Colli: Le Operette morali di Giacomo Leopardi
Giorgio Colli, Le Operette morali di
Giacomo Leopardi, Adelphi, Milano 1983.
Verso Leopardi la fama dei posteri è stata, non già avara di riconoscimento, ma
piuttosto, come egli aveva preveduto, ingiusta e miope. La sua pretesa di essere
a un tempo filosofo e poeta fu giudicata eccessiva, e poiché canonizzare un
grande filosofo, anche se morto, è assai più impegnativo e complicato per i
posteri, che non un grande poeta, ci si attenne al secondo partito. Del resto,
Leopardi non aveva accettato le regole e i termini della filosofia moderna, non
aveva seguito nessuna scuola ufficialmente riconosciuta, insomma non aveva le
carte in regola per essere filosofo.
Ma se il pensiero della gloria fu la speranza più assidua, nelle lunghe notti
della sua gioventù affaticata, è giusto non defraudarlo nella morte di ciò che
nella morte gli spetta, sottilizzando sull’ambito della sua eccellenza. Perché
egli è stato anzitutto un uomo grande ed eroico, e talmente fitto con la mente
nelle lontananze del passato e dell’avvenire, che il tormento inappagato,
l’ansia compressa del suo esistere chiedono a noi una riparazione. I suoi Mani
non sono ancora stati placati con un adeguato culto della grandezza.
Un tempo il filosofo cercava la verità; ma oggi si dice che la verità non
esiste, e che il filosofo deve rivolgersi ad altre prede. Ma se qualcuno, e ciò
per l’appunto fece Leopardi, oltre che cercarla, la trova, questa verità – anche
se non tutta la verità – dovremo negargli il titolo di filosofo, e tapparci gli
orecchi, solo perché ci hanno detto che non esistono più verità universali da
indagare? Il fatto è che le verità di Leopardi non sono amabili, mentre al
filosofo si richiede oggi che dia una dignità, o almeno giustifichi tutto ciò
che esiste concretamente, nel passato e soprattutto nel presente. Per chiudere
la strada a Leopardi, infine, rimane l’abusata malignità, secondo cui il suo
pessimismo sarebbe il riflesso patologico di una malconformazione del corpo; è
il vecchio artificio scolastico, che scaglia l’argomento ad personam per
superare l’imbarazzo sostanziale.
La concezione leopardiana, al contrario, quale si esprime compiutamente in
queste Operette morali, è vera filosofia, se tale nome almeno si può usare per
una visione totale del mondo, esauriente nei dettagli e unitaria
nell’estensione. E se qualche appunto si può muovere alle Operette, sarà rivolto
piuttosto all’esecuzione artistica, la quale non sempre regge all’altissimo
livello impostole, che non al rigore e all’ampiezza del pensiero. Le Operette
sono dei miti filosofici, nel senso greco: l’altezza di questa espressione umana
è misurata nella sua rarità.
Le verità di Leopardi, d’altro canto, come sono incomode, così sono anche
incontestabili. Perché la vita e la natura sono appunto quelle che egli
descrive, e nessuno, che possa davvero venir messo alle strette, saprà negarlo.
Se è così, a lui è toccato un destino che forse non immaginava, di essere cioè
uno dei pochi che costringono gli uomini – nei fondamenti morali della loro
esistenza – a scegliere tra la viltà e il coraggio. Chi ha letto le sue opere,
con un’indole non del tutto diseredata, e scrollando le spalle ha proseguito il
suo cammino, porta dentro di sé la molestia di una viltà morale, che non è di
poco conto. Ogni animo bennato, di fronte a queste rivelazioni, è forzato a
meditazioni lunghe e decisive, da cui non può emergere se non con la volontà
testarda di scoprire altre verità, oltre a quelle leopardiane.
Leopardi ha potuto far questo, perché era un uomo d’azione, come è ogni filosofo
autentico. Egli aveva trovato la verità, ma poteva nasconderla, o manifestarla
copertamente, come altri fecero. Dire la verità fu la sua azione, e come il dire
la verità ha sempre qualcosa di eroico, anche nelle circostanze minime della
vita, così massimamente eroica fu la sua azione, appuntata al destino stesso
dell’uomo. Mentre precluse a sé l’amabilità, con la sua parola sprezzante e
cristallina, agli altri offrì l’occasione di conoscere la vita, gettandoli nel
bagno gelato di una ragione sana, perché si scuotessero dal torpore dei
narcotici moderni.
I giovani amano già Leopardi poeta: dovranno ora onorarlo come filosofo.