L'arte di viaggiare
Non più turismo, ma avventura dello spirito
La scrittrice Paola Capriolo propone alcune riflessioni sul tema del viaggio in letteratura.
Sviluppa l'idea del viaggio come una delle belle arti e come strumento al servizio dell'arte.
Il caso più evidente è quello di Rainer Maria Rilke che, per risolvere le sue impasse creative,
andava alla ricerca del paesaggio in grado di ispirarlo, in Spagna, a Roma o in Egitto.


 

Scorrendo lo sterminato elenco dei grandi libri dedicati ai viaggi, viene quasi da dubitare che sia mai esistito un altro genere di letteratura e che qualcuno abbia mai potuto scrivere un libro restandosene comodamente tra le mura di casa. Basti ricordare le baleniere di Melville, le navi di Conrad. le isole di Stevenson; ma anche le fantastiche peregrinazioni dei Gulliver, deì Sindbad, delle Alici, perché sulle carte geografiche dell'immaginazione Lilliput ha un posto non meno preciso di quello occupato da Nantucket o dalle Samoa. Per giunta il tema del viaggio, in letteratura, è antico quanto la letteratura stessa: svolge un ruolo fondamentale già nell'epopea di Gilgamesh, il più antico poema a noi pervenuto, e trova nell'Odissea la sua prima, esemplare codificazione: e pensate all'ambizioso itinerario di Dante nella Divina commedia, pensate a quanto viaggiano i personaggi dell'Orlando furioso. tra luoghi reali e fantastici, tra Parigi e la luna...
Eppure solo in epoca relativamente recente, con il Grand Tour nasce l'idea del viaggio fine a se stesso, quella sorta di «l'art pour Part» del viaggio, che trova la sua più alta espressione letteraria nel Viaggio in Italia di Goethe, la sua precoce parodia nel Viaggio sentimentale di Sterne, e forse si conclude tra i bauli dei ricchi americani di Henry James venuti, a loro rischio e pericolo, ad assaporare le atmosfere insidiose del vecchio continente. E l'idea del «turismo». come ancora oggi lo pratichiamo in una forma più modesta e massificata. E l'idea, molto bizzarra, di progettare e plasmare un segmento del proprio tempo nello stesso modo in cui si progetterebbe la trama di un racconto o (nel caso dei grandi viaggi del passato) la scansione di un romanzo definita in anticipo capitolo per capitolo: prenotando i voli e gli alberghi. pianificando le visite, stabilendo dove si troverà quel personaggio chiamato «io». e a fare che cosa, un dato giorno a una data ora. E senza nessun rapporto con ciò che precede il viaggio e con ciò che lo segue, con le abitudini quotidiane, insomma. con il normale contesto della nostra vita. Tra questo contesto e il viaggio c'è una cesura non meno netta e profonda di quella che sussiste tra la parola «fine» apposta da uno scrittore a conclusione della sua opera e il suo successivo alzarsi, andare in cucina, versarsi una tazza di caffè.

Credo che nessuno intraprenderebbe un cosiddetto viaggio di piacere se non fosse mosso da questo desiderio «artistico» di isolare dal resto un frammento di esperienza e di dargli una forma compiuta, un autonomo significato. Certo, poi c'è l'imprevisto, sempre temuto e segretamente bramato da chi si accinge a partire: l'imprevisto che potrebbe scombinare i nostri piani trasformando il viaggio in una vera, non addomesticata avventura, e che oggi si presenta il più delle volte in forme poco promettenti come lo smarrimento dei bagagli o uno sciopero «a sorpresa» dei mezzi di trasporto. Ma anche il narratore, per quanto elabori accuratamente le sue scalette, non può mai sapere in anticipo con assoluta certezza verso quali approdi lo sospingerà il viaggio della scrittura: a volte è come se qualcuno, a metà strada. avesse preso con la forza il comando del suo aereo e volesse dirottarlo chissà dove, verso mete del tutto impensate.
Il viaggio come opera d'arte, dunque; ma anche il viaggio come strumento al servizio dell'arte. Rilke, ad esempio, ne ha fatto un uso quasi sistematico: per risolvere le sue impasse creative andava in Spagna, a Roma, in Egitto, alla ricerca del paesaggio «giusto» da avere in quel momento davanti agli occhi, il solo in grado di offrirgli la rivelazione che oscuramente inseguiva. E molto spesso, la cosa funzionava: nelle Elegie duinesi balena a volte tra le righe come il frammento di un diario di viaggio, una di quelle impressioni che noi, quando facciamo i turisti, cerchiamo goffamente di trattenere scattando fotografie con il nostro cellulare e che qui diventano poesia, piccole, concrete schegge di mondo incastonate nella trama metafisica dell'insieme. Ma anche Goethe, quando viene finalmente in Italia, ci viene nel momento giusto, rispondendo a una precisa esigenza del suo sviluppo creativo; e infatti, pur essendo un grandissimo osservatore e piccandosi di essere tale, a un certo punto del libro si lascia sfuggire una singolare confessione: «Lo scopo di questo mio magnifico viaggio — dichiara -- non è quello d'illudermi, bensì di conoscere me stesso nel rapporto con gli oggetti». Non l'Italia, dunque, come ingenuamente avremmo potuto supporre, ma Johann Wolfgang Goethe in Italia: questo è il solo contenuto vero, non illusori tanto del viaggio quanto della sua narrazione. Insomma, può darsi che il viaggiare di questi poeti in realtà non sia altro che una sottile variazione sul tema del solipsismo: dovunque si rechino, vedono soltanto ciò che avevano già deciso di vedere... E in fondo non è così anche per noi? Il viaggio «turistico», questa attività prettamente moderna, è accompagnato sin dall'inizio come da un'ombra dalla scepsi moderna sulla capacità dell'io di uscire davvero dai propri confini, di conoscere un «mondo» indipendente dalle sue rappresentazioni. In questo senso, sembra che l'archetipo del turista non sia tanto Odisseo, quanto Don Chisciotte. che percorre in lungo e in largo la Spagna senza mai veder nulla, proiettando su ogni cosa la ridda delle fantasie cavalleresche di cui è prigioniero.
Eppure l'illusorietà del viaggio riesce stranamente a coesistere con la sua pericolosità, perché non è senza rischio strappare dal suo contesto abituale un frammento di vita. Non c'è bisogno di avventurarsi in giungle infestate da tigri e da cannibali o di spingersi come Gordon Pym verso un Polo Sud inesplorato: anche una semplice visita alla vicina città di Anversa, come quella che Gottfried Benn fa progettare al suo alter ego dottor Rònne, può presentarsi sotto un aspetto così inquietante da suscitare al solo pensiero «un turbine di inibizioni e debolezza». E infatti il dottor Rònne non andrà ad Anversa. Andrà invece al cinema, immergendosi senza rischi nell'estasi delle immagini disincarnate che si avvicendano sullo schermo, perché anche quello è un modo di viaggiare, come lo è, ovviamente, la lettura di un libro, che tuttavia richiede un ritmo particolare: non il ritmo frettoloso dei nostri week end, ma quello lento e rilassato con cui i pellegrini del grand tour percorrevano le loro tappe, magari su
carrozze di posta, senza aver fretta di arrivare e assaporando ogni particolare del paesaggio.

Non credo sia un caso che ai nostri giorni il contrarsi dei viaggi (sempre più ambiziosi quanto a distanza delle mete, sempre più modesti quanto a durata e significato) si accompagni a un progressivo scemare dell'abitudine alla lettura, o almeno, alla lunga lettura. e forse anche all'affievolirsi di quel lungo respiro narrativo che ha prodotto i grandi romanzi ottocenteschi. Ci manca il tempo, certo: ci manca la capacità di concentrazione; ma prima ancora, il nostro gusto è sempre più nemico di quella continuità che permette di imbastire la trama di un romanzo o di un «viaggio sentimentale»: alla continuità preferisce il lampo, l'impressione, una rapida aggressività che trova la sua espressione più tipica nello spot pubblicitario ma che lascia anche altrove il suo inconfondibile segno stilistico.
Il lampo, l'impressione, lo spot: tutte queste forme sono caratterizzate dalla mancanza di un contesto, cioè proprio da quella cesura rispetto al prima e al dopo che appartiene così essenzialmente alla natura del viaggio. E in effetti, il nostro modo di percepire la realtà assomiglia sempre più a una serie di viaggi brevissimi, addirittura fulminei, tra l'uno e l'altro dei quali ci è di rado lasciato il tempo per un tranquillo «ritorno a casa».


 

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