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CARLO GOLDONI

La tragicommedia è una sorta di tragedia a lieto fine, che impiega l'endecasillabo o il verso martelliano. Goldoni scrisse tragicommedie sostanzialmente in due periodi: quando era agli inizi della sua produzione di commedie regolari o non l'aveva addirittura incominciata (in questo caso con il fine di razionalizzare e ridurre a decoro compositivo l'argomento di scenari di grande successo, come il Don Giovanni Tenorio) e negli anni tra il 1755 e il 1760-61 per inseguire il gusto del pubblico che amava la rappresentazione di vicende in cui avesse luogo l'esotico e il fantastico (negli anni immediatamente successivi queste richieste furono soddisfatte ampiamente da Carlo Gozzi con le sue Fiabe teatrali). I soggetti delle tragicommedie sono in genere storici o pseudostorici, ma anche derivati da romanzi. Interessante la cosiddetta trilogia persiana, che comprende La sposa persiana, Ircana in Julfa e Ircana in Ispaan.

La vita

Carlo Goldoni nasce il 25 febbraio 1707 a Venezia, da Giulio e da Margherita Salviani. A nove anni raggiunge il padre medico, a Perugia e qui inizia gli studi presso i Gesuiti. Dal ‘23 al ’25 è allievo del Collegio Ghilisieri di Pavia e frequenta la facoltà di Giurisprudenza, ma a causa di una violenta satira, «Il Colosso», diretta contro le famiglie della nobiltà pavese, è costretto ad abbandonare la città. Nel ’31, la morte improvvisa del padre lo obbliga a riprendere gli studi interrotti e a laurearsi in legge a Padova. Dopo qualche anno di mediocre pratica dell’avvocatura e di viaggi in numerose città, si stabilisce a Milano e nel ’34, ha occasione di incontrare il Capocomico Giuseppe Imer, per il quale, negli anni successivi, scriverà intermezzi comici, tragedie e tragicommedie. Nel ’36 sposa a Genova Nicoletta Conio.
E’ solo nel ’38 che Goldoni si dedica alla commedia e scrive Momolo Cortesan, in cui la parte del protagonista era scritta quasi per intero, dando così inizio alla «riforma tecnica» che lo condurrà in seguito ad abbandonare per sempre l’improvvisazione della Commedia dell’Arte.

Nel ’47 conosce Gerolamo Medebach, che a Venezia teneva Compagnia a Sant’Angelo, e si convince a collaborare con lui. In questo periodo nascono: La vedova scaltra, La putta onorata, Il cavaliere e la dama. Nel ’50 scommette col pubblico di sfornare 16 commedie in un solo anno; promessa che manterrà, dando vita tra le altre, a: La bottega del caffè, Il bugiardo e Pamela.

Nel ’53 nasce la Locandiera, proprio al termine del periodo che lo vede al fianco di Medebach.

Nel periodo successivo assume un impegno di 10 anni con il teatro SanLuca e qui mette in scena alcuni capolavori come Il campiello, I rusteghi, La trilogia della villeggiatura, Le baruffe chiozzotte.

Alcuni insuccessi e l’ormai irriducibile disputa con Gozzi, convincono il commediografo ad abbandonare Venezia e raggiungere Parigi, invitato dal Tèâtre-Italien, per il quale però dovrà riprendere a scrivere «a soggetto». Nel novembre del ’71 il Bourru bienfaisant viene rappresentato alla Comédie Italienne, e suscita l’ammirazione di Voltaire.

Sempre a Parigi scrive, in francese, le sue Memorie, iniziate nell’84 e pubblicate nell’87. Luigi XV gli accorda una modesta pensione annua, che però gli sarà tolta nel ’92, in piena Rivoluzione.

Muore quasi in miseria a Parigi, nel 1793, il giorno prima della restituzione, da parte dell’Assemblea costituente, della pensione regia.

Usando termini moderni, si potrebbe affermare che Goldoni è un conservatore incline al progressismo. Dotato di cultura non vastissima, ma di ingegno raffinato e di grande buonsenso e amore per la vita, si connota come letterato investito del compito di traghettare il suo pubblico da un momento storico e culturale ad un altro, per mezzo, soprattutto, di quella «riforma» che si attua con un graduale abbandono della Commedia dell’Arte. Tale processo di rinnovamento avviene con la progressiva eliminazione di tutti gli elementi fantastici e inverosimili -le maschere, i lazzi, gli zanni o servi- e dell’improvvisazione, la quale sarà sostituita da una completa scrittura delle parti degli attori.

La «riforma», aldilà dell’aspetto tecnico, pure fondamentale, si presenta anche come riforma ideologica, infatti i personaggi goldoniani, durante il corso della sua produzione artistica, diventano sempre più realistici, le storie più verosimili, e la borghesia rappresentata in scena prende il sopravvento –così come nella vita reale- sulla ormai irrequieta e vacillante aristocrazia. Tale cambiamento storico-politico però, non dobbiamo dimenticarlo, non si realizza in modo indolore, e la nobiltà veneziana, ormai consapevole della propria decadenza, tenta strenuamente di conservare privilegi e potere. In questa complessa situazione, Goldoni si vede costretto a trasformare in toscani o napoletani, i nobili che intendeva ridicolizzare, in modo da evitare le reazioni della censura veneziana.

Interessante altresì, è il ritorno di Goldoni alla «classicità»: egli infatti fa in modo che le sue opere si svolgano nello stesso luogo e nello spazio temporale di un giorno, e che l’intreccio principale non venga affiancato da altre narrazioni parallele (unità di azione). Infine, a fianco del rinnovamento tecnico e di quello ideologico, nelle commedie di Goldoni, si realizza anche un cambiamento linguistico, spesso criticato e discusso: egli infatti passa con gradualità, dal plurilinguismo al monolinguismo, riscrivendo talvolta le sue commedie in «toscano», che però fu considerato troppo scolastico, convenzionale e non appartenente alla lingua viva.

Molto diverso è invece il suo veneziano, che conosce perfettamente, e che pur risultando come un compromesso tra il linguaggio colto di una parte della popolazione e quello spontaneo e vivace di un’altra, non perde mai aderenza alla vita reale.


Commedie
di Carlo Goldoni (1707-1793)


La raccolta delle commedie di Goldoni comprende oltre un centinaio di titoli, di cui lo stesso autore dà ampie notizie nelle sue Memorie. Non fanno parte della raccolta i drammi per musica, azioni sceniche, intermezzi, tragedie e commedie a soggetto, composti prima che l'autore operasse la riforma della commedia. Nel 1738 presentò il Momolo cortesàn (Girolamo, uomo di mondo), in cui scrisse solo la parte del protagonista, lasciando il resto all'improvvisazione; nel 1743 fu rappresentata la sua prima commedia interamente scritta, La donna di garbo, nel 1748 la Vedova scaltra, nel 1749 la Famiglia dell'antiquario. Alla fine del carnevale del 1750 il Goldoni promise per la successiva stagione teatrale 16 commedie: tra queste ve ne sono alcune, come Le femmine puntigliose, il Bugiardo e la Bottega del caffè, che sono considerate fra le migliori; del 1753 sono La locandiera e Le donne curiose; del 1758 L'apatista; del 1759 Gli innamorati; fra il '61 e il '62 la trilogia della villeggiatura, (Smanie per la villeggiatura, Le avventure della villeggiatura, Ritorno dalla villeggiatura); del 1760 I rusteghi, del 1762 Sior Todaro brontolon e le Baruffe chiozzotte; del 1763 Il ventaglio; del 1765 il Burbero benefico, scritto in francese con il titolo di Le bourru bienfaisant e rappresentato al teatro di corte di Versailles nel '71. In che cosa consiste la riforma della commedia operata da Goldoni? E quale ne è il valore vero nella storia della poesia? Goldoni parte dalla commedia dell'Arte o a soggetto, cioè da una commedia composta di artisti o commedianti di professione, i quali nello svolgimento seguivano più o meno una traccia (o canovaccio), e nell'esecuzione improvvisavano.

La Commedia dell'Arte

La grandezza della commedia d'arte fu anzi la virtù improvvisatrice degli attori: soprattutto la mimica aveva gran peso in questi spettacoli popolari attraverso le maschere, o personaggi, che rappresentavano costantemente certe qualità. Ai tempi del Goldoni la commedia dell'Arte era ormai declinata in stanca consuetudine, fissata in formule commerciali: e ciò indusse l'autore a proporne una riforma, sostituendo alla commedia dell'Arte quella di carattere e non stilizzando più gli uomini in maschere, ma scoprendoli attori nel gran teatro della vita. Nella semplicità dello spirito goldoniano, così cordialmente aperto alla vita, e insieme così privo di forza meditativa e di senso storico, è dato cogliere - afferma il Sansone - il muoversi della nuova vita. Questo mondo reale, questo teatro della vita, Goldoni lo ritrova per le calli e i campielli di Venezia, nel parlare colorito, nei gesti espressivi; le maschere si trovano ancora, anche nelle commedie più belle, ma come caratteri: teatro puro, quindi, e insieme teatro di massa, collettivo e corale, dunque attuale sotto ogni aspetto. Il commediografo diventa in tal modo pittore e figlio della natura (così lo defin il Voltaire), perchè nella commedia goldoniana è un brano di vita che è portato sulla scena, ora di tumultuosa vita popolaresca, più spesso di piccola vita borghese; anzi è la realtà sorpresa in atto. L'amore per questo mondo tiene lontano Goldoni dalla satira: così la nota costante è il gioco, la grande virtù è l'immediatezza e la verità. Senza mai satireggiare i principi, o le corti, o la stessa repubblica di Venezia, senza mai mettere sulla scena personaggi o fatti relativi alla religione, Goldoni, memore del sapiente motto veneziano "poco del principe, nulla di Dio" si presenta al lettore come il pittore di una piccola umanità, e analizza lo spirito umano nei suoi toni medi e superficiali. Ilarità, non comicità, sempre temperata dal buon senso; sorriso lieto, spesso malizioso, ma senza ironia e senza sarcasmo, canzonatura sottilissima e intelligente. I rapporti tra le classi, i difetti e le ambizioni, i costumi del tempo, la famiglia, il posto predominante della donna nella società settecentesca sono i temi trattati più di frequente accanto ad altri meno congeniali di derivazione letteraria; in ognuno di questi temi l'accento batte in prevalenza sull'elemento morale. Non meno importante è l'elemento sociale indicato nella satira antinobiliare, nell'esaltazione della borghesia e nell'amore verso il popolo, sebbene la critica goldoniana verso la classe patrizia non nasca da un animus satirico o polemico coscientemente sociale, ma derivi da un sentimento di riprovazione che non tocca la nobiltà in sè. Il Goldoni mette alla berlina i vizi e le debolezze dei suoi contemporanei, indipendentemente dalla loro condizione di borghesi, di popolani o di nobili; tuttavia bisogna riconoscere che il più valido nucleo poetico è da individuare nella scoperta della sua città, della Venezia settecentesca. Quanto alla tecnica, le commedie sono interamente scritte, hanno tre atti, quasi sempre sono in prosa, alcune solo in lingua italiana, altre in italiano con parti dialettali, alcune infine nel semplice dialetto veneziano.

Una delle più famose è La locandiera, scritta nel dicembre del 1752 e recitata nel gennaio dell'anno seguente, commedia squisitamente musicale per una sua diffusa armonia, per l'equilibrio delle parti, per la corrispondenza simmetrica delle scene. Mirandolina ha una locanda a Firenze, che è assai frequentata dagli avventori proprio per la grazia maliziosa della locandiera stessa, sempre corteggiata per la sua bellezza; si segnalano infatti il conte d'Albafiorita, uomo assai prodigo, il marchese di Forlimpopoli, vanesio e avaro, il cavaliere di Ripafratta, burbero e misogino. Ma Mirandolina fa di tutto, ricorrendo alle sue arti di donna bella e astuta, per conquistare il cavaliere. Quando infine ci riesce, lo abbandona al suo destino, sposando il cameriere Fabrizio; quindi, rivolta agli spettatori, dice: "Queste espressioni mi saran care nei limiti della convenienza e dell'onestà; cambiando stato, voglio cambiar costume". Commedia morale, dunque, perchè Mirandolina non ha alcun proposito di sposare il cavaliere, ma solo di fargli capire quanto grande è la forza delle donne.



ll campiello o Campielo, in cinque atti, in versi e in dialetto veneziano, fu rappresentato nel 1756, essendo stato composto per gli ultimi giorni di carnevale: pur comparendovi numerosi personaggi, il vero protagonista è il campiello, cioè la piazzetta dove si muovono anime semplici, chiassose, tumultuose, ma buone, in cerca d'amore e di allegria: perciò litigi, pettegolezzi, gelosie e amori (di Anzoleto con Lucieta e di Gasparina con il cavaliere Astolfi); fu ridotto in dialetto romanesco da Luigi Rondanini con il titolo La piazzetta.

Le baruffe chiozzotte, in tre atti, in dialetto veneziano, fu rappresentata la prima volta nel teatro s. Luca a Venezia nel carnevale del 1762: manca un vero protagonista perchè come Il campiello è una commedia corale; la scena, tranne un interno rappresentato dall'ufficio del procuratore, è data dalla pubblica via a pochi passi dal porto: Toffolo offre della zucca cotta a Lucietta, che è fidanzata di Titta-Nane, da qui sorge una serie di ciàcole, che sta per degenerare in lite. Ma interviene paròn Toni, poi gli animi si placano per opera della pubblica autorità.

Nei Rusteghi (commedia in tre atti, in dialetto, rappresentata per la prima volta nel teatro di s. Luca a Venezia il 16 febbraio 1760) quattro amici zotici, legati alle antiche usanze, costituiscono l'ossatura del dramma; Lunardo e Maurizio hanno deciso che i loro figli Lucieta e Filipeto si sposino: sono invitati amici, del pari rusteghi e selvaggi, fra i quali Simon e Canciano. Si ricordano i bei tempi della giovinezza, quando ognuno rispettava la volontà del padre, mentre ora tutti e quattro ritengono di doversi difendere dalla società divenuta troppo licenziosa, prendendo di mira le proprie mogli, che hanno permesso ai promessi sposi di incontrarsi prima delle nozze; sarà alla fine Felicita, moglie di Canciano, a riportare il sereno fra tutti e a far concludere il matrimonio tra i due giovani.

E' una commedia d'ambiente, definito attraverso i caratteri, che sono anzi quattro variazioni irresistibili di un medesimo carattere. Il tema è quello solito: gioventù contro vecchiaia. Vicina ai Rusteghi è Sior Todaro brontolon (in tre atti, prosa e dialetto veneziano, rappresentata per la prima volta nel 1762), perchè anche qui si tratta di un matrimonio: il nonno Todaro vuol dare Zanetta in matrimonio al figlio del fattore Nicoletto il quale preferirebbe sposare la cameriera Cecilia, mentre la madre Marcolina l'ha promessa al nipote di una sua amica, Meneghetto: si formano come al solito due gruppi, da una parte Todaro con il fattore Desiderio, che rappresentano l'autorità senile, dall'altra Meneghetto, che impersona la ragione dei giovani: è una delle commedie in cui il Goldoni raggiunge una piena maturità.

Nel Ventaglio (in tre atti e in prosa, rappresentata a Parigi il 27 maggio 1763) l'azione si svolge a Case Nuove, un paese della campagna milanese: su una piazzetta si affaccia una spezieria, un'osteria, la bottega del calzolaio Crespino, la casa di Giannina (donna che ha gran desiderio di accasarsi) e del fratello Moracchio, nonchè il palazzo della signora Gertrude e della nipote Candida, che ama riamata il signor Evaristo sebbene alla sua mano aspiri il barone del Cedro: da parte sua, Giannina preferisce il calzolaio Crespino all'oste Coronato, propostole dal fratello Moracchio. Situazione alquanto intricata, che si complica a causa di un ventaglio che, affidato a Giannina da Evaristo perchè venga consegnato alla sua innamorata, la signorina Candida, fa suscitare un vespaio di pettegolezzi. Pare che Evaristo se la intenda con Giannina, e si offende Candida: quando Giannina le porta il ventaglio, accetta la mano del barone del Cedro che le viene chiesta per mezzo del conte di Rocca Marina: vittime del medesimo equivoco sono Crespino e Coronato, che litigano fra loro per gli occhi della bella e infedele Giannina; ma alla fine il mistero del ventaglio si risolve e tutto si aggiusta con la conciliazione di Candida con Evaristo e con la promessa di Giannina a Crespino. L'equivoco diviene poesia simbolo di solitudine, "il dialogo è ridotto al minimo, a brevi e veloci battute, azione pur esso, e l'intrigo si sviluppa dal movimento dei personaggi, quasi balletto di fantocci meccanici, in specie nelle scene mute, con vorticoso girare di giostra".

La famiglia dell'antiquario (1749), nota anche con il sottotitolo Suocera e nuora, ha per sfondo la città di Palermo: l'esterno è la casa del conte Anselmo, uomo freddo ed egoista, antiquario senza vera cognizione della materia, che si affida a bricconi quali Brighella e Arlecchino, pronti a imbrogliarlo con ridicole false antichità. Colombina dal canto suo, cameriera della contessa Isabella, moglie del conte Anselmo, esaspera il conflitto fra la padrona e Doralice; suocera e nuora sono sempre in frenetica ostilità, accentuata dai rispettivi caratteri: l'una nobile ma spiantata e vecchia, superba e collerica, l'altra ricca, ma borghese, giovane fredda e ironica. La famiglia va a rotoli, anche perchè il conte Anselmo e il figlio Giacinto hanno abdicato. Alla fine Pantalone, padre di Doralice, cerca di far trionfare il suo buon senso mercantile, proponendo le misure necessarie perchè tutto ritorni all'ordine, alla moderazione, alla pace, con l'allontanamento dei disprezzati cicisbei e il licenziamento di Colombina: Isabella e Doralice con i rispettivi mariti abiteranno in due diversi appartamenti, una di sopra e l'altra di sotto, mentre Pantalone provvederà la casa del conte Anselmo di vitto e vestito.

Abbiamo poi Il burbero benefico (Le bourru bienfaisant), in tre atti, in lingua francese, rappresentato per la prima volta a Parigi il 4 novembre 1771, protagonista il celebre comico Prèville; nelle sue Memorie Goldoni dice di aver fatto visita a Rousseau, prima di mettere in scena la commedia.

La rappresentazione fu un trionfo sebbene Rousseau avesse espresso pessimistiche previsioni. Geronte, uomo anziano, burbero ma in fondo generoso e di buon cuore, ha due nipoti, Angelica e Dalancour; quest'ultimo a causa della frivolezza della moglie ha dilapidato tutte le sue sostanze e la dote della sorella Angelica; Geronte vive con il servo Piccardo e la governante Martuccia ed è seccato del comportamento del nipote, anzi evita perfino di parlargli. Tuttavia Dalancour, messo alle strette e minacciato di arresto, prega il signor Dorval di intervenire presso lo zio affinchè lo soccorra, ma l'ambasciata purtroppo non ha felice esito: se mai Dorval sposi sua nipote Angelica e avrà centomila lire di dote. Dorval, pur imbarazzato, accetta, sebbene Angelica ami riamata il giovane Valerio; quando viene a sapere che Angelica è già impegnata, l'uomo però si rassegna subito a rinunciare al suo progetto ed è anzi disposto ad aiutare la ragazza nella realizzazione del suo sogno d'amore. Intanto anche madame Dalancour, messa al corrente dei guai del marito, si pente della sua frivolezza e corre dallo zio Geronte, implorandolo di soccorrere il marito: di fronte al pentimento della nipote e di Dalancour, Geronte viene in aiuto mettendo a disposizione la sua borsa e acconsentendo inoltre al matrimonio di Angelica con Valerio. Commedia piena di brio in cui risalta la sensibilità d'animo, che sembra impossibile in un uomo rozzo e scortese.

Con La vedova scaltra, commedia in tre atti, rappresentata per la prima volta nel 1748, Goldoni affermò in modo inequivocabile la sua riforma. Protagonista è la bella Rosaura, vedova e furba, attorno alla quale ronzano quattro pretendenti: Milord Runebif, Monsieur le Blèau, don Alvaro e il conte di Bosco Nero, un inglese pratico ma generoso, un francese galante e millantatore, altezzoso lo spagnolo, appassionato l'italiano. Rosaura vuole mettere alla prova i suoi spasimanti, presentandosi laconica e in vesti inglesi a Rùnebif, galante e in vesti francesi a monsieur le Blèau, altera e in vesti spagnole a don Alvaro, vivace e in vesti italiane al conte di Bosco Nero: i primi tre, pur corteggiando Rosaura, preferiscono la connazionale: solo l'italiano le rimane fedele e perciò la sposerà. Bellissimo il personaggio di Rosaura, che si abbandona con languido piacere al gioco, il quale però "rimane pur sempre una mascherata carnevalesca", fra pretendenti che sono "marionette caricaturali"; questa commedia fu musicata nel 1932 da Wolf Ferrari.

Meritano infine d'essere menzionate queste altre commedie: Arlecchino servitore di due padroni (1745) il quale, secondo E. Rho, mira attonito i casi strani sorgenti dalla sua astuta balordaggine e dà un senso poetico alle marionette dell'Arte, che gli muovono intorno in romanzesca girandola di intrighi ancora meccanici; la Bottega del caffè (1749), centrata sulla figura di don Marzio, che incarna la pettegola maldicenza (sfaccendato com'è, don Marzio passa le sue giornate a seguire lo svolgersi della vita dal comodo osservatorio del tavolino del caffè attraverso il suo occhialetto fra sussurri, insinuazioni, frizzi, sorrisi maliziosi: è il vero eroe della fantasia); la trilogia della villeggiatura, costituita da Smanie per la villeggiatura con Giacinta, nuova Mirandolina, vera protagonista, Le avventure della villeggiatura e Ritorno dalla villeggiatura, dove trionfano ragione e convenienza. Questa è l'ingenua natura del Goldoni: osservazione familiare e sociale della vita domestica dei borghesi e dei popolani, sia che essa si svolga dentro le pareti della casa del sior Lunardo (I rusteghi), o in una piazzetta dove si muovono, chiacchierano, litigano, si riappacificano, tra lo scoppiettare arguto del dialetto veneziano, un gran numero di giovani popolane pettegole e rivali, di pretendenti gelosi e maneschi, di vedove e di vecchie, che non hanno ancora perduto la speranza di rimaritarsi, o in strada, fra povere casupole, da cui si riversa la folla tumultante e contrastante di pescatori, di battellieri, di mogli e di ragazze da marito, queste incapaci di tener la lingua a posto, quelli pronti a menar le mani. Nè si può dire che il teatro goldoniano manchi di etica perchè una morale c'è anche qui: la vita è bella e degna di essere vissuta a patto di ricordarsi sempre della massima, che la siora Felicita fa risuonare nelle orecchie dei quattro rusteghi: amè, se volè esser amài (amate, se volete essere amati).

Carlo Goldoni, Tutte le opere       Goldoni: Sulla riforma del teatro comico
 

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