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Scorrendo lo
sterminato elenco dei grandi libri dedicati ai viaggi, viene quasi da
dubitare che sia mai esistito un altro genere di letteratura e che qualcuno
abbia mai potuto scrivere un libro restandosene comodamente tra le mura di
casa. Basti ricordare le baleniere di Melville, le navi di Conrad. le isole
di Stevenson; ma anche le fantastiche peregrinazioni dei Gulliver, deì
Sindbad, delle Alici, perché sulle carte geografiche dell'immaginazione
Lilliput ha un posto non meno preciso di quello occupato da Nantucket o
dalle Samoa. Per giunta il tema del viaggio, in letteratura, è antico quanto
la letteratura stessa: svolge un ruolo fondamentale già nell'epopea di
Gilgamesh, il più antico poema a noi pervenuto, e trova nell'Odissea la sua
prima, esemplare codificazione: e pensate all'ambizioso itinerario di Dante
nella Divina commedia, pensate a quanto viaggiano i personaggi dell'Orlando
furioso. tra luoghi reali e fantastici, tra Parigi e la luna...
Eppure solo in epoca relativamente recente, con il Grand Tour nasce l'idea
del viaggio fine a se stesso, quella sorta di «l'art pour Part» del viaggio,
che trova la sua più alta espressione letteraria nel Viaggio in Italia di
Goethe, la sua precoce parodia nel Viaggio sentimentale di Sterne, e forse
si conclude tra i bauli dei ricchi americani di Henry James venuti, a loro
rischio e pericolo, ad assaporare le atmosfere insidiose del vecchio
continente. E l'idea del «turismo». come ancora oggi lo pratichiamo in una
forma più modesta e massificata. E l'idea, molto bizzarra, di progettare e
plasmare un segmento del proprio tempo nello stesso modo in cui si
progetterebbe la trama di un racconto o (nel caso dei grandi viaggi del
passato) la scansione di un romanzo definita in anticipo capitolo per
capitolo: prenotando i voli e gli alberghi. pianificando le visite,
stabilendo dove si troverà quel personaggio chiamato «io». e a fare che cosa,
un dato giorno a una data ora. E senza nessun rapporto con ciò che precede
il viaggio e con ciò che lo segue, con le abitudini quotidiane, insomma. con
il normale contesto della nostra vita. Tra questo contesto e il viaggio c'è
una cesura non meno netta e profonda di quella che sussiste tra la parola
«fine» apposta da uno scrittore a conclusione della sua opera e il suo
successivo alzarsi, andare in cucina, versarsi una tazza di caffè.
Credo che nessuno intraprenderebbe un cosiddetto viaggio di piacere se non
fosse mosso da questo desiderio «artistico» di isolare dal resto un
frammento di esperienza e di dargli una forma compiuta, un autonomo
significato. Certo, poi c'è l'imprevisto, sempre temuto e segretamente
bramato da chi si accinge a partire: l'imprevisto che potrebbe scombinare i
nostri piani trasformando il viaggio in una vera, non addomesticata
avventura, e che oggi si presenta il più delle volte in forme poco
promettenti come lo smarrimento dei bagagli o uno sciopero «a sorpresa» dei
mezzi di trasporto. Ma anche il narratore, per quanto elabori accuratamente
le sue scalette, non può mai sapere in anticipo con assoluta certezza verso
quali approdi lo sospingerà il viaggio della scrittura: a volte è come se
qualcuno, a metà strada. avesse preso con la forza il comando del suo aereo
e volesse dirottarlo chissà dove, verso mete del tutto impensate.
Il viaggio come opera d'arte, dunque; ma anche il viaggio come strumento al
servizio dell'arte. Rilke, ad esempio, ne ha fatto un uso quasi sistematico:
per risolvere le sue impasse creative andava in Spagna, a Roma, in Egitto,
alla ricerca del paesaggio «giusto» da avere in quel momento davanti agli
occhi, il solo in grado di offrirgli la rivelazione che oscuramente
inseguiva. E molto spesso, la cosa funzionava: nelle Elegie duinesi balena a
volte tra le righe come il frammento di un diario di viaggio, una di quelle
impressioni che noi, quando facciamo i turisti, cerchiamo goffamente di
trattenere scattando fotografie con il nostro cellulare e che qui diventano
poesia, piccole, concrete schegge di mondo incastonate nella trama
metafisica dell'insieme. Ma anche Goethe, quando viene finalmente in Italia,
ci viene nel momento giusto, rispondendo a una precisa esigenza del suo
sviluppo creativo; e infatti, pur essendo un grandissimo osservatore e
piccandosi di essere tale, a un certo punto del libro si lascia sfuggire una
singolare confessione: «Lo scopo di questo mio magnifico viaggio — dichiara
-- non è quello d'illudermi, bensì di conoscere me stesso nel rapporto con
gli oggetti». Non l'Italia, dunque, come ingenuamente avremmo potuto
supporre, ma Johann Wolfgang Goethe in Italia: questo è il solo contenuto
vero, non illusori tanto del viaggio quanto della sua narrazione. Insomma,
può darsi che il viaggiare di questi poeti in realtà non sia altro che una
sottile variazione sul tema del solipsismo: dovunque si rechino, vedono
soltanto ciò che avevano già deciso di vedere... E in fondo non è così anche
per noi? Il viaggio «turistico», questa attività prettamente moderna, è
accompagnato sin dall'inizio come da un'ombra dalla scepsi moderna sulla
capacità dell'io di uscire davvero dai propri confini, di conoscere un «mondo»
indipendente dalle sue rappresentazioni. In questo senso, sembra che
l'archetipo del turista non sia tanto Odisseo, quanto Don Chisciotte. che
percorre in lungo e in largo la Spagna senza mai veder nulla, proiettando su
ogni cosa la ridda delle fantasie cavalleresche di cui è prigioniero.
Eppure l'illusorietà del viaggio riesce stranamente a coesistere con la sua
pericolosità, perché non è senza rischio strappare dal suo contesto abituale
un frammento di vita. Non c'è bisogno di avventurarsi in giungle infestate
da tigri e da cannibali o di spingersi come Gordon Pym verso un Polo Sud
inesplorato: anche una semplice visita alla vicina città di Anversa, come
quella che Gottfried Benn fa progettare al suo alter ego dottor Rònne, può
presentarsi sotto un aspetto così inquietante da suscitare al solo pensiero
«un turbine di inibizioni e debolezza». E infatti il dottor Rònne non andrà
ad Anversa. Andrà invece al cinema, immergendosi senza rischi nell'estasi
delle immagini disincarnate che si avvicendano sullo schermo, perché anche
quello è un modo di viaggiare, come lo è, ovviamente, la lettura di un libro,
che tuttavia richiede un ritmo particolare: non il ritmo frettoloso dei
nostri week end, ma quello lento e rilassato con cui i pellegrini del grand
tour percorrevano le loro tappe, magari su
carrozze di posta, senza aver fretta di arrivare e assaporando ogni
particolare del paesaggio.
Non credo sia un caso che ai nostri giorni il contrarsi dei viaggi (sempre
più ambiziosi quanto a distanza delle mete, sempre più modesti quanto a
durata e significato) si accompagni a un progressivo scemare dell'abitudine
alla lettura, o almeno, alla lunga lettura. e forse anche all'affievolirsi
di quel lungo respiro narrativo che ha prodotto i grandi romanzi
ottocenteschi. Ci manca il tempo, certo: ci manca la capacità di
concentrazione; ma prima ancora, il nostro gusto è sempre più nemico di
quella continuità che permette di imbastire la trama di un romanzo o di un «viaggio
sentimentale»: alla continuità preferisce il lampo, l'impressione, una
rapida aggressività che trova la sua espressione più tipica nello spot
pubblicitario ma che lascia anche altrove il suo inconfondibile segno
stilistico.
Il lampo, l'impressione, lo spot: tutte queste forme sono caratterizzate
dalla mancanza di un contesto, cioè proprio da quella cesura rispetto al
prima e al dopo che appartiene così essenzialmente alla natura del viaggio.
E in effetti, il nostro modo di percepire la realtà assomiglia sempre più a
una serie di viaggi brevissimi, addirittura fulminei, tra l'uno e l'altro
dei quali ci è di rado lasciato il tempo per un tranquillo «ritorno a casa».
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