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Non desiderare la donna d'altri: mai comandamento fu meno rispettato di questo, sopratutto dai poeti. Tutti gli articoli. 
 
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A pranzo con Ulisse

Nell'Odissea ricorrono spesso formule come «dopo che si furono tolti la voglia di mangiare e bere». Omero, che pare condividere il piacere dei suoi personaggi, sa benissimo che il nutrimento è indispensabile alla soprawivenza, fin dal rapporto madre-figlio. Ma sa anche che il cibo ha molte altre funzioni, e che può anch'esso diventare segno, linguaggio e comunicazione. Dunque nel poema, così come nelle nostre esistenze, il nutrimento compare in innumerevoli vesti e con varie funzioni. In questo gran tour di mari e isole, non sorprende che Omero presti particolare attenzione alle provviste per il viaggio: quando sta per imbarcarsi alla ricerca del padre, Telemaco chiede alla nutrice Euriclea dodici anfore di vino dolce e venti misure di farina di frumento (anche Calipso caricherà la zattera di Ulisse con «un otre di nero vino, e un altro di acqua (...) e dentro vi metteva per lui cibi cotti, gustosi, in abbondanza»): quando invece Telemaco parte da Pilo per Sparta, la dispensiera di Nestore gli mette sul carro «pane e vino e pietanze, come son soliti mangiarne i re». Tuttavia i personaggi omerici non disdegnano gli avanzi: quando lo stesso Telemaco incontra il padre, il porcaro Eumeo festeggia offrendo quel che resta della cena della sera precedente.
L'Odissea è anche assai attenta alla produzione del cibo. Vi troviamo agricoltori, pastori e cacciatori: c'è lo splendido orto dei Feaci, dove assai ben curati fioriscono e fruttificano senza sosta «peri e melograni e meli... e fichi dolci e ulivi rigogliosi... una vigna dai molti frutti... aiuole d'erbaggi d'ogni sorta»; sono pastori lo stesso Ulisse ma anche i Ciclopi: nell'antro di Polifemo «i graticci eran carichi di formaggi, gli stabbi eran pieni di agnelli e capretti... in un recinto i primaticci, in un altro i mezzani, in un altro ancora i più teneri. Traboccavano di siero tutti i vasi, secchie e conche, lavorate con arte».
Il cibo ha anche una importante funzione sociale, testimoniata dai numerosi banchetti che punteggiano il poema, a cominciare dalle gozzoviglie dei Proci nella reggia di Itaca: «vino e acqua... carni in abbondanza... pane», cui seguono immancabili «gli ornamenti del banchetto», owero il canto, la danza, i giochi e le gare. Del resto nutrire i viaggiatori è il primo sacro dovere dell'ospite e dunque i banchetti sono assai numerosi in questo gran libro di viaggi, dove ricorre spesso la formula «dopo che si furono tolta la voglia di mangiare e bere».
L'equa divisione del cibo (come quella del bottino e delle prede) lega il nutrimento all'idea di giustizia e alla sfera del sacro: una parte deve infatti essere destinata agli dei. Nell'Odissea – spesso a inaugurare i banchetti – ricorrono i sacrifici e i rituali, secondo regole precise che richiedono determinati cibi o bevande cosce di tori (in sacrificio a Posidone), grani d'orzo (quando si invoca Atena), giovenche (in onore a Zeus). Circe istruirà Ulisse sul rito necessario per accedere all'Ade: dovrà offrire «una libagione a tutti i morti: prima una bevanda di latte e miele, poi il dolce vino, e poi ancora acqua», poi dovrà «sacrificare loro un montone e una pecora nera». Non mancano i tabù alimentari: spinti dalla fame, i compagni di viaggio di Ulisse si nutriranno delle giovenche sacre al Sole e andranno dunque incontro a un orribile destino.
Ora sacri ora proibiti, cibi e bevande possono avere poteri magici: a Sparta la bella e pericolosa Elena, che conosce «erbe medicinali, molte buone e molte velenose», mette «una droga nel vino... che calma il dolore e fa dimenticare tutti i mali»; i Lotofagi offrono ai marinai il «dolce frutto del loto» che dà l'oblio e toglie la voglia di tornare a casa; Circe, con le sue «droghe malefiche», trasforma gli uomini in maiali (che a quel punto mangiano «ghianda di leccio e ghianda di quercia e frutto del corniolo... i cibi consueti dei porci che si sdraiano a terra»); fortunatamente a Ulisse, per prevenire i malefici della bella maga, Ermes offre l'antidoto di un'erba «nera dalla radice, bianco come latte il fiore. Moli la chiamano gli dei». Non va naturalmente dimenticato il potere dionisiaco del vino: solo ubriacando Polifemo di un «vino dolce, purissimo» Ulisse riuscirà a sfuggire al Ciclope cannibale, che ha già ucciso e divorato alcuni dei suoi marinai (e sono cannibali anche i giganteschi Lestrigoni). Agli alimenti è anche legato il piacere: Calipso accoglie Ulisse «con amore» e gli dà «da mangiare e da bere» per «renderlo immortale e immune da vecchiezza per sempre», mentre le sue ancelle gli offrono «ambrosia e nettare». Infine, va notata la frequenza con cui cibi e bevande ricorrono nelle metafore dell'Odissea, a testimoniare un'importanza che trascende il mero bisogno di nutrirsi.
 

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