Nero e progressista, la rivincita dello Zio Tom

La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe

Si calcola che lo Zio Tom sia fra i quattro o cinque libri
più letti del mondo.





La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe entrò nella storia come il più grande bestseller dell'Ottocento. Malgrado la brutalità dello schiavismo americano fosse narrata attraverso uno stile melodrammatico, il libro costituì un grande atto di accusa contro la sottomissione dei neri in America.
Il movimento di protesta afroamericano degli anni Sessanta si schierò contro il romanzo, poiché esso conteneva accenni all'inferiorità razziale dei neri. Tuttavia, il romanzo della Stowe costituì e costituisce ancora oggi un documento per comprendere le dinamiche razziali negli Stati Uniti dell'Ottocento.

«Così lei è la piccola donna il cui libro ha dato inizio a questa grande guerra», le disse il presidente Lincoln ricevendola alla Casa Bianca nel 1862. E anche se quel «piccola donna» non deve esserle sembrato un gran complimento, la guerra civile americana che Harriet Beecher Stowe aveva contribuito a fomentare con La capanna dello zio Tom era stata senza dubbio grande. Almeno quanto l'impatto del suo romanzo abolizionista sulle coscienze di chi l'aveva combattuta. Uncle Tom's cabin è stato il più grande bestseller dell'Ottocento non solo in America ma in tutto il mondo, secondo solo alla Bibbia con due milioni di copie vendute e chissà quanti miliardi di lacrime versate sul sacrificio del nobile schiavo picchiato a morte dal più vile dei padroni. Ma è stato anche un clamoroso esempio di romanzo politico, che ha usato gli strumenti del melodramma per protestare contro una legge del 1850 che obbligava tutti i cittadini americani, anche quelli del Nord non schiavista, a denunciare gli schiavi fuggiaschi. Dopodiché, abolita la schiavitù, è stato osannato, insegnato, ammirato [...] e poi, negli ultimi sessant'anni, ridimensionato, deriso e vilipeso. Nel 1949 il grande romanziere nero James Baldwin lo ha demolito con un saggio intitolato Everybody's protest novel. Negli anni Sessanta il Black Power ha trasformato «Zio Tom» in un insulto - che Mohammed Alì usava sul ring per esasperare i suoi sfidanti di colore. E ora il più autorevole intellettuale nero americano, Henry Louis Gates Jr, con l'autorità della sua cattedra di «African-American studies» ad Harvard [...] riabilita questo schiavo incline al perdono e «ansioso di compiacere i bianchi», lo spoglia del suo stereotipo negativo, e provocatoriamente rilancia il romanzo di Harriet Beecher Stowe con lo smalto di una grande edizione annotata (Norton) [...]. L'obiettivo di Gates è quello di riconoscere a La capanna dello zio Tom il ruolo di documento centrale nella comprensione dei rapporti di razza in America, soprattutto nelle loro implicazioni morali e politiche, e di restituirgli la sua dignità letteraria, con buona pace di George Orwell che lo aveva chiamato «un esempio supremo di buon cattivo libro», anche se «profondamente commovente e veritiero». La storia è quella di uno schiavo venduto da un padrone di buon cuore che si trova in difficoltà finanziarie. Così Tom è costretto a separarsi dalla sua famiglia per seguire un mercante di schiavi che lo venderà al padre di Eva, una bambina bionda che si affeziona a lui moltissimo. Ma Eva muore, suo padre anche, i loro schiavi vengono venduti e Tom cade nelle mani dell'odioso Simon Legree che gli impone di maltrattare gli altri schiavi della sua piantagione. Sostenuto dalla fede cristiana, Tom rifiuta di trasformarsi in un aguzzino e Simon Legree si vendica facendolo picchiare a morte. Le ultime parole dello schiavo, che spira tra le braccia del figlio del suo antico padrone, venuto a riscattarlo e riportarlo a casa, saranno di amore e di perdono. Per uno scrittore come Baldwin l'intera operazione era un insulto: un libro «pessimo» sul piano letterario, rovinato da un «virtuoso sentimentalismo», con tutti i limiti del «romanzo di protesta», e di un uso ipocrita del cristianesimo. Quanto alla sua autrice, i suoi «occhi bagnati di lacrime» non lo convincevano neanche un po' e sospettava che servissero a mascherare una «segreta e profonda disumanità». Giudizi da rivedere, risponde oggi a Baldwin Henry Louis Gates Jr nella sua edizione annotata. È vero che la Stowe non riesce a nascondere la propria condiscendenza verso i neri neanche nei momenti di maggiore empatia; è vero che suggerisce a più riprese la loro inferiorità razziale; e anche che non si vergogna di usare gli strumenti del peggior melodramma vittoriano per raggiungere il suo scopo. Ma la qualità dei suoi dialoghi è «accurata fino alla precisione antropologica», le voci dei personaggi sono cariche di personalità, il romanzo nel suo insieme è «culturalmente capace», e la sua protesta commovente. Anche John Updike sul «New Yorker», ammettendo di avere letto il romanzo della Stowe per la prima volta solo ora, concorda che è da riscattare. Scrive con ammirazione di trovare «il fervore dell'autrice contagioso», e anche «centrato, non una ma mille volte, il suo obiettivo politico di mostrare che lo schiavismo americano era un veleno che contaminava chiunque ne venisse a contatto». Anche se a metà della sua recensione racconta di aver cestinato la preziosa edizione annotata di Henry Louis Gates Jr, tanto era irritato dalla petulanza delle sue note, per godersi Zio Tom e la sua capanna in una vecchia edizione senza pretese.



 

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