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Giambattista
Vico

Storia
Con Vico, acquista per la prima volta statuto scientifico il mondo della storia,
con le sue istituzioni, i commerci, le guerre, i costumi, i miti, i linguaggi.
Ciò è dovuto al fatto che l'uomo è in grado di conoscere solo ciò di cui è
l'artefice, a cominciare dalla matematica e dalla geometria, ma soprattutto il
mondo civile, fin lì mai indagato con un procedimento scientifico specifico.
Vico sostiene che la storia non è scienza, ma può e deve diventarlo, perché
«questo mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini».
Accanto alla storia delle nazioni, Vico teorizza la storia ideale eterna, ossia
il mondo ideale verso cui tendono tutti i fatti storici o da cui essi sono
sorretti e lievitati: la necessità ideale di questo mondo ha orientato i primi
passi incerti degli uomini primitivi, e si è poi lentamente imposta, senza mai
esaurirsi e disperdersi nella fattualità storica.
Quando la ragione, per la rottura con le sue sorgenti primarie, entra in crisi,
si ha l'indebolimento di tutto l'uomo e del suo mondo istituzionale. Ma anche in
questo stadio di corruzione e di decadenza si fa sentire la presenza
insopprimibile del progetto ideale eterno, attraverso cui opera la Provvidenza,
che sprona gli uomini a riprendere la strada. Se così non fosse, nessun popolo
sarebbe sopravvissuto e tutti sarebbero destinati a scomparire. Per questo,
scrive Vico nella Conchiusione dell'opera:
Veda Bayle se possan esser di fatto
nazioni nel mondo senza veruna cognizione di Dio.
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La Provvidenza e il senso
della storia
La Provvidenza agisce negli uomini attraverso quel progetto ideale, che
non è opera degli uomini o frutto della storia. Esso non è mai
compiutamente inteso, perché è negli uomini ma non creato dagli uomini, è
nella storia ma non opera della storia. Gli ideali di giustizia, di bontà,
di verità nella storia si realizzano o vengono conculcati, vengono
proposti o traditi, ma non sono né in balia degli uomini né tantomeno in
balia della storia. Pur vivendo sotto il loro influsso, l'uomo non ne
diventa il padrone, perché posseggono l'uomo ma 'sono posseduti non
dall'uomo. È questo il veicolo di comunicazione degli uomini con Dio, il
ponte tra l'eterno e il tempo, tra il trascendente e lo storico.
Se Galileo aveva parlato di un Dio geometra, Vico parla di un Dio
provvidente perché il legame tra l'uomo e Dio non si istituisce a livello
matematico — la matematica è opera dell'uomo ed è presuntuoso ritenere che
riveli la struttura del reale —, ma a livello delle supreme idealità, e la
saldatura avviene nella storia, in cui questa dipendenza si concretizza e
la parentela divina si rivela.
Da qui è lecito concludere che il senso della storia è nella storia e
insieme fuori della storia, come il progetto ideale che lievita il tempo
senza risolversi in esso. Ed è per questo che Vico considera la storia una
sorta di «teologia civile e ragionata della provvidenza divina». E poiché
l'uomo ne ha prima un vago presentimento e poi una più lucida
consapevolezza, si può dire che gli effetti delle azioni vanno sempre
oltre l'intenzionalità esplicita degli uomini.
L'uomo fa più di quanto sa e spesso non sa quello che fa. Cosciente del
versante tecnico delle sue azioni, l'uomo non sempre lo è del loro
versante ideale. La teoria della Provvidenza, oltre che teoria del senso
della storia, è anche teoria del limite dell'uomo e della sua coscienza. |

Nacque
a Napoli nel 1668. Ebbe vita difficile e travagliata per gli scarsi guadagni
che traeva dall'insegnamento privato e dalla cattedra di eloquenza a Napoli,
per la salute molto cagionevole e per i bisogni della numerosa famiglia,
funestata anche da lutti e discordie private. A questi affanni esterni, che
gli inasprirono il carattere, Vico oppose la tenace volontà di continuare i
suoi studi, pur tra molte difficoltà. L'originalità del suo pensiero si
manifesta già nelle sette orazioni inaugurali ai suoi corsi accademici,
composte tra il 1699 e il 1708. Contro i cartesiani che vorrebbero applicare
il metodo geometrico non solo alla fisica, ma anche a tutte le scienze
morali, Vico oppone il valore autonomo della retorica, della poesia e della
storia. Queste scienze non possono fondarsi sulla verità matematica, ma sul
"verosimile", che non è il risultato di astratte dimostrazioni, bensì il
principio normativo dell'azione. Questa unione di sapienza teorica e pratica
viene ulteriormente approfondita nel De antiquissima Italorum sapientia:
come insegna la filologia, per gli antichi filosofi il "vero" era sinonimo
del "fare". Ma l'uomo non potrà mai possedere una vera scienza del mondo,
poiché di esso è autore Dio; ciò che l'uomo può veramente conoscere è ciò
che egli stesso fa. Sulla base di questo principio, e con l'aiuto dei
quattro autori che più di tutti l'avevano ispirato (Platone, Tacito, Bacone
e Grozio), Vico perviene infine alla scoperta della storia come "nuova
scienza". Egli si propone pertanto di «ridurre a principi di scienza i fatti
della storia certa», collegando insieme la filologia (che accerta i fatti
tramite i documenti) e la filosofia (che tali fatti interpreta e ne ricava
le leggi di svolgimento).
All'approfondimento
di questa iniziale intuizione Vico dedicò l'intera vita. Nel 1725 pubblica i
Principi di una scienza nuova d'intorno alla comune natura delle nazioni
(che si suole indicare come Scienza nuova prima). Nel 1730 l'intera materia
viene rielaborata e ripubblicata (la Scienza nuova seconda). L'edizione
definitiva del capolavoro vichiano appare nel 1744 pochi mesi dopo la morte
dell'autore, che vi aveva lavorato senza interruzione per oltre un
ventennio. L'opera guadagnò una certa fama negli ambienti dell'Illuminismo
napoletano, ma per il resto rimase praticamente ignorata. La grandezza dì
Vico è stata di fatto compresa appieno soltanto nel nostro secolo.
A differenza degli illuministi, che considerano la
storia quasi esclusivamente dal punto di vista dei progressi della ragione
scientifica, Vico vede nella storia l'espressione dell'intera natura umana e
delle sue facoltà: il sentimento, la fantasia, la ragione. Egli ravvisa un
parallelismo profondo tra le attitudini psichiche dell'uomo e il divenire
del linguaggio, dei costumi, delle leggi e delle istituzioni. Di qui
l'intuizione della legge generale che governa i fatti storici: essi si
ordinano in tre epoche o età successive, che Vico indica come età degli dèi
( o età dell'uomo primitivo, età dei «bestioni» tutto stupore e ferocia che
scoprono però l'impulso del sacro e la presenza del divino nella natura),
età degli eroi (con i quali il linguaggio poetico, mosso dall'emozione, dà
vita alle prime favole dei pagani, cioè all'età della mitologia) ed età
degli uomini che ormai ragionano con mente pura e inventano la filosofia e
le scienze. Queste tre età si succedono ciclicamente. L'uomo razionale perde
la primitiva sapienza del sentimento e sì corrompe nel lusso e nei vizi. Di
qui il crollo fatale delle grandi civiltà e il ritorno a costumi primitivi
(esempio tipico di ciò è per Vico l'avvento del medio evo dopo l'età
pagana). Ma la storia non ricomincia da capo. Ad essa presiede la divina
provvidenza che aiuta l'uomo a non riprecipitare nella bestialità delle
primitive selve, sicché la ciclicità della storia assume piuttosto l'aspetto
di una linea a spirale che ritornando circolarmente in se stessa punta nel
contempo verso l'alto, cioè verso la progressiva civilizzazione e
spiritualizzazione della vita umana, di cui la rivelazione cristiana è il
fulcro e la meta ultima. Questa concezione drammatica e dialettica della
storicità umana è in realtà largamente estranea allo spirito
dell'Illuminismo e anticipa piuttosto, com'è stato più volte notato, il
concetto delta storia che sarà proprio dei romantici e delle grandi
filosofie idealistiche dell'800.

Vico cerca i principi della storia entro le
capacità e modificazioni dell'animo umano. Poiché gli uomini sono nella
storia attori e creatori, essi la fanno in base a come sono. E l'uomo
dapprima sente senza avvertire, cioè senza aver coscienza chiara di ciò che
sente. In questo stadio primitivo (che Vico immaginò ed elaborò ispirandosi
principalmente a Lucrezio) l'uomo è poco più che un animale. Successivamente
si sviluppano in lui le forze del sentimento e della fantasia, e solo alla
fine perviene alle capacità concettuali. A questo sviluppo di facoltà
psichiche corrisponde lo sviluppo del linguaggio, che dapprima è un muto
indicare ed esprimere col corpo e poi è un esplodere di intense passioni
nella voce modulata del grido e del canto per arrivare solo per ultimo
all'articolazione controllata e riflessiva della prosa.
Di qui l'importanza centrale della mitologia, che
Vico per primo studiò come documento essenziale per comprendere lo sviluppo
storico delle umanità antiche, i loro costumi, sentimenti religiosi, leggi,
istituzioni spirituali e materiali. La mitologia diviene dunque la chiave
per comprendere la storia di come noi stessi siamo divenuti e cioè di quali
sono le basi nascoste della nostra civiltà, dei nostri linguaggi, delle
nostre scienze e credenze.
L'originale studio del mito e del linguaggio portò
Vico a concepire in modo nuovo l'arte, la poesia e in generale l'estetica.
Svincolata dal concetto e da ogni norma o legge d'ordine intellettuale, la
poesia e l'arte in genere si configura come espressione diretta degli
impulsi sensitivi originari elaborati dalla fantasia e dall'immaginazione;
essa corrisponde a uno stadio dell'umanità che può assomigliarsi,
nell'individuo, all'infanzia, quanto tutto appare meraviglioso, favoloso,
mosso da animazioni misteriose e fantastiche, in magica consonanza con i
sentimenti e i bisogni interiori. Questo carattere emozionale dell'arte fa
sì che essa tocchi i suoi vertici espressivi nei primordi (per es. in
Omero), per declinare invece con l'imporsi della maturità dell'intelletto e
con la freddezza concettuale del pensiero.
La storia intreccia così forze e verità diverse,
tra loro dialettiche e antagonistiche. Il progresso non è unilineare: ciò
che per un lato si acquista, per un altro si perde. Se è vero che passando
dalle selve alle caverne e poi ai villaggi e infine alle grandi città e
metropoli l'uomo appare collocato in un divenire trionfale, è anche vero che
al culmine di questo processo l'uomo perde contatto con le forze naturali
originarie, con l'ingenuità del sentimento e la spontaneità della passione.
In lui i costumi si ingentiliscono e si raffinano, ma nel contempo la sua
immaginazione si inaridisce, il vigore fisico declina, e gli agi e le
mollezze lo corrompono sino alla perversione del vizio autodistruttivo. Così
le orgogliose metropoli e la loro potenza tecnica celano abissi di miseria
spirituale e morale e il germe di un'inarrestabile decadenza. La storia è
pertanto un teatro drammatico in cui l'uomo, senza l'aiuto della divina
provvidenza, si perderebbe nei ricorrenti pericoli della barbarie e della
depravazione, che sono gli estremi tra i quali la civiltà deve faticosamente
procedere, recuperando ogni volta il suo senso e il suo valore dalla
inevitabilità dell'errore e della decadenza.

La scienza nuova
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