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L'autobiografia come educazione e terapia
In anni recenti il genere autobiografico (in quanto espressione scritta
del racconto di sé, introspettivo o retrospettivo) è stato riscoperto nel
suo duplice valore autoeducativo e terapeutico. Infatti l'atto di scrivere,
che già di per sé richiede attenzione, applicazione e tenacia, quando è
rivolto a narrare la propria vita, da un lato è fonte di nuova conoscenza
e apprendimento, dall'altro offre soddisfazione e benessere, purché si
riesca a esprimere pienamente anche quanto costituisce motivo di tensione
e sofferenza. La letteratura offre celebri esempi di autori che, con
grande suggestione narrativa, hanno esposto – e non solo in pagine
autobiografiche –l'intima necessità di ricorrere alla scrittura nei
momenti di crisi e sconforto. I diari e altri testi di V. Woolf, M. Leiris,
C. Pavese, M. Yourcenar, attestano inequivocabilmente che la scrittura di
sé è una «letteratura dell'io», la cui valenza esula da esigenze
artistiche o editoriali. Allo stesso modo, i loro «quaderni» documentano
le fasi critiche del vissuto (iniziazione giovanile, incontri con figure
magistrali, meditazioni sulla vita e la morte), configurando
inevitabilmente ogni a. come "una storia di formazione» e una
testimonianza metacognitiva, la cui redazione impone e sollecita
un'analisi esistenziale dagli inequivocabili echi filosofici.
Tale consapevolezza apparteneva già ad autori dell'età classica, medievale
e moderna: Ovidio, Seneca, Marco Aurelio, S. Agostino, Abelardo, M. de
Montaigne, B. Pascal, Cartesio, J.-J. Rousseau, così come alla folta
schiera di romanzieri e filosofi romantici ed esistenzialisti o alla
cosiddetta letteratura concentrazionaria e dissidente (P. Levi, A. Frank,
A. Solienicyn). E accomuna anche la folla dei «dilettanti» di ogni tempo,
il cui ricorso alla scrittura è suggerito o reso impellente da circostanze
drammatiche: la preclusione di ogni libertà civile, la segregazione
razziale, lo stato di parziale o totale infermità ed esclusione: fisica,
politica o sociale. Durante o dopo tali circostanze disumanizzanti, la
scrittura della propria difficile quotidianità ha restituito dignità e
spirito di ribellione a chi vi ha fatto ricorso con l'intento di
testimoniare, educare, denunciare, ma anche di sopravvivere mentalmente ed
esercitare un dominio intellettuale su pene, vessazioni e violenze. Questi
scritti autobiografico-memorialistici sono giustamente definiti «resistenziali».
Quando, in particolare, l'a. assume un significato pedagogico, il potere
della scrittura che la pervade e la giustifica (indagato da autori
contemporanei come R. Barthes, E. Canetti, J. Derrida, E. Hillesum, P.
Ricoeur e molti altri) è rappresentato da un lavoro critico, condotto in
profondità. L'analisi introspettiva si realizza sia nella ricostruzione
genealogica e cronologica dei fatti sia nella narrazione meno attenta alla
concezione orizzontale del tempo – alla sequenzialità – e invece tesa,
verticalmente, a sondare le tematiche salienti e apicali di un'esistenza.
È in tali casi che lo scrivente sigla con se stesso un patto
autobiografico che lo induce alla sincerità, all'impudicizia, nel
tentativo di ricercare una propria verità, e trae dall'analisi delle
proprie azioni e dei propri vissuti emotivi più di una ragione per
riesaminarsi retrospettivamente, e perfino per mutare stile di vita e
atteggiamenti in relazione a quanto intrapreso e conseguito. Considerata
dunque come vero e proprio specchio di un procedimento mentale di natura
coscienziale, l'a. – pur continuando a fomire allo storico e allo studioso
di forme letterarie un'importante testimonianza – è sempre più valorizzata
come metodologia di natura formativa, specie in ambiti quali l'educazione
in età adulta e lo sviluppo del pensiero meditativo. Nelle scuole, per
esempio, si consiglia di adottare didattiche appropriate, volte a
trasmettere una sensibilità per il «racconto di sé», attraverso
l'incoraggiamento a scrivere lettere, diari, brani attinenti la vita
emotiva, anche al fine di educare alla conservazione della memoria propria
e altrui. Sempre più spesso, si affiancano alle modalità tradizionali (carta
e penna), le tecnologie informatiche che favoriscono le scritture
interattive ed epistolari (e-mail, blog, chat).
Quando invece la scrittura autobiografica ha un fine terapeutico – o, per
meglio dire, di cura di sé (M. Foucault) – si incarica di corrispondere a
una «missione» di tipo ora catartico-liberatorio ora lenitivo e
consolatorio, che può offrire un ausilio efficace e parallelo al
trattamento medico e psicoterapeutico in senso proprio. Lo «sfogo
narrativo», che corrisponda a un urlo di dolore o a una richiesta d'aiuto,
dà pur sempre luogo all'insorgere di libere associazioni, alla
ricostruzione dei nuclei problematici all'origine del malessere psichico,
alla riscoperta di ricordi e di traumi rimossi, svolgendo in tal modo un
ruolo sia sintomatologico, sia trattamentale e riparativo (S.
Freud). L'opera terapeutica, o di consulenza autobiografica, consiste
pertanto nel condurre la persona in disagio esistenziale verso una
maggiore disponibilità ad accettare ed elaborare le ragioni della sua
sofferenza, le cui radici più profonde non riescono sempre ad affiorare
tramite la semplice terapia della parola. Quando la terapia asseconda i
desideri di scrittura del paziente, vengono analizzate le trascrizioni
oniriche con l'appoggio di esperti in consulenza autobiografica che
incentivano l'ausilio aggiuntivo delle scritture autoanalitiche.
La scrittura della propria storia è una pratica in via di diffusione,
capace di integrare il momento autoformativo e quello terapeutico, purché
sia agita in piena libertà individuale; non tollera alcuna imposizione, ma
solo lo stimolo a intraprenderne l'adozione. Il gesto spontaneo dello
scrivere di sé stimola le risorse intellettuali e l'affettività, repressa
o sopita, e suscita e mette alla prova processi cerebrali di carattere
immaginativo, creativo e autoriflessivo che inducono consapevolezza del
proprio essere al mondo, sia nella ineluttabile sofferenza (che viene cosi
controllata) sia nei momenti di soddisfazione, come aumento dell'autostima.
La rivalutazione, da parte degli studi pedagogici e psicoterapeutici, del
soggetto umano nella sua unicità, relatività e irriducibilità, è alla base
della recente attenzione dedicata all'a. terapeutica: lo scrivente infatti
è assoluto protagonista dell'esperienza di apprendimento, nonché narratore
e unico autore legittimato a render conto della propria vita. Le
metodologie autobiografiche, nelle loro implicazioni filosofiche,
pedagogiche e psicologiche, sono ormai materia d'insegnamento per la
professionalizzazione di insegnanti, educatoti e psicoterapeuti in
numerose università straniere e italiane (non solo a indirizzo umanistico).
Nel 1998, ad Anghiari (Arezzo), è stata fondata la Libera Università
dell'Autobiografia (www.lua.it).
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