De Sanctis:
Pietro Aretino, figlio del secolo
Francesco De Sanctis, Storia della
letteratura italiana.
Pietro nacque nel 1492 in uno spedale di Arezzo da Tita, la bella cortigiana, la
modella scolpita e dipinta da parecchi artisti. Senza nome, senza famiglia,
senza amici e protettori, senza istruzione. 'Andai alla scuola, quanto intesi la
santa croce, componendo ladramente merito scusa, e non quegli che lambiccano
l'arte de' greci e de' latini.' A tredici anni rubò la madre e fuggì a Perugia,
e si allogò presso un legatore di libri. A diciannove anni attirato dalla fama
della corte di Roma e che tutti vi si facevano ricchi, vi giunse che non aveva
un quattrino, e fu ricevuto domestico presso un ricco negoziante, Agostino
Chigi, e poco poi presso il cardinale di San Giovanni. Cercò fortuna presso papa
Giulio, e non riuscitogli, vagando e libertineggiando per la Lombardia, da
ultimo si fe' cappuccino in Ravenna. Salito al pontificato Leone decimo, e
concorrendo a quella corte letterati, buffoni, istrioni, cantori, ogni specie di
avventurieri, gli parve lì il suo posto, smise l'abito e corse a Roma, e vestì
la livrea del papa, divenne suo valletto. Spiritoso, allegro, libertino,
sfacciato, mezzano, in quella scuola compì la sua educazione e la sua
istruzione. Imparò a chiudere in quattordici versi le sue libidini e le sue
adulazioni e le sue buffonerie, e ne fe' traffico e ne cavò di bei quattrini. Ma
era sempre un valletto, e poco gli era a sperare in una corte, dove
s'improvvisava in latino. Armato di lettere di raccomandazione, va a Milano, a
Pisa, a Bologna, a Ferrara, a Mantova, e si presenta a principi e monsignori
sfacciatamente, con aria e prosunzione di letterato. Studia come una donna
l'arte di piacere, e aiuta la ciarlataneria con la compiacenza. 'A Bologna mi fu
cominciato a essere donato; il vescovo di Pisa mi fe' fare una casacca di raso
nero ricamata in oro, che non fu mai la più superba; presso il signor Marchese
di Mantova sono in tanta grazia, che il dormir e il mangiar lascia per ragionar
meco, e dice non avere altro piacere, ed ha scritto al cardinale cose di me che
veramente onorevolmente mi gioveranno, e son io regalato di trecento scudi.
Tutta la corte mi adora, e par beato chi può avere uno de' miei versi, e quanti
mai feci, il signore li ha fatti copiare, e ho fatto qualcuno in sua lode. E sto
qui, e tutto il giorno mi dona, e gran cose, che le vedrete ad Arezzo.' Gli
dànno del messere e del signore; il valletto è un gentiluomo, e torna a Roma
'tra paggi di taverna, e vestito come un duca', compagno e mezzano de' piaceri
signorili, e con a lato gli Estensi e i Gonzaga che gli hanno familiarmente la
mano sulla spalla. Continua il mestiere così bene incominciato. Una sua 'laude'
di Clemente settimo gli frutta la prima pensione; sono versacci:
Or queste sì che saran lodi, queste
lodi chiare saranno, e sole e vere,
appunto come il vero e come il sole.
Il suo spirito, il suo umore gioviale, l'estro libidinoso gli acquistarono tanta
riputazione, che fuggito di Roma per i suoi sedici sonetti illustrativi de'
disegni osceni di Giulio Romano, fu cercato come un buon compagnone da Giovanni
de' Medici, capo delle Bande Nere, detto il gran diavolo. Aveva poco più che
trent'anni. Giovanni e Francesco primo se lo disputano. Giovanni voleva fare
signore di Arezzo il suo compagno di orgie e di libidini, quando una palla
tedesca gli troncò il disegno e la vita. Pietro avea coscienza oramai della sua
forza. E lasciando le corti, riparò in Venezia come in una rocca sicura, e di lì
padroneggiò l'Italia con la penna. Udiamo lui stesso, come si dipinge nelle sue
lettere:
'Dopo ch'io mi rifugiai sotto l'egida della grandezza e delle libertà veneziane,
non ho più nulla da invidiare. Nè il soffio dell'invidia, nè l'ombra della
malizia non potranno offuscare la mia fama, nè togliere la possanza della mia
casa. – Io sono un uomo libero per la grazia di Dio. – Non mi rendo schiavo de'
pedanti. – Non mi si vede percorrere le tracce nè del Petrarca nè di Boccaccio.
Bastami il genio mio indipendente. Ad altri lascio folleggiar la purezza dello
stile, la profondità del pensiero; ad altri la pazzia di torturarsi, di
trasformarsi, mutando sè stessi. Senza maestro, senz'arte, senza modello, senza
guida, senza luce, io avanzo, e il sudore de' miei inchiostri mi fruttano la
felicità e la rinomanza. Che avrei di più a desiderare? – Con una penna e
qualche foglio di carta me ne burlo dell'universo. Mi dicono ch'io sia figlio di
cortigiana; ciò non mi torna male; ma tuttavia ho l'anima di un re. Io vivo
libero, mi diverto, e perciò posso chiamarmi felice. – Le mie medaglie sono
composte d'ogni metallo e di ogni composizione. La mia effigie è posta in fronte
a' palagi. Si scolpisce la mia testa sopra i pettini, sopra i tondi, sulle
cornici degli specchi, come quella di Alessandro, di Cesare, di Scipione. Alcuni
vetri di cristallo si chiamano vasi aretini. Una razza di cavalli ha preso
questo nome, perchè papa Clemente me ne ha donato uno di quella specie. Il
ruscello che bagna una parte della mia casa è denominato l'Aretino. Le mie donne
vogliono esser chiamate Aretine. Infine si dice stile aretino. I pedanti possono
morir di rabbia prima di giungere a tanto onore.'
E non erano ciarle. L'Ariosto dice di lui: 'il flagello de' principi, il divin
Pietro Aretino'. Un pedante, parlando delle lettere dell'Aretino e del Bembo,
diceva al Bembo: 'Chiameremo voi il nostro Cicerone, e lui il nostro Plinio.' 'Purchè
Pietro se ne contenti', rispose il Bembo. E non se ne contentava. A Bernardo
Tasso, che vantava le sue lettere, scrive:
'Stimando di troppo le proprie vostre opere, e non abbastanza le altrui, voi
avete messo in compromesso il vostro giudizio. Nello stile epistolare voi siete
l'imitator mio, e voi camminate dietro di me a piè nudi. Voi non potete imitare
nè la facilità delle mie frasi, nè lo splendore delle mie metafore. Son cose che
si veggono languire nelle vostre carte, e che nascono vigorose nelle mie.
Convengo che voi avete qualche merito, una certa grazia di stile angelico e di
armonia celeste, che risuona gradevolmente negl'inni, nelle odi e negli
epitalami. Ma tutte queste dolcitudini non convengono alle Epistole, che hanno
d'uopo di espressione e di rilievo, non di miniatura e di artifizio. È colpa del
vostro gusto che preferisce il profumo de' fiori al sapore de' frutti. Ma non
sapete chi son io? Non sapete quante lettere ho pubblicate, che sonosi trovate
maravigliose? Io non mi starò qui a fare il mio elogio, il quale finalmente non
sarebbe che verità. Non vi dirò che gli uomini di merito dovrebbero riguardare
siccome un giorno memorabile il dì della mia nascita: io che, senza seguire e
senza servir le corti, ho costretto tutto quanto vi ha di grande sulla terra,
duchi, principi e monarchi, a diventar tributarii del mio ingegno! Per quanto è
lungo e largo il mondo, la fama non si occupa che di me. Nella Persia e
nell'India trovasi il mio ritratto e vi è stimato il mio nome. Finalmente io vi
saluto, e statevi ben certo, che se molte persone biasimano il vostro modo di
scrivere, ciò non è per invidia – e se qualche altre lo lodano, egli è per
compassione.'
Tale si teneva e tale lo teneva il mondo. Fu creduto un grand'uomo sulla sua
fede. Non mirava alla gloria; dell'avvenire se ne infischiava; voleva il
presente. E l'ebbe, più che nessun mortale. Medaglie, corone, titoli, pensioni,
gratificazioni, stoffe d'oro e d'argento, catene e anella d'oro, statue e
dipinti, vasi e gemme preziose, tutto ebbe che la cupidità di un uomo potesse
ottenere. Giulio III lo nominò cavaliere di San Pietro. E per poco non fu fatto
cardinale. Avea di sole pensioni ottocentoventi scudi. Di gratificazioni ebbe in
diciotto anni venticinquemila scudi. Spese durante la sua vita più di un milione
di franchi. Gli vennero regali fino dal corsaro Barbarossa e dal sultano
Solimano. La sua casa principesca è affollata di artisti, donne, preti, musici,
monaci, valletti, paggi, e molti gli portano i loro presenti, chi un vaso d'oro,
chi un quadro, chi una borsa piena di ducati, e chi abiti e stoffe.
Sull'ingresso vedi un busto di marmo bianco coronato di alloro: è Pietro
Aretino. Aretino a dritta, Aretino a manca; guardate nelle medaglie d'ogni
grandezza e d'ogni metallo sospese alla tappezzeria di velluto rosso: sempre
l'immagine di Pietro Aretino. Morì a sessantacinque anni, il 1557, e di tanto
nome non rimase nulla. Le sue opere poco poi furono dimenticate, la sua memoria
è infame; un uomo ben educato non pronunzierebbe il suo nome innanzi a una
donna.
Chi fu dunque questo Pietro, corteggiato dalle donne, temuto dagli emuli,
esaltato dagli scrittori, così popolare, baciato dal papa, e che cavalcava a
fianco di Carlo quinto? Fu la coscienza e l'immagine del suo secolo. E il suo
secolo lo fece grande.
Machiavelli e Guicciardini dicono che l'appetito è la leva del mondo. Quello che
essi pensarono, Pietro fu.
Ebbe da natura grandi appetiti e forze proporzionate. Vedi il suo ritratto,
fatto da Tiziano. Figura di lupo che cerca la preda. L'incisore gli formò la
cornice di pelle e zampe di lupo; e la testa del lupo assai simile di struttura
sta sopra alla testa dell'uomo. Occhi scintillanti, narici aperte, denti in
evidenza per il labbro inferiore abbassato, grossissima la parte posteriore del
capo, sede degli appetiti sensuali, verso la quale pare che si gitti la testa,
calva nella parte anteriore. 'Figlio di cortigiana, anima di re', dice lui.
Legatore di libri, valletto del papa, miserie! I suoi bisogni sono infiniti. Non
gli basta mangiare; vuole gustare; non gli basta il piacere; vuole la voluttà;
non gli basta il vestire; vuole lo sfarzo; non gli basta arricchire; vuole
arricchire gli altri, spendere e spandere. E a chi se ne maraviglia risponde:
'Ebbene, che farci a questo? Se io son nato per vivere così, chi m'impedirà di
vivere così?' I suoi sogni dorati sono vini squisiti, cibi delicati, ricchi
palagi, belle fanciulle, belli abiti. Di ciò che appetisce, ha il gusto. E
nessuno è giudice più competente in fatto di buoni bocconi e di godimenti leciti
e illeciti. È in lui non solo il senso del piacere, ma il senso dell'arte. Cerca
ne' suoi godimenti il magnifico, lo sfarzoso, il bello, il buon gusto,
l'eleganza.
Ed ha forze proporzionate a' suoi appetiti, un corpo di ferro, una energia di
volontà, la conoscenza e il disprezzo degli uomini, e quella maravigliosa
facoltà che il Guicciardini chiama discrezione, il fiuto, il da fare caso per
caso. Sa quello che vuole. La sua vita non è scissa in varie direzioni: uno è lo
scopo, la soddisfazione de' suoi appetiti, o, come dice il Guicciardini, il suo
particolare. Tutti i mezzi sono eccellenti, e li adopera secondo i casi. Ora è
ipocrita, ora è sfacciato. Ora è strisciante, ora è insolente. Ora adula, ora
calunnia. La credulità, la paura, la vanità, la generosità dell'uomo sono in
mano sua un ariete per batterlo in breccia ed espugnarlo. Ha tutte le chiavi per
tutte le porte. Oggi un uomo simile sarebbe detto un camorrista, e molte sue
lettere sarebbero chiamate ricatti. Il maestro del genere è lui. Specula
soprattutto sulla paura. Il linguaggio del secolo è officioso, adulatorio; il
suo tono è sprezzante e sfrontato. Le calunnie stampate erano peggio che
pugnali; cosa stampata voleva dir cosa vera; e lui mette a prezzo la calunnia,
il silenzio e l'elogio. Non gli spiacea aver nome di mala lingua, anzi era parte
della sua forza. Francesco primo gl'inviò una catena d'oro composta di lingue
incatenate e con le punte vermiglie, come intinte nel veleno, con sopravi questo
esergo: 'Lingua eius loquetur mendacium'. Aretino gli fa mille ringraziamenti.
Quando non gli conviene dir male delle persone, dice male delle cose, tanto per
conservarsi la reputazione, come sono le sue intemerate contro gli
ecclesiastici, i nobili, i principi. Così l'uomo abbietto fu tenuto un apostolo,
e fu detto flagello de' principi. Talora trovò chi non aveva paura. Achille
della Volta gli die' una pugnalata. Nicolò Franco, suo segretario, gli scrisse
carte di vitupèri. Pietro Strozzi lo minaccia di ucciderlo, se si attenta a
pronunziare il suo nome. È bastonato, sputacchiato. È lui allora che ha paura,
perchè era vile e poltrone. Sir Howel lo bastona, ed egli loda il Signore che
gli accorda la facoltà di perdonare le ingiurie. Giovanni, il gran diavolo,
morendo gli disse: 'Ciò che più mi fa soffrire è vedere un poltrone.' Ma in
generale amavano meglio trattarlo come Cerbero, e chiudergli i latrati,
gittandogli un'offa. Le sue lettere sono capilavori di malizia e di
sfrontatezza. Prende tutte le forme e tutti gli abiti, dal buffone e dal
millantatore sino al sant'uomo calunniato e disconosciuto. Come saggio, ecco una
sua lettera alla piissima e petrarchesca marchesa di Pescara, che lo aveva
esortato a cangiar vita e a scrivere opere pie:
'Confesso che non sono meno utile al mondo e meno gradevole a Gesù, spendendo le
mie veglie per cose futili, che se le impiegassi in opere di pietà. Ma quale ne
è la causa? La sensualità altrui e la mia povertà. Se i principi fossero così
divoti, come io sono bisognoso, la mia penna non traccerebbe che miserere.
Illustrissima madonna, tutti al mondo non possedono l'ispirazione della grazia
divina. Il fuoco della concupiscenza divora la maggior parte; ma Voi, voi non
ardete che di fiamma angelica. Per noi musiche e commedie sono quel che è per
voi la preghiera e la predica. Voi non rivolgereste gli occhi per vedere Ercole
nelle fiamme o Marsia scorticato; noi altrettanto per non riguardare san Lorenzo
sulla graticola o san Bartolomeo spoglio della sua pelle. Vedete un po': io ho
un amico, per nome Brucioli, il quale dedicò la sua Bibbia al Re Cristianissimo.
Dopo cinque anni non ne ebbe tampoco risposta. La mia commedia, invece, la
Cortigiana, acquistossi dal medesimo re una ricca collana. Di guisa che la mia
cortigiana si sentirebbe tentata a beffarsi del Vecchio Testamento, se non fosse
cosa troppo indecorosa. Accordatemi mille scuse, Signora, per le baie che vi ho
scritte, non per malizia, ma per vivere. Che Gesù v'ispiri di farmi tenere da
Sebastiano da Pesaro il resto della somma, sulla quale ho già ricevuto trenta
scudi, e di cui vi sono anticipatamente debitore.'
All'ultimo una stoccata, come si direbbe oggi. È una lettera tirata giù di un
fiato da un genio infernale. Con che bonomia si beffa della pia donna, avendo
aria di farne l'elogio! Con che cinismo proclama le sue speculazioni sulla
libidine e sulla oscenità umana, come fossero la cosa più naturale di questo
mondo! Specula pure sulla divozione, e con pari indifferenza scrive libri osceni
e vite di santi, il Ragionamento della Nanna e la Vita di santa Caterina da
Siena, la Cortigiana errante e la Vita di Cristo. E perchè no? Posto che traeva
guadagno di qua e di là. Scrisse di ogni materia, e in ogni forma, dialoghi,
romanzi, epopee, capitoli, commedie, e anche una tragedia, l'Orazia. Immagina
quali eroi possono essere gli Orazii, quale eroina l'Orazia, e che specie di
popolo romano può uscire dall'immaginazione di Pietro. Pure è il solo lavoro che
abbia intenzioni artistiche, fatto ch'era già vecchio e sazio e cupido più di
gloria che di danari. Gli riuscì una freddura, un mondo astratto e pedestre, di
cui non comprese la semplicità e la grandezza. Negli altri suoi lavori senti lui
nella verità della sua natura, dedito a piacere al suo pubblico, a interessarlo,
a guadagnarselo, a fare effetto. Ci è innanzi a lui una specie di mercato
morale: conosce qual è la merce più richiesta, più facile a spacciare e a più
caro prezzo. Si fa una coscienza e un'arte posticcia, variabile secondo i gusti
del suo padrone, il pubblico. Perciò fu lo scrittore più alla moda, più popolare
e meglio ricompensato. I suoi libri osceni sono il modello di un genere di
letteratura, che sotto nome di racconti galanti invase l'Europa. L'oscenità era
una salsa molto ricercata in Italia dal Boccaccio in poi; qui è essa
l'intingolo. Le vite di santi sono veri romanzi, dove ne sballa di ogni sorta,
solleticando la natura fantastica e sentimentale delle pinzochere. Fabbro di
versi assai grossolano, senti ne' suoi sonetti e capitoli la bile e la malignità
congiunta con la servilità. Così, alludendo alla munificenza di Francesco primo,
dice a Pier Luigi Farnese:
Impara tu, Pier Luigi ammorbato,
impara, ducarel da tre quattrini,
il costume da un Re tanto onorato.
Ogni signor di trenta contadini
e d'una bicoccazza usurpar vuole
le cerimonie de' culti divini.
Pietro non è un malvagio per natura. È malvagio per calcolo e per bisogno.
Educato fra tristi esempi, senza religione, senza patria, senza famiglia, privo
di ogni senso morale, con i più sfrenati appetiti e con molti mezzi
intellettuali per soddisfarli, il centro dell'universo è lui, il mondo pare
fatto a suo servizio. Su questa base, la sua logica e uguale alla sua tempra. Ha
una chiara percezione de' mezzi, e nessuna esitazione o scrupolo a metterli in
atto. E non lo dissimula, anzi se ne fa gloria, è lì la sua forza, e vuole che
tutti ne sieno persuasi. Il mondo era un po' a sua immagine, molti erano che
avrebbero voluto imitarlo, ma non avevano il suo ingegno, la sua operosità, la
sua penetrazione, la sua versatilità, il suo spirito. Perciò l'ammiravano. Fra
tanti avventurieri e condottieri, di cui l'Italia era ammorbata, gente vagabonda
senza princìpi, senza professione e in cerca di una fortuna a qualunque costo,
il principe, il modello era lui. Tiziano lo chiama il condottiero della
letteratura. E lui non se ne offende, se ne pavoneggia. Lasciato alla sua
spontaneità, quando non lo preme il bisogno, e non opera per calcolo, scopre
buone qualità. È allegro, conversevole, liberale, anzi magnifico, amico a tutta
prova, riconoscente, ammiratore de' grandi artisti, come di Michelangiolo e di
Tiziano. Aveva la logica del male e la vanità del bene.