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Il culto di Dante ha
inizio nell'età a lui contemporanea, allorché il poeta fu esaltato per
dottrina, sapienza e dirittura morale. Ne fa fede il rapido diffondersi di
copie manoscritte della Commedia, di commenti e di poemi
allegorico-didattici.
Comincia nel Trecento anche una pratica di pubbliche letture sulle piazze
delle città d'Italia. Nell'ottobre 1373 il Boccaccio, autore di un
commento ai primi XVII canti dell'Inferno e del Trattatello in laude di
Dante, in cui Dante, erede dei grandi classici, assurge a simbolo stesso
della poesia, fu incaricato dal comune di Firenze di commentare
pubblicamente la Commedia.
Fra le curiosità del Trattatello
riscontriamo la svalutazione della componente politica della personalità
dantesca,
intesa come impropria per il vero sapiente, e l'interrogativo sul perché
un'opera così ricca di scienza fosse stata scritta in volgare e non in
latino. Comincia ad affacciarsi
un pregiudizio umanistico:
Petrarca, pur non mancando di imitare Dante
nei Trionfi, non amava
la Commedia. E un atteggiamento che avrà conferma fra gli umanisti
fiorentini: Leonardo Bruni dove' difendere l'uso del volgare nella
Commedia sottolineando come «ciascuna lingua ha sua perfezione e suo suono
e suo parlare limato e scientifico».
Man mano che nella seconda metà del Quattrocento la letteratura in volgare
ritorna in auge e nascono nuovi capolavori. Dante, Petrarca, Boccaccio
ritrovano la loro dignità e compongono un trittico luminoso cui ispirarsi.
Luigi Pulci, nel calderone ribollente del Morgante, ne fa ingredienti
fondamentali della sua vis comica e burlesca, con particolare attenzione perla Commedia. Il poema influenza anche alcune delle
opere di Lorenzo il Magnifico, informandole dello splendido dono
d'icasticità dell'occhio dantesco.
Nel 1525, con la pubblicazione delle Prose della volgar lingua di Pietro
Bempo, la fortuna di Dante subì una battuta d'arresto memorabile e quasi
fatale; la
Commedia fu proscritta in nome del «decoro» e dell'eleganza formale. Bembo
concedeva che Dante fosse «grande e magnifico poeta», ma, rispetto
all'eleganza di Petrarca, l'accusava di aver usato una lingua mescidata,
piena di parole latine o straniere, vecchie, brutte, non poche delle quali
formate ex novo «senza alcuna scielta e regola».
La Commedia era paragonata a un vasto e ricco campo di grano «che sia
tutto d'avene e di logli e d'erbe sterili e dannose mescolate». Il
petrarchismo ne riceveva una consacrazione definitiva, quasi militante. La
lingua e pressoché la materia stessa della poesia italiana sarebbero state
per secoli determinate dall'imitazione petrarchesca. In pieno Cinquecento,
solo a Michelangelo riuscì di orchestrare un proprio privatissimo «senso
delle cose» (Contini), amalgamando e stemperando nella propria poesia la
sublime niedietas del Petrarca con il realismo di tradizione dantesca.
Nel Seicento la fortuna di Dante raggiunge il suo punto più basso: nel
periodo dal 1596 al 1702 si ebbero solo tre edizioni della Commedia e
nessun commento. Con il Settecento, inizialmente, le cose non cambiarono
molto. Lo spirito di reazione antibarocca cercava il recupero di una norma
classicistica nel Petrarca piuttosto che in Dante. Si distinse, tra i
detrattori,
il Bettinelli delle Lettere Virgíliane
(l757), vero e proprio pamphlet contro
la Commedia, poema del quale, sulle
orme di Voltaire, si potevano salvare al
massimo un centinaio dí versi.
La difesa di Dante, nello scritto omonimo, fu assunta nell'occasione da
Gasparo Gozzi. Erano però ormai in circolazione le pagine scritte da
Giambattista Vico nella Scienza nuova e nel Giudizio su Dante. Vico,
inaugurando quello che sarà il concetto romantico della poesia, celebra
Dante come uno dei geni primitivi dell'umanità, accostabile ad Omero,
considerandolo quasi una forza della natura, che esprime violente emozioni
in una lingua genuina e vigorosa. A Vico fa eco l'Alfieri, che,
identificandosi con Dante, esalta in lui la capacità di «altamente pensare
e di robustissimamen te scrivere», mentre lettori attenti della Commedia
sono, a fine secolo, Panini e, soprattutto Monti. Il dantismo, ancorché «ingentilito»,
della Bassvilliana e della Mascheroniana segna, dopo i riecheggiamenti del
Varano nelle Visioni, la prima decisa ripresa di motivi e forme dantesche
nella nostra poesia.
L'onda rivoluzionaria che percuote l'Italia dopo la Rivoluzione francese
esalta il senso di una ritrovata missione nazionale e civile del poeta,
propiziando l'interesse per l'opera di Dante. Dopo il 1815, con il
tramonto del neoclassicismo, la nuova cultura romantica percorre l'Europa
e l'Italia. È il momento del
Foscolo, il quale, nella
Notizia intorno a Didimo chierico aveva
paragonato Dante «a
un gran lago circondato di burroni e di
selve sotto un cielo
oscurissimo, sul quale
si poteva andare a vela in burrasca», da cui
Petrarca avrebbe derivato «canali tranquilli ed ombrosi», di cui molti «ormai
torbidi e fatti gore stagnanti».1Iparagone si sviluppa, negli anni
dell'esilio inglese, nel Parallelo fra Dante e Petrarca e in altri scritti
che fondano il moderno dantismo.
Rinasce in Italia il fervore d'interessi intorno al mondo storico della
Commedia e fioriscono per tutto il secolo nuovi commenti, mentre la
canzone di Leopardi Sopra il monumento di Dante che si preparava a Firenze, del 1818,
costituisce, fin dal titolo, la ripresa della celebrazione monumentale di
Dante, quasi un presagio di quella che sarà imponente nel centenario del
1865, all'indomani della proclamazione dell'unità d'Italia.
Nell'occasione,
uscirono due volumi
di un'importante miscellanea di studi intitolata Dante e il suo secolo:
tra i collaboratori, Tommaseo, già autore di un commento
alla Divina Commedia, e il giovane Carducci. Si trattava di un
contributo a stampa
quasi incredibile per
le condizioni degli studi e della scuola in un paese di così recente
formazione. Fra le curiosità dell'evento, una massa ingente di poesie
dedicate a Dante, che giunsero a riempire ben quindici volumi. E' stato
notato che solo la battaglia di Lepanto «può vantare una più imponente
celebrazione poetica» (Dionisotti).
Accanto agli studi seri, che avrebbero di lì a poco toccato l'eccellenza
con Francesco De Sanctis, comincia un culto di Dante in formato ltalietta,
che si
esprime in retorica, monumenti e conio di monete e che, nel 1921, in
occasione del centenario della morte del poeta, rischierà
di invischiarsi, in un momento difficile per il
paese, nel nazionalismo fascista.
Nello stesso anno, Croce pubblicò La
poesia di Dante, in cui distingue nella Commedia la poesia vera e propria
dalla struttura. Fra le valenze di questo libro, che avrebbe suscitato
molte discussioni, influenzando tutta la critica del Novecento, un segnale
in codice, che poteva avere in quel momento un senso civile e politico: Io
studio di Dante andava
sottratto ad ogni altro interesse che non
fosse la pura flagranza del testo.
A compensare l'ancora scarsa presenza del poeta nel laboratorio della
nostra poesia, erano intanto uscite nel 1891 le Myricae del Pascoli, con
le quali comincia in Italia una grande rivoluzione poetica, riconducibile
a quella «confusione degli stili» tipica, secondo Auerbach,
della Commedia e , in seguito, della
letteratura moderna. Nasce
la poesia italiana del Novecento, poesia dalle
molte voci, come
quella di Dante.
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