Simonia



Il termine deriva dall'episodio narrato negli Atti degli Apostoli (Atti 8, 9-24) in cui Simon Mago, guaritore, chiese agli Apostoli, dietro pagamento, il potere taumaturgico conferito dallo Spirito Santo e venne quindi maledetto da San Pietro. Questo episodio diede altresì origine a tutta una serie di leggende moraleggianti. Sin dagli inizi della storia della Chiesa per simonia (sostantivo che fu però usato solo a partire dall'XI secolo) si intese infatti il commercio degli ordini e delle cariche sacre o il loro conferimento come corrispettivo di favori. Già Isidoro di Siviglia, nelle Etymolgiae, bollò i simoniaci come eretici, mentre molti secoli dopo la definizione di simonia data da san Tommaso d'Aquino fu: "La volontà premeditata o deliberata di acquistare o di vendere un bene spirituale o ad esso connesso" (Summa Theologiae, XIII secolo).

Sin dai primi concili della Chiesa, in oriente (Calcedonia, 451) come in occidente (Clermont, 535; Orléans, 533 e 549), la simonia, ampiamente diffusasi nell'alto Medioevo in tutta Europa, fu condannata per la sua gravità non come semplice illecito, ma come vera e propria eresia contro lo Spirito Santo (secondo la definizione di papa Gregorio I, "simoniaca heresis"). Lo stesso Gregorio I classificò le modalità di pagamento in caso di simonia. Il problema del commercio degli ordini sacri divenne particolarmente sentito fra IX e XI secolo e fu considerato da tutti i commentatori come un malcostume rovinoso e diffuso soprattutto a causa della crescente laicizzazione del clero, dell'insicurezza politica, delle violenze e degli abusi commessi in materia religiosa da feudatari, monarchi, signori intriganti, o da cattivi patroni laici di fondazioni pie. Sia i Carolingi che i successivi monarchi tedeschi vietarono espressamente la simonia; in particolare Enrico III (concilio di Pavia, 1046) promosse misure drastiche per scongiurarne la pratica; e così fece papa Leone IX (1048-1054) al concilio di Reims nel 1049.

In Italia furono il movimento popolare milanese della Pataria, l'azione di Pier Damiani e l'operato di san Giovanni Gualberto, a combattere attivamente il malcostume del clero, estendendo la critica non solo alla semplice compravendita di cariche e benefici ecclesiastici ma alla condotta morale dei religiosi, sollevando problemi di indegnità, come la questione del concubinaggio e della ricchezza del clero secolare. Umberto di Silva Candida scrisse un'opera espressamente dedicata al fenomeno (l'Adversus Simoniacos libri tres). Papa Gregorio VII (1073-1085) ne fece uno dei punti focali della sua riforma, insieme con i successori (Urbano II e Pasquale II). Queste istanze estesero praticamente il concetto di simonia (tecnicamente ristretto alla compravendita di cariche e benefici ecclesiastici) non solo ad ogni commercio venale legato al sacro, ma anche a molte delle ingerenze dei laici nelle questioni ecclesiastiche, intromissioni ritenute del tutto indebite dal Papato e invece da tempo assunte come coerente strumento di governo e controllo di vescovi e abati da parte della monarchia (nel caso contingente quella tedesca con le investiture). Il problema dell'indegnità morale era particolarmente delicato, perché poteva indurre a negare la validità dei sacramenti dispensati da sacerdoti simoniaci o immorali (donatismo), ipotesi che fu esclusa per ovvie ragioni dai pontefici; per la dottrina della Chiesa l'indegnità morale poteva solo determinare la non liceità della carica e l'invalidità dell'elezione ecclesiastica, ma non aveva effetto sull'efficacia dei sacramenti. Dalla metà del XII secolo i successi dei riformatori religiosi, il maggiore controllo del Papato sulla Chiesa e l'autonomia ormai raggiunta dagli stessi pontefici (la cui elezione non fu più condizionata dall'esterno come nei secoli precedenti), oltre ai progressi teorici del diritto canonico (Decretum di Graziano, i concili Lateranensi II e III), stemperarono la discussione, limitandola nuovamente al piano tecnico.