Rafaele Frianoro
Il libro dei vagabondi
Il brano è tratto da Il libro dei vagabondi, un libretto
uscito a Viterbo nel 1621. Si tratta di uno dei più grandi successi del secolo,
che ebbe oltre venti edizioni. Il titolo integrale era: Il vagabondo, ovvero
sferza de' bianti e vagabondi. Opera nuova, nella quale si scoprono le fraudi,
malide, et inganni di coloro che vanno girando il Mondo alle spese altrui. Et vi
si raccontano mola casi in diversi luoghi e tempi successi. Data in luce per
avvertimento de' semplici dal Sig. Rafaele Frianoro. L'autore si chiamava in
realtà Giacinto Nobili, un frate domenicano che aveva riadattato un testo latino
risalente alla fine del Quattrocento. I poveri sono detti bianti, cioè beati,
perché si aspettano la beatitudine in questo mondo senza voler faticare,
scegliendo di vivere alle spalle degli altri.
Nomi di tutte le sorti di
vagabondi, ovver pitocchi, che girano il mondo. [Seguono i nomi di trentaquattro
specie diverse di vagabondi, ciascuna specializzata in un tipo di truffa.] Di
queste varie sorti intendo parlare: protestandomi che ciò intendo con riservo
degli uomini e persone onorate e da bene; le quali per povertà e per sovvenire
a' bisogni loro chiedono elemosine puramente per amor di Dio, senza narrazione
di favole o bugie, come sogliono fare quei tali di cui al presente scrivemo.
Nemmeno intendo di ritirare alcuno dal fare elemosine a'poveri: anzi voglio
esortare tutti a farle, perché l'elemosina non si dà a tristi e infingardi ma a
Dio, in nome del quale è chiesta, sperando sempre nel punto della morte e nel
giorno dei Giudizio di ricevere il premio, etiam di una goccia d'acqua data per
amor suo e de'Santi suoi, e particolarmente a' buoni e devoti religiosi.
De'bianti. Bianti, o pitocchi, così detti da beare, promettendosi tra di loro la
beatitudine in questo mondo con questo infame modo di cercare il vitto e
arricchirsi. Questi falsificano e portano seco bolle de' Pontefici, o
de'prelati, o di luoghi pii: e dilatano l'indulgenze, molto ampiamente,
promettendo non solo dal Purgatorio, ma anco dall'Inferno a dispetto del demonio
poter levare le anime dannate e assolver di colpa e di pena ogni gran peccatore,
ancorché non possino [...].
Delli accattosi. Son detti questi dalla cattività e schiavitudine in cui dicono
esser stati longo tempo. Fingono aver parenti o fratelli in mano di Turchi,
Saracini o corsari, per poter con tal mezzo ottener elemosine da riscattarli,
ancorché non sia vero. Arrivati alle città o castelli, in mezzo delle piazze,
con una fionda fanno scoppi e romori terribili, al cui suono convengono
fanciulli e uomini poco pratichi, e sentendoli gridare, Allah, allah, allah,
hebher, elhemdu, elhemdu, lillahi, la illah, illelach ed altre parole con sì
strana lingua, e mostrare longhe catene e ferri con cui dicono esser stati
legati e dalla galera fuggiti, dànno ad intendere al volgo d'aver ricevuto ogni
dì grandissima quantità di bastonate dà Turchi, inimici della fede di Cristo,
mostrando certi segni che artificiosamente hanno fatto nelle carni [...].
Delli affarfanti. Affarfanti, veramente forfanti, detti dal verbo for, faris,
che vuoi dir parlare, essendo che abbondino più degli altri bianti nelle ciarle
e parole. Fingono de' miracoli; dicono aver fatto gravi ed enormi peccati; ma
percossi da Dio (e giustamente) da terribile infermità, dopo l'aver fatto voto
d'andar per il mondo raccontando la giustizia e la gran misericordia di Dio
verso sé, sono stati liberati. Percuotono il corpo con alcune leggere catenelle
di ferro, ovvero fingono di percuotere e lacerar il petto con un gran sasso che
tengono nelle mani, dando ad intendere che devono andare per tutto il mondo
facendo questa penitenza: s percuotono prima con fruste, nella cui cima è poca
cera con minutissime punte, con cui appena intaccano la pelle; dopo, tingendo le
spalle con sangue e altro colore, restano que' segni fatti con tanto artificio
che paiono scorticati, ma non è niente.
Delli affamignoli. Son denominati dalla numerosa famiglia de piccioli fanciulli
che hanno: son persone per l'ordinario pigre, accidiose e tarde alla fatica ma
pronte alla crapula, che più tosto vogliono marcir nell'ozio, che provvedersi,
etiam ne' grandissimi bisogni, delle cose necessarie; e mentre sfuggono la
fatica, ricorrono al mendicare e biare. Alcuni infingardi non con tentandosi dei
poco, per aver avvezzo la natura a pappare, volendo saziare ed empire il ventre,
fingono aver numerosa famiglia di piccioli e infermi fanciulli, inutili a
procacciarsi il vitto, e con tal scusa se lo procacciano. Ciambruglia, uomo di
somma voracità e sfuggitor di fatica, che mai prese moglie né ebbe mai figli,
simulava nondimeno di non poter liberare la mogie e la famiglia dalla fame,
stando la carestia. Andava a tutti gli usci della città portando un gran sacco
cercando del pane, e perché aveva il ventre largo e profondo, anzi senza fondo,
la sera se lo devorava tutto; onde in breve tempo, tra l'ozio, il dormire, la
poltroneria e il pane che abbondantemente mangiava, divenne tanto grasso che non
poteva camminare. Stavasene il poveruomo alla porta dell'ospidale, perché
raccoglieva poche elemosine da' passaggieri, faceva misera vita. Finalmente la
penuria lo ridusse a tale, che di fame si morì sul letame, come meritava. Tale è
il fine delli infingardi e poltroni, e la dovuta pena de' bugiardi.