MADAME LE PRINCE DE BEAUMONT
I racconti delle Fate
La Bella e la Bestia
C'era una volta un ricchissimo mercante; aveva sei figli, tre maschi e tre
femmine, e siccome era un uomo intelligente, non risparmiò nulla per educarli e
dar loro ogni sorta di maestri. Le figliole erano bellissime, ma specialmente la
minore era una meraviglia; quand'era piccola, tutti la chiamavano bellina,
cosicché il nome di Bella le restò, e ciò fu causa, per le sue sorelle, di
grandissima gelosia.
Questa figlia minore, ch'era più bella delle altre, era anche più buona di loro:
le due maggiori erano piene di superbia, perché si sapevano molto ricche; si
davano arie da gran signore, non volevano aver nulla a che fare con le figlie
degli altri mercanti e ricercavano soltanto la compagnia della gente titolata;
tutti i giorni andavano a feste da ballo, teatri, passeggiate eleganti e si
burlavano della sorella minore, perché preferiva passare il suo tempo a leggere
buoni libri.
Poiché si sapeva che le tre ragazze erano ricche sfondate, parecchi grossi
negozianti le chiesero in matrimonio; ma le due maggiori risposero che non si
sarebbero mai sposate, a meno che non fosse capitato loro un duca, o al minimo,
un conte; quanto a Bella (vi ho già detto che questo era il nome della minore),
la Bella, dico, ringraziò molto gentilmente coloro che volevano sposarla, ma
rispose che le sembrava d'essere troppo giovane e desiderava rimanere a tener
compagnia a suo padre ancora per qualche anno.
Tutt'a un tratto però il mercante fece fallimento, e dei suoi averi non gli
rimase che una piccola casa di campagna, assai lontana dalla città. Con le
lagrime agli occhi disse ai suoi figlioli che bisognava rassegnarsi ad andare in
quella casa dove, mettendosi a fare i contadini, avrebbero avuto almeno di che
vivere. Le due figlie maggiori gli risposero che non avevano intenzione di
lasciare la città e che i loro spasimanti sarebbero stati fin troppo felici di
sposarle, anche adesso che non avevano più un soldo; le nostre signorine si
sbagliavano della grossa: quegli spasimanti non le guardarono più in faccia
quando le seppero povere. E
siccome, data tutta la loro superbia, nessuno le poteva vedere, la gente diceva:
«Non meritano compassione, anzi siamo contenti che abbiano dovuto abbassare la
cresta! vadano a fare adesso le gran signore badando alle pecore e ai montoni!».
Però, al tempo stesso, tutti dicevano: «Quanto a Bella, ci rincresce proprio la
sua disgrazia, è una così brava ragazza! parlava alla povera gente con tanta
bontà, era così dolce, così gentile!».
Vi furono persino parecchi gentiluomini che si offrirono di sposarla, anche
così, senza un quattrino, ma lei disse che non aveva cuore di abbandonare il suo
povero padre nella disgrazia, e voleva accompagnarlo in campagna per consolarlo
e aiutarlo nel lavoro.
La povera Bella, al principio, era stata molto addolorata per aver perduto
tutto, ma poi si era detta fra sé: «Quand'anche mi struggessi in un mare di
pianto, le mie lagrime non servirebbero a restituirmi quello che ho perduto;
meglio è cercare d'essere contenta anche così».
Una volta sistemati nella loro casa di campagna, il mercante e i suoi tre figli
si misero a lavorare la terra. Bella si alzava alle quattro del mattino, si
affaccendava a pulire la casa e a preparare il pranzo per tutta la famiglia. Al
principio dovette faticare molto, perché non era abituata a lavorare come una
serva; ma in due mesi si fece più robusta e, faticando tutto il giorno, acquistò
una salute di ferro. Quando aveva finito le sue faccende, ella leggeva, suonava
il clavicembalo o cantava filando. Le sorelle. invece, si annoiavano da morire,
si alzavano alle dieci del mattino, bighellonavano tutto il santo giorno e
passavano il tempo a sospirare dietro ai loro bei vestiti e alle brillanti
compagnie. «Guarda un po' nostra sorella», si dicevano l'un l'altra, «che animo
volgare e meschino ha: sembra contenta della sua disgraziata situazione!» Il
buon mercante non la pensava come le figliole; sapeva che Bella era più adatta
di loro a brillare in società: ammirava la virtù di quella fanciulla e
soprattutto la pazienza di lei, giacché le sorelle, non contente di lasciarle
fare tutte le faccende di casa, la stuzzicavano ad ogni momento.
Era un anno dacché questa famiglia viveva ritirata in campagna, quando il
mercante ricevette una lettera nella quale gli si diceva che una nave, carica di
mercanzie di sua proprietà. era arrivata felicemente in porto. Tale notizia
mancò poco non facesse girare la testa alle due figlie maggiori, tutte liete di
pensare che finalmente avrebbero potuto venir via da quella campagna dove
s'annoiavano tanto; quando il padre fu pronto per partire. lo pregarono di
portar loro al suo ritorno bei vestiti, baveri di pelliccia, acconciature e ogni
sorta di cianfrusaglie. Bella non gli chiedeva nulla, giacchè pensava che il
denaro delle mercanzie
arrivate per mare non sarebbe bastato ad acquistare tutto ciò che le sorelle
desideravano.
«E tu non mi preghi di portarti qualcosa?», le disse il padre.
«Giacché siete così buono da pensare a me», rispose lei, «vi prego di portarmi
una rosa: in questi posti non ne vengono!»
Questo non vuol dire che Bella ci tenesse molto ad avere una rosa, ma non voleva
aver l'aria di biasimare col suo esempio le richieste delle sorelle, le quali
avrebbero detto che lei non aveva domandato nulla solo per distinguersi da loro!
Il bravuomo partì, ma quando fu arrivato al porto, i suoi creditori
gl'intentarono un processo, si presero tutte le sue mercanzie. cosicché, dopo
essersi dato tanta pena, dovette tornarsene indietro povero in canna com'era
venuto.
Non gli restavano più che trenta miglia per arrivare a casa, e già si rallegrava
del piacere di rivedere i suoi figlioli, quando, mentre attraversava un grande
bosco, si accorse d'aver perduto la strada. Nevicava da non si dire e tirava un
vento tale che per ben due volte egli fu buttato giù da cavallo. Si fece notte,
e lui pensò che sarebbe morto di fame o di freddo, o mangiato dai lupi che
sentiva ululare attorno a sé.
Tutt'a un tratto, guardando in fondo a un lungo viale alberato. vide una gran
luce che sembrava lontana lontana. Andò da quella parte e vide che la luce
proveniva da un grande palazzo, il quale era tutto illuminato. Il mercante
ringraziò Dio dell'aiuto che gli mandava e si affrettò a raggiungere quel
castello, ma rimase grandemente stupito nel non trovarvi anima viva. Il suo
cavallo, che gli andava dietro, vedendo una grande scuderia, vi entrò dentro, e
avendo trovato fieno e avena, quel povero animale morto di fame come era, vi si
buttò sopra con grandissima avidità.
Il nostro mercante lo lasciò mangiare, legato nella stalla, e si diresse verso
la casa, dove non vide alcuno; ma, essendo entrato in una grande sala, vi trovò
un buon fuoco acceso, e una tavola piena di qualità diverse di carne, dove non
era apparecchiato che per una sola persona. Poiché la neve e la pioggia lo
avevano bagnato fino alle ossa, si avvicinò al fuoco per asciugarsi, dicendo fra
sé: «Il padron di casa o i suoi domestici mi perdoneranno la libertà che mi son
presa, e senza dubbio non tarderanno a venire».
Aspettò un bel pezzo, ma essendo suonate le undici senza che alcuno si fosse
veduto, non poté più resistere alla fame, ed afferrò un pollo che si mangiò,
tremando, in due bocconi. Bevve anche qualche sorso di vino e, fattosi più
ardito, uscì da quella sala e attraversò parecchie grandi stanze splendidamente
arredate. Gira e rigira, trovò una camera dov'era preparato un buon
letto, e poiché ormai era la mezzanotte passata e lui non stava più in piedi
dalla stanchezza, si decise a chiudere la porta e a mettersi a dormire.
Il giorno dopo, erano le dieci del mattino quando si svegliò, e fu molto stupito
di trovare un abito assai decente al posto del suo ch'era ridotto molto male.
«Certamente», disse fra sé, «questo palazzo appartiene a qualche buona fata che
si è impietosita della mia situazione». Guardò dalla finestra e vide che la neve
era scomparsa, ma al suo posto c'erano pergolati di fiori, che erano una festa
per gli occhi. Entrò nella gran sala dove aveva cenato il giorno prima, e vide
un tavolinetto con sopra un bel cioccolato caldo. «Vi ringrazio, signora Fata»,
egli disse ad alta voce, «d'aver avuto la bontà di pensare anche alla mia
colazione!»
E il bravuomo, dopo aver bevuto il cioccolato, uscì per andare a prendere il suo
cavallo ma, nel mentre passava sotto un pergolato di rose, si ricordò che Bella
gliene aveva chiesta una, e prese un ramo dove ve n'erano parecchie. A questo
punto, udì un orribile fragore e vide venirsi incontro una Bestia così mostruosa
ch'egli fu lì lì per svenire.
«Quale ingratitudine è la vostra!», gli disse la Bestia con una voce terribile;
«io v'ho salvato la vita, aprendovi le porte del mio castello, e come compenso,
rubate le mie rose, la cosa che mi piace più di tutto al mondo! Per scontare un
simile errore, dovete morire; non vi concedo che un quarto d'ora per chiedere
perdono a Dio dei vostri peccati!»
Il mercante si gettò alle sue ginocchia, e giungendo le mani, così disse alla
Bestia: «Monsignore, perdonatemi, non credevo di offendervi, cogliendo una rosa
per una delle mie figliole che me l'aveva domandata».
«lo non mi chiamo "Monsignore"», rispose il mostro, «ma Bestia. I complimenti
non mi piacciono; voglio che ognuno dica quello che pensa; quindi, non crediate
di commuovermi con i vostri salamelecchi. Ma avete detto che avete delle figlie:
sono disposto a perdonarvi a patto che una di loro venga spontaneamente qui. a
morire al vostro posto; non una parola di più, partite, e caso mai le vostre
figlie rifiutassero di morire per voi, giuratemi che tornerete entro tre mesi.»
Al bravuomo non passava neppure per la mente di sacrificare una delle sue figlie
a quell'orribile mostro, però si disse: «Almeno avrò la gioia (li abbracciarle
ancora una volta!». Giurò dunque di tornare, e la Bestia gli disse che poteva
partire quando voleva; «... ma», soggiunse, «non voglio che partiate a mani
vuote. Tornate nella stanza dove avete dormito; vi troverete un baule vuoto ove
potrete mettere tutto quel che vi piacerà; penserò io a farlo portare a casa vostra.» Detto questo, la Bestia se ne andò, e il
bravuomo disse fra sé: «Se proprio devo morire, almeno avrò la consolazione di
lasciare un tozzo di pane ai miei poveri figlioli!».
Tornò nella stanza dove aveva dormito, vi trovò una gran quantità di monete
d'oro e ne riempì pieno zeppo il baule dì cui la Bestia gli aveva parlato, lo
chiuse e, dopo aver ripreso il suo cavallo, ch'era sempre nella scuderia, uscì
da quel palazzo con una tristezza non inferiore alla gioia provata
nell'entrarvi.
Il cavallo imboccò da sé uno dei sentieri della foresta e, in poche ore, il
buonuomo arrivò alla sua casa di campagna. I figli gli si fecero attorno, e lui,
invece d'essere contento delle feste che gli facevano, li guardava, li guardava
e non poteva far a meno di piangere. Aveva ancora in mano il tralcio di rose
colto per Bella, glielo diede e le disse: «Bella mia, prendete queste rose, voi
non sapete quanto costeranno care al vostro povero padre!». E qui non poté
trattenersi dal narrare alla famiglia la triste avventura capitatagli. A tale
racconto, le due figlie maggiori cominciarono a strillare e a coprire d'ingiurie
Bella, che invece non piangeva.
«Guarda un po' a che può portare l'orgoglio di questa moccio-setta?», dicevano;
«chissà perché lei non doveva chiedere qualche bella cosina, come noi! E invece
no, figuriamoci, la signorina voleva fare l'originale! Così adesso sarà causa
della morte di nostro padre, e neppure piange!»
«Sarebbe proprio inutile», intervenne Bella; «perché mai dovrei piangere la
morte di mio padre quando lui non morirà affatto? Giacché il mostro vuole
accettare in cambio una di noi, andrò ìo ad affrontare la sua furia, e ne sono
felicissima perché, morendo, avrò la gioia di salvare la vita a mio padre e di
provargli tutto il mio affetto.»
«No, sorellina», le dissero i tre fratelli, «voi non morirete; andremo noi a
trovare il mostro, e periremo sotto ai suoi colpi se non riusciremo ad
ammazzarlo.»
«Non lo sperate, figli miei», disse il mercante; «la potenza di quella Bestia è
così grande che non c'è alcun modo d'illudersi di farla morire. Il buon cuore di
Bella mi commuove, ma non intendo esporla alla morte. lo sono vecchio, non mi
resta che poco tempo da vivere: perderò solo qualche anno di vita che ho motivo
di rimpiangere soltanto per voi, miei cari figlioli.»
«E io vi assicuro, padre mio», continuò Bella, «che non andrete in quel palazzo
senza di me! Non potete impedire che io vi segua. Sono giovane, è vero, ma non
tengo molto alla vita, e preferisco mille volte essere divorata da quel mostro
che morire di crepacuore pensando che non ci siete più.»
Per quanto si disse e si fece, Bella volle assolutamente partire anche lei con
suo padre alla volta del palazzo, e alle sorelle non parve vero perché le doti
della sorellina minore le facevano morire dalla gelosia. Il povero mercante era
così frastornato dal dolore di perdere la sua bambina, che non pensava più al
baule pieno di monete d'oro; ma non appena si fu ritirato nella sua camera per
mettersi a dormire, ebbe la lieta sorpresa di trovarselo accanto al letto.
Decise però di non dire aí figli ch'era diventato così ricco perché era sicuro
che le figlie avrebbero voluto tornarsene in città e lui invece aveva deciso di
chiudere i suoi giorni in quella campagna; tuttavia confidò a Bella il suo
segreto e lei gli disse che, durante la sua assenza, erano venuti alcuni
gentiluomini a trovarle, e due di essi erano innamorati delle sorelle. Pregava
quindi il padre di volerle maritare, giacché era così buona che voleva bene a
tutte e due e perdonava loro di tutto cuore i dispetti che sempre le avevano
fatto.
Quando Bella partì insieme a suo padre, quelle cattivacce dovettero strofinarsi
gli occhi con una cipolla per aver l'aria di piangere; i fratelli, invece,
piangevano sul serio, e non meno del vecchio mercante. Soltanto Bella non
piangeva, per non inasprire il dolore degli altri.
Il cavallo prese la via del palazzo e, verso sera, essi lo scorsero, tutto
illuminato come la prima volta. Il cavallo andò da solo nella scuderia, e il
buonuomo entrò con la figliola nella grande sala, ov'essi trovarono una tavola
splendidamente imbandita e apparecchiata per due. Il mercante aveva il cuore
così stretto che non gli riusciva di mangiare, ma Bella, studiandosi di parer
tranquilla, si mise a tavola e gli riempì il piatto; in cuor suo, però si
diceva: «La Bestia vuol farmi ingrassare prima di mangiarmi: lo si vede da come
mi tratta!».
Quando ebbero cenato, si udì un gran fracasso; il mercante disse addio a sua
figlia, con le lagrime agli occhi, giacché sapeva che la Bestia stava per
arrivare. Bella si sentì gelare da capo a piedi quando scorse quell'orribile
mostro, ma fece di tutto per dominarsi, e quando egli le chiese se era venuta lì spontaneamente, lei, tremando, gli rispose di sì.
«Siete stata molto buona», disse la Bestia, «e ve ne sono assai grato. Quanto a
voi, bravuomo, partirete domattina e non vi farete più rivedere da queste parti.
Addio, Bella.»
«Addio, Bestia», rispose lei; e il mostro sparì.
«Ah, figlia mia!», disse il mercante stringendosi a Bella, «son già mezzo morto
di paura per voi! Datemi retta, vi prego, lasciatemi qui.»
«No, padre mio». gli disse la Bella con grande fermezza; «voi
partirete domattina, e mi abbandonerete all'aiuto del cielo; forse il cielo avrà
pietà dì me!»
Andarono a dormire: si credevano di non poter chiudere occhio tutta la notte, e
invece, non appena furono a letto, si addormentarono profondamente. Mentre
dormiva, Bella vide in sogno una dama che le disse: «Son contenta, Bella, del
vostro buon cuore; la nobile azione che fate, dando la vita per salvare quella
di vostro padre non rimarrà senza ricompensa». Bella, al risveglio, raccontò a
suo padre questo sogno, e quantunque esso li consolasse un poco, non impedì al
padre di mettersi a piangere e singhiozzare, quando venne il momento di
separarsi dalla figlia.
Quando egli fu andato via, la Bella sì sedette nella gran sala e scoppiò anche
lei a piangere; ma, essendo piena dì coraggio, si raccomandò a Dio e decise di
pensarvi su il meno possibile. durante quel po' dì tempo che le rimaneva da
vivere; giacché era fermamente convinta che la Bestia l'avrebbe divorata la sera
stessa.
Intanto, mentre aspettava, decise dì fare un giretto e di visitare il castello.
Non poteva fare a meno di ammirarne la bellezza, e fu molto stupita nel trovare
una porta sulla quale era scritto:Appartamento di Bella. Aprì precipitosamente
quella porta e rimase abbagliata della sontuosità che vi regnava; quel che però
la colpì maggiormente fu il vedere una grande biblioteca, un clavicembalo e
parecchi libri dì musica. «Non vogliono che mi annoi», si diceva; e pensò subito
dopo: «Se avessi un giorno solo da restar qui, non m'avrebbero preparato tante
belle cose...».
Questo pensiero la rincuorò; aprì la biblioteca e vide subito un libro, ov'era
scritto a lettere d'oro: Desiderate e comandate: voi siete qui signora e
padrona! «Povera me!», si disse, «che altro posso desiderare se non di vedere il
mio povero padre e sapere che fa in questo momento?»
Lo aveva detto fra sé, e quale non fu la sua sorpresa quando, nel posare gli
occhi su un grande specchio, vide la sua casetta, ove il padre stava arrivando e
con un viso triste da non sì dire! Le sorelle gli andavano incontro ma,
nonostante tutte le loro smorfie per sembrare afflitte, il piacere che avevano
per essersi liberate della sorella, traspariva sui loro volti. Un attimo dopo la
visione sparì, ma Bella non poté fare a meno dì osservare che la Bestia, in
fondo, era molto gentile, e quindi lei non aveva nulla da temere.
A mezzogiorno, trovò la tavola apparecchiata e, durante il pranzo, fu allietata
da un'ottima musica, quantunque non si vedesse alcuno. La sera, al momento di
mettersi a tavola, udì il fracasso che la Bestia era solita fare e, anche questa
volta, il sangue le si gelò nelle vene.
«Bella», le chiese il mostro, «siete contenta se resto qui a guardarvi mentre
cenate?»
«Non siete forse il padrone?», rispose Bella tremando.
«No», disse la Bestia; «qui non c'è altra padrona che voi: ditemi pure di andar
via, se v'importuno, e io me ne andrò subito. E adesso, ditemi una cosa: non è
vero che vi sembro molto brutto?»
«È vero», rispose Bella, «giacché io non dico bugie; credo però che siate
buono.»
«Avete ragione», continuò la Bestia; «ma oltre ad essere brutto, sono anche
stupido: so benissimo d'essere una bestia.»
«Non si è mai una bestia», disse Bella, «quando si crede d'essere stupidi. Uno
sciocco non ha mai pensato di esserlo.»
«Mangiate, vi prego, Bella», le disse il mostro; «e cercate di non annoiarvi
troppo in questa vostra casa; giacché tutto quel ch'è qui vi appartiene, e mi
dispiacerebbe assai che non foste contenta.»
«Come siete buono!», disse Bella. «Vi confesso che il vostro buon cuore mi
piace: a pensarvi, non mi sembrate più tanto brutto.»
«Ah questo sì», rispose la Bestia, «ho il cuore buono, ma son sempre un mostro.»
«Conosco tanti uomini che sono più mostruosi di voi», disse Bella; «e quanto a
me, mi piacete più voi con questo vostro aspetto che coloro i quali, sotto un
sembiante umano, nascondono un cuore falso, ingrato e corrotto.»
«Se avessi un po' di spirito», riprese la Bestia, «vi farei un bel complimento
per ringraziarvi; ma sono uno stupido e tutto quel che so dirvi è che vi son
molto riconoscente.»
Bella cenò con appetito. Non aveva quasi più paura del mostro; ma si sentì
mancare il fiato quando costui le disse: «Bella, volete diventare mia moglie?».
Ella rimase per qualche minuto senza rispondere; aveva paura di svegliare la
collera del mostro rifiutandolo, ma alla fine gli disse, tremando come una
foglia: «No, Bestia».
A questo punto il mostro volle mandar fuori un sospiro, ma gli uscì di bocca un
fischio così spaventoso che tutto il palazzo ne rintronò; Bella però fu ben
presto rassicurata, giacché la Bestia, dopo averle detto tristemente: «Allora
addio, Bella!», uscì da quella camera, voltandosi di quando in quando per
guardarla ancora. Rimasta sola, Bella fu presa da una gran compassione per quel
povero mostro. «Ahimè», si diceva, «è un gran peccato che sia così brutto; è
così buono!»
Bella trascorse tre mesi in quel palazzo abbastanza tranquillamente. Tutte le
sere, la Bestia veniva a trovarla e le teneva
compagnia durante la cena intrattenendola con discorsi pieni di buon senso, ma
privi di quel che in società vien chiamato «spirito». Ogni giorno la nostra
Bella scopriva nuove doti di bontà in quel mostro; l'abitudine di vederlo
l'aveva assuefatta alla sua bruttezza e, invece di veder arrivare con timore
l'ora della sua visita serale, ella guardava spesso l'orologio per vededere
quanto mancasse ancora alle nove; giacché la Bestia non tralasciava mai di
apparire a quell'ora. Una sola cosa rattristava Bella, ed è che il mostro, prima
di andare a letto, continuava a chiederle ogni sera se voleva essere sua moglie,
e sembrava addoloratissimo nel sentirsi rispondere di no. Un giorno lei gli
disse: «Bestia, voi mi fate molto dispiacere; vorrei potervi sposare, ma sono
troppo sincera per farvi sperare una cosa che non è possibile. Sarò sempre
vostra buona amica, accontentatevi di questo».
«Per forza!», riprese la Bestia, «io sono giusto: mi rendo conto d'essere
orrendo, ma vi amo moltissimo; tuttavia mi ritengo abbastanza fortunato se
resterete volentieri qui: promettetemi di non lasciarmi mai.»
Ella arrossì a queste parole: nello specchio aveva visto che suo padre si era
ammalato per la pena d'averla perduta, ed ella aveva una gran voglia di
rivederlo. «Vi potrei promettere di non lasciarvi mai più», disse; «ma ho un
tale desiderio di rivedere mio padre, che morirei di crepacuore se mi rifiutaste
questa grazia.»
«Preferirei morire io stesso», disse il mostro, «piuttosto che darvi un
dispiacere; vi manderò da vostro padre, voi resterete lì, e la vostra povera
Bestia morirà di dolore!»
«No», disse Bella piangendo, «vi voglio troppo bene per voler causare la vostra
morte. Vi prometto di tornare fra otto giorni. Voi m'avete fatto vedere che le
mie sorelle si sono sposate e i miei fratelli sono andati sotto le armi; mio
padre adesso è solo: lasciatemi stare una settimana con lui!»
«Domattina sarete a casa», disse la Bestia, «ma ricordatevi della vostra
promessa: quando vorrete tornare, non avrete che posare il vostro anello sopra
il tavolino prima d'andare a letto. Addio, Bella.»
Nel dire queste parole, la Bestia sospirò, secondo il suo solito, e Bella andò a
letto tutta triste per avergli dato quel dispiacere.
Quando si svegliò, il mattino dopo, si ritrovò nella casa di suo padre e, dopo
aver tirato il campanello che era accanto al suo letto, vide arrivare la
servetta, che, scorgendola, lanciò un urlo di sorpresa. A sentire quell'urlo, il
bravuomo accorse e fu lì lì per morire dalla gioia nel rivedere la sua cara
bambina; rimasero abbracciati per più d'un quarto d'ora.
Dopo le prime tenerezze, Bella non sapeva come fare ad alzarsi dal letto, perché
pensava di non avere neppure un vestito, ma
la servetta le disse che, nella camera vicino, ella aveva trovato un gran baule
pieno d'abiti tutti d'oro e adorni di brillanti. Bella ringraziò in cuor suo la
Bestia di tante attenzioni, poi prese per sé la meno ricca di quelle vesti e
disse alla servetta di riporre le altre: le voleva regalare alle sorelle, ma non
aveva neppure finito di dirlo che il baule era scomparso. Il padre le spiegò che
certamente la Bestia voleva ch'ella tenesse per sé tutte quelle belle cose; e
subito abiti e baule ritornarono al loro posto.
Bella si vestì e, nel frattempo, furono avvertite le sorelle, le quali
arrivarono di corsa insieme ai loro mariti. Erano tutt'e due molto infelici: la
maggiore aveva sposato un cavaliere bello come un Adone; ma egli era così
innamorato della propria persona che non pensava ad altro, dal mattino alla
sera; e tanto meno si curava della bellezza di sua moglie ch'egli disprezzava.
La seconda aveva sposato un uomo pieno di spirito; ma di questo spirito egli non
si serviva che per fare disperare tutti quanti, a cominciare dalla moglie.
Le sorelle di Bella, quando la videro, vestita come una principessa e più
scintillante del sole, mancò poco non scoppiassero dalla bile. Ella ebbe un
bell'accarezzarle, non poté soffocare la loro gelosia, che raddoppiò quando
ebbero saputo che la sorella era felice. Le nostre due invidiose scesero in
giardino, per poter sfogare la loro rabbia, e si dicevano l'una all'altra:
«Chissà perché mai quella mocciosa dev'essere più felice di noi! Non siamo forse
più graziose di lei?».
«Sorella mia», disse la maggiore, «mi viene un'idea: cerchiamo di trattenerla
qui per più di otto giorni; quella sua stupida Bestia salirà su tutte le furie
nel vedere che lei non ha mantenuto la sua parola, e finalmente se la mangerà!»
«Dici bene, sorella mia», rispose l'altra. «Ma allora bisogna che le facciamo un
mucchio di moine.»
Dopo aver preso questa decisione salirono in casa e fecero a Bella tante di
quelle feste che questa ne pianse per la gioia. Quando gli otto giorni furono
passati, le sorelle cominciarono a strapparsi i capelli e a fingersi così
addolorate che Bella promise di restare altri otto giorni.
Si rimproverava però il dispiacere che in tal modo dava alla sua povera Bestia,
alla quale voleva molto bene, tanto che, adesso, ella sentiva la sua mancanza.
La decima notte che trascorse in casa di suo padre, sognò di trovarsi nel
giardino del palazzo e di vedere la Bestia sdraiata sull'erba e quasi morente
che le rinfacciava la sua ingratitudine. Bella si svegliò all'improvviso e le
venne da piangere: «Non son cattiva», si disse, «a far tanto dispiacere a un
mostro che è stato così gentile con me? È colpa sua, forse, se è brutto e così
poco spiritoso? E buono, e questo conta
più di tutto il resto. Perché non ho voluto sposarlo? Sarei più felice io con
lui che le mie sorelle coi loro mariti. Non è né la bellezza né lo spirito d'un
marito a rendere la moglie contenta, è la bontà del carattere, la virtù, le
buone maniere; e il mostro ha tutte queste buone qualità. Non ne sono
innamorata, è vero, ma Io stimo e ho per lui sentimenti d'amicizia e di
riconoscenza. Suvvia, non è giusto ch'io lo renda infelice: per tutta la vita
non potrei perdonarmi la mia ingratitudine!».
Nel dir così, Bella si alza, va a mettere il suo anello sul tavolino e se ne
torna a letto. Non appena fu sotto le coltri, s'addormentò di colpo, e fece
tutt'un sonno fino al mattino. Svegliandosi, vide con piacere ch'era di nuovo
nel palazzo della Bestia. Si vestì con gran cura per piacergli di più e tutta la
giornata si annoiò da morire aspettando che si facessero le nove; ma l'orologio
ebbe un bel suonare: la Bestia non si fece vedere. Bella allora temette d'aver
provocato la sua morte. Si diede a correre per tutto il palazzo piangendo e
chiamandolo a gran voce: era proprio disperata.
Dopo aver cercato da tutte le parti, le tornò alla mente il suo sogno e corse
nel giardino, dalla parte del canale, dove l'aveva vista dormendo: la povera
Bestia era lì, stesa in terra, priva di sensi; Bella credette che fosse morta,
si gettò sul suo corpo senza provare alcun ribrezzo per la sua persona e,
accorgendosi che il suo cuore batteva ancora, prese un po' d'acqua e le bagnò la
testa.
La Bestia aprì gli occhi e disse a Bella: «Avete dimenticato la vostra promessa;
il dolore di avervi perduta mi ha spinto a lasciarmi morire di fame, ma adesso
muoio contento, perché ho avuto il piacere di rivedervi ancora una volta».
«Ma no, mia cara Bestia, voi non morrete!», gli disse Bella, «voi dovete vivere
per diventare mio marito: fin da questo istante vi do la mia mano e giuro che
non sarò d'altri che vostra. Ahimè! Credevo di provare per voi soltanto una
buona amicizia, ma il dolore che sento mi fa capire che non potrei più vivere
senza vedervi!»
Appena Bella ebbe detto queste parole, ecco che tutto il castello si diede a
brillare di mille luci: lumi, fuochi d'artifizio, musica, tutto le annunciava
una grandissima festa. Ma tante meraviglie non trattennero a lungo i suoi occhi;
ella si voltò subito verso la sua cara Bestia il cui stato la teneva ancora in
agitazione... Ma quale fu la sua sorpresa? La Bestia era sparita, e ai suoi
piedi ella non vide più che un principe bello come il dio Amore, che la
ringraziava per aver rotto l'incantesimo di cui era vittima. Quantunque un
principe cosiffatto meritasse tutta la sua
attenzione, ella non poté impedirsi di chiedergli dove fosse la Bestia.
«È qui, ai vostri piedi», disse il Principe. «Una cattiva fata m'aveva
condannato a restare sotto quell'orribile sembiante sino a quando una bella
fanciulla non avesse acconsentito a sposarmi, e mi aveva anche vietato di
mostrarmi intelligente. E così, in tutto il mondo, non c'eravate che voi così
buona da potervi innamorare della bontà del mio carattere; offrendovi la mia
corona non posso certo sdebitarmi di tutta la riconoscenza che provo per voi.»
Bella, gradevolmente sorpresa, porse la mano a quel bel principe perché si
rialzasse. Insieme essi raggiunsero il castello, e Bella si credette di morire
dalla gioia, quando nella gran sala vide suo padre e tutta la famiglia, ch'era
stata trasportata al castello da quella bella dama che un giorno le era apparsa
in sogno.
«Bella», le disse quella dama ch'era una potentissima fata, «venite a ricevere
il premio dell'ottima scelta che avete fatta; voi avete preferito la virtù alla
bellezza, e anche allo spirito: meritate di trovare tutte queste doti riunite in
una sola persona. Inoltre diverrete una grande regina, ma ho fiducia che il
trono non distruggerà le vostre virtù!
Quanto a voi, signore mie», disse la Fata alle due sorelle di Bella, «conosco
bene il vostro cuore e tutta la malizia che v'è dentro: diverrete due statue,
pur conservando tutto il vostro intendimento sotto la pietra che vi avvolgerà.
Starete mute e immobili alla porta del palazzo di vostra sorella, e non vi do
altra pena che quella di dover assistere alla sua felicità. Non potrete tornare
al vostro primitivo stato che allorquando riconoscerete pienamente tutti i
vostri torti; ma ho gran paura che dobbiate rimanere statue per sempre!
L'orgoglio, l'ira, la gola e la pigrizia si possono correggere, ma è una specie
di miracolo la conversione d'un cuore cattivo e invidioso!»
A questo punto, la Fata toccò tutti quelli ch'erano nella sala con la sua
bacchetta magica e li trasportò nel reame del Principe. I suoi sudditi lo
rividero con gioia, e lui sposò la sua Bella, con la quale visse lungamente in
una felicità perfetta, perché basata sulla virtù.
![]()