Della fuga e dei vagabondaggi

Di Lorella Spinello
«Ah, la vera voglia di viaggiare non è altro che quella voglia pericolosa di
pensare senza timori di sorta, di affrontare di petto il mondo e di volere avere
delle risposte da tutte le cose, gli uomini, gli avvenimenti. (…) Quando a noi
vagabondi giunge il richiamo del ritorno e per noi irrequieti si delinea il
luogo del riposo, allora la fine non sarà un congedo, una timida resa, ma
piuttosto un assaporare, grati e assetati, la più profonda delle esperienze.» H.
Hesse, Il vagabondo, a cura di P. Sorge, Roma, Newton, 1995, pp. 58-59.
«Quando non può più lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta,
il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa (…) che lo fa andare alla
deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di
tela. La fuga spesso, quando si è lontani dalla costa, è il solo modo di salvare
barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano
all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre
ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei
carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di
navigazione.»
Henry Laborit, biologo francese, nel suo Elogio della fuga, disserta sul bisogno
inestinguibile dell’uomo di afferrare la libertà, ma, per svincolarsi dai
condizionamenti sociali, dalle costrizioni mentali, non conviene la ribellione
solitaria, fonte di emarginazione:« (…) non rimane che la fuga. Ci sono diversi
modi di fuggire. Alcuni si servono di droghe dette «psicogene». Altri della
psicosi. Altri del suicidio. Altri della navigazione solitaria. Forse c’è un
altro modo ancora: fuggire in un mondo che non è di questo mondo, il mondo
dell’immaginazione. Qui il rischio di essere inseguiti è minimo.»
La fuga e il vagabondaggio letterari sono stili di vita o solo scelte di gusto?
È possibile annodare artisti e opere, talvolta così distanti stilisticamente,
attraverso un nesso biologico e letterario, l’istinto di fuga? Ma quale fuga è
concessa ai personaggi letterari?
Sarà forse la fuga borghese, amorosa, ideologica, religiosa, psichica o ancora
il vagabondaggio, corollario poetico e inscindibile di molte fughe?
Dall’Odissea omerica all’Eneide virgiliana, dal capolavoro della letteratura
italiana trecentesca, la Commedia dantesca, ai romanzi cavallereschi, mille e
più racconti di viaggi avventurosi, ricerche e pellegrinaggi, allontanamenti da
patrie perdute e ritorni l’uomo ha elaborato, tentando di fondere il suo intimo
peregrinare con esteriori forme di movimento.
Il primo “romanzo” dell’età moderna, il Don Chisciotte di Cervantes, una parodia
dei libri cavallereschi, è esso stesso un romanzo cavalleresco: il personaggio
attua una folle ricerca di avventure che ricalchino quelle dei cavalieri delle
saghe arturiane; Cervantes critica l’eccessiva passione libresca di don
Chisciotte, figura intrisa di letteratura che reinventa la sua vita come fosse
il canovaccio di un possibile romanzo. La sua pazzia è una volontaria fuga dalla
mediocrità verso una ridicola esistenza da fantomatico cavaliere errante.
Ma è nella letteratura novecentesca che il motivo della fuga ha trovato
espressione nelle più differenti combinazioni e forse con i migliori
esperimenti, altalenando tra le polarità del viaggio come scoperta o esilio.
Il tema del viaggio come esilio e il conseguente senso di non appartenenza, la
solitudine cosmica, concernono la linea europea, ma soprattutto quella
letteratura mitteleuropea che vive la crisi di un mondo e una società in
dissoluzione.
In Fuga senza fine, Joseph Roth ripropone una struttura che appartiene a molte
delle sue opere, «vale a dire l’odissea dell’ebreo errante verso occidente.» I
suoi personaggi sono dei fuggitivi, Franz Tunda è inseguito, nella sua fuga
infinita tra le steppe russe, fino in Europa; la sua famiglia – la madre è
un’ebrea polacca mentre il padre è un maggiore austriaco – rimanda ai
controversi legami fra le razze, fonti di smarrimento e ferite. «(…) l’iter del
personaggio rothiano è scandito su quello emblematico dell’ebreo che abbandona
lo shtetl» ma, se gli ebrei sono costretti ad abbandonare la cara patria, «i
reduci cercano di ritornarvi.» Il ritorno è vano, però, le patrie sono
definitivamente scomparse, annullate, essi restano come esseri sperduti e
sradicati.
Nel romanzo Verso la libertà, pubblicato da Schnitzler nel 1908, un nobile
musicista si innamora di una cantante appartenente alla piccola borghesia; la
ragazza resterà incinta ma partorirà un bimbo morto, e l’uomo, scegliendo di non
sposarla, si persuaderà d’aver preso la strada verso la libertà.
Il protagonista di Fuga nelle tenebre, figura paragonabile ai pazienti di Freud
diventati casi letterari, scopre gradualmente che le sue ossessioni si
trasformano in terribili gesti poi perduti nell’oblio. Il tema della psicosi,
della follia s’intreccia a quello della fuga, necessaria risoluzione delle paure
maniacali di Robert; egli è, a tratti, lucidamente consapevole della sua
malattia: «(...) sapeva di avere già fatto migliaia di volte quella stessa
strada e di essere destinato a fuggire migliaia di volte ancora, per l’eternità,
nelle notti azzurre, risonanti.»
Marcel Proust scelse, per uno dei capitoli del La recherche, il titolo La
fugitive, in una ideale contrapposizione con l’altra fondamentale sezione, La
prisonnière, ma il libro apparve per la prima volta con il titolo: Albertine
disparue. Il testo si rivela profondamente autobiografico, la separazione del
protagonista da Albertine è una sofferenza inaspettata, poiché la fuga della
donna, agognata come una salvezza, giunge improvvisa e dolorosa.«Madamoiselle
Albertine est partie!»
Il protagonista de Il primo uomo, alter ego di Albert Camus, decide di ritrovare
il ricordo del padre, perito durante la prima guerra mondiale quando lui era
piccolo, e torna in Algeria per incontrare chi l’aveva conosciuto. La terra
natale risveglierà la memoria dell’infanzia a Belcour, un quartiere povero della
capitale. Il libro è una sorta di romanzo di formazione a ritroso, racconto di
una vita dalla nascita al liceo.
Le opere dell’irlandese Joyce sono frutto di meditazione sulla propria
condizione e su quella del suo Paese: un’isola, l’Irlanda, tormentata come la
Sicilia, odiata e amata con uguale passione dagli isolani. Due dei suoi libri
contengono un nome-simbolo: Dedalo, l’uomo uccello e Ulisse; il primo mito è
interpretato come un volo liberatorio verso Parigi, con un sogno ardimentoso di
bellezza e vita, il secondo è un volo della creatività negli antri della memoria
e delle proprie radici; entrambe le figure possiedono la superiorità
intellettuale, l’inventiva, l’acutezza e il destino dell’esilio e del
pellegrinare. Dublino sarà, nonostante l’esilio volontario in Francia e in
Italia, la città della sua ossessione e la prima donna dei suoi romanzi, da
Gente di Dublino a Finnegan’ s Wake.
L’istinto d’avventura, il mito della frontiera, appartengono per natura agli
scrittori americani; Marc Twain, acuto osservatore degli sconvolgimenti che
nell’Ottocento interessarono gli Stati Uniti (dal razzismo alla guerra civile,
al capitalismo agguerrito), trasformò il romanzo d’avventura, di tradizione
picaresca, in uno strumento di analisi sociale. Le avventure di Huckleberry
Finn, scritto nel 1884, è un viaggio lungo il grande fiume d’America che il
selvaggio Huck e lo schiavo fuggiasco Jim compiono in cerca di libertà, ma
soprattutto di se stessi. Twain usa, a fini narrativi, il passato della propria
infanzia ma tale meccanismo corrisponde ad una fuga dall’America di quegli anni:
mentre Huck è un pidocchioso vagabondo che vive alla giornata non tenendo conto
delle formalità e tanto meno delle costrizioni sociali, il suo migliore amico
Tom Sawyer, diverrà il suo antagonista, la minaccia per la sua libertà, poiché
si adatterà al suo ambiente restandone imbrigliato. L’unica via d’uscita è una
meravigliosa avventura lungo il fiume, una fuga che ha il fascino della
scoperta.
Hermann Melville immaginò un formidabile personaggio: il capitano Achab. Questi
insegue Moby Dick per sete di vendetta, ma la brama di distruggere si trasforma
in sete di possedere, di conoscere.
In Uomini e topi John Steinbeck traccia alcune figure di sradicati: «Gente come
noi, che lavora nei ranches, è la gente più abbandonata del mondo, non hanno
famiglia, non sono di nessun paese. Arrivano nel ranch e raccolgono una paga,
poi vanno in città e gettano via la paga, e l’indomani sono già in cammino alla
ricerca di lavoro e di un altro ranch. Non hanno niente da pensare per
l’indomani.»
Nel Viaggiatore solitario, scritto nel 1960, Jack Kerouac fa il resoconto
di un viaggio frenetico, solitario, squattrinato da New York a San Francisco, da
Città del Messico a Tangeri, da Parigi a Londra, alla ricerca della “libertà
assoluta”. Lo scrittore sceglie la vita On the road, come recita il titolo
del suo più famoso romanzo, manifesto della beat generation.
Gli intermediari tra la cultura d’oltreoceano e il nostro paese furono Pavese e
Vittorini, i quali, traducendo alcune opere americane, produssero un impulso di
rinnovamento della letteratura italiana.
Gli scrittori italiani del “Nord” (Cesare Pavese, Carlo Levi) viaggiano, in
maniera ricorrente, per problemi politici, ma le loro esplorazioni celano
solitamente un significato superiore.
«Qui non ci sono nato, è quasi certo, dove sono nato non lo so; non c’è da
queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire « Ecco
cos’ero prima di nascere ». (…) Ho girato abbastanza il mondo da sapere che
tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e
cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e
duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.» «(…) un paese ci vuole,
non fosse che per il gusto di andarsene via.» Nel 1935 Pavese fu
condannato a tre anni di confino per aver protetto la donna amata, militante del
PCI. Questi anni fruttarono il racconto Terra d’esilio del 1936, La casa in
collina e Il carcere (entrambi composti nel 1948).
L’artista meridionale fugge dal dolore e cerca la guarigione, ma sprofonda in
una realtà che non gli appartiene ammalandosi di malinconia.
La Sicilia ha prodotto tutta una letteratura ferita da smanie rinnovatrici e
autolesioniste.
Il capolavoro di Verga, intessuto di fughe, agognate e ineluttabili, offre
spunti utili al nostro breve iter tematico: fuggono i personaggi amareggiati
dalla sconfitta; Alfio Mosca afferma perentoriamente: «Uno che se ne va dal
paese è meglio che non ci torni più»; ’Ntoni abbandona la Trezza della sua
infanzia, ripetendo ossessivamente «Devo andarmene», ma indugiando,
infine, a partire; segno, questo, di un profondo attaccamento alla sua terra,
ripudiata perché depositaria di sofferenze.
Nell’introduzione al libro di Rosso di San secondo, La fuga, Pirandello fa una
dissertazione sul genere del romanzo, «componimento poetico d’indole morale o
religiosa in Provenza (…) nel nord della Francia racconto d’avventura (…) in
Italia prevalse questo secondo significato (…)». Secondo lo scrittore
persino la Commedia di Dante potrebbe essere definita un romanzo d’avventura. La
fuga di Rosso è un viaggio verso la salute; Dante l’aveva cercata attraverso i
regni oltremondani, «(…) altri viaggiò sulla luna per ritrovarvi il senno degli
uomini».
«Qui è un uomo del Sud che ha in sé veramente tutta la dannazione dei peccati,
il male della vita e del sole», la salvezza è per lui il nord dove la ragione
doma la passione. «Il viaggio, l’esperimento hanno però un esito, al tutto
contrario. Il male della vita e del sole, contro ogni riparo della neve,
dell’intelligenza, della ragione, s’attacca insidiosamente a chi è eletto a
guarirlo». Il malato contagia il presunto guaritore e poi fugge in preda a
rinnovate passioni.
Nei romanzi di Rosso si avverte la condizione autobiografica dell’autore, di un
uomo del Meridione trapiantato nel clima e tra la gente settentrionale, esseri
inabissati nella spiritualità che si negano alle passioni di cui sono ingordi i
solari uomini del Sud. Ne La fuga il confronto fra Nord e Sud è il punto focale
della vicenda: il Nord attrae con la promessa di salute ma le sue reali forme
sono inaccettabili e diventa essenziale fuggire. Il protagonista attua una nuova
fuga per trovare una ragione d’esistere. «La fuga, dunque, non è più un momento,
ma uno stato, un modo d’essere, un’esigenza esistenziale».
Il finale del romanzo di Rosso, con l’intrusione degli zingari rumorosi e
sanguigni in quel freddo Nord, rappresenta una rottura: il protagonista non
auspica un ritorno ad una fantomatica patria, ma la vita nomade propria del
gitano. Come il protagonista del romanzo di Roth egli auspica una fuga senza
limiti di sorta: «Un vento mi spinge e non temo di andare a fondo».
Ne La morsa Dionisio e Dorina fuggono, dalla routine delle loro vite verso un
amore passionale; Dionisio scopre però in questa passione la morsa a causa della
quale compierà l’ennesima fuga.
L’unica fuga permessa al fantasma di donna, voce unica del monologo La mia
esistenza d’acquario, è la sua metamorfosi in essere acquatico.
«È in questo vuoto che culmina, lungo un itinerario dunque coerentemente
nichilistico, la «fuga senza fine» dei personaggi di Rosso? È nel torbido alveo
delle acque prenatali che occorre identificare quella « vita anteriore »
vagheggiata come autentica patria dagli errabondi « emigranti » della Fuga?»
Giuseppe Antonio Borgese, altro siciliano fuggitivo, disegna Filippo Rubè, uno
dei migliori ritratti di un’epoca confusa e rigogliosa di fermenti,
illuminandolo di sue esperienze: il personaggio passa dall’attivismo esagerato
alla bramosia di affondare e nascondersi, esplicitata dal vagabondaggio in
Italia. La fuga verso la passione e poi il ritorno si concluderanno entrambi con
finali tragici, mortali. Anche la figura divina, questo ignoto dio, è
rappresentata dal simbolo del viaggio: sarà il Viaggiatore Sconosciuto a
condurre Rubè alla morte. Nella furia logorroica dei suoi pensieri si augura per
sé e per il figlio una sorte da “viaggiatore sconosciuto”, senza nome e senza
memoria.
L’eroe che riesce, anche se per breve tempo, a crearsi il ruolo di viaggiatore
sconosciuto e misterioso, padrone di un potere illimitato, capace di gestire una
vita veramente sua perché da lui inventata, ma in fondo fittizia e rischiosa, è
Mattia Pascal. Pirandello inserisce nel suo romanzo i due poli della fuga come
salvezza e del ritorno impossibile da attuare, definibile piuttosto come
un’ennesima fuga dall’ostacolo. Lo scrittore agrigentino scriverà «(…) di notte,
vegliando la moglie paralizzata, un capitolo dopo l’altro, il suo capolavoro. La
frattura, il distacco dalla realtà insopportabile, speculare a quella della
moglie, lo compie Mattia, grazie alla realtà effettuale di un cadavere, con un
suicidio formale, civile». La sua vita sarà per l’ennesima volta sconvolta da un
altro amore doloroso «(…) l’amore per Marta Abba, amore che lo butterà in una
ulteriore disperazione, lo costringerà alla fuga, ad errare da una città
all’altra.»
Mattia Pascal «decide di accettare il proprio suicidio, di ricominciare la vita
come un uomo nuovo, in grado di fabbricarsi con le proprie mani la propria
personalità e il proprio destino.(…) adesso la sua piena disponibilità potrebbe
consentirgli la scelta morale, in nome di quel principio che solo più tardi
l’uomo nuovo, arrivato a una più matura consapevolezza, potrà formulare in bocca
di Sartre: l’avvenire è la mia scelta». Pirandello tiene fuori, come un
estraneo, il suo personaggio dalla storia, ma non riesce ancora ad esaminare a
fondo l’uomo nuovo che avrebbe voluto creare, si ferma al momento del trapasso e
avvia nuovamente il romanzo verso un’altra narrazione avventurosa di fatti. Il
personaggio resta chiuso tra quelle parentesi irrisolvibili, il suo gesto gli
aveva donato la libertà di scegliere un’altra vita, ma quest’esistenza
inventata, per essere vissuta appieno, aveva bisogno di relazionarsi con
l’ambiente esterno; ecco nuovi condizionamenti che diventano morse da sfuggire.
Il vero straniero è l’uomo del Nord che si ferma nelle aride lande di Sicilia:
nella novella Lontano, il norvegese Lars Cleen dispera di sentirsi a casa in
questa passionale terra, suo porto d’approdo, «(…) ah, partire, fuggire coi suoi
compagni, parlare di nuovo la sua lingua, sentirsi in patria (…) fuggire da
quell’esilio, da quella morte!». A colui che fugge pare, ad un tratto,
bellissimo e lontano il suo paese natale, e vi fa ritorno fisicamente, con
l’illusione dei sogni o solo con i suoi racconti.
Fondamentale è questo tema del ritorno per lo scrittore siciliano: ma è
pentimento o costrizione?
Nel Don Giovanni in Sicilia, Vitaliano Brancati in una storia di ritorni
sottolinea la pericolosità dell’oblio isolano e dell’esilio, facendo sprofondare
il suo personaggio nel sonno come in una ragnatela che avvinghia.
Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo è un‘opera immane sul nostos di un marinaio il
quale, finita la guerra che lo ha sottratto alla casa, vi fa ritorno. Il mondo
che l’uomo si troverà ad affrontare ha perso le sembianze di un tempo, egli non
può riconoscerlo: il suo, che era un viaggio alle origini e alle madri, diventa
un viaggio luttuoso e definitivo, estremo tentativo di salvare un passato
irrimediabilmente perduto.
Anche Elio Vittorini, in Conversazione, scrive il suo immaginario ritorno nella
terra delle madri: «Poi viaggiai nel treno per le Calabrie, ricominciò a
piovere, a esser notte e riconobbi il viaggio, me bambino nelle mie dieci fughe
da casa e dalla Sicilia, in viaggio avanti e indietro è per quel paese di fumo e
di gallerie, e fischi inenarrabili di treno fermo, nella notte, in bocca a un
monte, dinanzi al mare, a nomi da sogni antichi.» È possibile suddividere
il libro in fasi cicliche ben definite: così si muove Di Grado nel saggio sullo
scrittore siracusano. Egli, servendosi di un metodo già usato da
Lévi-Strauss e da Todorov, enumera quattro momenti, riscontrabili in tutto il
romanzo: l’intreccio inizia con un momento di “quiete”, poi, attraverso un
“messaggio di rottura”, tale fase subisce una metamorfosi che dà vita ad un
“viaggio”, il ciclo si conclude con il “ritorno alla quiete”. Ma Elio Vittorini
non tornerà mai, come il suo alter ego Silvestro, in quella terra che non
possedeva la forza del rinnovamento, il coraggio della riscossa, doti che egli
troverà nel mito americano.
Dal baudelairiano voyage au fond de l’inconnu l’idea del viaggio ha
ispirato la poesia del Novecento che, immergendosi nei miti dei viaggiatori
antichi, palesa la brama di evadere da prigioni fisiche o mentali.
Ungaretti, novello Ulisse, anima in viaggio dall’Egitto alla Francia, con cuore
e lingua italiane scrive ne La terra promessa:
«E se, tuttora fuoco d’avventura,
Tornati gli attimi da angoscia a brama,
D’Itaca varco le fuggenti mura,
So, ultima metamorfosi dell’aurora,
Oramai so che il filo della trama
Umana, pare rompersi in quell’ora.»
Con Il congedo del viaggiatore cerimonioso, il genovese d’adozione Giorgio
Caproni scrive la sua malinconia per la città grigia ma scintillante: la sua
poesia si immerge nella Genova della sua infanzia, «infanzia come luogo – come
là – dove a nessuno è consentito di tornare, anche se io avuto l’impressione,
per un attimo, d’esserci tornato davvero.»
L’approccio psicoanalitico alle opere letterarie fornisce le fil rouge che lega
autori e opere così diversi; le analisi di Frye, Richard e Starobinski danno
avvio ad una ricerca del “tema più insistente” nell’attività letteraria di
un’intera generazione di artisti o nell’opera di un solo autore.
«La (…) definizione del motivo, basata sulla recursività, è quella che si rifà
più direttamente all’etimo (movere) e all’uso comune in musica del Leitmotiv:
essa valorizza la funzione, in apparenza ornamentale, ma in sostanza di
sottolineatura, di potenziamento, anche di convinzione e di suggestione che ha
il ripetersi di affermazioni, considerazioni, descrizioni, allusioni, etc. nella
tessitura verbale». I temi sono gli elementi stereotipi di cui è intessuto un
testo; i motivi sono unità minori, la cui iteratività spesso dà luogo ad un
tema. Una serie di motivi similari, potrebbero essere ricondotti ad un
unico tema o idea ricorrente (secondo Propp una serie di motivi rappresenta
un’unica funzione).
Nella sua Anatomia della critica (1957), Frye chiama le unità elementari
archetipi, derivando il sostantivo dalla psicanalisi junghiana. Attraverso
l’archetipo, cioè un’immagine tipica e ricorrente, il critico può collegare fra
loro le opere. Eliminando i confini della ricerca, tale metodo critico permette
di analizzare un gran numero di opere inscrivendole tutte nel quadro delle
strutture archetipiche (Frye considera archetipi non solo alcune immagini
ricorrenti nella letteratura, ma anche alcune azioni ripetute: egli fa confluire
Moby Dick di Melville, la storia della caccia alla balena, nella tradizione
“mostruosa” dal Vecchio Testamento in poi.) Si potrebbe avanzare l’ipotesi di un
archetipo “fuga-ritorno” risalente alla letteratura greca (il mito di Ulisse)
che percorre la letteratura cristiana (la fuga in Egitto, la fuga degli ebrei
verso la terra promessa), e attraversando la letteratura romanza (la saga
cavalleresca con il mito della ricerca, la fuga verso la maturazione o l’amore)
giunge fino al Novecento.
Il romanzo ottocentesco scivola lentamente nella consunzione e cede il passo a
nuove forme di sperimentazione, dolorosi tagli, annunciate scoperte: le opere
novecentesche approdano a livelli di allarmante originalità. Ma gli archetipi
non mutano, secondo Frye, tutta la letteratura naviga in un mare di miti: il
critico distingue tra “azioni” e “tema” (l’idea o il pensiero poetico). La
nostra ricerca si riferisce ad un tema (l’immagine del viaggio fisico o mentale,
volontario o forzato) che è anche un’azione ed ha la funzione di modificare
l’equilibrio statico di una narrazione, di creare una nuova possibilità
narrativa.
La critica tematica è un’analisi che si muove tra i due poli della psicanalisi e
della semiologia: «(…) secondo Starobinski, « non basta inventariare » i temi
che rientrano nell’immaginario di un autore, bisogna interrogarsi su quale tema
abbia la maggiore e più decisiva rilevanza.» Il suo metodo ha in comune con la
psicoanalisi questa ricerca del tema più insistente, ma rimprovera alla critica
psicoanalitica di compiere un percorso a ritroso verso gli antecedenti
dell’opera, e di perdere di vista il testo. Uno degli studi più interessanti di
Starobinski è Ritratto dell’artista da saltimbanco: egli studia la figura del
clown e immagini simili (pagliaccio, saltimbanco, ballerina, acrobata),
riflettendo sulla reiterazione di quest’immagine nella letteratura e nella
pittura tra Ottocento e Novecento. Secondo il critico gli autori non
troverebbero nel clownismo solo un tema suggestivo, ma si rispecchierebbero in
questa figura, in un’epoca in cui agli artisti è concessa poca attenzione e poca
dignità.
Un altro eminente studioso, Jean-Pierre Richard, nel suo lavoro, Proust e il
mondo sensibile, in cui analizza La recherche sottolineando i momenti epifanici,
le scoperte del senso e dei desideri scrive: «(…) la ricostruzione tematica si
basa su un’attenzione fluttuante e rivolta all’implicito, al lancinante,
all’ossessivo, all’iterativamente involontario: (…) tra quello che il testo non
tematizza da sé, non riconosce. Tematica che perciò sarebbe forse più giusto
definire atematica».
Ricordando l’emblematico titolo dello studio di Claudio Magris sui luoghi del
ritorno e della fuga, Itaca e oltre, sarebbe utile interrogarsi sul valore
pregnante della fuga come motivo dominante nella letteratura moderna e
contemporanea. Fuggire lontano spinti da un languore di libertà, tornare alle
radici della propria storia tramite una quête psicoanalitica, e poi ancora
viaggiare in preda ad affannosa sete di conoscenza: la molteplicità del motivo
ciclico fuga-ritorno e l’inesauribile ricchezza semantica delle opere citate
offrono agli studiosi notevoli opportunità di ricerca nonché spunti per
esercitazioni scolastiche.