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Il trionfo della borghesia

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Jean-Frédéric Bazille, La famiglia Bazille, 1867, Olio su tela, Parigi, Musée d'Orsay

Tra la fine del Settecento e la prima guerra mondiale, il continente europeo assiste a l'ascesa e all'affermazione di una classe che – pur differenziata secondo tipologie nazionali, politiche e ideologiche – si dimostra capace di plasmare, con la propria irresistibile ascesa, un intero periodo storico, definito appunto "l'età della borghesia".

L'impiego del termine "borghesia"

"I rappresentanti della borghesia sanno di essere borghesi, la maggior parte di loro non ha tuttavia alcuna idea di che cosa significhi esserlo e soprattutto nessuno è in grado di indicare i borghesi o di delineare le caratteristiche della borghesia". Con questa affermazione della studiosa francese Adeline Daumard ci troviamo di fronte ai problemi definitori che l'uso della parola "borghesia" comporta nell'ambito della ricerca storica. In effetti il termine, tutt'altro che univoco, présenta l'ambiguità tipica dei significanti comprensivi di una massa di significati disposti su un lungo arco spaziale e temporale.


Jean Beraud, Studenti all'uscita del Liceo Condorcet, Olio, Parigi, Musée Carnavalet


Nell'Inghilterra della prima metà del XIX secolo la parola burgess, che nel Medioevo indica l'abitante dell'insediamento cittadino, è ormai soppiantata dalla locuzione middle class, densa dei caratteri acquisitivi che fanno della borghesia una classe nuova, intermedia. tra l'aristocrazia e i lavoratori manuali. D'altro canto in Prussia, nucleo portante della futura Germania imperiale, il vocabolo Biirger mantiene una forte valenza giuridico-corporativa legata alla società cetuale e soltanto intorno al 1870 il ricorso al neologismo Bùrgertum permette di connotare i processi innescati dalle inedite dinamiche di produzione e di scambio. In Francia invece l'appellativo bourgeois, entrato nell'uso comune dopo gli anni della Rivoluzione francese con l'affermazione della monarchia costituzionale di Luigi Filippo d'Orléans, è accompagnato sempre più spesso da aggettivi che sottolineano il differente peso sociale, economico e politico delle diverse componenti: petite bourgeoisie, moyenne bourgeoisie, bonne bourgeoisie. Il termine "borghesia", a lungo adoperato al singolare con riferimento a un modello metastorico e assoluto, nella percezione dei contemporanei non indica sempre un aggregato compatto .e omogeneo. Semmai – rispetto all'analisi avanzata da Marx ed Engels intorno alla metà del secolo, per cui l'identificazione del borghese ottocentesco con il capitalista avviene in base ai "rapporti di produzione" instaurati da quest'ultimo— i livelli di reddito egli atteggiamenti culturali delle borghesie europee testimoniano una realtà molto più vischiosa e frammentata.

Il quadro generale

Quali e quante sono allora le borghesie che attraversano lo scenario continentale fino all'inizio del nostro secolo? Prima del 1850, sia nella "prima nazione industriale", la Gran Bretagna, sia nei Paesi che arrivano secondi all'appuntamento con l'industrializzazione, la Germania e la Francia, la cifra comune alle classi borghesi è quella di un'affermazione della loro presenza. Ciò avviene attraverso un insieme di canali — la stampa e l'associazionismo, la scuola e le dottrine economiche e sociali capaci di declinarne l'alterità di fronte alle altre componenti del corpo sociale — verso l'alto, rispetto ai principi e ai modelli di vita del ceto nobiliare, detentore del potere per privilegio ereditario, verso il basso, nei confronti delle classi subalterne tradizionali e del proletariato industriale di recente formazione. In questo periodo, lo spirito di conquista delle borghesie riesce a relegare in secondo piano la frammentazione degli interessi, l'eterogeneità delle posizioni ideologiche e politiche, la variabilità dei comportamenti sociali.
A partire dal 1830-1840 il termine stesso di "classe", che fino al secondo decennio dell'Ottocento indica semplicemente il livello occupato nella società, oltre a individuare una comunanza di interessi finisce per esprimere la coscienza collettiva delle diverse borghesie.
Differenze significative separano comunque la città —visibile eccezione in un mondo nel quale la campagna rappresenta indiscutibilmente la norma — dall'universo circostante. Nel mondo rurale dell'Europa nord-occidentale il protagonista indiscusso dell'ascesa borghese è il proprietario terriero imprenditore: da un lato egli pone le premesse della rivoluzione industriale, assicurando un aumento della produttività tramite l'applicazione intensiva del fattore lavoro e con cambiamenti decisivi nelle tecniche di coltivazione; dall'altro, grazie anche al parziale miglioramento delle vie di comunicazione, asseconda le richieste di consumo dei centri cittadini in continua espansione. Anche il polo urbano, raffigurato da buona parte della letteratura coeva come la sede per eccellenza della promozione sociale e del successo individuale, racchiude al suo interno un'ampia tipologia. Alla città-fabbrica, che colpisce l'immaginazione degli osservatori in maniera inversamente proporzionale alla sua marginalità statistica, si affianca la città dei ministeri e delle università, dei giornali e della politica, in grado di fondere la tradizionale funzione amministrativa con nuove vocazioni. Nel corso dell'Ottocento lo spettro delle variabili si ampia e si dilata sempre più. Attorno alle tradizionali attività artigiane e commerciali, in alcune città prende corpo il settore terziario; in altre sono le banche e i terminali finanziari delle imprese ad alimentare la scommessa modernizzatrice; in altre ancora, da tempo immemorabile punto d'incontro informale per il reclutamento della manodopera rurale, perdura la dimensione di "città del silenzio".

Dalla seconda metà dell'Ottocento, comunque, in tutte le città — e soprattutto nelle capitali — si assiste a un processo in virtù del quale il regime, che dopo la Rivoluzione francese era stato definito come antico, si integra con uno nuovo. Si tratta di un'osmosi che non interessa soltanto le fasce superiori delle borghesie e alcuni settori della nobiltà, ma coinvolge una parte notevole dell'intera classe. Anzi, quando il volgere del secolo sostituisce al "sacro principio" della libera concorrenza la parola d'ordine dell'intervento pubblico, quel fenomeno sembra assumere proporzioni e intensità inedite, accomunando nelle richieste categorie diverse: finanzieri e possidenti, bottegai e impiegati privati, funzionari statali e liberi professionisti. È una dinamica che sposta le barriere e i livelli delle gerarchie, ma non le sopprime: al contrario, la società europea alla vigilia della prima guerra mondiale non appare fondata sulla totale distruzione dell'antica, ma a fianco o a partire da questa.


I casi nazionali

Il mito della perfetta borghesia inglese, elaborato dai sostenitori di un culto laico del Progresso e imposto dal prestigio della classe dirigente, sul terreno dell'analisi concreta cede il posto a un'evoluzione più articolata. ll fatto che la Gran Bretagna raggiunga tra le nazioni europee il maggior equilibrio tra lo sviluppo economico e l'evoluzione politico-istituzionale non elimina la difficoltà di individuare un percorso che delimiti con precisione le classi borghesi. "Senza dubbio è in Inghilterra — scrive Marx nel Capitale — che la società moderna nella sua struttura economica ha raggiunto il suo sviluppo più ampio e più classico. Tuttavia la stratificazione delle classi non appare neppure lì nella sua forma pura. Fasi medie e di transizione cancellano anche qui tutte le linee di demarcazione [...]". Del resto, anche se unificata da parametri come il livello del reddito, lo stile di vita e le aspirazioni, la "grande borghesia" dei ricchi imprenditori e dei commercianti facoltosi, dei professionisti affermati e dei finanzieri d'assalto rappresenta pur sempre un'élite davvero esigua: circa l'1 percento della popolazione nel 1840, appena il 2 percento nel 1870 e poco di più nel 1890. Solo includendo le categorie dei bottegai e degli impiegati agiati, dei fittavoli e degli ufficiali dell'esercito, nel penultimo decennio dell'Ottocento le borghesie si dilatano, fino a raggiungere il 25 percento del totale. Queste, però, rimangono escluse dall'esercizio diretto di un potere politico che, anche dopo la prima guerra mondiale, rimane privilegio esclusivo di un'oligarchia borghese capace di eliminare il limite superiore che la divide dall'aristocrazia.

L'avvio ritardato del processo di sviluppo economico in Germania, che ha inizio dopo il 1830, porta con sé anche la debolezza degli ambienti borghesi, limitati alle città anseatiche, a Berlino, Francoforte e Dresda. Tuttavia in alcune città c'è una radicata presenza di medici, avvocati, professori e maestri artigiani già prima che inizi la rivoluzione industriale. Sono queste borghesie "di tipo tradizionale" a perpetuare le tradizioni e la cultura del passato, sia che si conservino intatte oppure si uniscano agli esponenti del commercio e dell'industria. Capitani d'impresa, finanzieri e banchieri, dal canto loro, con una cura spiccata per la qualità dei prodotti e con un'accorta politica degli investimenti accrescono in misura considerevole i loro profitti. Le fonti fiscali prussiane rivelano che, tra il 1852.e il 1867, la quota parte del loro reddito imponibile sale dal 16 percento al 22 percento, mentre numericamente essi non sono che poche decine di migliaia, meno dell'Il percento della popolazione. A partire dalla fine degli anni Settanta la fondazione del Reich e la forte concentrazione monopolistica delle attività produttive e creditizie producono un effetto moltiplicatore delle fasce impiegatizie pubbliche e private, dei tecnici e dei quadri intermedi: nel 1870 esse rappresentano il 15 percento e nel 1900 salgono al 25 percento della popolazione.
Ma all'inizio del XX secolo la classe dirigente si recluta ancora nelle file dell'aristocrazia, sia tra i proprietari terrieri della Prussia e della Sassonia, sia nel ceto professionale che ha accumulato una larga esperienza nella carriera amministrativa.

A differenza delle borghesie tedesche e in parte anche di quelle inglesi, in Francia le borghesie esercitano un'influenza politica decisiva sulla società. Fin dal periodo rivoluzionario gli avvocati, i professori, i medici e gli alti funzionari sono presenti in tutte le assemblee, si tratti di occupare un seggio in un Consiglio generale di dipartimento o alla Camera dei deputati di Parigi. II precoce predominio sulla nobiltà si rivela probabilmente uno svantaggio dopo il 1830, quando i ritmi della trasformazione economica già avviata non toccano i livelli raggiunti in Germania e in Gran Bretagna. La forza delle professioni si mantiene intatta in pieno Ottocento e fino al declinare del secolo l'immagine del borghese è legata alle figure di redditieri, proprietari terrieri e avvocati "di grido" piuttosto che a quella del grande imprenditore capitalista. Nel 1880, al termine di un periodo di transizione economica e sociale, il 4,5 percento delle famiglie, vale a dire 500 mila capifamiglia, detengono un terzo dei redditi dell'intero Paese, circa 7 miliardi di franchi, con un'entrata media di 14 mila franchi mensili. L'alimentazione assorbe circa 3000 franchi, l'affitto 2000, l'abbigliamento 2000, il salario di due domestici una parte variabile del rimanente, mentre almeno un terzo viene risparmiato. Ma la società francese non produce soltanto queste fasce di alta e media borghesia; al di sotto di esse esistono numerosi gruppi intermedi che dopo il 1870 arrivano a oltre 4 milioni di persone: piccoli imprenditori, negozianti, funzionari di livello inferiore, impiegati di aziende e imprese. È soprattutto per loro tramite che i comportamenti sociali della nobiltà, assimilati dai bons bourgeois parigini e rielaborati sulla base dei propri modelli politici e culturali, sopravvivono alla fine del "lungo Ottocento" borghese.




Borghesie in ritardo: Italia, Russia, Austria-Ungheria


Rispetto alla Gran Bretagna, alla Germania e alla Francia in altri Paesi europei, quali l'Italia, la Russia e l'Austria-Ungheria, il processo di affermazione delle borghesie inizia soltanto nell'ultimo quarto dell'Ottocento e avviene comunque nell'ambito di una società che vede la persistenza di mentalità, istituzioni e meccanismi economici tipici dell'ancien régime.


Silvestro Lega, Il pergolato, 1868, Milano, Pinacoteca di Brera


Il quadro generale

I profondi cambiamenti che la rivoluzione industriale inglese e la Rivoluzione francese producono nella struttura sociale ed economica di Francia e Gran Bretagna, e in buona parte della Germania, non comportano affatto la scomparsa delle categorie più tradizionali; si verifica invece una crescente differenziazione, in virtù della quale l'affermarsi di nuove figure non avviene sempre e comunque a detrimento di altre. Dunque, a fine Ottocento, la società di questi Paesi si presenta molto più variegata e frammentata rispetto a un secolo prima, e appare comunque plasmata dalle differenti borghesie.

Nella fascia geografica delimitata dalle Alpi e dal bacino del Mediterraneo a occidente, dal Volga e dagli Urali a oriente, le dinamiche del cambiamento si innescano con ritmi e modalità differenti rispetto alla Gran Bretagna, alla Germania e alla Francia. In Italia, in Russia e in Austria-Ungheria, infatti, fino all'ultimo quarto del secolo l'ammodernamento del settore agricolo non è altrettanto intenso, né l'applicazione della tecnica alle imprese così rapida o lo sviluppo delle attività terziarie ugualmente deciso.
Nelle campagne, ben oltre la metà del XIX secolo, prevale la figura del grande proprietario aristocratico che pur non conducendo direttamente i propri fondi ne percepisce i redditi; il legame tra il mondo rurale e la città più vicina mantiene i caratteri di un'osmosi governata dai circuiti tradizionali del consumo piuttosto che da nuovi fattori produttivi.
Le industrie non riescono a uscire dalla loro dimensione artigianale e, quando ciò avviene, il salto di qualità dipende dall'indispensabile sostegno statale in favore dei pionieri dell'industrializzazione. Alla figura dell'imprenditore privato si affianca dunque quella onnipresente del funzionario statale, preposto al controllo e alla destinazione degli investimenti pubblici.
In Italia, in Russia e in Austria-Ungheria, la debole presenza di una borghesia legata ai circuiti bancari e creditizi, alla finanza e alla grande distribuzione commerciale si accompagna a una limitata o inesistente tecnicizzazione delle funzioni statali. Le figure di ingegneri e architetti, ragionieri e statistici — necessarie per l'adempimento di alcune mansioni amministrative in altre aree d'Europa — qui si affermano con difficoltà e ritardo, anche perché il ruolo riservato all'istruzione tecnica dalle classi dirigenti tradizionali rimane marginale fino al tardo Ottocento; i professionisti riescono solo in misura limitata a svolgere una funzione di raccordo ideologico e di giuntura sociale tra i differenti segmenti borghesi.
Trovandosi nell'impossibilità di offrire a un mercato ancora embrionale le loro prestazioni specializzate, essi continuano a impiegarle al servizio di una pratica d'ufficio consolidata e di un impegno politico talvolta esercitato per delega; sono i rappresentanti tipici di un mondo geograficamente vasto e diversificato al proprio interno che alla vigilia della prima guerra mondiale si trova ancora sospeso tra persistenza e innovazione.

Italia

In Italia la formazione delle classi borghesi avviene, molto più che in Germania, in stretta connessione con il processo di unificazione nazionale. Già dopo il 1835, in effetti, nel settore agricolo iniziano ad affermarsi i primi proprietari imprenditori che tendono a diversificare le fonti di reddito e ad allargare l'orizzonte tradizionale alla nozione di profitto. Si tratta tuttavia di una categoria limitata al solo Lombardo-Veneto — un'entità territorialmente omogenea — e in particolare al delta padano, dove l'integrazione di fasce borghesi con una nobiltà intraprendente consente la costituzione di un'élite sociale capitalistica. Se questa si dimostra capace di integrare gli introiti agricoli con i guadagni derivanti da attività imprenditoriali, come la coltivazione del gelso e la produzione della seta, al sud la situazione è ben diversa. Di origine aristocratica o meno, gli agrari meridionali si comportano quasi tutti da autentici rentiers, godendo di un elevato tenore di vita, dovuto ai pesanti sacrifici richiesti ai contadini piuttosto che ai progressi attuati con investimenti produttivi. Mentre al nord la propensione verso uno sfruttamento intensivo delle colture aumenta notevolmente nel periodo successivo all'unificazione, devono trascorrere alcuni decenni perché anche nel Meridione si faccia strada una forte borghesia industriale e commerciale. Se all'inizio degli anni Ottanta compare un primo nucleo industriale, non più legato unicamente ai comparti tessile e cotoniero, gli imprenditori del settore meccanico in realtà non operano una rottura drastica con le antiche strutture: soprattutto nel Mezzogiorno, ma non soltanto, le unità produttive sono a carattere domestico e i loro impianti tecnologicamente in difficoltà di fronte alla concorrenza estera. È soltanto al termine del ventennio iniziato nel 1887 con il varo del protezionismo doganale e conclusosi con la crisi economica del 1907 che in settori all'avanguardia, quali la chimica, l'elettricità e i mezzi di trasporto, emerge una nuova classe imprenditoriale. Questa si muove come una ristretta élite all'interno di una società piena di contraddizioni: nelle medie e piccole borghesie degli impieghi e del commercio, delle professioni urbane e della rendita fondiaria, la nozione di "classe" si sostituisce o si sovrappone, di volta in volta, a quella di "famiglia", ma rimane comunque fondamentale il ruolo svolto dallo Stato, per la creazione di nuovi orientamenti e nuove attitudini culturali che favoriscano lo sviluppo della società.


Russia

All'indomani delle guerre napoleoniche, nonostante l'innegabile presenza di una borghesia manifatturiera, la Russia è ancora un Paese agricolo e artigianale. Il progresso economico e industriale del XVIII secolo non è accompagnato da una trasformazione sociale, poiché la moltiplicazione delle manifatture awiene grazie ai grandi proprietari terrieri che intensificano lo sfruttamento del lavoro servile. Senza dubbio la ritardata comparsa di un ceto borghese risente della mancata volontà dell'autocrazia zarista di condurre a termine una radicale riforma agraria, indispensabile per la formazione di una classe di contadini agiati e di un nuovo spirito d'iniziativa. Nel 1825 il romanziere e cronista Bestujev nota: "in qualsiasi altro luogo classe influente e rispettata, i borghesi da noi sono disprezzati, miserabili, oppressi dalle tasse e privi di mezzi di sussistenza". Benché espressa nella prima metà dell'Ottocento in riferimento ai rampolli dei mercanti arricchiti, che non hanno altra ambizione se non quella di entrare nei ranghi di un'amministrazione statale monopolizzata dalla nobiltà, l'affermazione rimane valida per molto tempo. Si deve infatti attendere ben oltre l'abolizione della servitù della gleba nel 1861, perché si affermi una classe di "contadini ricchi" e perché il secondo periodo di forte crescita industriale, tra il 1906 e il 1914, porti alla ribalta un gruppo ristretto ma importante di imprenditori. L'erosione degli antichi valori terrieri agisce lentamente, ma finisce per incidere sulla società russa, anche se è difficile indicare la qualità della stratificazione sociale. Secondo un censimento del 1897 — il più attendibile tra quelli ufficiali dal punto di vista giuridico — le caste in cui è ancora divisa la Russia sono così ripartite: 1,22 milioni di nobili ereditari, 600 mila nobili di prima generazione, 342 mila ecclesiastici, 342 mila "cittadini onorari", 281 mila mercanti, 13,4 milioni di meshchanin, 96,8 milioni di contadini. I criteri di appartenenza a ciascuna di queste categorie sono molto labili: l'antica aristocrazia comprende non solo i proprietari fondiari, ma anche i ranghi superiori dell'esercito e dell'impiego statale, nonché buona parte delle professioni liberali; vi è poi un'enorme distanza, soprattutto di reddito, tra il ricco commerciante e l'esponente delle corporazioni più povere; quanto ai meshchanin, essi accomunano il piccolo negoziante, l'industriale e la maggioranza della classe operaia. Di fronte a uno Stato onnipresente la società civile inizia comunque a articolarsi seguendo dinamiche proprie che non rispondono più alle suddivisioni tradizionali e consolidate.

Austria-Ungheria

In Austria-Ungheria all'abolizione della servitù della gleba, decretata alla fine del Settecento, non si accompagna quella delle corvée prestate dai contadini. La nobiltà continua a essere la classe dirigente per tutto il secolo successivo, inquadrando nelle strutture della grande proprietà la popolazione rurale e imponendo agli abitanti dei centri urbani in forte crescita il proprio stile di vita e i propri valori sociali. A metà dell'Ottocento, tuttavia, lo scenario sociale non è completamente immobile: in Moravia e nella Bassa Austria la tendenza dei contadini ad affittare lavoratori agricoli che svolgano per loro conto le mansioni stabilite nella corvée sembra diventare generalizzata; nei villaggi boemi lo scarto sociale tra contadini ricchi e salariati senza terra aumenta, soprattutto in virtù dell'intraprendenza commerciale dei primi; mentre nella Slesia, nella pianura ungherese e nella stessa Boemia il livello medio della produttività agricola viene decisamente incrementato grazie all'adozione dell'agricoltura scientifica da parte di alcuni esponenti dell'aristocrazia. Il fatto che gli ambienti nobiliari sviluppino un atteggiamento mentale favorevole al progresso economico e investano nell'industria già nella prima metà dell'Ottocento finisce per ostacolare l'affermarsi di borghesie imprenditoriali, le sole a cui sia consentito svilupparsi liberamente. La carriera negli alti gradi dell'amministrazione asburgica rimane, infatti, come in Russia, quasi del tutto preclusa alle aspirazioni dei gruppi in ascesa; del resto, il sistema economico continua ad accusare i vincoli e le divisioni interne inerenti all'ordinamento politico anche quando, dopo il 1870, la rivoluzione industriale inizia a trasformare visibilmente il tessuto sociale. Anche allora l'impero soffre per alcuni anni della mancanza di grandi circuiti bancari e della debolezza delle società per azioni, mentre l'aristocrazia del merito — banchieri come Rothschild, industriali come Liebig e Leitenberger — stenta a ottenere lo stesso prestigio sociale della nobiltà di sangue e non riesce a sostituirla come classe dirigente. Alla vigilia della prima guerra mondiale l'Austria-Ungheria rimane un Paese gerarchizzato, ma segnato in varie zone dall'avanzare di un'industrializzazione che contribuisce a mettere in crisi un ordine sociale superato, ormai incapace di creare consenso attorno alla duplice monarchia.



NOTES




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