Niccolò Manucci
Il veneziano che svelò gli harem

Storia do Mogor
Federico Rampini
racconta la vita e la cultura dell’India seicentesca dei Moghul attraverso la
lettura della Storia do Mogor, opera autobiografica del contemporaneo Niccolò
Manucci. Appena adolescente, Mannucci salpò da Venezia per l’India nel 1653 e
visse tutta la sua vita avventurosa nel continente indiano fino alla morte nel
1717. Inizialmente si improvvisò artigliere e consigliere militare, poi medico
per la nobiltà indiana e per il Moghul stesso, ma anche spia al soldo delle
potenze europee.
Secondo Rampini la Storia do Mogor è un’opera libera dai pregiudizi razziali e
religiosi che impregnavano molti dei resoconti orientali scritti da europei nei
secoli XVII e XVIII. Manucci fu il primo a svelare sia la potenza politica e
sociale delle donne che compongono gli harem indiani, sia il rituale del sati,
il suicidio della vedova indù sulla pira funeraria del marito.
«Non ero ancora adulto e già
mi divorava il desiderio più ardente di vedere il mondo. Nonostante il rifiuto
ostinato di mio padre lasciai Venezia, la culla della mia tenera infanzia, e
presi la decisione di navigare. Seppi che una tartana stava per salpare, sa il
diavolo per dove, e m’imbarcai. Era il 1653 e avevo quattordici anni…». Così
inizia la Storia do Mogor di Niccolò Manucci, il veneziano che visse alla corte
dei Moghul e raccontò al mondo l’India del Diciassettesimo secolo.
Un’autobiografia avventurosa, quasi un romanzo picaresco. Passeggero clandestino
per Smirne, il quattordicenne viene scoperto dal comandante che vuole gettarlo
in mare. Lo salva l’intervento di un finto mercante inglese che si rivelerà
essere Lord Bellomont, ambasciatore segreto del futuro Carlo II d’Inghilterra
presso i sovrani indiani.
È con il suo protettore britannico che il Manucci arriva nell’impero Moghul dove
se la sbroglia in tutti i mestieri: s’improvvisa artigliere, si spaccia per
farmacista e medico, diventa confidente delle dame dell’harem, diplomatico e
spia al servizio di tutti potenti di turno, indiani o portoghesi, inglesi o
francesi. Sempre in bilico tra la gloria e la morte, Manucci scampa ad agguati,
trappole ed esecuzioni. Sfugge alla Santa Inquisizione travestito da
carmelitano. Ruba agli odiati gesuiti il segreto di un afrodisiaco. Per i
servigi resi alla corona viene insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine di
Santiago dal re del Portogallo. Sposa una ricca vedova inglese e infine dedica
la vecchiaia a scrivere le sue memorie a Pondichéry, colonia francese in India,
dove muore nel 1717 all’età di settantanove anni. Per la ricchezza dei suoi
resoconti sull’India Manucci meriterebbe di essere celebre quasi quanto il suo
concittadino Marco Polo. Invece la Storia do Mogor non ha avuto una fortuna
neppure lontanamente paragonabile al Milione. Una ragione va cercata negli
incidenti “politici” che perseguitano il suo testo. Il primo manoscritto nel
1698 finisce nelle mani di un gesuita francese, François Catrou, che censura
l’autobiografia tagliando le pagine più scomode, e intercalandovi commenti
contro il paganesimo induista. Manucci ne riscrive una seconda versione,
affidata a un frate cappuccino perché la porti a Venezia. Questa cronistoria
troppo sincera dell’India seicentesca rischia i fulmini della Chiesa; la censura
veneziana ne vieta la diffusione. Il manoscritto sonnecchia per due secoli nella
Biblioteca Marciana.
A riscoprirlo cent’anni fa è un funzionario coloniale del Raj britannico in
India, William Irvine, biografo dell’imperatore Aurangzeb e appassionato cultore
della civiltà Moghul. Irvine nel 1907 pubblica la fortunata traduzione inglese
della Storia do Mogor. [...] L’Europa del Seicento e Settecento è avida di
descrizioni dell’Oriente, il “viaggio in India” si afferma come un genere di
successo. I filosofi dell’Illuminismo come Voltaire, critici verso il
cristianesimo, sono ben disposti nei confronti dell’Oriente. Sono all’opera però
tanti pregiudizi razziali e religiosi, che danno per esempio alle cronache
indiane di Bernier un carattere eurocentrico.
Di questi vizi ideologici è libero il Manucci. Figlio di un droghiere, cresciuto
annusando le spezie orientali nella bottega paterna, abituato a incrociare fin
da bambino mercanti di ogni colore venuti a Venezia da lande esotiche, Niccolò
ha una vocazione per il nomadismo, oltre che un talento speciale di
intermediario fra popoli e culture diverse. Durante il viaggio da Smirne
all’India impara il turco e il persiano, appena arrivato in India si applica al
sanscrito e comincia a studiare gli annali dei Moghul. È il 1656, regna ancora
Shah Jahan e la sua corte è cosmopolita. Lavorano al suo servizio molti europei
esperti di armi e di medicina: perciò Manucci lascia credere di essere un
maestro in quelle discipline. La fama di artigliere gli vale il privilegio di
partecipare in prima fila ad alcune battaglie di successione, nel conflitto
fratricida che oppone i successori al trono di Shah Jahan. Le sue descrizioni
dell’esercito indiano in marcia sono memorabili. «Sembrava un mare che copriva
la terra. Il principe Dara, al centro del suo squadrone, evocava una torre di
cristallo, splendente come il sole a mezzogiorno. Attorno a lui cavalcavano
squadroni di cavalieri rajput le cui armature scintillanti si vedevano da
lontano, con le punte delle lance che muovendosi sprizzavano lampi di luce.
Altri squadroni di cavalleria erano armati di giavellotti e preceduti da feroci
elefanti in corazze di metallo brillante, con le proboscidi cariche di catene e
le zanne incrostate d’oro e d’argento. Era una gran meraviglia quel corteo che
passava dalle cime alle vallate come le onde di un mare in tempesta».
Quando viene convocato per la prima volta d’urgenza al capezzale di un alto
dignitario malato Manucci non si fa scrupolo della propria ignoranza. «Ascoltavo
solo il mio desiderio d’introdurmi nelle loro case e di scoprire i loro
costumi». Spronato dalla curiosità, il veneziano è assistito da una buona
memoria: da figlio di speziale ha visto preparare nella bottega veneziana erbe
medicinali, estratti e pozioni curative. Nel dubbio ricorre con generosità alle
due “terapie” più diffuse in Europa a quel tempo: il salasso e il clistere. La
fama di guaritore conquista a Manucci un privilegio riservato a pochissimi
maschi bianchi: l’accesso, sia pure regolato da limiti e precauzioni, agli harem
nobiliari. Le sue testimonianze diventano una lettura prelibata per gli europei,
ghiotti di informazioni sulla condizione della donna in India. Nell’Europa del
Seicento imperversa la cosiddetta Querelle des Femmes, una controversia
etico-filosofica sul carattere della donna: virtuosa o viziosa per indole,
naturalmente casta oppure depravata e insaziabile di piacere sessuale? Le
fantasie sulla femmina orientale, la curiosità morbosa eccitata dai misteri dei
serragli, si innestano su quel clima. Manucci offre al voyeurismo dei suoi
contemporanei nuovi dettagli inediti. «Quando applicavo il salasso alla sposa
del re - scrive - ella allungava il braccio attraverso una tendina. La pelle era
avvolta nella seta salvo una piccola zona lasciata nuda, vicino alla vena. Ogni
mese principesse e dame si lasciavano curare da me nel modo che ho descritto».
Per verificare che il medico veneziano non sia un pericolo, il sovrano lo mette
alla prova. «Mi mandò in casa una superba creatura di diciott’anni, con il
pretesto che aveva bisogno di cure, accompagnata da una vecchia. L’anziana si
allontanò in giardino e la ragazza, rimasta sola con me, si mise a fare la
libertina sia con le parole che con gli atti». Manucci subodora il tranello e
caccia la giovane. [...]
Manucci distingue tra la condizione della donna musulmana - custodita
gelosamente da mariti possessivi - e quella della donna indù che a volte appare
provocatrice e peccatrice. È un’immagine che fa presa in Europa. Proprio mentre
il veneziano vive le sue avventure alla corte dei Moghul, in Francia appare Les
Voyages et Observations di François de la Boullaye le Gouz, un diario di viaggi
con ricche illustrazioni, dove una donna indù è ritratta mentre fa il bagno
nuda, si massaggia la pelle con l’olio, gioca con i veli per eccitare la
fantasia del lettore.
È di Manucci la prima descrizione della potenza delle donne indiane di religione
islamica che vivono negli harem. «I maomettani passano la maggior parte del
tempo in mezzo alle loro donne. Sono queste ultime che hanno l’ultima parola
sugli affari di corte. Per conto mio non l’ho mai dimenticato, e più d’una volta
per i miei interessi ho fatto ricorso all’intervento di una principessa
importante. Tutti gli intrighi di Stato, le guerre e le paci, le nomine di
governo, sono ottenute attraverso i loro mezzi. Sono loro il vero gabinetto
esecutivo del Gran Moghul. La preoccupazione primaria di ogni grande ufficiale
dell’impero è di entrare nelle grazie di una signora protettrice alla corte. Una
rottura con lei è la rovina». È sua la descrizione della forza militare
femminile che presidia l’harem. «L’imperatore è sempre scortato dentro il
serraglio da uno squadrone di virago tartare, un centinaio di donne armate di
archi e frecce, pugnali e scimitarre. La signora capitana ha il rango di un alto
ufficiale dell’esercito».
Manucci è uno dei primi europei a vedere di persona il costume del sati, il
suicidio della vedova indù sul rogo crematorio del marito. [...] Manucci dà
credito a una giustificazione del sati che diventerà popolare in Occidente:
questa crudele usanza sarebbe nata all’origine come un deterrente contro la
tentazione dell’uxoricidio nelle donne adulterine. Il gesuita Catrou, “editor”
della prima versione delle memorie di Manucci, approva il sati e ci aggiunge il
suo commento: «È un’utile lezione di fedeltà coniugale». Manucci non ne è così
certo. Altrove racconta di aver salvato una vedova destinata al rogo suo
malgrado, vicino ad Agra. La donna si risposa poi con un amico di Manucci, un
armeno. «Quando il re tornò ad Agra dal Kashmir, i bramini si lamentarono con
lui perché noi stranieri avevamo calpestato le loro tradizioni impedendo che
bruciassero le vedove. Il sovrano decretò che sul territorio sotto controllo dei
Moghul era vietato far morire le donne sul rogo». Rifiutato dai sovrani
islamici, il terribile costume induista del sati sarà proibito in seguito anche
dalle autorità britanniche del Raj.
L’autobiografia del Manucci si conclude sulla nota con cui si apre: l’amore dei
viaggi. «Mi si potrà obiettare che questi piccoli aneddoti riguardano solo la
mia umile persona e non presentano alcun interesse per il pubblico. Ma se
qualcuno dovesse accarezzare un progetto di viaggio in queste contrade lontane,
può darsi che il racconto delle mie modeste avventure non gli sia del tutto
inutile… Il viaggio è un grande maestro; chi si sposta senza nulla apprendere
può con buona ragione esser definito un asino».