STORIA DEL FOLKLORE IN EUROPA
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L'esame storiografico del
problema e la definizione dell'oggetto della scienza del folklore sono posti da
C. in un nesso "circolare" Così nella "Premessa", C. indaga il dibattito storico
se il folklore sia o no scienza autonoma. Il folklore raccoglie e studia "le
varie manifestazioni della vita popolare quale essa si articola nelle civiltà
storicamente affermate". È possibile ritenere che non si risolva man mano in
filologia, etnografia, storia dell'arte o della religione, ecc., qualora si
puntualizzi il problema a esso peculiare. Questo problema o oggetto specifico è
il concetto di "popolo", il quale a sua volta va assunto come "espressione di
una certa qual visione della vita, di certi atteggiamenti dello spirito, del
pensiero, della cultura, del costume, della civiltà".
Ora, se "un popolo è pur sempre quello che, la sua storia l'ha fatto... è pur
vero che le tradizioni popolari, quali esse siano, sono sempre, delle formazioni
storiche, né più né meno come la lingua, l'economia, il diritto". E la storia
"non è fatta soltanto dai dominatori, ma anche dai dominati". Ne consegue che il
folklore si installa fra creatività e tradizione, fra la libera, originale,
diretta espressione del reale, e l'ambiente di cultura entro o contro cui nasce.
Il problema del folklore è in definitiva "un problema essenzialmente storico,
che tutti gli altri assomma e trasfigura", e C. vede la storia del folklore come
un capitolo, a pari titolo degli altri, della storia della storiografia moderna.
In questo senso, C. allarga la prospettiva abituale che scorgeva nelle filosofie
dell'illuminismo e del romanticismo il momento di nascita del folklore, per
rinvenirlo invece nelle revisioni di coscienza provocate dalle scoperte
geografiche del secolo XVI, soprattutto dalla scoperta dell'America.
L'opera di C. è dunque lo studio di "come si sia formata in Europa una coscienza
del folklore e come da essa sia nata poi la scienza del folklore". "Ideale" in
senso precisamente vichiano vuol essere la ricostruzione di C., che prende le
mosse appunto dalle annotazioni degli umanisti (Montaigne è il primo) sul
"primitivo" che non è più il discendente di Adamo nella tradizione
biblico-cristiana, ma il "selvaggio" delle Indie visto in contrappunto ai greci
e ai romani. Subito nei primi viaggiatori e missionari (Martire, de Léry, Las
Casas, de la Hontan) risuona la voce della intrinseca "bontà" e "moralità" del
selvaggio.
Dell'argomento e delle sue implicazioni si impadronisce anche la letteratura:
l'inizio è nel Robinson Crusoe di Daniel De Foe.
Nello stesso tempo, riacquista interesse l'Oriente, inteso come "vivaio di
forze, di esperienze, di ideali, di religioni", mediante cui polemizzare con le
istituzioni e le credenze europee. Viene tradotta la novellistica orientale. Fra
le battaglie della Riforma, della Controriforma, dello Stato moderno, del
deismo, dell'illuminismo si inseriscono, a verifica o a smentita, i documenti
sulla religiosità popolare, la letteratura demonologica, gli studi sui
pregiudizi e le tradizioni dei popoli europei stessi, sulle fiabe, le
superstizioni e le loro cause.
Le Lettere persiane di Montesquieu rappresentano uno dei più alti vertici di un
atteggiamento critico sostanziato di cognizioni etnografiche e folkloristiche.
Ma è la borghesia che prende coscienza di sé stessa: il popolo è oggetto di
studio, non ancora parte della storia. Il problema si specifica grazie al
contributo alla "scienza dei costumi" offerto dall'opera etnografica sui
selvaggi americani del missionario Lafitau, e soprattutto mediante
l'elaborazione teorica che del mito, della tradizione, del "primitivo" fa la
Scienza nuova di G.B. Vico.
Se queste opere restano appartate dall'illuminismo, rispetto a esso "lo scisma è
rappresentato soprattutto da J.-J. Rousseau", per il quale "il primitivo, il
barbaro, l'ingenuo è innalzato a un paradigma della scienza e della coscienza
umana", di contro alla corruzione e al progresso. A parte tutte le
esplicitazioni filosofiche, importa qui notare come Rousseau si serva, per quel
paradigma, degli umili, delle plebi e della loro incorrotta tradizione, del
popolo, che egli reintegra così nel concetto di eguaglianza, fondamento della
vita morale e nazionale della comunità.
Con Lafitau, Vico e Rousseau si privilegia non solo la ragione ma anche la
fantasia. Su ciò si innesta la poesia: la gran voga dei poemi di Ossian crea in
Europa tutta una serie di scoperte di poesia popolare, e ne dipende. Si
raccolgono in ogni regione ballate, poemi, canzoni, favole, racconti popolari:
la nozione di "popolare" si approssima sempre più a quella di "nazionale", di
autoctono.
Chi raccoglie le fila dei problemi di questo periodo fra '700 e '800, e ne
avanza la teorizzazione in termini di lingua e di "Volk", è Herder. Non senza
contrasti e differenti prospettive, tutto il romanticismo germanico (Novalis,
Tieck, i fratelli Schlegel, Arnim, Brentano, e a parte i fratelli Grimm) si
dedica con entusiasmo alla raccolta e alla valutazione della letteratura
popolare, passata e coeva, in connessione con i temi politici della "nazione" e
della sua "epopea".
Sempre noti senza contrasti e differenziazioni, lo stesso avviene in Inghilterra
(Wordsworth, Coleridge, Scott), in Francia, in Italia (dopo Muratori e il Saggio
sopra gli errori popolari degli antichi di Leopardi, soprattutto la Lettera
semiseria di Grisostomo di Berchet, 1816, i Canti popolari toscani, corsi,
illirici, greci di Tommaseo, in Russia (Danilov, Puskin), nei paesi balcanici e
del Nord (il poema finnico Kalevala).
Questa grande stagione del folklore europeo e delle sue motivazioni culturali si
completa con la filologia indoeuropea (Max Müller, che pubblica i Veda, nonché i
suoi studi sulle mitologie, già intellettualistici e positivisti, Benfey e
altri), nonché con la filologia romanza, il cui iniziatore Friedrich Diez
ritiene che "alle origini, la prima poesia che fa sentire la sua voce è quella
popolare".
Gaston Paris e Paul Meyer fondano la rivista "Romania", e da allora la fioritura
romanza, in cui si distinguono Pio Rajna e Bédier, è vivissima. La "vita del
folklore letterario" è affidata nel secolo scorso, in Italia, a Costantino Nigra,
a D'Ancona, a Comparetti, al siciliano Pitré, che C. esamina in modo
particolare. Frattanto dall'Inghilterra giungono nuove aperture. Nel 1871 appare
la Cultura primitiva di E.B. Tylor, atto di nascita dell'antropologia culturale
e sociale.
Il folklore viene collegato all'etnologia, e a fianco delle tradizioni popolari
torna in scena il "selvaggio": per Tylor non vi è "nessuna differenza essenziale
tra la mente del selvaggio e la mente dell'uomo civile". La sua teoria
dell'"animiamo" come origine della religione incontra una straordinaria fortuna,
anche nel campo della filologia classica (Rohde, Usener). Comparativo come
quello di Tylor, è il metodo di James G. Frazer (Il ramo d'oro). All'"animismo"
Frazer sostituisce la "magia", di cui la religione è forma superiore.
L'antropologia sociale si continua con Lang, Hartland, Marett, e con Reinach in
Francia, dove si innova tramite la sociologia di Emile Durkheim, Hubert, Mauss,
Lévy-Bruhl.
L'ultima parte dell'indagine di C. è dedicata ad "aspetti del folklore
nell'ultimo cinquantennio", e si dà come limite "quelle figure la cui opera è o
può considerarsi conclusa". C. esamina quindi la scuola storico-culturale (Ratzel,
Graebner, Schmidt), gli studi di folklore francese di Van Gennep e la sua
metodologia biologistica, ancora gli studi di folklore francese di Pierre
Santyves e i moventi legati al "modernismo", le ricerche dedicate al popolo e
alla letteratura di Napoli da Benedetto Croce, la filologia della "poesia
popolare italiana" di Barbi, quella della poesia popolare spagnola di Menéndez
Pidal, la filologia unita all'estetica di Meier e di Hoffmann-Krayer.
Ideale complemento di quest'opera è l'altro libro di C., L'eterno selvaggio
(Milano, 1961), come indica il sottotitolo: "Presenza e influsso del mondo
primitivo nella cultura moderna" Un ricco corredo di "Note e notizie
bibliografiche" completa la Storia di C., che affida l'immensa materia a una
esposizione essenziale e vivace.