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Jacques
DERRIDA
(1930-2004)

Jacques Derrida nasce in Algeria da famiglia di
origini ebraiche. Inizialmente influenzato da Sartre, se ne distacca subito
e affronta il suo primo importante lavoro filosofico scrivendo
un'introduzione a un opera di Husserl (Introduzione a "L'origine della
geometria" di Husserl).
Nel 1966, con la conferenza dal titolo La struttura, il segno e il gioco nel
discorso delle scienze umane, Derrida inaugura un nuovo atteggiamento
filosofico che chiama "decostruzionismo", atteggiamento volto ad operare una
decostruzione della tradizione filosofica occidentale in nome di una libera
intepretazione dei significati prodotti dalle diverse costruzioni
metafisiche.
Oltre ad essere il principale ispiratore del "College International de
Philosophie" di Parigi e direttore dell"Ecole des Hautes Etudes", insegnerà
anche in diverse università statunitensi, e in nordamerica il
decostruzionismo troverà terreno fertile soprattutto nel campo della critica
letteraria.
Derrida sarà dunque una figura il certo modo controversa all'interno della
tradizione filosofica, quella stessa tradizione che il suo lavoro intende
distruggere. Se nel corso della storia i diversi impianti filosofici sono
caratterizzati dall'intenzione di edificare strutture di pensiero coerenti
dato un certo presupposto razionale, il compito della filosofia in epoca
postmomderna è quello di andare al di là di questa tendenza all'immutabile e
alla verità definitiva. La filosofia è dunque viaggio mai concluso, ogni
filosofia che si definisce in possesso della certezza rifiuta l'evidenza
originaria della mutabilità.
Opere principali: Della grammatologia (1967); La scrittura e la differenza
(1967); La voce e il fenomeno (1967); Margini della filosofia (1972);
Sopra-vivere (1979); La cartolina postale (1980); Dello spirito (1987);
Psyché (1987); Limited Inc. (1990), La mano di Heidegger (1991), Oggi
l'Europa (1991), Sproni: gli stili di Nietzsche (1991), Retorica della
droga: intervista (1993), Ritorno da Mosca (1993), Spettri di Marx: stato
del debito, lavoro del lutto e nuova Internazionale (1994), Memorie per Paul
de Man. Saggio sull'autobiografia (1995), Politiche dell'amicizia (1995), La
religione: annuario filosofico europeo (1995), Donare il tempo: la moneta
falsa (1996).
1. Il senso della decostruzione
L'atteggiamento decostruzionista non intende
fondare verità stabili mediante procedimenti deduttivi (come le metafisiche)
o analizzare enunciati e preposizioni per giudicarne la verità (come il
neopositivismo), la decostruzione mira invece a mettere in risalto i
significati sottesi del testo filosofico che si insidiano nel non detto,
negli spazi vuoti dell'argomento, in modo da operare uno smantellamento
delle tradizionali categorie filosofiche.
Il decostruzionismo non è una dottrina filosofica
nel senso tradizionale del termine (si pone infatti oltre la tradizione), è
più che altro un modo di avvicinare il testo filosofico e rovesciarne il
senso, negandone la pretesa di verità attraverso la decostruzione
dell'impianto dimostrativo. Se a prima vista questo atteggiamento sembra
avere un solo intento distruttivo, tale processo produce invece nuovi
significati, quei significati che si nascondono nel non ancora detto, e che
vanno ad arricchire del tutto inaspettatamente il significato del discorso
originario.
Il procedimento della decostruzione si presenta in
effetti come una tecnica letteraria prima che filosofica, come un
procedimento creativo di demitizzazione e di libera speculazione. Nelle
intenzioni di Derrida, grazie all'uso della decostruzione, il testo si apre
in un certo modo al futuro, a ciò che la filosofia approderà. Decostruire un
testo permette infatti di “agitarne” in qualche modo il contenuto: è da
questa agitazione che è possibile far uscire quella parte di senso che era
rimasta chiusa nell' “inconscio del testo” e che indicherà in qualche modo
la strada del possibile e del non ancora attuato.
2. Postmoderno, "mitologia bianca"
La decostruzione produce un pensiero filosofico
fedele alle visioni del pensiero postmoderno: qualsiasi significato
definitivo non rispecchia appieno la realtà, per cui è significativo solo il
lasciato in sospeso, il non detto, il suggerito, il concetto in movimento:
ogni concetto, nel postmoderno, non si fonda come eterno, ma si rende
disponibile all'imprevedibile. Se così non fosse, il concetto immutabile non
potrebbe essere fedele all'aspetto più originario e autentico della realtà:
il divenire, il mutare.
Il concetto di postmodernità rappresenta una
critica all'intera tradizione metafisica occidentale. Derrida parla della
metafisica occidentale in termini di “mitologia bianca”: il pensiero
occidentale si fonda come il pensiero degli uomini bianchi che pretendono di
universalizzare il loro peculiare modo di filosofare. In realtà, secondo
Derrida, questa intenzione è un arbitrio. Il pensiero occidentale, e con lui
l'enorme mole di testi legati indissolubilmente alla tradizione che
esprimono, è come un grande organismo pesante e inelastico, legato ai propri
preconcetti, che non è in grado di esprimere la realtà attuale postmoderna,
caratterizzata dalla velocità del mutamento e dalla molteplicità dei punti
di vista.
L'immutabilità come concetto negativo fonda le sue
basi su queste considerazioni: ogni forma immutabile e definitiva di
conoscenza pretende di vincolare a sé il cambiamento che si riscontra invece
nelle diverse fasi storiche del mondo. Le stesse ideologie che si fondano su
evidenze metafisiche e religiose immutabili sono le principali responsabili
dei conflitti che si presentano nel corso della storia. In nome
dell'immutabilità delle sue posizioni, per esempio, la Chiesa impedì a
Galileo di divulgare le sue tesi, e molti altri delitti contro l'uomo sono
stati commessi in nome dell'immutabilità pretesa dalle diverse tradizioni
religiose, politiche e di pensiero.
La realtà moderna e contemporanea mostra invece
come lo sviluppo tecnologico si fondi sulla piena adesione al mutamento:
solo essendo elastica e adattabile al mutare della natura la scienza
riuscirà a garantire, oggi come in futuro, la reale capacità di dominare gli
eventi, e la filosofia deve in qualche modo prendere la forma della scienza,
ovvero assumere i caratteri di mutabilità tipici del sapere sempre aperto a
nuove possibilità.
Dall'evidenza dello sviluppo tecnologico e sociale,
il pensiero postmoderno può dedurre che il progresso non si fonda
sull'immutabilità dei concetti (i quali hanno impedito per troppo tempo, in
passato, la possibilità di un qualsiasi sviluppo), ma si fonda invece sulla
capacità di superare e travalicare continuamente l'immutabilità in nome di
un'adesione piena al divenire, al mutamento, il quale rappresenta la
struttura più autentica della realtà. Con questo viene affermato che, se la
struttura autentica della realtà è il mutamento, ogni sapere stabile e
definitivo che vuole presentarsi come comprensione definitiva della realtà
non rappresenta la realtà.
Aldilà di quanto è stato detto occorre comunque
aggiungere che Derrida non "si nasconde" dietro la categoria postmoderna: è
proprio del suo atteggiamento filosofico quello di rifiutare qualsiasi
denotazione definitiva, invitando a non lasciarsi ingabbiare dai vari "post,
neo e altri ismi" che intendono stabilire categorie che il decostruzionismo
può senz'altro decostruire a sua volta.
3. Il metodo della libertà di metodo
Benché tutto quello detto fin qui presenti il
pensiero di Derrida come una specie di contenitore caotico, sono comunque
rilevabili “le pareti” di questo contenitore, le linee generali di un
“metodo” che regge il gioco della decostruzione, il metodo della libertà.
Secondo Derrida è ora possibile, ponendosi al
termine della tradizione occidentale, giocare con la tradizione filosofica e
il linguaggio che esprime, è ora possibile lasciarsi trasportare dalla
deriva del significante, ovvero seguire l'infinito e imprevedibile arbitrio
concettuale della parola nell'assoluta assenza di regole e di leggi logiche
immutabili che pretendano di circoscrivere e ingabbiare rigidamente la
creatività di interpretazione.
Se la filosofia del passato edificava una struttura
che doveva corrispondere in ogni sua parte alla legge guida di tale
struttura, il decostruzionismo apre la possibilità concreta di non dover
dipendere da alcun vincolo strutturale nella formulazione delle idee e dei
concetti, i quali possono trarre spunto da un aforisma, da una frase, da un
brano tratto da un testo filosofico e mettere in evidenza, libero da ogni
dovere verso la logica della struttura, i significati che tale frammento
filosofico esprime alla luce del nuovo senso in cui viene “immerso”. Tutto
ciò esprime una sorta di “anarchia metodologica” che però gioca all'interno
della tradizione filosofica e attorno alle possibilità sempre aperta del
linguaggio, il quale non si fonda come immutabile, ma come specchio delle
diverse realtà.
4. La metafora della "cartolina postale", la
storicità del senso
La metafora della “cartolina postale”, esposta da
Derrida nel libro omonimo, permette di capire il modo in cui viene concepita
l'adesione alla mutabilità e alla precarietà da parte della sua filosofia.
L'autentica filosofia, per Derrida, deve
presentarsi nei termini della “cartolina postale”: quando una cartolina
viene scritta, essa viene spedita, e il testo affidato alla cartolina
viaggia, parte per una destinazione. Possiamo dunque immaginare le peripezie
della cartolina dal momento in cui è stata imbucata, dal momento in cui è
stata raccolta nel sacco postale che poi verrà portato sul treno o
sull'aereo, e possiamo quindi immaginare i luoghi che essa percorre prima di
essere consegnata. Ma la consegna significa la fine della vita della
cartolina, il suo essere letta la svuota della sua missione. Per Derrida
l'unico modo perché la filosofia non muoia nello svuotamento della sua
missione è rimanere sospesa nella regione del non definitivamente detto,
similmente alla cartolina che deve rimanere in viaggio, come se non fosse
mai consegnata.
L'autentico filosofare, dunque, è quel filosofare
che non si arresta e non cede alla sicurezza delle teorie immutabili, ma
continua il suo viaggio, non definisce alcuna realtà stabile, poiché
chiudersi entro la sicurezza di una spiegazione stabile della realtà
andrebbe contro l'evidenza del carattere storico e mutevole della realtà
stessa, per cui essa non può in alcun modo prestarsi ad un senso definitivo.
La filosofia è dunque il luogo entro il quale tutto
rimane sospeso nel viaggio: i concetti, le idee, il senso che di volta in
volta la filosofia elabora attorno a un particolare problema, non possono
aver alcuna soluzione definitiva, la filosofia si limita a fluire nella
deriva dei molti significati che tutte le cose assumono entro la mutabilità
che le caratterizza da sempre.
Quando si parla di storicità, si intende dunque che
ogni senso attribuito alle cose risente della tradizione propria di
un'epoca, per cui il senso delle cose è diverso in ragione del diverso modo
epocale di intendere il mondo e la realtà (ad esempio, diverso era il senso
delle cose nel medioevo rispetto alla modernità).
5. La "differance": l'essere, il linguaggio, la
traccia
Che cos'è l'essere per Derrida, ovvero per un
pensiero che vuole essere critica della tradizione metafisica occidentale e
che vuole trovare un modo per uscire dai confini dalla tradizione filosofica
greca? L'essere è una categoria del pensiero occidentale da sempre, ovvero
l'essere è quell'entità o concetto che permette di sorreggere in modo
stabile la mutabilità del divenire.
Derrida, affrontando questo problema, pone un
discorso linguistico. Per Derrida il linguaggio non può esprimere l'essere,
tutt'al più lo richiama, poiché tra essere e linguaggio esiste una
“differance”.
La “differance” indica come la verità contenuta
nell'essere (l'essere è verità per la tradizione occidentale) non viene
espressa pienamente e chiaramente dal linguaggio, ma il linguaggio contiene
solo tracce di questa verità, tracce dell'essere.
Similmente al discorso della “cartolina postale”,
l'essere non si mostra nel linguaggio perché il linguaggio media e nasconde
l'essere, lo richiama senza mai definirlo (in questi termini vi è una certa
analogia con Jaspers e il pensiero dell'essere come "totalmente altro"). In
una delle rappresentazioni più “empiriche” del linguaggio, ovvero il testo
scritto, l'essere si nasconde nel non detto del testo, ovvero nei vuoti tra
le parole, nei significati sottinteso ai segni, alla struttura grammaticale.
L'essere non è presenza nel testo, l'essere nel testo è solamente una
traccia, un richiamo lontano e accennato.
In questi termini il pensiero metafisico
occidentale che vuole indicare il senso stabile dell'essere non può che
fallire, poiché il linguaggio della tradizione filosofica che pretende avere
un rapporto immediato con l'essere, in realtà, secondo Derrida, ne può
conservare solamente una traccia, ed è per questo che il progetto della
tradizione filosofica di indicare definitivamente il senso dell'essere
fallisce: l'essere di cui parla il linguaggio è in realtà solo una traccia
di esso, non è l'essere stesso.
Tale "differance", tale lontananza tra essere e
segno, si esprime anche temporalmente (differire): il testo scritto viaggia
nel tempo e si consegna alla storicità, il suo contenuto immediato si perde
e ciò che giunge al lettore non è il suo contenuto, ma è solo il racconto
del suo contenuto. Il testo che vuole trasmettere un certo significato perde
questo suo significato, il testo si consegna al lettore come un nuovo testo,
il cui contenuto produce un significato diverso rispetto a quello che
intedeva trasmettere originariamente.
Dunque l'essere non è presente al testo, l'essere è
assente, come del resto lo è il suo scrittore, poiché il testo giunge al
lettore in assenza dello stesso scrittore. La "presenza dell'essere", punto
saldo della metafisica classica (ovvero la presenza di un'identità tra il
testo e il suo contenuto) è quindi negata dalla visione di Derrida, il quale
intende far cadere l'immutabilità dell'essere all'interno del linguaggio,
luogo della fluidità e della storicità, salvaguardando l'aspetto diveniente
e imprevedibile del senso.
6. Il "logocentrismo"
Perché il linguaggio scritto è così distante
dall'essere? Derrida afferma di aver trovato nell' "inconscio" della
tradizione occidentale l'evidenza di una preferenza da parte della filosofia
per la parola a scapito della scrittura, ovvero l'evidenza di un
logocentrismo (dal significato di “logos” come parola).
Questa traccia di logocentrismo si può riscontrare
già nella testimonianza di Socrate (nel Fedro), per cui egli racconta il
mito di re egiziano Thamus, il quale, di fronte all'offerta della scrittura
proposta dal dio Theut, rifiuta l'offerta considerando la parola di molto
superiore al linguaggio scritto. Si sa che Socrate non lasciò nulla di
scritto e il suo insegnamento fu trasmesso oralmente, benché la
testimonianza di Socrate ci pervenga proprio dalla monumentale opera di
scrittura di Platone.
Tale logocentrismo è quindi la convinzione
originata dalla tradizione filosofica occidentale per cui nella parola il
senso dell'essere e la verità si presentano immediati (senza alcuna
mediazione), poiché nella parola vi è la convinzione, che per Derrida
rappresenta solo un'illusione, che sia la coscienza a parlare. Nella parola
si avverte quindi più forte il “logos”, ovvero è più forte il legame della
parola con il contenuto del pensato. Nella parola l'essere è inteso come
presenza immediata.
Diversamente, questo atteggiamento svaluta il
linguaggio scritto, visto come un allontanamento dall'immediatezza con la
quale la parola esprime il pensato. Il testo scritto è infatti l'assenza
dell'essere, o quantomeno la sua lontananza, la sua traccia.
E in questo quadro che Derrida intende ridefinire
il senso della scrittura: l'essere è lontano nel linguaggio scritto,
l'essere è traccia secondo i modi della “differance”. E necessario quindi
procedere all'analisi del testo non partendo da un'ottica logocentrista, ma
analizzando la grammatica del testo concentrandosi solamente sul modello
della scrittura. La scrittura è l'assenza dell'essere, quindi il testo è
completamente autonomo da esso, il testo non riferisce dell'essere,
semplicemente lo evoca. Ecco che il testo filosofico della tradizione
occidentale, che pretende avere un legame diretto con l'essere, è in realtà
considerabile solamente entro i propri limiti, come luogo di segni e
significanti che prendono significato solo il ragione di relazioni interne
al testo.
Il logocentrismo della tradizione occidentale è poi
riscontrabile anche nella stessa caratteristica delle lingue fonetiche,
ovvero di quelle lingue i cui segni alfabetici sono la traduzione
convenzionale di suoni. Nelle lingue occidentali fonetiche, infatti, il
segno alfabetico rimanda al suono della parola, come a ribadire la
centralità della parola a scapito di qualsiasi altra sorgente di
significati. Sarà dunque nella tradizione orientale ideografica che si potrà
riscontrare una diversità fondamentale rispetto al logocentrismo tipico
dell'occidente. Le lingue orientali ideografiche, infatti, non sono
caratterizzate dalla centralità della parola (fonocentrismo=logocentrismo),
ma dalla centralità dell'immagine. Nelle lingue ideografiche la centralità è
dell'idea, ovvero tali linguaggi fondano la loro struttura di riferimento
semantico sull'immagine delle idee che riflettono la coscienza del mondo.
7. Residui platonici nel rapporto tra
significante e significato
Si pensi al fondamento del pensiero platonico: vi è
una differenza evidente fra l'essere che non muta di origine parmenidea
(constatazione razionale) e l'ente che muta nella realtà (constatazione
empirica). Per superare questo scoglio, Platone commette il noto
"Parricidio".
Dal Parricidio commesso deriverà la divisione della
struttura del Tutto in due parti: un mondo eterno, in cui ogni idea che
viene percepita nella realtà non muta ed è incorruttibile, e un mondo
fisico, diveniente, corruttibile, dove ogni cosa muta, cambia, nasce dal
nulla e si distrugge.
Questa struttura, per Derrida, si riscontra anche
nel rapporto che si crea tra significante e significato (ovvero tra segno e
senso attribuito al segno). La parola scritta è immutabile, il senso
attribuibile alla parola è invece mutabile. A questo punto si avverte come
il significante (il segno) indichi chiaramente l'immutabile, mentre il
significato (il senso) muta in continuazione, poiché il segno è colto dal
sensibile (dall'occhio, dal tatto, dall'udito), mentre il senso è colto
dall'intelletto.
Da questa scoperta, ovvero che nelle categorie
linguistiche si "annida" sempre e comunque una meccanica
platonico-metafisica, Derrida afferma che "l'epoca del segno è
essenzialmente teologica", ovvero afferma che esiste una "complicità"
necessaria tra la struttura linguistica che attribuisce un senso ad un segno
e l'intenzione di fondare il mondo su una base stabile di origine divina.
Derrida scrive questo: "Il segno e la divinità
hanno lo stesso luogo e tempo di nascita. L'epoca del segno è essenzialmente
teologica. Essa forse non finirà mai. La sua chiusura storica è tuttavia
assegnata". Questo passo descrive bene il filo conduttore dell'intero
pensiero di Derrida: la volontà di chiudere i conti con il passato
metafisico, l'evocazione di una possibilità di superarlo e allo stesso tempo
l'ammissione, anch'essa evocata, di un impossibilità del suo superamento. Le
risposte di Derrida rimangono ugualmente in sospeso.
8. Oltre la tradizione
L'intero discorso filosofico di Derrida è un
tentativo di trovare un via che conduca oltre la tradizione filosofica
occidentale. Benché Derrida stesso ammetta che è difficile porsi
completamente fuori dal linguaggio posto in essere dalla filosofia greca,
nel nome della storicità propria di ogni tradizione, egli cerca di smangiare
e intaccare i margini di questa tradizione, per agevolare un probabile e
possibile superamento della tradizione filosofica.
Da osservare infine che quanto è stato detto e
scritto, nello spirito del decostruzionismo è possibile di ulteriore
decostruzione, in un processo in cui i significati del testo possono
continuamente essere rovesciati, all'infinito.
Jacques Derrida "What comes before the
Question?"
In questo video il celebre filosofo francese analizza brevemente, ma con
puntualità, il fondamento della domanda (filosofico-ontologica), svolgendo
insieme una critica dell'idea di 'presenza' alla luce della sua peculiare
elaborazione del concetto di 'traccia'.

Jacques Derrida -
Le politiche dell'amicizia
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