oggetti.
Tra i pionieri del Minimalismo, troviamo gli americani Tony Smith, Bob Morris,
Dan Flavin. Gli inglesi Anthony Caro, William Tucker, Philip King, Richard
Smith, invece, sono i rappresentanti del nuovo impulso creativo. Anche in Italia
questa cornice espressiva trova tra i suoi esponenti con Rodolfo Aricò, Maurizio
Mochetti, Gianfranco Pardi, Renato Barisani e Nicola Carrino.
Movimento Arte Concreta
Nel 1948 un gruppo di intellettuali ed artisti fondò a Milano il Movimento Arte
Concreta. Teorico del movimento, Gillo Dorfles, noto critico e studioso, allora
anche pittore. Tra i fondatori anche artisti come Bruno Munari - uno dei padri
del nuovo design italiano, Nigro, Veronesi, Soldati, Monnet e, per breve tempo
Lucio Fontana. Aprendosi alle correnti europee più avanzate di arte
contemporanea, gli artisti del MAC si schieravano con i sostenitori di un’arte
aniconica, cioè "non- figurativa", prendendo tuttavia le distanze anche dall’ala
storica dell’astrattismo.
La differenza era concettualmente sottile. L’astrattismo storico del primo
Novecento (rappresentato da artisti di diversa ispirazione come Kandinsky e
Mondrian) muoveva dal rapporto con la realtà esterna, la natura, il paesaggio,
gli oggetti, per un processo di analisi e di riduzione alla loro essenza di
forme, colori, materie, ritmi, rapporti. Al contrario dell’arte astratta, l’arte
concreta proponeva immagini di forma-colore di pura invenzione ed elaborazione
dell’artista, indipendenti da suggestioni della realtà o da significati
simbolici. Arte "concreta" significa arte autosufficiente, non dipendente da
fonti ad essa esterne. In questo senso era stata già teorizzata nel 1930
dall’olandese Theo Van Doesburg, già esponente di De Stjil ("Manifesto dell’Arte
Concreta") e nel 1936 dall’artista svizzero Max Bill, dando luogo alla
produzione di quadri di grande purismo formale, con ritmi di partitura
geometrica. In Italia, il primo a rilevare la differenza e a farsene promotore
fu lo storico dell’arte Lionello Venturi, ispiratore di "Forma 1", un gruppo
romano contemporaneo al MAC milanese, a cui aderirono artisti come Dorazio e
Perilli. A Firenze intanto veniva redatto il Manifesto dell’Astrattismo classico
che esprimeva posizioni analoghe anche se con definizioni ambigue.
Al di là delle sofisticazioni teoriche, quel che accomunava i diversi fermenti
era una concezione antinaturalista e antisurrealista dell’arte, intesa come
modello progettuale in grado di "mettere ordine" idealmente in una società che
si preparava a vivere il boom socio-economico degli anni Cinquanta- Sessanta.
Modelli storici di riferimento erano il costruttivismo russo dopo la Rivoluzione
di Ottobre, il Bauhaus tedesco con la sua utopia riformistica, e lo stesso
Mondrian maturo, il profeta dell’arte come "armonia realizzata".
Infatti il MAC affermava anche la "sintesi delle arti" fra arte, architettura,
design: Mario Ballocco, uno dei componenti del gruppo, avrebbe condotto una
indagine sistematica e scientifica del colore (cromatologia). Una nuova
manifestazione di vitalità dell’arte concreta si ebbe dopo gli anni Cinquanta
dominati dall’espressionismo astratto, dall’action painting, dall’informale,
dall’art brut, manifestazioni di arte non figurativa, ma all’insegna di un
individualismo esasperato, irrazionale, gestuale. Gli studi tedeschi di Rudolf
Arnheim sulla teoria della forma (Gestalt) e l’avanzante società tecnologica
determinarono una ripresa di formalismo geometrico e razionalizzante, che si
diramò in numerose correnti: pittura monocroma (specie in Usa), optical art,
neocostruttivismo, arte cinetica, arte ghestaltica (in Italia sostenuta
dall’autorità di un altro grande studioso, Giulio Carolo Argan).
Fermenti che proseguirono sotto traccia e sotto altre spoglie, dopo la grande
ripresa dell’iconismo e della narrazione massmediale con la Pop Art negli anni
Sessanta e quel che ne seguì sino ai giorni nostri. Per essi può restare valida
nelle sue motivazioni di fondo, la definizione che dell’arte concreta dette
Gillo Dorfles: una forma d’arte "basata soltanto sulla realizzazione e
sull’oggettivazione delle intuizioni dell’artista, rese in concrete immagini di
forma-colore, lontane da ogni significato simbolico, da ogni astrazione formale,
e mirante a cogliere solo quei ritmi, quelle cadenze, quegli accordi, di cui è
ricco il mondo dei colori".
Movimento Nucleare
Il Movimento Nucleare nasce a Milano nel 1951 ed è fondato da Enrico Baj, Sergio
Dangelo, Joe C. Colombo. Il Movimento ha come principale intenzione quella di
studiare ed analizzare i rapporti tra scienza, arte e tecnologia.
Il "Manifesto Bum" del 1952, polemico e provocatorio, raffigura l'immagine di un
fungo atomico, il potere distruttivo dell'energia atomica, e quella di un feto
allo stato embrionale, la capacità di rinascita della scienza.
Per Baj, Dangelo e Colombo essere "nucleari" significava essere artisti e uomini
contemporanei, affermando la loro attualità ed il bisogno di prendere coscienza
di un mondo in rapida ed inarrestabile trasformazione. Diversa è invece
l'accezione del termine "nucleare", indicato dal futurista Fortunato Depero nel
suo "Manifesto della pittura e plastica nucleare" del 1950, o nel caso della
"Madonna Nucleare" di Dalì del 1953.
Net Art
Arte digitale
La diffusione planetaria della comunicazione tramite Internet sta facendo
emergere (come sempre avviene nella storia quando si affacciano innovazioni o
rivoluzioni tecnologiche) forme di linguaggio alternative rispetto alle comuni
relazioni "funzionali" messe in pratica grazie al computer.
Si va definendo così, da alcuni anni parte a questa parte, la nozione di "net.art".
Con questo termine si indicano una serie di esperienze e di operazioni che
sfruttano le caratteristiche proprie della comunicazione "in rete".
L’interattività, dunque la produzione di messaggi che possono essere
continuamente modificati da interventi in tempo reale.
L’ipertestualità, cioè la possibilità di combinare e comporre varie forme di
scrittura ed immagini, di richiamare testi in interfaccia e di creare "link",
collegamenti aperti.
Ne consegue che la net.art non produce "opere" ma "sistemi" comunicativi; non ha
"autori" in senso tradizionale ma promotori di messaggi che di solito agiscono
in gruppo, spesso sotto sigle anonime: non ha luoghi fissi di esposizione o
musei nemmeno virtuali, perché appare nomade sugli schermi dei computer in ogni
parte del mondo ed in ogni momento. Il "luogo" della net.art potrebbe essere in
verità il web, il sito elettronico al cui interno le proposte si condensano e si
fissano visivamente. Ma proprio per questo la critica radicale tende a
distinguere la net.art dalla web.art, più "statica" e più legata al concetto di
"autore".
Distinzioni sottili che tendono comunque ad escludere tutta un’altra serie di
esperienze di "arte in rete". A cominciare dalla più "antica", che ha già quasi
vent’anni di storia alle spalle: la computer art o arte digitale. Si trattava e
si tratta in questo caso di sfruttare le potenzialità "matematiche" dei software
per creare immagini virtuali, intervenire su immagini già date e manipolarle,
dar vita insomma a tutto il sistema di immaginario degli "effetti speciali"
largamente sfruttato anche e soprattutto dal cinema. In questo caso si tratta di
"fare arte" secondo logiche formali tradizionali, seppure aggiornate e scaltrite
tecnologicamente. Ancor più netta, ed ovvia, è la distinzione con l’uso della
rete per scandire, archiviare e diffondere immagini d’arte prodotta "altrove",
antica o contemporanea che sia, ivi comprese le ricostruzioni virtuali di musei
o luoghi d’arte.
Per tornare alla net.art, occorre sottolineare che i sistemi di comunicazione
prodotti non hanno alcuna intenzione "artistica" in senso classico, né
connotazione estetica. È un’arte "che prescinde dall’arte", nel solco peraltro
della lunga storia delle avanguardie moderne che va da Duchamp all’arte
concettuale. Quelli che vengono messi in rete sono concetti strutturali che
investono di solito, criticamente, la vita sociale, politica, economica oppure
mettono in discussione od esplorano le modalità infinite del "mettersi in
relazione": Si tende a definire così una "cultura della rete" alternativa ai
sistemi dominanti, sia sul piano politico che sul piano del controllo della
comunicazione. Non a caso, all’origine della net.art ci sono anche le prove
degli hackers, dei pirati informatici che s’inseriscono nelle "stanze di comando"
della comunicazione elettronica.
La Net Art ha comunque già non solo una serie di "operatori" nel mondo (soprattutto
in Europa e Stati Uniti) ma anche luoghi d’incontro e di "esposizione". Il punto
di riferimento internazionale più noto è l’Ars Electronica Center di Linz in
Austria, sorto vent’anni fa, che organizza un premio annuale, il Prix Ars
Electronica con diverse categorie di segnalazione delle varie forme di
creatività "hitech". Ma la Net.Art ha fatto il suo ingresso anche in molte
rassegne d’arte contemporanea, come Documenta a Kassel in Germania dal 1997 e la
Biennale d’arte americana del Whitney Museum a New York dal 1999. Altra
manifestazione specifica è il festival Transmediale.01 di Berlino, che
attribuisce premi per "software art".
Nouveau Realisme
La formula "Nouveau Realisme" fu inventata nel 1960 dal francese Pierre Restany,
brillante figura di critico militante, per designare le esperienze di un gruppo
di giovani artisti che rappresentavano secondo lui l’alternativa europea al New
Dada americano, preludio alla Pop Art.
"Nuovo realismo" perché questi artisti riprendono la lezione interrotta degli
storici "ready made" di Duchamp, l’assunzione dadaista dell’oggetto nel sistema
dell’arte. Ricominciano a prelevare frammenti concreti dalla vita quotidiana, ma
con fantasia enfatica, ironia aggressiva.
Arman accumula gli oggetti banali in serie. César schiaccia lamiere di
automobili. Cristo "impacchetta" cose comuni (e poi, in un crescendo gigantista,
interi monumenti o edifici). Hains straccia manifesti mentre l’italiano Mimmo
Rotella li reincolla. Spoerri fissa resti di cena sulle tavole imbandite e le
appende. Yves Klein fa imprimere sulle tele corpi di modelle nude impregnate di
colore blu…
Dunque una presa di possesso irriverente del territorio senza confini fra arte e
vita.
Così ancora Tinguely realizza con rottami riciclati sculture semoventi,
sussultorie, sonore, Niki de Saint Phalle (nome d’arte) plasma sculture di
esagerata, policroma sessualità, Raysse gioca con immagini kitsch. Una carica
che non si è ancora esaurita.
Nouvelle Tendence
Il termine viene introdotto nel '61 dal critico serbo Matko Mestroviæ teorico
anche del gruppo "Zagreb". La Nouvelle Tendence nasce in un periodo in cui
Zagabria, capitale della Croazia diventa il polo di attrazione per artisti di
tutto il mondo. A Zagabria si tiene la prima mostra della Nouvelle Tendence,
alla quale partecipano anche artisti del gruppo Zero, che Mestroviæ organizza
per il Museo d'Arte Contemporanea.
Nouvelle Tendence incentra l'opera sul moto libero e programmato meccanicamente,
a livello percettivo sfrutta le moderne cognizioni neurofisiologiche per
influenzare l'osservatore. Alla base della teoria di Nouvelle Tendence c’è un
linguaggio non solo artistico, ai confini delle varie discipline, che immette
l'opera nel contesto sociale, avvicinandola alla scienza, alla meccanica, alla
tecnologia.
Optical Art
Nasce alla fine degli anni Cinquanta, e si sviluppa per tutti i Sessanta e
oltre, una vasta e articolata tendenza di arte internazionale ispirata alla
nuova scienza della percezione. Essa riprende le esperienze di estensione
tecnologica dello sguardo già affrontate nel primo Novecento da Duchamp (i
Rotorilievi) e, in ambito Bauhaus poi esportato in USA, da Moholy Nagy e Albers.
Il fenomeno va sotto il nome di Optical Art, abbreviato in Op Art per evidente
controcanto alla contemporanea Pop Art, e trova un punto di significativo di
manifestazione nella mostra "The Responsive Eye" al Moma di New York nel 1965.
Si possono distinguere due aree. Una, più vicina all’ arte di astrazione
geometrica, punta sugli effetti di inganno e di vibrazione ottica con
combinazioni di segni e colori, per punti, cerchi, strisce, spirali, vortici
ecc. o per textures metalliche reagenti alla luce. Un’altra area privilegia
dinamismi reali, ottenuti con congegni elettrici o magnetici, con giochi di luci
artificiali o animazioni di strutture, che sollecitano spesso l’intervento
interattivo del pubblico. Gli artisti op tendono a costituirsi in gruppi.
Emergono comunque protagonisti come Vasarely, Soto, Le Parc, Bury, Riley; in
Italia (dove si parla anche di arte ghestaltica) Munari, Mari, Alviani,
Grignani.
Patafisica
Patafisica è la "scienza delle soluzioni immaginarie", insieme di principi
estetici, letterari e filosofici, ordinato da Alfred Jarry alla fine del XIX
secolo. Questi principi costituiscono, anche se presentati senza seguire un
ordine prestabilito, il materiale dei suoi testi più conosciuti: "Ubu Roi"
(1896) e "Gesta e opinion del dottor Faustroll, patafisico" (1898). Artisti come
Paul Gauguin, Pablo Picasso, e successivamente il surrealista Andrè Breton,
furono affascinati dalle idee espresse dalla Patafisica.
Nel 1948 viene fondato a Parigi "Il Collegio di patafisica", articolato secondo
una complicata gerarchia di satrapi, reggenti, uditori, creato apposta per fare
il verso ai consessi accademici.
Il collegio è retto da un curatore a vita (Faustoll), e rappresentato da un
originale vicecuratore, rappresentato da sua magnificenza il coccodrillo
Lutembi, proveniente dal lago Vittoria.
Nel 1978 è stato deciso l'occultamento del collegio fino all'anno 2000.
Sono stati costituiti alcuni collegi patafisici secondari come quello fondato
nel 1964 da Enrico Baj, Virgilio Dagnino, Paride Accetti, Arturo Swarz, oppure
quello torinese fondato nel 1979, e quello napoletano nel 1965, voluto da Lucio
Del Pezzo.
Poesia Visiva
La Poesia Visiva è, più che una tendenza artistica, una variegata esperienza di
contaminazione fra linguaggi: la simultanea presenza di scrittura e di immagini
su una superficie. Interagendo, la parola si fa segno visivo e l’immagine assume
una dimensione mentale. Infatti proprio negli anni Sessanta, in cui domina
l’arte concettuale, questa ricerca prende corpo in molti gruppi e in parti
diverse del mondo (oltre che in Europa, in Brasile Argentina e Giappone).
Il più numeroso e vivace è stato quello italiano, con base Firenze dal 1963.
Maggiori esponenti Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Ugo Carrega, Emilio
Isgrò, Luciano Ori, Luca Maria Patella, Nanni Balestrini, Sarenco.
I precedenti storici sono in avventure sperimentali delle avanguardie del primo
Novecento: Apollinaire con i Calligrammes, futuristi come Marinetti e Cangiullo
con le Tavole Parolibere. Ma inserzioni di scrittura sono frequenti già nei
quadri cubisti e futuristi. Il principio ispiratore è quello di attivare gli
scambi tra i cinque sensi (sinestesia): infatti al movimento partecipano autori
che realizzano installazioni sonore, spartiti musicali. Il più celebre è
Giuseppe Chiari, membro del gruppo internazionale Fluxus. Dunque un’arte
"totale" che sfrutta le capacità di riflessione della parola e le suggestioni
delle immagini. Varie le tecniche, dalla scrittura a mano ai collages
fotografici, ai caratteri di stampa e numerosi gli ambiti di ricerca parallela e
le relative denominazioni (lettrismo, poesia concreta, mail art, narrative art
ecc.) specie nel corso degli anni Settanta.
L’emergenza della poesia visiva che sembrava esaurita con gli anni Ottanta,
trova oggi nuove strade con la "video - poesia" e la Netart. Esperienze analoghe
di uso della scrittura si ritrovano oggi in artiste femministe o politicamente
impegnate come Jenny Holzer e Barbara Kruger.
Pop Art
La definizione di Pop Art (abbreviazione di "popular art") nasce negli anni
Cinquanta in Gran Bretagna, in seguito all’attenzione che diversi studiosi e
artisti (il principale è Richard Hamilton, con Hockney, Black, Tilson, Kitaj)
dedicarono ai linguaggi della comunicazione visiva nella società di massa e
nella civiltà delle merci.
Ma è sul principio degli anni Sessanta che il movimento assume notorietà
internazionale grazie ad un gruppo di artisti americani. Essi assumono a base
delle loro opere gli oggetti di consumo e le immagini moltiplicate e
stereotipate dei massmedia, della pubblicità, dei fumetti. Fra loro, il più
famoso è Andy Warhol, che riprese con procedure fra l’impassibilità e
l’ossessione seriale, foto di eventi e personaggi della cronaca o marchi
commerciali, come la cocacola.
Liechtenstein, Oldenburg, Rosenquist, Wesselmann, Segal, Indiana sono altri
protagonisti di un fenomeno complesso che segna un’inversione di tendenza
nell’arte del secondo Novecento: una figurazione che ricalca - con diverse
modalità critiche e inventive - il flusso freddo dell’ immaginario nella società
urbana, tecnologica, massificata. Vi concorrono peraltro artisti che muovono da
diverse premesse, ironiche ed emozionali (il "new dada"), come il grande
Rauschenberg, Johns e Dine.
Spazialismo
Dopo la Seconda guerra mondiale, si affermava in arte un’idea di pittura come
gesto che conquista lo spazio reale. Nell’ambito di questo fenomeno, noto come
Informale, si colloca lo Spazialismo italiano. Nel 1947 ne fu promotore a Milano
Lucio Fontana. Il primo manifesto del movimento fu sottoscritto da critici e
scrittori tra i quali ricordiamo Kaisserlian, Joppolo, Milena Milani. Negli anni
successivi si aggiunsero gli artisti Gianni Dova e Roberto Crippa.
Nel 1951 tra i firmatari del "Manifesto dell’arte spaziale" figurano anche De
Luigi, Guidi, Peverelli. Tuttavia lo Spazialismo s’identifica col geniale
percorso di Fontana, maturato a partire dagli anni Trenta a contatto con i
pionieri dell’astrattismo milanese e poi a Buenos Aires ("Manifiesto Blanco",
1946). Per Fontana bisogna esorcizzare l’illusione superficiale dell’immagine
sulla tela, conquistare lo spazio "oltre la materia": è questa l'idea fondante
dei celebri Tagli e Buchi ("Concetti spaziali") che suggeriscono una dimensione
aldilà della superficie dell’illusione. Fontana userà anche il neon, spingendosi
sino alla profezia del "Manifesto del Movimento Spaziale per la Televisione"
(1952). In tal modo lo Spazialismo italiano si proietta verso una visione di
tipo cosmico-spiritualista, avvicinandosi così alle esperienze di Mark Rothko in
America e di Yves Klein in Europa.
Transavanguardia
Quando, sul finire degli anni ’70, l’arte occidentale avvertì la necessità di
ritrovarsi nelle strutture della tradizione, tra l’ironia e il disincanto, si
sviluppò una vasta schiera d’autori vincolata ad una determinazione seducente,
alla violenta ansia di recuperare l’ordine della pittura di narrazione.
I protagonisti di questo nascente movimento furono Sandro Chia, Francesco
Clemente, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Nicola De Maria e il primo Mimmo Germanà.
Cercano, soprattutto, di riallacciare un rapporto con l’arte italiana degli
inizi ‘900, con la metafisica di De Chirico e di Carrà, con De Pisis, Sironi,
Scipione ed altri come Tamburi e Viani.
Seguiti con interesse da Achille Bonito Oliva e appoggiati dal mercante Emilio
Mazzoli, raggiungono in pochi anni un significativo successo negli ambienti
internazionali, dove i territori d’arte cari alla Transavanguardia, movimento
compiuto, si delineano perfettamente nel ricongiungimento ad una tradizione
italica, ai luoghi tipici della pittura e del suo spazio immaginario, alla
libertà di riusare, citare e rendere omaggio alle tracce sensibili dell’eredità
artistica italiana.
Vengono recuperati, appunto, i soggetti classici dell’arte, la natura in
particolar modo.
Clemente con il suo genere allucinato, grandioso e puerile; Palladino, perduto
in una sovrastruttura arcaica e favolistica al tempo stesso; entrambi, allo
stesso modo, rappresentanti di uno sguardo che trova nel vuoto e nell’infinito
tutto il piacere della propria insufficienza, che può esprimere catarsi solo
davanti alle magnifiche sproporzioni del mondo.
Video Arte
Nel 1968 il tedesco Gerry Schum iniziò a documentare, con riprese televisive,
performances di arte concettuale, povera, di land art, di cui altrimenti non
sarebbe rimasta traccia storica oltre l’occasione effimera. L’anno seguente
Schum fondò ad Hannover la prima videogalleria, in cui si proiettavano le
registrazioni delle azioni eseguite da artisti poi divenuti celebri come
Dibbets, Long, Oppenheim, De Maria e poi (dal 1970) di Beuys, De Dominicis,
Boetti, Zorio, Anselmo, Gilbert & George. Nasceva così la videoarte, impresa
peraltro resa possibile dalla diffusione della handycam, la telecamera portatile
e maneggevole, alla portata di tutti. Prima di allora, la stessa esigenza
documentaria era stata soddisfatta dai "film d’artista" girati precariamente in
8mm. Un pioniere in Italia fu negli anni Sessanta Luca Patella, al quale si deve
fra l’altro lo storico SKMP2 del 1968, in cui sono riprese performance sue, di
Kounellis, Mattiacci, Pascali, Sargentini. Ma contestualmente all’esigenza di
fissare in memoria visiva l’arte di azione, si proponeva su altro versante la
ricerca di un uso alternativo e creativo del linguaggio televisivo. L’uso per
nuovi processi estetici del medium tecnologico era stato preconizzato in Italia
sin dal 1952, col Manifesto per la Televisione redatto dal gruppo milanese dello
Spazialismo (Fontana, Baj, Crippa ecc.). Ma venne dall’America, dove la
televisione aveva già una sua storia di pratica diffusione, la prima importante
esperienza di manipolazione ed alterazione delle immagini televisive. Ne fu
pioniere l’artista di origine coreana Nam June Paik che negli anni Sessanta
produsse una serie di video che producevano gli equivalenti di "quadri astratti"
con lampeggianti variazioni di colori, composizioni cromatiche elettroniche, ma
anche sovrapposizioni incalzanti di immagini tratte dalle comuni trasmissioni
(in Europa esperienze di manipolazione delle immagini della cronaca, anche a
fini di polemica politica e sociale, furono condotte dal tedesco Wolf Vostell).
Un’altra strada fu quella battuta da artisti come Bruce Nauman, che realizzarono
azioni ideate in funzione della telecamera, anche per esplorare l’interazione
fra corpo agente e spettatori.
Da queste premesse, la videoarte ha conosciuto una impetuosa crescita e
maturazione, sino a divenire negli anni Novanta un mezzo di espressione
prevalente, se non addirittura privilegiato, rispetto alle tecniche tradizionali
e manuali dell’arte e rispetto alla stessa fotografia. L’uso sistematico del
colore, l’accorciamento della durata di trasmissione, la diffusione di elementi
spettacolari di fruizione (videoproiezione su grande schermo, installazione di
immagini multiple con televisori o spazi dinamici), l’introduzione di "effetti
speciali" grazie alla combinazione col computer e le tecniche digitali: ecco i
fattori che concorrono a fare della videoarte non più una esperienza di faticosa
fruizione elitaria, ma un linguaggio ad alto potenziale immaginativo, parallelo
quasi o alternativo al linguaggio del cinema. Molti video sono infatti ispirati
oggi alla evocazione di ministorie ad alta concentrazione emotiva o simbolica
(fra gli autori oggi più celebrati, l’iraniana Shirin Neshat).
Fra le ormai innumerevoli e qualificate esperienze di videoarte, se ne possono
citare almeno due che hanno introdotto elementi nuovi di ricerca, espressione e
fruizione, grazie all’intreccio con l’elettronica. La prima frontiera è quella
della interattività: le videoimmagini non sono solo da contemplare, ma possono
essere modificate dagli spettatori- attori. È la strada battuta in Italia dal
gruppo Studio Azzurro: situazioni proiettate per terra, sui muri, per aria, su
tavoli, si muovono, cambiano, spariscono se il pubblico le tocca, o batte le
mani, o vi passeggia su. Su un versante di intenzioni estetiche quasi opposte,
ma anch’esse governate da sofisticata tecnologia elettronica, si collocano i
video di un artista americano che è considerato oggi il massimo esponente della
videoarte, Bill Viola. Egli ha messo a punto composizioni di personaggi che
prendono vita sullo schermo lentissimamente, con procedura di ralenti
elettronico. Questa tecnica consente all’autore di inventare veri e propri
"quadri viventi", spesso ispirati da opere di arte antica, oppure di proporre un
pathos di alta concentrazione poetica, fra memoria contemplazione e riflessione,
che investe grandi temi spirituali