Sciascia: Pirandello
Leonardo Sciascia, Pirandello e la
Sicilia, Adelphi, Milano 1996.
Tre scrittori hanno attraversato questo secolo dando nome – il loro nome – alle
nostre inquietudini, ai nostri smarrimenti, alle nostre paure e al tempo stesso,
per quella catarsi o misura di contemplazione che è nelle rivelazioni dell’arte,
permettendoci di viverle con temperata ansietà e disperazione: e uso questa
parola – temperata – nel senso musicologico dell’accordare, dell’accordarsi,
dell’accordarci; e del farsi ogni nota più pura, più cristallina, più vibrante.
E sono, questi tre scrittori, Pirandello, Kafka, Borges.
In quanto al quarto cui certamente alcuni di voi stanno pensando, non è stato
dimenticato: semplicemente non c’entra. O c’entra, in disparte, in quel che ha
di diverso o gli manca, per aiutarci a spiegare l’elezione dei tre che abbiamo
nominato: la diversa elezione, il diverso valore.
Diceva Savinio che Proust è scrittore dalla frase lunga e dal pensiero corto: e
si può anche pretendere come una battuta nata dall’insofferenza e faziosità che
uno scrittore legittimamente sente – e non può non sentire – nei riguardi di
certi altri scrittori, e specialmente di quelli più artatamente emergenti e
gridati.
Sappiamo bene che si può non badare al “pensiero corto” di Proust, presi dagli
incanti della sua “frase lunga”; ma quando Savinio, alla voce Proust della Nuova
enciclopedia, ci dà spiegazione della battuta che già avevamo incontrato nei
Souvenirs, ecco che ci facciamo più attenti e consenzienti.
Il punto da cui parte l’incrinatura, la linea di separazione – tra Pirandello,
Kafka e Borges da un lato, Proust dall’altro – è proprio quello indicato da
Savinio: la mente, l’intelligenza, il pensiero: che in Proust si restringono e
devolvono ad una sottospecie o sovraspecie in estinzione della società umana non
solo, ma della società francese per di più – o per di meno; il che fa della
Recherche – con tutta la carica moralistica che le si voglia attribuire – la
grande e affascinante cronaca di una particolare e particolareggiata decadenza.
E si capisce che non intendeva Savinio, né noi intendiamo, parlare del pensiero
sistematico e, per così dire, tecnico dei filosofi forti o deboli che siano; ma
di un pensiero, piuttosto, che crediamo di poter definire con l’epigrafe che
Stendhal pone al capitolo tredicesimo di Il rosso e il nero e che non
attendibilmente – come quasi sempre capita con Stendhal – attribuisce all’abate
di Saint-Réal: “Un romanzo: ecco uno specchio portato lungo una strada”.
E chi conosce Stendhal sa bene quanto questa battuta, che senz’altro possiamo
dir sua, sia da collocare a ingente distanza da ogni intenzione o presentimento
verista.
La strada come metafora della vita; e lo specchio come metafora della mente.
Nulla di più lontano dalle cose come sono – ammesso che le cose siano – di uno
specchio: e non per nulla la parola speculare si dirama nel significato che
viene da specchio e nel significato che viene dal pensare.
E si noti, incidentalmente, come in questa epigrafe ci sia un vago ma
irresistibile richiamo, per noi, alla macchina da presa; e qui ed ora, quasi
come ad uno sviluppo del tema, nell’associarsi del romanzo al mezzo
cinematografico, al Si gira... di Pirandello, poi intitolato Quaderni di
Serafino Gubbio operatore, che tra le sue opere è forse la più ingiustamente
trascurata.
Dunque: Pirandello, Kafka, Borges. E come Bertrand Russel diceva che tutta la
filosofia occidentale non è che un’annotazione in margine a Platone, con eguale
carica di spregiudicatezza, di paradosso, di estremismo, mi pare di poter dire
che tutta la letteratura di questo nostro secolo è un rameggiare, uno svolgersi,
un respirare (e anche un dibattersi) da questi tre scrittori.
Non c’è altro scrittore in questi nostri anni che, leggendo un suo libro –
romanzo, racconti, poesie, testimonianze di vita e d’arte – ad un certo punto, e
a più di un punto, non ci costringa a levar gli occhi dalla pagina per farci
intenti a cogliere la provenienza e il timbro dell’eco che in quella pagina,
appena avvertibile o chiaramente risonante, abbiamo sentito. Ed è l’eco di
Pirandello o di Kafka o di Borges – o, in questi ultimi anni, e in certi casi,
dell’intramarsi di tutti e tre.
A somiglianza di quelli astronomici, la letteratura e le arti hanno dei sistemi:
ma con tutto ciò – si capisce – di cui la fluida presenza del tempo è
condizione. Le stelle fisse, i pianeti, i satelliti; e con passaggi di comete e
sfrecciare di meteore e meteoriti. E non che in tali sistemi si realizzino, nel
volgersi e ruotare di quelli che possiamo dire i corpi minori, mimesi spurie e
inautentiche (che pure vi sono, ma molto precariamente ammiccanti): vi si
realizza, piuttosto, attraverso particolari intuizioni e riflessioni, in
rappresentazioni di più o meno ingente originalità e vigore, il comune
sentimento del tempo, dei problemi che la vita, la storia, la società pongono a
quel momento e sempre in uno – indissolubilmente – al grande, immenso e quanto
l’uomo eterno, problema dell’esistenza, dell’esistere. Il che può anche
configurarsi nelle forme che approssimativamente possiamo dire del gioco, come a
volte anche a Pirandello accade e a Borges peculiarmente. Ma non inganni il
configurarsi in gioco: anche se come su una scacchiera lo scrittore affronta
sempre la sua partita col mondo, con la vita, col mistero, con l’assurdo, col
dolore.
A questa specie di dispositivo so bene che occorrerebbe una lunga motivazione,
suscettibile – so altrettanto bene – di discussione o disapprovazione. Ma io
spero che nessuno si aspetti da me – conoscendo o meno quello che finora su
Pirandello ho scritto – una disamina ordinata e, come oggi si suole dire,
esaustiva dell’opera. Ci vorrebbe altro; e ci vuol altro. Del resto in questo
cinquantenario della morte, si sta tanto parlando di Pirandello in quelle sedi
che istituzionalmente si ritengono legittimate a parlarne, che è da sperare ne
venga fuori una somma finalmente attendibile; ma non priva, questa speranza,
della preoccupazione che ne venga anche una saturazione e insofferenza qual
quelle che si esprimono nel detto del mettiamoci una pietra sopra – o tutta una
grave mora di pietre. A volte le celebrazioni, e particolarmente da noi,
inconsapevolmente nascondono il desiderio e l’esortazione a dare pietre a
sotterrarli ancora, gli scrittori, gli artisti, gli uomini rappresentativi di
cui ufficialmente, alle scadenze temporali, viene conclamata la grandezza sempre
in atto, sempre attuale.
Non dunque un discorso esegetico, vuole essere il mio, ma soltanto una breve e
quasi assolutamente personale memoria di un soggiorno nell’opera pirandelliana
che quasi coincide con quello che lo stesso Pirandello chiamava “l’involontario
soggiorno sulla terra”, il mio involontario soggiorno sulla terra. Sui libri di
Pirandello io ho passato molte ore della mia vita; e moltissime a ripensarli, a
riviverli. Lo scarto tra i suoi libri e la vita è stato per me sempre minimo: e
direi quasi soltanto per il fatto che i libri sono materialmente, fisicamente
libri. È un paradosso, lo so: e forse nessuna poetica, nessuna estetica,
potrebbe accoglierlo; ma è il miglior grado di approssimazione per esprimere
quello che sento rispetto a questo mio strettamente conterraneo scrittore.
Tutto quello che ho tentato di dire, tutto quello che ho detto, è stato sempre,
per me, anche un discorso su Pirandello: scontrosamente, e magari con un certo
rancore, prima; cordialmente e serenamente poi.
C’era dapprima, a darmi volontà di allontanarmene e di essergli ostile, il suo
fascismo: negli anni in cui l’antifascismo più urgeva ed era necessario a coloro
che, come me, sotto il fascismo avevano passato i primi vent’anni della loro
vita; ma c’era, soprattutto, il fatto, che sentivo come una costrizione, come
un’imposizione, di non poter vedere la vita – nell’immediatezza del luogo e del
tempo in cui la vivevo e nel conseguente dilagare in più vasta e dolorosa
meditazione – di non poter vedere la vita altrimenti di come lui la vedeva.
Sicché posso dire – come altrove ho già detto – che il mio rapporto con l’opera
pirandelliana ha una qualche somiglianza col rapporto col padre: che si sconta
dapprima sentendolo come ingiusta e ossessiva autorità e repressione, poi
sollevandoci alla ribellione e al rifiuto; e infine liberamente e
tranquillamente vagliandolo e accettandolo, più nel riscontro delle somiglianze
che in quello, tipicamente adolescenziale, delle diversità.
Ho detto, e ribadisco, dell’immediatezza con cui l’opera di Pirandello, per il
luogo ed il tempo in cui mi sono trovato a nascere e a vivere, si dispiegò in
tutta la sua verità e profondità e sofferenza. Pirandello è nato più di mezzo
secolo prima che io nascessi: ma il modo di essere, la condizione umana, la
situazione economica e sociale della provincia di Girgenti non erano allora
molto diverse, e si potrebbe anche dire per nulla, di quelle che mi si
rivelarono appena in grado di discernerle, di coglierle, di farmene coscienza.
Pirandello ha operato per me una specie di catalizzazione, di precipitazione: la
realtà mi si è fatta più reale, la verità più vera. E s’intende che questa
parola – verità – altra traduzione ed esplicazione non consente, in Pirandello,
che questa: la verità della “trappola”, della “pena di vivere così” – o quella,
più umile e grottesca, per cui Tararà, dicendo la sua, si prende una condanna a
tredici anni di reclusione, invece dell’assoluzione che avrebbe avuto mentendo.
Da ciò è venuta l’affermazione e investigazione che vado facendo da anni sul
Pirandello “siciliano” e cui anche qui, lasciando ora l’autobiografia, voglio
approdare. Savinio – ancora Savinio – ha scritto una volta che Pirandello aveva
avuto la sfortuna che sulla sua fama si era per lo più pronunciata gente
inattendibile. Grandissima la fama, ma per lo meno inattendibili le voci che
l’hanno proclamata e il modo. E mi sento in dovere di ripetere il perloppiù di
Savinio non dimenticando, e anzi ricordando, le attendibili pagine su Pirandello
di Federico Tozzi, di Massimo Bontempelli, di Giacomo Debenedetti, dello stesso
Savinio, di Gaspare Giudice, di Georges Piroué, dei due altri critici francesi –
Paul Renucci e André Bouissy – che hanno curato i due volumi del teatro
pubblicati nella biblioteca della Pléiade.
Aggiungerei anche, meno per lo svolgimento del discorso critico e più per le
suggestioni e gli incentivi che ne vengono, le pagine sul Pirandello “religioso”
del palermitano Pietro Mignosi, che significativamente furono dallo stesso
Pirandello apprezzate e la cui istanza si può riassumere nell’affermazione dello
scrittore, in una lettera a Silvio D’Amico, di essere “religiosissimo” e di
sentire e di pensare Dio in tutto quel che pensava e sentiva.
Comunque, per schematicamente abbreviare, i punti da cui partire per un più
“attendibile “ discorso su Pirandello, per una più libera e acuta lettura
dell’opera sua, a me pare siano questi: 1) la Sicilia: non solo come “luogo
delle metamorfosi” delle creature in personaggi, dei personaggi in creature,
della vita nel teatro e del teatro nella vita – un luogo, insomma, in cui più
evidente, concitato e violento si fa “el gran teatro del mundo”; ma il luogo,
anche, di una cultura e di una tradizione da cui Pirandello decolla verso spazi
vertiginosi (e qui bisogna tenere un certo conto della sua iniziale e poi
alquanto persistente affinità al mondo realistico, fiabesco e anche
“spiritistico” di Luigi Capuana); 2) la “religiosità”: che, si capisce, non ha
nulla a che fare con le religioni rivelate, con la chiesa e con le chiese, anche
se molto ha a che fare con l’essenza evangelica del Cristianesimo, ma che
soprattutto si riconosce in quella che tout court possiamo dire la sua religione
dello scrivere, dello scrivere come vivere, dello scrivere invece di vivere (“la
vita” diceva “o la si vive o la si scrive”: e nella sua scelta di scriverla c’è
evidentemente un religioso eroismo); 3) il suo rapporto con Montaigne, mai
finora scrutato, e l’antagonistica attrattiva che certamente Pascal esercitò su
di lui: e ci vorrebbe una ricerca da elaboratore elettronico – ma meglio se
fatta da mente umana – per estrarre dall’opera di Pirandello i momenti diciamo
pascaliani, di sentimento e sgomento cosmico particolarmente. E avendo fatto
questi due nomi – Montaigne e Pascal, grandi pilastri nell’edificio della
letteratura francese – ne discende in definitiva la necessità di esaminare e
puntualizzare il rapporto di Pirandello con quella cultura: rapporto che finirà
col rivelarsi molto più importante ed effettuale di quello, che è ormai luogo
comune riconoscergli, con la cultura tedesca. Ed anche questo punto, cui ho
voluto dare rilevanza a sé, in verità si appartiene al Pirandello “siciliano”,
poiché il rapporto con la Francia è un dato inalienabile della cultura
siciliana, e di grande intensità particolarmente lo era negli anni formativi di
Pirandello.
E voglio finire con un aneddoto che riguarda il Pirandello siciliano e che,
nella dilagante stupidità di oggi, che tende a relegare la Sicilia in una
particolare etnia (si ha il pudore di non usare la parola “razza”: ma soltanto
di non usarla), assume un grande significato. Nel 1932 Emilio Cecchi, che
dirigeva la Cines, comunica a Pirandello l’intenzione di trarre un film dalla
novella Lontano. Ma ha uno scrupolo: “nella novella come sta scritta, il
marinaio norvegese si sente irresistibilmente attratto da una vita più vasta, e
dai ricordi della patria, per il fatto di trovarsi legato, con il matrimonio, ad
un ambiente meno che meschino; in fondo è in lui l’insofferenza dell’uomo
appartenente a civiltà più energiche e libere, naufragato in un’isola abitata da
gente ristretta, fra la quale egli sente mancarsi il fiato”.
Cecchi, scrittore che tuttora amo, era affetto da una invincibile idiosincrasia
nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e la si può più immediatamente
riscontrare nei suoi Taccuini, oltre che in questa sua lettura della novella
Lontano. La novella non sta scritta come lui la leggeva; e Pirandello infatti
così risponde: “Caro Cecchi, il contrasto non è tra due civiltà; ma tra due vite
naturalmente diverse, quella di un uomo del Nord e quella di una donna del Sud;
e il dramma che ne nasce, il dramma di restar “lontano” tra i vicini più vicini:
la propria donna, il proprio figlio. Non c’è dunque da farsi scrupoli sulla
natura di quelli a cui Lei mi accenna. Tutt’altro! Non era, né poteva essere
nelle mie intenzioni di rappresentar barbara o di civiltà inferiore la
Sicilia...”.
Naturalmente, il film non si fece. Ma queste parole di Pirandello restano, ci
restano.