Tommaso Campanella

Un'istruzione enciclopedica e sperimentale



Campanella, monaco domenicano e filosofo della natura, vicino più alla concezione rinascimentale che a quella del pensiero scientifico moderno, trascorre 27 anni in carcere a Napoli, dal 1529 al 1626, con accuse di eresia e di cospirazione politica antispagnola. In questa difficile condizione scrive buona parte delle sue opere, tra cui La città del Sole, in cui si descrive un’isola che incarna tutti i suoi sogni di rinnovamento politico e religioso dell’Italia seicentesca. I solari seguono la religione naturale, che, secondo Campanella, coincide con il cristianesimo privo di “abusi”, come la sua secolare commistione con il potere politico. Se il cristianesimo si libera dei suoi vizi, anche la società potrà liberarsi dei suoi, a cominciare dalla proprietà privata e infatti i solari praticano la comunione di tutti i beni. Nel brano riportato Campanella descrive l’educazione vigente tra i solari, attenta a sviluppare i sensi dei fanciulli attraverso l’esperienza diretta del mondo naturale, riprendendo in parte le innovative teorie pedagogiche rinascimentali sull’uomo integrale, unione di corpo e spirito.    Tommaso Campanella

«E s'allevan tutti in tutte l'arti. Dopo li tre anni li fanciulli imparano la lingua e l'alfabeto nelle mura, caminando in quattro schiere; e quattro vecchi li guidano ed insegnano, e poi li fan giocare e correre, per rinforzarli, e sempre scalzi e scapigli, fin alli sette anni, e li conducono nell'officine dell'arti, cositori [cucitori], pittori, orefici ecc.; e mirano l'inclinazione. Dopo li sette anni vanno alle lezioni delle scienze naturali, tutti; ché son quattro lettori della medesima lezione, e in quattro ore tutte quattro squadre si spediscono; perché, mentre gli altri si esercitano il corpo, o fan li publici servizi, gli altri stanno alla lezione. Poi tutti si mettone alle matematiche, medicine ed altre scienze, e ci è continua disputa tra di loro e concorrenza; e quelli poi diventano offiziali di quella scienza, dove miglior profitto fanno, o di quell'arte meccanica, perché ognuna ha il suo capo. Ed in campagna, nei lavori e nella pastura delle bestie pur vanno ad imparare; e quello è tenuto di più gran nobiltà, che più arti impara e meglio le fa. Onde si ridono di noi che gli artefici appellamo ignobili, e diciamo nobili quelli, che null'arte imparano e stanno oziosi e tengono in ozio e lascivia servitori con roina della republica. Gli offiziali poi s'eleggono da quelli quattro capi, e dalli mastri di quell'arte, li quali molto bene sanno chi è più atto a quell'arte o virtù, in cui ha da reggere, e si propongono in Consiglio, e ognuno oppone quel che sa di loro. Però non può essere Sole se non quello che sa tutte l'istorie delle genti e riti e sacrifizi e repubbliche ed inventori di leggi ed arti. Poi bisogna che sappia tutte l'arti meccaniche, perché ogni due giorni se n'impara una, ma l'uso qui le fa saper tutte, e la pittura. E tutte le scienze ha da sapere, matematiche, fisiche, astrologiche. Delle lingue non si cura, perché ha l'interpreti, che sono i grammatici loro. Ma più di tutti bisogna che sia Metafisico e Teologo, che sappia ben la radice e prova d'ogni arte e scienza, e le similitudini e differenze delle cose, la Necessità, il Fato e l'Armonia del mondo, la Possanza, Sapienza e Amor divino e d'ogni cosa, e li gradi degli enti e corrispondenze loro con le cose celesti, terrestri e marine, e studia molto bene nei Profeti ed astrologia. Dunque si sa chi ha da esser Sole, e se non passa trentacinque anni, non arriva a tal grado; e questo offizio è perpetuo, mentre non si trova chi sappia più di lui e sia più atto al governo.»
«E chi può sapere tanto? Anzi non può saper governare chi attende alle scienze.»
«Io dissi a loro questo, e mi risposero: "Più certi semo noi, che un tanto letterato sa governare, che voi che sublimate l'ignoranti, pensando che siano atti perché son nati signori, o eletti da fazione potente. Ma il nostro Sole sia pur tristo in governo, non sarà mai crudele, né scelerato, né tiranno un chi tanto sa. Ma sappiate che questo è argomento che può tra voi, dove pensate che sia dotto chi sa più grammatica e logica d'Aristotile o di questo o quello autore; al che ci vuoi sol memoria servile, onde l'uomo si fa inerte, perché non contempla le cose ma libri, e s'avvilisce l'anima in quelle cose morte; né sa come Dio regga le cose, e gli usi della natura e delle nazioni. Il che non può avvenire al nostro Sole, perché non può arrivare a tante scienze chi non è scaltro d'ingegno ad ogni cosa, onde è sempre attissimo al governo. Noi pur sappiamo che chi sa una scienza sola, non sa quella né l'altre bene; e che colui che è atto ad una sola, studiata in libro, è inerte e grosso. Ma non così avviene alli pronti d'ingegno e facili ad ogni conoscenza, come è bisogno che sia il Sole. E nella città nostra s'imparano le scienze con facilità tale, come vedi, che più in un anno qui si sa, che in diece o quindici tra voi, e mira questi fanciulli".»

da T. Campanella, La città del Sole e Scelta d'alcune poesie filosofiche (a c. di A. Seroni), Feltrinelli, Milano 1962, pp. 10-12.