FILOSOFI
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Vico è ancora legato a «una cosmologia di origine gnostico-cabalistica nella quale si riaffacciano, in pieno Settecento, i motivi della tradizione ermetica e i temi vitalistici del Timeo platonico» (P. Rossi). Nel De antiquissima Italorum sapientia, infatti, egli afferma che

"le proprietà della materia sono di essere informe, difettuosa, oscura, poltrona, divisibile, mobile, «altro», come Platone lo chiama, o sia sempre da sé diversa; e per tutte queste proprietà essa materia ha questa natura d'esser disordine, confusione e caos, ingordo di distruggere tutte le forme."

Per via di questa angolazione «metafisica», Vico era tagliato fuori dalle correnti più vive del tempo che, ispirandosi alla struttura matematico, geometrica della natura, intendevano combattere una concezione della realtà che rendeva impossibile la scienza e abbandonava la natura alla magia e alla cabala.


 Giambattista Vico



Storia

Con Vico, acquista per la prima volta statuto scientifico il mondo della storia, con le sue istituzioni, i commerci, le guerre, i costumi, i miti, i linguaggi. Ciò è dovuto al fatto che l'uomo è in grado di conoscere solo ciò di cui è l'artefice, a cominciare dalla matematica e dalla geometria, ma soprattutto il mondo civile, fin lì mai indagato con un procedimento scientifico specifico.

Vico sostiene che la storia non è scienza, ma può e deve diventarlo, perché «questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini».

Accanto alla storia delle nazioni, Vico teorizza la storia ideale eterna, ossia il mondo ideale verso cui tendono tutti i fatti storici o da cui essi sono sorretti e lievitati: la necessità ideale di questo mondo ha orientato i primi passi incerti degli uomini primitivi, e si è poi lentamente imposta, senza mai esaurirsi e disperdersi nella fattualità storica.

Quando la ragione, per la rottura con le sue sorgenti primarie, entra in crisi, si ha l'indebolimento di tutto l'uomo e del suo mondo istituzionale. Ma anche in questo stadio di corruzione e di decadenza si fa sentire la presenza insopprimibile del progetto ideale eterno, attraverso cui opera la Provvidenza, che sprona gli uomini a riprendere la strada. Se così non fosse, nessun popolo sarebbe sopravvissuto e tutti sarebbero destinati a scomparire. Per questo, scrive Vico nella Conchiusione dell'opera:

Veda Bayle se possan esser di fatto nazioni nel mondo senza veruna cognizione di Dio.

La Provvidenza e il senso della storia

La Provvidenza agisce negli uomini attraverso quel progetto ideale, che non è opera degli uomini o frutto della storia. Esso non è mai compiutamente inteso, perché è negli uomini ma non creato dagli uomini, è nella storia ma non opera della storia. Gli ideali di giustizia, di bontà, di verità nella storia si realizzano o vengono conculcati, vengono proposti o traditi, ma non sono né in balia degli uomini né tantomeno in balia della storia. Pur vivendo sotto il loro influsso, l'uomo non ne diventa il padrone, perché posseggono l'uomo ma 'sono posseduti non dall'uomo. È questo il veicolo di comunicazione degli uomini con Dio, il ponte tra l'eterno e il tempo, tra il trascendente e lo storico.

Se Galileo aveva parlato di un Dio geometra, Vico parla di un Dio provvidente perché il legame tra l'uomo e Dio non si istituisce a livello matematico — la matematica è opera dell'uomo ed è presuntuoso ritenere che riveli la struttura del reale —, ma a livello delle supreme idealità, e la saldatura avviene nella storia, in cui questa dipendenza si concretizza e la parentela divina si rivela.

Da qui è lecito concludere che il senso della storia è nella storia e insieme fuori della storia, come il progetto ideale che lievita il tempo senza risolversi in esso. Ed è per questo che Vico considera la storia una sorta di «teologia civile e ragionata della provvidenza divina». E poiché l'uomo ne ha prima un vago presentimento e poi una più lucida consapevolezza, si può dire che gli effetti delle azioni vanno sempre oltre l'intenzionalità esplicita degli uomini.

L'uomo fa più di quanto sa e spesso non sa quello che fa. Cosciente del versante tecnico delle sue azioni, l'uomo non sempre lo è del loro versante ideale. La teoria della Provvidenza, oltre che teoria del senso della storia, è anche teoria del limite dell'uomo e della sua coscienza.



Nacque a Napoli nel 1668. Ebbe vita difficile e travagliata per gli scarsi guadagni che traeva dall'insegnamento privato e dalla cattedra di eloquenza a Napoli, per la salute molto cagionevole e per i bisogni della numerosa famiglia, funestata anche da lutti e discordie private. A questi affanni esterni, che gli inasprirono il carattere, Vico oppose la tenace volontà di continuare i suoi studi, pur tra molte difficoltà. L'originalità del suo pensiero si manifesta già nelle sette orazioni inaugurali ai suoi corsi accademici, composte tra il 1699 e il 1708. Contro i cartesiani che vorrebbero applicare il metodo geometrico non solo alla fisica, ma anche a tutte le scienze morali, Vico oppone il valore autonomo della retorica, della poesia e della storia. Queste scienze non possono fondarsi sulla verità matematica, ma sul "verosimile", che non è il risultato di astratte dimostrazioni, bensì il principio normativo dell'azione. Questa unione di sapienza teorica e pratica viene ulteriormente approfondita nel De antiquissima Italorum sapientia: come insegna la filologia, per gli antichi filosofi il "vero" era sinonimo del "fare". Ma l'uomo non potrà mai possedere una vera scienza del mondo, poiché di esso è autore Dio; ciò che l'uomo può veramente conoscere è ciò che egli stesso fa. Sulla base di questo principio, e con l'aiuto dei quattro autori che più di tutti l'avevano ispirato (Platone, Tacito, Bacone e Grozio), Vico perviene infine alla scoperta della storia come "nuova scienza". Egli si propone pertanto di «ridurre a principi di scienza i fatti della storia certa», collegando insieme la filologia (che accerta i fatti tramite i documenti) e la filosofia (che tali fatti interpreta e ne ricava le leggi di svolgimento).

All'approfondimento di questa iniziale intuizione Vico dedicò l'intera vita. Nel 1725 pubblica i Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni (che si suole indicare come Scienza nuova prima). Nel 1730 l'intera materia viene rielaborata e ripubblicata (la Scienza nuova seconda). L'edizione definitiva del capolavoro vichiano appare nel 1744 pochi mesi dopo la morte dell'autore, che vi aveva lavorato senza interruzione per oltre un ventennio. L'opera guadagnò una certa fama negli ambienti dell'Illuminismo napoletano, ma per il resto rimase praticamente ignorata. La grandezza dì Vico è stata di fatto compresa appieno soltanto nel nostro secolo.

A differenza degli illuministi, che considerano la storia quasi esclusivamente dal punto di vista dei progressi della ragione scientifica, Vico vede nella storia l'espressione dell'intera natura umana e delle sue facoltà: il sentimento, la fantasia, la ragione. Egli ravvisa un parallelismo profondo tra le attitudini psichiche dell'uomo e il divenire del linguaggio, dei costumi, delle leggi e delle istituzioni. Di qui l'intuizione della legge generale che governa i fatti storici: essi si ordinano in tre epoche o età successive, che Vico indica come età degli dèi ( o età dell'uomo primitivo, età dei «bestioni» tutto stupore e ferocia che scoprono però l'impulso del sacro e la presenza del divino nella natura), età degli eroi (con i quali il linguaggio poetico, mosso dall'emozione, dà vita alle prime favole dei pagani, cioè all'età della mitologia) ed età degli uomini che ormai ragionano con mente pura e inventano la filosofia e le scienze. Queste tre età si succedono ciclicamente. L'uomo razionale perde la primitiva sapienza del sentimento e sì corrompe nel lusso e nei vizi. Di qui il crollo fatale delle grandi civiltà e il ritorno a costumi primitivi (esempio tipico di ciò è per Vico l'avvento del medio evo dopo l'età pagana). Ma la storia non ricomincia da capo. Ad essa presiede la divina provvidenza che aiuta l'uomo a non riprecipitare nella bestialità delle primitive selve, sicché la ciclicità della storia assume piuttosto l'aspetto di una linea a spirale che ritornando circolarmente in se stessa punta nel contempo verso l'alto, cioè verso la progressiva civilizzazione e spiritualizzazione della vita umana, di cui la rivelazione cristiana è il fulcro e la meta ultima. Questa concezione drammatica e dialettica della storicità umana è in realtà largamente estranea allo spirito dell'Illuminismo e anticipa piuttosto, com'è stato più volte notato, il concetto delta storia che sarà proprio dei romantici e delle grandi filosofie idealistiche dell'800.

Vico cerca i principi della storia entro le capacità e modificazioni dell'animo umano. Poiché gli uomini sono nella storia attori e creatori, essi la fanno in base a come sono. E l'uomo dapprima sente senza avvertire, cioè senza aver coscienza chiara di ciò che sente. In questo stadio primitivo (che Vico immaginò ed elaborò ispirandosi principalmente a Lucrezio) l'uomo è poco più che un animale. Successivamente si sviluppano in lui le forze del sentimento e della fantasia, e solo alla fine perviene alle capacità concettuali. A questo sviluppo di facoltà psichiche corrisponde lo sviluppo del linguaggio, che dapprima è un muto indicare ed esprimere col corpo e poi è un esplodere di intense passioni nella voce modulata del grido e del canto per arrivare solo per ultimo all'articolazione controllata e riflessiva della prosa.

Di qui l'importanza centrale della mitologia, che Vico per primo studiò come documento essenziale per comprendere lo sviluppo storico delle umanità antiche, i loro costumi, sentimenti religiosi, leggi, istituzioni spirituali e materiali. La mitologia diviene dunque la chiave per comprendere la storia di come noi stessi siamo divenuti e cioè di quali sono le basi nascoste della nostra civiltà, dei nostri linguaggi, delle nostre scienze e credenze.

L'originale studio del mito e del linguaggio portò Vico a concepire in modo nuovo l'arte, la poesia e in generale l'estetica. Svincolata dal concetto e da ogni norma o legge d'ordine intellettuale, la poesia e l'arte in genere si configura come espressione diretta degli impulsi sensitivi originari elaborati dalla fantasia e dall'immaginazione; essa corrisponde a uno stadio dell'umanità che può assomigliarsi, nell'individuo, all'infanzia, quanto tutto appare meraviglioso, favoloso, mosso da animazioni misteriose e fantastiche, in magica consonanza con i sentimenti e i bisogni interiori. Questo carattere emozionale dell'arte fa sì che essa tocchi i suoi vertici espressivi nei primordi (per es. in Omero), per declinare invece con l'imporsi della maturità dell'intelletto e con la freddezza concettuale del pensiero.

La storia intreccia così forze e verità diverse, tra loro dialettiche e antagonistiche. Il progresso non è unilineare: ciò che per un lato si acquista, per un altro si perde. Se è vero che passando dalle selve alle caverne e poi ai villaggi e infine alle grandi città e metropoli l'uomo appare collocato in un divenire trionfale, è anche vero che al culmine di questo processo l'uomo perde contatto con le forze naturali originarie, con l'ingenuità del sentimento e la spontaneità della passione. In lui i costumi si ingentiliscono e si raffinano, ma nel contempo la sua immaginazione si inaridisce, il vigore fisico declina, e gli agi e le mollezze lo corrompono sino alla perversione del vizio autodistruttivo. Così le orgogliose metropoli e la loro potenza tecnica celano abissi di miseria spirituale e morale e il germe di un'inarrestabile decadenza. La storia è pertanto un teatro drammatico in cui l'uomo, senza l'aiuto della divina provvidenza, si perderebbe nei ricorrenti pericoli della barbarie e della depravazione, che sono gli estremi tra i quali la civiltà deve faticosamente procedere, recuperando ogni volta il suo senso e il suo valore dalla inevitabilità dell'errore e della decadenza.




La scienza nuova