Vitaliano Brancati - Don Giovanni in Sicilia



Brancati è lo scrittore italiano che meglio ha rappresentato le due commedie italiane, del fascismo e dell'erotismo in rapporto tra loro e come a specchio di un paese in cui il rispetto della vita privata e delle idee di ciascuno e di tutti, il senso della libertà individuale, sono assolutamente ignoti". L. Sciascia


Vitaliano Brancati

Il 24 luglio 1907 nasce a Pachino, presso Siracusa lo scrittore. sceneggiatore e romanziere italiano Vitaliano Brancati. A 13 anni si trasferisce con la famiglia a Catania, e nel 1929 si laurea in lettere. Subito dopo è a Roma, dove inizia a scrivere, come giornalista. Ma già dal 1930 lo scrittore cominciava ad accostarsi a una forma di scrittura a lui più congeniale: il romanzo."L'amico del vincitore" rappresenta il primo tentativo di scrittura satirica ispirata alla situazione della piccola borghesia siciliana. Nel 1934 fa ritorno in Sicila dove pubblica "Singolare avventura di viaggio", sequestrato dalla censura fascista per immoralità . Nel 1942 pubblica "Don Giovanni in Sicilia", sulla vanità sessuale del maschio tipico del sud. Nel 1946 Brancati si stabilise definitivamente a Roma e, nel 1949, pubblica il romanzo "Il bell'Antonio", una satira di costume che, attraverso l'impotenza del protagonista, fa intravedere, la crisi e il fallimento del regime. Il romanzo raccoglie il favore della critica e dei lettori e, nel 1950, vince il Premio Bagutta.Separatosi dalla moglie nel 1953, muore a Torino l'anno successivo. Nel 1955 viene pubblicato, rispettando le sue ultime volontà, il romanzo incompiuto Paolo il caldo, con prefazione di Alberto Moravia.


Don Giovanni in Sicilia

Romanzo di Vitaliano Brancati (1907-1954), pubblicato a Milano nel 1942. È l'opera che rivelò l'A., il quale peraltro aveva già pubblicato Gli anni perduti, un romanzo d'ambiente provinciale con ambizioni allusive e simbolistiche, e qualche altro libro poi rifiutato. Nell'edizione del 1941 il volume conteneva, oltre appunto il romanzo breve che gli dà il titolo, alcuni racconti, tra i quali "Il bacio" e "Nemici", dichiara ispirazione antifascista (il primo è particolarmente felice), e "Rumori", dove meglio si riconoscono gli influssi che Gogol'esercitò sull'arte di B. e dove la descrizione d'un interno familiare mette in piena luce quel gusto del grottesco e del comico incisivo e pregnante nel quale doveva consistere la misura migliore dello scrittore catanese. Anche il Don Giovanni in Sicilia punta tutto sul grottesco, il grottesco degli amori sognati o inibiti, e comunque vissuti nell'immaginazione dei giovani e meno giovani "maschi" siciliani, e soprattutto di Giovanni Percolla, un timido quarantenne che dopo il matrimonio si trasferisce a Milano, iniziandosi a un'esperienza amorosa e sessuale ben diversa da quella vissuta a Catania, "ove i discorsi sulle donne davano un maggior piacere che le donne stesse". Se infatti il gallismo è il tema centrale di questo romanzo, come poi lo sarà di tanta parte della produzione di B., bisogna poi subito aggiungere, come ha detto assai felicemente Leonardo Sciascia (in Pirandello e la Sicilia, Caltanissetta, 1961), che "il gallismo siciliano di cui Brancati dà rappresentazione nella sua opera, è in effetti un vedersi e un sentirsi vivere erotico", e che "nel modo di essere siciliano c'è il senso penoso, acre e inadatto dell'adolescenza, qualcosa di acerbo, di immaturo, di impedito". E in realtà i Don Giovanni brancatiani sono tutti, nella loro vera sostanza, degli eroi dei sogni rientrati, hanno alle radici una sorta d'innocente dissidio romantico tra realtà e immaginazione, dove l'immaginazione è la donna idoleggiata da lontano e fatta culto ossessivo, e la realtà è la donna conquistata e posseduta. Sogno e immaginazione è anche la mediterranea Catania, descritta in slarghi paesistici d'uno splendore invidiabile, dove la donna è mito e aspettativa sempre rinviata ad altro tempo, e realtà è la fredda e nebbiosa Milano, in cui le donne, troppo facili ad aversi, scadono così a creature di carne, non "scontrose e inafferrabili", secondo l'idea che Giovanni Percolla ne aveva a Catania, ma "stupide, fameliche, insistenti, asfissianti". Per cui, dopo il tanto parlare che s'è fatto del tema brancatiano del gallismo, una sola cosa non s'è veramente notata: la riduzione ironico-affettiva che ne opera il primo B. Perché il famoso gallismo siciliano, quale egli lo pone nel contesto del Don Giovanni, non è altro che sensualità fantasticata anziché vissuta, è un'ossessione a suo modo sentimentale, e tutt'al più l'ipostasi smaniosa d'una sorta d'inibizione già pronta a trasferirsi dal piano psicologico della timidezza di Giovanni Percolla a quello fisiologico dell'impotenza del protagonista di Il bell'Antonio. Cosi, in un sentimentalismo di fondo camuffato di sensualità (e l'ironia e la comicità derivano proprio da tale contrasto), B. fissa nelle sue pagine l'umanità dei suoi Don Giovanni: senza pretendere, con ciò, di darci la storia, ma solo la favola della sua provincia, una mitologia del costume siciliano fuori del tempo e fuori della storia. Entro questi confini, fresca e tagliente com'è, tutta serrata, nel giro d'una prosa di rara felicità e icasticità, la sua operetta appare pienamente compiuta.

 

www.parodos.it