Dai dubbi agli elogi: Petrarca conquistato dal romanzo di Cesare
La vita del condottiero narrata dal poeta

dì CESARE SEGRE
•L'autore: Nato ad Arezzo nel 1304 e morto ad Arquà (Pd) nel 1374, Francesco
Petrarca è uno dei più grandi poeti della letteratura italiana.
•Le opere: Il suo capolavoro è il “Canzoniere». La "Vita di Cesare" e "Gli
uomini illustri" sono opere storiche in latino
Giulío Cesare era un civilizzatore o un
imperialista? Voleva riportare la pace e la legge a Roma, o assoggettarla a una
dittatura? Il suo assassinio ad opera di Bruto e altri fu tirannicidio o
tradimento? Oggi sarebbe difficile appassionarsi a questo dibattito; ma nel
Trecento era all'ordine del giorno. Cesare fu in ogni caso il fondatore
dell'impero romano, nel quale e tramite il quale si diffuse il cristianesimo (lo
sottolineava Dante); perciò gli sarebbe spettato un posto di rilievo nel disegno
della Provvidenza. La letteratura latina, che si stava studiando con passione,
celebrava la sua magnanimità, pur dando voce ai molti detrattori (il massimo dei
quali fu il poeta epico Lucano)
e narrando aneddoti poco commendevolí. Petrarca, nella Vita di Giulio Cesare,
scritta nei suoi ultimi anni, dopo il 1366, tiene conto della polemica. Ma la
sua prospettiva è diversa: non gl'interessa tanto il disegno escatologico,
quanto la grandezza di Roma che in Cesare riluce. Guarda con nostalgia verso la
Roma dei suoi scrittori prediletti: al punto di individuare nel tribuno Cola di
Rienzo, di cui seguì partecipe l'avventura, un restauratore della Roma classica
e dell'unità d'Italia. In complesso, come diceva il Fueter, «dalla disgregazione
politica dell'Italia contemporanea si rifugiò nella gloriosa storia dell'antica
Roma».
Scrivendo la Vita, Petrarca si sente forte delle sue conoscenze degli storici
antichi, da Livio a
Svetonio a Floro.
Ma se riconosce che il famoso passaggio del Rubicone («il dado è tratto...») fu
l'inizio di una guerra civile, alla fine dà di Cesare un giudizio favorevole,
ammirativo. Il filologo Guido Martellotti ritiene anzi che Petrarca sia passato
da una posizione negativa su Cesare ad una positiva proprio scrivendo
quest'opera, e lasciandosi suggestionare dagli storici romani. E poi un fatto
che Cesare sovrastava ogni possibile rivale per la forza della propria scrittura,
dato che ha narrato lui stesso, da maestro, la guerra di Gallia e quella contro
Pompeo. E Petrarca non può non fondarsi ampiamente su queste opere, oltre che su
qualche lettera dí Cesare trascritta da
Cicerone. La magnanimità del
condottiero colpisce comunque, anche se sullo sfondo rimangono violenze e atti
di crudeltà.
Petrarca sí rivela un grande narratore. E efficace nel racconto di azioni
diplomatiche (ambascerie e trattati), retoriche (esortazioni alle truppe) e
belliche, nella descrizione dei luoghi e delle strategie, nella pittura dei
caratteri; da vero storico, sa considerare dall'alto, al di sopra della
contingenza, gli avvenimenti che narra; e volentieri si lascia sfuggire qualche
accenno alla situazione del suo tempo e alla propria vita. A fondere gli
orizzonti del passato e del presente lo facilitava il suo gusto preumanistico.
Però la Vita di Giulio Cesare sta al termine di un'attività iniziata verso íl
1343 e culminata, verso il 1353, nell'incompiuto De viris illustribus. Le due
opere vengono proposte assieme, tradotte e prefate da Ugo Dotti (Gli uomini
illustri. Vita di Giulio Cesare, Einaudi), e ornate da tavole con i famosi nove
«Trionfi» di Mantegna. Anche negli Uomini illustri Petrarca è medievale:
nell'allineare prima eroi biblici e poi eroi classici, sino a Scipione (inverso
però l'ordine di stesura); ma è umanista nel far riferimento alla fame di sapere
dei lettori, e non a un qualunque disegno provvidenziale.
Nelle due opere Cesare e Scipione l'Africano (eroe dell'Africa,
poema dello stesso Petrarca) prendono rispettivamente rilievo come massimi
condottieri, con parallelismi significativi. Perché all'omicidio di Cesare
corrisponde il volontario esilio di Scipione a Literno, dove morì. In entrambi i
casi pare che odio e invidia siano, in una prospettiva morale, il contrappeso,
talora vincente, della fama; ma è pure chiaro che queste reazioni si collegano,
nel profondo della coscienza politica, con l'insofferenza verso condottieri che
sembrano mettere in pericolo le libertà repubblicane. Per questo la storiografia
rinascimentale celebrerà in Bruto il difensore delle istituzioni di Roma.
Come personaggio letterario, Scipione è poco interessante perché troppo
perfetto, fiero della propria temperanza; meglio, molto meglio Cesare, con i
suoi vizi e le sue debolezze. Ma in compenso, nella vita di Scipione, come la
narra Petrarca, s'incastonano episodi vivi, emozionanti, come un incendio
notturno scoppiato tra le tende dell'accampamento, o come traversate del
Mediterraneo e incontri con i cartaginesi infidi. Famoso, e caro a tragediografi
e compositori, l'episodio in cui Scipione convince Massinissa a interrompere il
suo rapporto sentimentale con Sofonisba, e questa riceve dall'amante una coppa
di veleno, che beve impavidamente. Una scena degna di Shakespeare, ed evocata
dallo stesso Petrarca nei Trionfi.