John Milton
Teoria e disciplina del divorzio,
in Le più belle pagine della letteratura inglese, vol. Il: Dall'età di Milton a oggi, a cura di F. Ferrara, Milano, Nuova Accademia Editrice, 1960, Libro I, Prefazione, pp. 26-28

Quale miglior istituzione per il conforto e la gioia dell'uomo che il matrimonio? Eppure, l'errata interpretazione di qualche passo della Sacra Scrittura, essenzialmente rivolto contro gli abusi della legge sul divorzio data da Mosè, ha non di rado mutato la benedizione del matrimonio in una comune penosa convivenza; o, per lo meno, in una triste e sconsolata prigionia domestica senza scampo o rifugio.

A tale sfrenata e stolta cosa ci sospinge la superstizione, da un estremo di arbitrio e di libertà, all'altro di prigionia inesorabile. Ché, sebbene nell'istituire il matrimonio Iddio ci abbia edotti sul fine di esso, in termini che manifestamente implicano l'armoniosa e piacevole corrispondenza fra uomo e donna, acciocché quegli ne fosse confortato, e salvaguardato dai mali della vita solitaria, senza che si accennasse allo scopo della procreazione se non in seguito, essendo esso solo secondario dal punto di vista della dignità benché non da quello della necessità;

tuttavia ora, se due sono stati una sola volta uniti dalla Chiesa, e hanno provato in qualche modo la gioia del letto coniugale, è da augurarsi che essi non debbano mai accorgersi di essersi ingannati nei loro rapporti in seguito a errori, simulazioni o disgrazie siche a causa della diversità del loro carattere, della loro mentalità, e delle loro opinioni, essi non possano essersi di reciproco aiuto contro la solitudine, né vivere in alcun modo serenamente uniti tutta la loro vita; e tuttavia vi sono costretti, se solo saranno provveduti della pur minima possibilità del godimento sensuale, nonostante la loro avversione a vivere in armonia e a cooperare come possono contro la loro indicibile sfiducia di ogni sincero diletto nel decreto che Dio stabilì precisamente a quel fine.

Qual sventura è mai questa; e come sospirerebbe il Savio, se fosse in vita, nella sua espressione: "qual tristo male sotto il sole!". Il quale possiamo giustamente ascrivere a nessun'altra causa se non alla legislazione ecclesiastica e ai suoi seguaci, che non hanno preso consiglio della carità, interprete e guida della nostra fede, ma si son fermati alla lettera del Testo.

Indubbiamente, è stata l'astuzia del demonio a rendere l'istituzione del matrimonio insopportabile, che ha potuto far regnare l'arbitrio più sfrenato, sia fra coloro che non osano arrischiarlo, sia tra quelli che ne sono stanchi. Fu per molto tempo che il matrimonio giacque in disgrazia presso la maggior parte degli antichi Dottori, che lo ritennero malizia carnale, quasi corruzione, e fu severamente negato ai preti, e poi sconsigliato a tutti, come chi legga Tertulliano o San Gerolamo può ampiamente rilevare.

In seguito fu ritenuto così sacro che nessun adulterio o diserzione era in potere di scioglierlo; e così si ritiepe a tutt'oggi nei tribunali ecclesiastici d'Inghilterra (ma non di altre Chiese riformate) i quali tuttora lo tengono anche sotto una condanna, grave quanto le altre due erano ignobili o superstiziose, e altrettanto ingiusta, e contraria alla legge non soltanto scritta da Mosè, ma segnata in noi dalla natura, e più antica e di più profonde radici che non il matrimonio stesso; la quale legge è di non sforzare nulla contro le sane esigenze della natura; e tuttavia, perché ciò possa speciosamente accadere, le parole del Redentore sul divorzio sono come rapprese in un rigore di pietra, incompatibile sia con la sua dottrina che con il suo operato, e ciò che egli predicò unicamente alla coscienza è dalla tirannia ecclesiastica soffocato nella censura coercitiva di una corte giudiziaria; dove le leggi sono imposte persino contro la sacra e occulta forza dell'impronta della natura, in modo che si debba amare qualunque cosa per la quale si senta ripugnanza. lI che è un'odiosa barbarie sia contro la dignità del matrimonio, che contro la dignità dell'uomo e della sua anima, il bene della Cristianità, e ogni umano rispetto della civiltà.