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Le storie inventate
"Nonna, mi racconti una storia?". Il bambino non fa differenza tra favola
e storia. Quando crescerà, gli insegneranno che altro è inventare intrecci,
altro ricostruire fatti, che l'uno è il mestiere dello scrittore, l'altro
dello storico. Ma anche lo storico scrive: e se le res gestae sono i fatti,
l'historia rerum gestarum è il racconto dei fatti, cercati e ordinati. La
distinzione tra lo storico e lo scrittore è cominciata nell'antichità, ma
solo in tempi recenti - con la specializzazione - è divenuta netta.
Protetta da una Musa, la storiografia fu a lungo vista come opus oratorium
(cosa bella, cioè, e funzionale alla propaganda); oggi, invece,
l'etichetta «storia romanzata» (non certo complimentosa per l'opera di uno
storico di professione), si applica a molti best seller divulgativi.
Infanzia della modernità, il medioevo mescola nella leggenda (la cosa da
leggersi) l'accaduto e il favoloso, manifestazioni della stessa unica
Verità: celebrando con le sue «storie» le mirabilia mundi, ne trae
edificanti exempla.
Antenate del romanzo storico, le canzoni di gesta trasformano, in tutta
Europa, incerti fatti di cronaca in epos avventuroso: una modesta
imboscata a Roncisvalle si sublima nell'eroico martirio di Orlando, nelle
beghe feudali della Spagna emerge intrepida la figura del Cid Campeador,
una scorreria contro i predoni della steppa si sublima nel cantare delle
schiere di Igor. Nel poema cavalleresco, o romanzo in versi, la
commistione tra storia e fantasia è sancita dal convergere della materia
di Francia, con la sua guerra santa, e di quella materia di Bretagna,
tutta amori e magie; nell'Orlando innamorato del Boiardo e ancor più nel
Furioso dell'Ariosto i «cavalieri antiqui» perdono ogni verosimiglianza
storica, divenendo gli archetipi del teatro dei pupi.
Con il progetto pedagogico-realistico della Controriforma, il poema
cambia: Tasso sposta l'attenzione dal passato remoto e leggendario dei
paladini al passato prossimo e documentato della prima crociata, resa
attuale dal nuovo scontro con l'Islam: la Gerusalemme liberata celebra,
con la conquista del Santo Sepolcro, anche il trionfo di Lepanto.
Scusandosi di «intesser fregi al vero» per addolcire il suo poema-medicina,
Tasso pone il diemma verità-finzione, un nodo che toccherà a Manzoni
sciogliere. Prima di arrivare a Manzoni, il romanzo aveva imboccato da
tempo la via della prosa e dell'invenzione: aveva narrato amori pastorali,
toccato temi fantastici ed esotici, si era mescolato con il saggio e il
pamphlet filosofico, aveva scandagliato il costume della società
contemporanea, percorso, con pathos o galanteria, avventure e disavventure
sentimentali spacciate magari per «vere istorie»; ma il tuffo nella storia
l'aveva fatto con W. Scott, vero e geniale inventore del romanzo storico.
Ma quanta diversità tra lo Scozzese e il Lombardo! Ai risaontri
documentari, Scott preferisce le suggestioni del folklore e le
rievocazioni immaginose: in Ivanhoe (1820), l'inimicizia tra Sassoni e
Normanni, arbitrariamente protratta fino al tempo della prima crociata, fa
da sfondo al contrastato amore tra il nobile Ivanhoe e lady Rowena e
s'intreccia con la reinventata lotta tra il principe Giovanni e Riccardo
cuor di Leone, spalleggiato da Robin Hood, il leggendario eroe di un canto
popolare cui lo scrittore dà consistenza reale. Baci appassionati e fieri
duelli, nei Promessi sposi, proprio non ce ne sono (semmai, soldati che «insegnano
la modestia alle fanciulle», e un nobile arrogante infilzato sul
marciapiede
per questioni di precedenza).
Vero storico, e quasi precursore della École
des Annales, Manzoni ricostruisce la vita quotidiana su cronache e
documenti, e inventa la storia di Renzo e Lucia non per scostarsi dal vero,
ma per integrare i silenzi della storiografia tradizionale, attenta ai «nobili
e qualificati personaggi» ma disinteressata alla sorte delle «genti
meccaniche e di piccol affare». Parlando poi di prepotenze straniere, di
malgoverno, di politica economica e militare, Manzoni trasforma il suo
romanzo storico in un romanzo d'idee, secondo una linea cattolico-liberale
che impone anche l'ardua costruzione di una lingua nuova, nazionale e
popolare.
Neo-guelfi o neo-ghibellini, gli autori del
primo Ottocento (Guerrazzi,
D'Azeglio, Grossi, Cantù, Rosini ecc.) compongono romanzi lontani dallo
spirito manzoniano: la storia è solo la scena pittoresca dove «qualificati
personaggi» - re Manfredi, i Visconti, il Valentino, magari la monaca di
Monza - vivono vicende inventate, fra intrighi di corte, vendette
familiari, agnizioni e soprattutto amori travagliati, con vergini rapite
debitamente insidiate; la politica vi è semplificata in prospettiva
risorgimentale: quanto dolore, nelle lotte intestine fra italiani! Che
bella batosta hanno inflitto i cavalieri italiani ai presuntuosi francesi,
nel memorabile match di Barletta! Manzoni, nel saggio sul Romanzo storico
(1845), nega la validità delle opere miste di storia e d'invenzione, non
intendendo certo rinnegare il suo capolavoro, liquida un genere che
prefigura gli aspetti peggiori della narrativa d'appendice e delle
telenovelas dei nostri giorni.
In effetti, se la stagione per eccellenza del romanzo storico si chiude
con il primo Ottocento, il gusto per le narrazioni ambientate nel passato
e aperte alle grandi pagine della storia non è venuto mai meno, da Guerra
e pace di L. Tolstoj a Mario l'epicureo di W. Pater, da Quo vadis? di H.
Sienkiewicz al Nome della rosa di U. Eco e via via fino a I pilastri della
Terra di K. Follett e alla saga egiziana dei romanzi di Ch. Jacq.
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