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È il libro di
Coleridge che ebbe più influsso sul pensiero inglese
dell'Ottocento: riguarda la distinzione tra ragione ("reason") e
intelligenza ("understanding"), distinzione già implicita in Platone ("nous"
e "diànoia"). Benché il Coleridge accetti la teologia anglicana ortodossa,
egli aderisce in sostanza alla filosofia kantiana; onde una delle tipiche
contraddizioni di quest'autore, che aderisce ai princìpi dell'idealismo
soggettivo, e d'altronde conserva la credenza nella Trinità e nel dogma
cristiano.
L'intelligenza è la facoltà per la quale noi riflettiamo e generalizziamo
sulla base delle impressioni dei sensi i quali non fan che fornire elementi
di paragone.
La ragione invece o predetermina l'esperienza o si vale dell'esperienza
passata per sostituirne la necessità in futuro.
La sfera propria dell'intelligenza è il mondo naturale, non lo spirituale:
nell'intelligenza si hanno atti concettivi ("concipiences" o "conceptive
acts") piuttosto che concezioni ("conceptions"): la realizzazione è opera
della fantasia ("fancy" quella che Kant chiama "Einbildungskraft"):
l'intelligenza forma "entia rationalia" che con l'aiuto dell'immaginazione
divengono "entia realia".
D'altronde per via della ragione noi giungiamo al conoscimento delle ultime
verità spirituali. Su questo punto il Coleridge si discosta dal Kant e si
avvicina al Jacobi. Il Coleridge esalta la ragione ("the All-perfect and
Supreme Reason") a scapito dell'intelligenza, chiamata "la mente della
carne" ("the mind of the flesh"). Di fatto la ragione perde in lui le
limitazioni kantiane e diventa strumento di fede. La moralità e la prudenza,
alla loro volta, son distinte pel fatto che la prima sgorga dalla ragione e
dalla coscienza dell'uomo, la seconda dall'intelligenza (distinzione
decisamente kantiana). La parte saliente dell'opera è quella che va sotto il
titolo: Aforismi sulla religione davvero spirituale [Aphorisms on Spiritual
Religion Indeed]
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