Iper-realismo
Tendenza
pittorica comparsa negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60 di questo secolo,
essenzialmente in California e a New York, con essa si ricuperavano gli
strumenti essenziali della pittura (tele e pennelli) messi in crisi
dall’avanguardia contemporanea (Arte concettuale, Land Art, Arte povera, Body
Art) e una rappresentazione profondamente realistica della natura. Di facile
comprensione, non tardò ad avere grande successo e a suscitare emuli europei. Le
vennero dedicate numerose manifestazioni, da cui derivò un rinato interesse per
tutte le forme d’arte realistiche. L’i, basandosi sulle immagini fotografiche,
appare a prima vista, e semplicisticamente, una corrente il cui scopo è di
riprodurre la realtà con precisione e oggettività.
Il realismo appartiene alla tradizione della pittura americana. Già all’inizio
del secolo l’Ash-Can School praticava una pittura populista realistica, e negli
anni ’20 i «precisionisti» (Schamberg, Demuth, Sheeler) si erano dedicati a
rappresentare il nuovo contesto sociale, caratterizzato dal diffondersi
dell’industria, ricorrendo progressivamente alla fotografia come punto di
partenza del proprio lavoro. Tale intento di produrre opere realistiche,
riflesso di un’autentica identità, si accentuò con la «grande depressione», che
rafforzò il sentimento nazionale (pittori dell’American Scene: Hopper, Benton,
Artisti regionalisti).
Iscrivendosi in questa linea del realismo sociale e nazionale, e riprendendo in
parte la lezione della Pop’Art, l’i tenterà di cogliere la banalità quotidiana,
insieme poetica e triviale. Ampliando il campo iconografico proposto dalla
Pop’Art, l’i in teoria non privilegia alcun tema specifico. Di fatto ogni
artista delimitò poi la sua personale tematica, rispondendo cosí ad esigenze
commerciali e alla necessità di crearsi un’immagine di stampo facilmente
identificabile. Chuck Close si specializzò nel ritratto (Richard, 1969: Parigi,
mnam, cap. Ludwig), Robert Bechtle (Dattiers, 1970-71: Aquisgrana, Neue Gal.,
coll. Ludwig) e Ralph Goings (Caravane Airstream, 1970: ivi) nei veicoli a
motore, Richard MacLean nei cavalieri (Mexican Sunset with Straitshooter, 1969:
Parigi, coll. Boussenot), Robert Cottingham nelle insegne luminose (Art, 1971:
New York, coll. Karp), mentre Richard Estes dipinse vedute
urbane (Broadway: Parigi, mnam, coll. Ludwig). Don Eddy rappresentò carrozzerie
di automobili (Senza titolo, 1971: conservato a Saint-Etienne) e David Parrish
dettagli di motociclette; John Salt mostrò relitti di automobili (Veicolo fermo
con interno in gommapiuma gialla, 1970). Citiamo pure Malcom Morley, che tenta
un’esplorazione meno sistematica di eventi sociali (Campo di corse, 1970:
Aquisgrana, Neue Gal., coll. Ludwig). In Francia, Hucleux produce Cimiteri (Parigi,
mnam), uno dei suoi principali temi, e Schlosser dipinge corpi umani in
primissimo piano. La precisione, la clinica freddezza nel minimo dettaglio,
l’assenza di qualsiasi contenuto emotivo, lo sguardo distaccato, i colori
levigati e crudi, la quasi totale assenza di materia, un certo feticismo
dell’oggetto sono le caratteristiche dell’i; il gioco poggia tutto sulla copia
illusionistica della neutralità e della fedeltà della visione fotografica.
Nessuno di questi artisti riproduce integralmente una fotografia: essa è
soltanto il punto di partenza di un lavoro lungo e minuzioso. Parrish dipinge
direttamente a pennello su una diapositiva proiettata su tela, accentuando
alcuni particolari della composizione. Close ingrandisce a tal punto dei
ritratti fotografici che la distorsione dovuta alla ripresa fa letteralmente
penetrare lo spettatore nel soggetto rappresentato. Morley quadretta la tela e
dipinge in seguito un quadratino dopo l’altro, sforzandosi di conservare la
maggior distanza possibile rispetto all’immagine che traspone. MacLean lavora su
documenti proiettati con un episcopio. Soltanto Hucleux utilizza diapositive,
direttamente, senza ritoccare la proiezione. L’i, visione formalista piú che
analitica, tende a dimostrare, a forza di virtuosismo, che la pittura può creare
l’illusione della verosimiglianza con l’esattezza del linguaggio fotografico.