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"E credere in
te soltanto, giurare in te soltanto, riporre in te soltanto la mia fede, la
mia forza, il mio orgoglio, tutto il mio mondo, tutto quel che sogno, e
tutto quel che spero..."
“Bisogna
fare la propria vita, come si fa un’opera d’arte” dice il padre ad Andrea
Sperelli nel “Piacere” e a questa massima basilare dell’estetismo si rifà lo
stesso autore del libro, Gabriele D’Annunzio, talché alcuni sono giunti a
considerare la vita dello scrittore pescarese la sua opera di maggior
interesse.
Ricca di eventi la sua vita effettivamente lo è a partire dalla
partecipazione alla vita mondana dell’epoca con i suoi grandi amori, come
quello con l' attrice teatrale Eleonora Duse, che creano un alone di mito
attorno alla sua figura; alla sua partecipazione alla vita politica, con il
passaggio in Parlamento dai banchi dell’estrema destra a quelli della
sinistra; alle coraggiose imprese militari come quella di Fiume e la
partecipazione alla “beffa di Buccari”.
Gabriele D’Annunzio nasce nel 1863 da una famiglia della buona borghesia
abruzzese e dal 1874 al 1881 frequenta il Collegio Cigognini di Prato. Sono
anni in cui acquisisce una robusta formazione sui classici, che studia con
grande impegno, ma in cui mostra già il suo carattere irrequieto ed
insofferente. Esordisce assai precocemente nel mondo della poesia con la
raccolta di versi “Primo vere” nel 1879. Dopo questo primo successo, si
trasferisce a Roma per frequentare la facoltà di lettere, ma presto
abbandona gli studi universitari inserendosi nella vita mondana e letteraria
della capitale ed abbandonandosi ad una frenetica vita fatta di avventure
galanti, duelli, collaborazioni giornalistiche, produzioni poetiche e
narrative. Nel 1883 soddisfa le sue ambizioni aristocratiche sposando la
duchessina Maria di Gallese. La storia con Maria di Gallese, dalla quale ha
tre figli, dura fino al 1890.
Pubblica “Canto Novo” (1882) e le novelle “Terra vergine” (1882), “Libro
delle vergini” (1884) e “San Pantaleone” (1886) che verranno in seguito
riunite nelle “Novelle della Pescara” (1902). Nel 1889 esce il suo primo
romanzo “Il piacere” in cui l’autore si identifica con il protagonista
Andrea Sperelli,intellettuale che vota la propria vita ad un ideale di
estetismo decadente fondato sul “vivere inimitabile”, sul gusto del bello e
del piacere. D’Annunzio non si esime, però, dal criticare il proprio alter
ego segnalandone la volontà debolissima, l’arrendevolezza nei confronti
degli istinti e l’inettitudine alla vita. La vita dispendiosa e mondana che
conduce a Roma lo porta ad accumulare debiti finché nel 1891 è costretto ad
abbandonare la città eterna ed a trasferirsi a Napoli.
Nel capoluogo campano vive due anni in “splendida miseria” durante i quali
collabora con il “Corriere di Napoli” ed ha una relazione con la principessa
Maria Gravina Cruyllas Anguissola, che è sposata con un ufficiale
dell’esercito. I due amanti hanno una figlia e subiscono una condanna di
lieve entità per adulterio. Nel 1892 esce “L’innocente”, storia di un
infanticidio e di una complicata psicologia omicida in cui si sente
l’influenza di Tolstoj e Dostoevskij.
Nel 1894 a Venezia incontra Eleonora Duse. Nasce una travolgente storia
d’amore tra i due, quantunque il poeta sia ancora legato alla Gravina (dalla
quale nel 1897 ha un altro figlio). L’unione con la grande attrice ha
riflessi anche a livello artistico: a lei si ispira “La città morta”, “Il
fuoco” ripercorre la loro storia d'amore e per il teatro D’annunzio scriverà
una serie di testi (“Sogno di un mattino di primavera”, “Sogno di in
tramonto d’autunno” e “La Gioconda”) con personaggi femminili tagliati su
misura per la Duse. Nel 1898 D’annunzio abbandona la vita in famiglia e si
trasferisce a Settignano, sulle colline di Firenze, in una villa (“la
Capponcina”) dove vive fastosamente tra arredi preziosi mentre la Duse abita
in una villetta attigua (“la Porziuncola”). Intanto con “Le Vergini delle
rocce” (1896), aveva realizzato quello che Carlo Salinari definirà il
“Manifesto politico del Superuomo”.
Nel 1900 compie un gesto clamoroso in parlamento: lascia la maggioranza e si
unisce all’estrema sinistra. All’insegna del mito del Superuomo progetta la
sua opera più ambiziosa “Le Laudi del cielo del mare della terra e degli
eroi” divisa in cinque libri: “Maia” (1903), “Elettra” (1904), “Alcyone”
(1903) cui seguirà “Merope” (1912) e “Asterope” (1934). In “Maia” magnifica
la vita come “dono terribile di Dio”, canta la gioia di vivere e la
prefigurazione di una rigenerazione dell’umanità attraverso l’industria e il
capitale, “Elettra” attraverso l’esaltazione degli eroi di guerra,della
romanità e del Risorgimento prefigura i futuri destini coloniali ed
imperiali dell’Italia, nell’ “Alcyone” rappresenta un tuffo di esaltante
sensualità nella felicità e nel calore della divina estate in una unione
panica con la natura. Il 2 marzo 1904 viene messo in scena a Milano il
capolavoro teatrale di D’annunzio “La figlia di Iorio”, tragedia ambientata
in un mondo primitivo e selvaggio popolato da pastori “ ’briachi di sole e
di vino”.
Nel 1910 esce “Forse che sì forse che no” in cui i simboli della modernità
(automobile ed aeroplano) diventano i mezzi per l’espansione dell’ego del
nuovo superuomo, il coraggioso pioniere della velocità, automobilista ed
aviatore. Ma la sua dispendiosa vita presenta il conto allo scrittore e
poeta abruzzese costringendolo a riparare in Francia per fuggire dai
creditori. Tra il 1911 ed il 1914 invia al Corriere della Sera “Le faville
del maglio”. Ma ormai lo scoppio della prima guerra mondiale offre al vate
l’opportunità di fare della sua esistenza un’opera straordinaria attraverso
il compimento di gesta eroiche che lo consegnino alla storia della patria:
partecipa alla beffa di Buccari (10-11 febbraio 1918) ed è protagonista del
volo su Vienna (9 agosto 1918). Del periodo che va dal 1919 al 1920 è,
invece, l’impresa di Fiume. Nel 1921 si ritira a Gardone, chiudendosi nello
splendido isolamento della villa del “Vittoriale degli italiani”, da dove
guarda con simpatia all’avvento del fascismo e dove si spegne il 1° marzo
1938.
Hanno detto di lui:
“…Guardate le nostre calligrafie: c'è un momento della nostra giovinezza in
cui l'onesta calligrafia appresa a scuola s'impenna, ha preso angoli arditi,
e diventa bizzarra e insieme ricercata. E' il momento dannunziano. Avevamo
letto d'Annunzio, avevamo visto il suo autografo. Il nostro carattere lo
riverberava…"(Mario Praz)
“…Il superuomo dannunziano, dunque, al suo primo apparire, presenta alcune
caratteristiche che potrebbero così riassumersi: culto della energia
dominatrice sia che si manifesti come forza (e violenza) o come capacità di
godimento o come bellezza; ricerca della propria tradizione storica nella
civiltà pagana, greco-romana, e in quella rinascimentale; concezione
aristotelica del mondo e conseguente disprezzo della massa, della plebe e
del regime parlamentare che su di essa è fondato; idea di una missione di
potenza e di grandezza della nazione italiana da realizzarsi soprattutto
attraverso la gloria militare; giudizio totalmente negativo sull’Italia
post-unitaria e necessità di energie nuove che le sollevano dal fango;
concetto naturalistico, basato sul sangue e sulla stirpe ed altri elementi
fisici, sia della nazione che del superuomo destinato a incarnarla e a
guidarla…” (Carlo Salinari)
“…Il punto decisivo credo sia l’atteggiamento nei confronti del tempo: tutta
l’opera di D’Annunzio (forse anche tutta la sua vita) sembra porsi come un
esorcismo contro la dimensione temporale, la consunzione, l’invecchiamento,
l’istante che muore e travalica nell’istante successivo nell’atto stesso del
venire all’esistenza…” (Gianni Turchetta)

Gabriele D' Annunzio - Le opere
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Aperto alle suggestioni della cultura europea del decadentismo,
traspose in chiave estetizzante il mito del superuomo di Nietzsche.
Tragedie
sogni e misteri
Alla sezione teatrale della sua opera D'Annunzio diede il titolo di
Tragedie, sogni e misteri. L'autore rifiuta il
dramma borghese e tenta
di dar vita a delle rappresentazioni ispirate alla tragedia classica o
al teatro medievale dei misteri. Ne consegue che le vicende
rappresentate hanno carattere simbolico, sovratemporale; i personaggi
una dimensione irreale; la lingua è arcaica, ricercata. Una
drammaturgia agli antipodi di quella pirandelliana, teatro da leggere
piuttosto che da rappresentare, e infatti le opere teatrali
dannunziane hanno sempre riscosso consensi molto limitati nelle loro
rappresentazioni. Il modello di teatro a cui D'Annunzio guardava era
quello wagneriano, dove parola, musica e danza erano tutt'uno, nella
presunzione che la parola potesse soppiantare la musica come elemento
dominante.
Laudi
Sulla scia di un viaggio in
Grecia che aveva inverato nella sua fantasia i luoghi che erano stati
la sede dei grandi miti tragici e lirici, D'Annunzio concepì un
ambizioso ciclo lirico a cui diede il titolo di Laudi del cielo del
mare della terra e degli eroi. Dei sette libri previsti ne furono
portati a termine solo cinque, intitolati alle Pleiadi, le mitiche
figlie di Atlante trasformate in costellazione celeste. I primi tre
libri furono pubblicati nel 1903, il quarto nel 1912, il quinto
sparsamente tra il 1914 e il 1918 (e in volume, con il titolo di
Asterope, nel 1933). |
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