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Giacomo Leopardi |
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C'è una tradizione molto antica che va da Epicuro a Lucrezio, ai materialisti francesi del Settecento, nel campo della poetica a Leopardi, in base alla quale tutte le nostre conoscenze sono originate dalla elaborazione dei materiali che ci forniscono i sensi. Giacomo
Leopardi, primo dei cinque figli del conte Monaldo e di Adelaide dei
marchesi Antici, nacque a Recanati il 29 giugno 1798. Pur se la madre fu
austera e poco espansiva e il padre distratto dai suoi studi, la prima
fanciullezza del poeta fu felice, soprattutto per la compagnia dei fratelli
Carlo e Paolina, di soli uno e due anni più giovani. Sotto la guida di
istitutori privati (don Giuseppe Torres dapprima e, successivamente,
dell’abate Sebastiano Sanchini) e del padre, che avrebbe inizialmente
emulato e del quale avrebbe assecondato le ambizioni con un «grandissimo,
forse smoderato e insolente desiderio di gloria», si avviò precocemente agli
studi. All’età di undici anni riuscì tra l’altro a tradurre il primo libro
delle Odi di Orazio e a quattordici scrisse due tragedie, La virtù indiana e
Pompeo in Egitto, mentre tra le esercitazioni realizzate in quel periodo
spicca la stesura di L’arte poetica di Orazio travestito ed esposto in
ottava rima. Abbozzò quindi un’erudita Storia dell’astronomia, e nel 1815
compose in due mesi il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi. Ma
furono pressoché sterminate le letture che coltivò in quegli anni e numerosi
i lavori cui si dedicò con dedizione, acquisendo un’erudizione poderosa e
un’assoluta padronanza filologica. Tradusse tra gli altri Mosco e la
Batracomiomachia, il primo libro dell’Odissea e il secondo dell’Eneide, in
anni che egli stesso definì di «studio matto e disperatissimo», trascorsi
nella ricca biblioteca paterna con un accanimento che finì per minargli la
già gracile costituzione. Nel 1816 avvenne la sua «conversione letteraria»
ed egli scrisse il suo primo componimento poetico importante, la cantica
Appressamento della morte, mentre nel 1817 ebbe inizio la sua amicizia con
lo scrittore e patriota Pietro Giordani con il quale intrecciò una fitta
corrispondenza. Giordani, intuendone le doti straordinarie, lo incoraggiò
nelle sue ambizioni, continuando a incitarlo con convinzione e affetto.
Nell’estate di quello stesso anno cominciò inoltre a scrivere le annotazioni
che avrebbero dato vita allo Zibaldone.Risale al 1818 la composizione
dell’importante Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica,
nonché il vero inizio della sua poesia, con le due canzoni All’Italia e
Sopra il monumento di Dante, alle quali si collega strettamente la canzone,
posteriore di due anni, Ad Angelo Mai. Nel 1819 attraversò un periodo di
grave crisi: impeditagli dalle condizioni fisiche anche la lettura a causa
di una malattia agli occhi che lo avrebbe tormentato tutta la vita, non gli
rimase che la meditazione, ed egli approdò a quella che poi chiamerà «conversione
filosofica», toccando il fondo della disperazione intellettuale e
sentimentale. Dello stesso anno è un ingenuo tentativo di fuga da Recanati,
facilmente sventato dal padre. Proprio per l’opposizione di quest’ultimo non
riuscì a pubblicare, insieme a quella al Mai, altre due canzoni di
tutt’altro argomento composte in quello stesso periodo (Per una donna
inferma di malattia lunga e mortale e Nella morte di una donna fatta
trucidare col suo portato dal corruttore per mano di un chirurgo), lasciate
da Leopardi anche in seguito fuori dei Canti, ma criticamente interessanti,
poiché mostrano un poeta che già alterna ai temi civili la considerazione
della privata infelicità.Dopo il primo tentativo di fuga, dal suo «borgo» riuscì ad allontanarsi solo più tardi e con il consenso dei genitori per un deludente soggiorno di cinque mesi a Roma (1822-23), dove trasse conforto solo dalla stima e dall’amicizia di alcuni studiosi stranieri. Frattanto, tra l’ottobre del 1821 e il settembre del 1823 compose altre sette canzoni (Nelle nozze della sorella Paolina; A un vincitore nel pallone; Bruto minore; Alla primavera, o delle favole antiche; Ultimo canto di Saffo; Inno ai patriarchi, o de’ principii del genere umano; Alla sua donna), che insieme alle tre precedenti il poeta poté pubblicare a Bologna nel 1824 in un volumetto di Canzoni, accompagnate da erudite Annotazioni che ne giustificano le scelte linguistiche, invocando di volta in volta il buon senso e l’autorità della Crusca. La canzone a Paolina, che è lo sviluppo di un abbozzo risalente forse al 1819, non è lontana nello spirito dalle prime tre, proponendosi concreti fini educativi: l’uomo superiore non deve deflettere dalle proprie convinzioni, anche se ciò gli costerà l’incomprensione o l’ostilità degli uomini comuni, cioè l’infelicità. Ma già nella canzone A un vincitore nel pallone appariva il concetto che ogni meta è deludente e vana, che non c’è nessuna vera differenza tra il combattere per uno scopo che si reputa alto e il combattere per un gioco. E nella canzone cronologicamente contigua, Bruto minore, Leopardi procede ancora oltre: la virtù non è che una «larva», una parola e non una cosa salda. Bruto riconosce che la rovina di Roma, come la morte di tutto, è una «ferrata necessità», contro cui è illusorio e vano lottare. Tuttavia, mentre l’uomo comune si consola del male quando lo riconosce necessario, l’uomo superiore non si rassegna al destino: non potendo più fare altro si uccide, e con ciò diventa vincitore nell’atto stesso d’essere vinto. Pochi mesi dopo (1822) però Leopardi componeva l’Ultimo canto di Saffo, nel quale la poetessa greca si uccide senza intenzioni di rivalsa: si riconosce vinta e, anziché maledire la vita, se ne distacca sconsolata di lasciarla senza averla goduta. Il titanismo genericamente romantico di Bruto giunge così a un passo dalla «fiera compiacenza» più specificamente leopardiana: dall’orgoglio, cioè, di avere lui solo il coraggio di affrontare l’orrido vero, di «strappare ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano», di non piegare il capo a tale destino; e dall’ebbrezza di dolore che da quell’orgoglio deriva. Questo particolare titanismo, trasferito dall’azione al pensiero, sarà, con diverse modulazioni, motivo di poesia costante in Leopardi sino alla fine, secondo un’estensione del decoro formale classicistico all’ambito etico e intellettuale. Nel luglio 1825 poté finalmente stabilirsi a Milano stipendiato dall’editore Antonio Fortunato Stella, per il quale pubblicò un commento a Petrarca (1826) e due importanti antologie: la Crestomazia italiana (1827) e la Crestomazia poetica italiana (1828), rispettivamente raccolta di prose e di versi di autori italiani. Proprio nel 1825 si era inoltre deciso a pubblicare nel «Nuovo ricoglitore»di Milano con il titolo di Idilli, alcune sue poesie composte tra il 1819 e il 1821: quelle che i critici usano chiamare i piccoli idilli, cioè (come s’intitolarono definitivamente): L’infinito, La sera del dì di festa; Alla luna; Il sogno; Lo spavento notturno; La vita solitaria. Esse contengono alcune delle pagine più alte di tutta l’opera leopardiana. Sono espressioni di una fiera solitudine; eppure a esse, nell’edizione 1835 dei Canti, Leopardi premise Il passero solitario, composto assai più tardi, nel quale egli sente come una condanna la sua impossibilità di partecipare alla gioia e alla vita degli altri. Tale esclusione si rivela un autentico motivo informatore, perché dal piano biografico passa facilmente a quello culturale, connotando la condizione di inferiorità in cui versa la poesia moderna rispetto a quella degli antichi, e soprattutto corrisponde all’ideale di fluidità linguistica cui Leopardi sottopone tanto la sua opzione classicistica, quanto la complessa sostanza intellettuale del suo messaggio. In questo senso, l’idillismo leopardiano, lungamente preferito dalla critica ai grandi componimenti degli ultimi anni, realizza in maniera più compiuta il prodigio di una poesia ricavata senza sforzo apparente dalle parole di tutti i giorni e con le immagini che sono sotto gli occhi di tutti: di una poesia perciò capace di mettere la semplicità e l’immediatezza al servizio della verità universale del sentimento. Nel settembre 1826 da Milano si trasferì a Bologna sempre stipendiato da Stella; dal novembre 1826 all’aprile 1827 fu a Recanati; quindi passò di nuovo a Bologna e in giugno a Firenze, mentre nell’inverno 1827-28 fu a Pisa, dove registrò poeticamente un «risorgimento» degli affetti. Nel novembre 1828, cessatogli ogni aiuto, fu costretto a tornare a Recanati; ormai, come egli credeva, per sempre. Dal 1823 al 1828, a parte l’epistola Al conte Carlo Pepoli (1826), Leopardi tacque come poeta. In questi anni egli portò alle estreme conseguenze il suo pessimismo, elaborando una visione della vita che sfocia in quello che gli studiosi definiscono il ‘pessimismo cosmico’ leopardiano. L’infelicità umana non è frutto di circostanze particolari che colpiscono i singoli individui; e neppure nasce, come aveva creduto in un primo tempo per influsso dei pensatori settecenteschi, da situazioni storiche, dal prevalere della ragione sulla fantasia per effetto dell’avanzare della civiltà, del costituirsi degli uomini in società, che necessariamente condiziona la libertà e la spontaneità individuale; ma è una legge di natura, alla quale nessun uomo in nessun tempo, anzi nessun essere può sottrarsi. L’uomo non cerca altro che la sua felicità, ma la natura non si propone la felicità degli individui e tende soltanto alla propria conservazione, per la quale come sono necessarie le nascite così sono necessarie le morti. La vita è quindi un più o meno lento morire e un’«inutile miseria»: e l’accento del poeta batte soprattutto su questa inutilità. Donde il «tedio», la grande malattia spirituale dei romantici, di cui Leopardi è il cantore italiano più alto e l’interprete più acuto: la vanità del tutto è per lui implicita nelle aspettative di felicità. Su tali temi s’interrogano in modo radicale le Operette morali, venti delle quali, il corpo dell’opera, furono tutte scritte dal gennaio al dicembre 1824 (ne scrisse un’altra nel 1825, e ancora due nel 1827, e due nel 1832). La conclusione logica di questa concezione della vita non può essere che la necessità del suicidio. E tuttavia, se Porfirio, nel dialogo che s’intitola a lui e a Plotino, energicamente afferma quella necessità, Plotino lo dissuade: non ci è lecito, è da barbari, privarci della consolazione che ci viene dall’affettuosa presenza delle persone che ci vogliono bene, togliendo a queste la consolazione della nostra presenza. È la felice contraddizione da cui nasce la poesia leopardiana. Le Operette sono per lo più dialoghi, in cui spesso Leopardi scaglia il suo sarcasmo contro gli uomini illusi e vili che si rifiutano di fissare gli occhi sull’orrido vero. A questi toni sarcastici lo scrittore si concede volentieri, riuscendo a governare con mano ferma qualsiasi dissonanza. Questa lucidità si riflette nella sostenutezza dell’elaboratissimo stile, pur qua e là percorsa e in certo senso sottolineata da abbandoni sentimentali. Le Operette nacquero nella più triste stagione leopardiana in cui il poeta si sentì veramente solo, non soccorso dal bisogno di consolare e d’essere consolato. Quando, nel 1828, uscirà da questo orribile stato, dirà di aver finalmente ritrovato la facoltà di piangere, che credeva gli fosse preclusa per sempre. Poté così tornare a comporre poesie «col cuore d’una volta». In Il risorgimento (1828) viene celebrata la rinascita in lui della vita sentimentale: seguirono, dallo stesso 1828 al 1830, i canti leopardiani che si designano come grandi idilli, e che segnano secondo molti l’apice della sua poesia: A Silvia; Le ricordanze; La quiete dopo la tempesta; Il sabato del villaggio; Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, e probabilmente anche Il passero solitario. Il pessimismo cosmico assume il suo vero volto poetico: la pietà cosmica. Con il pianto, cioè con la pietà per gli altri e per sé stesso, non sono compatibili né lo sdegno e il disprezzo per i codardi, né l’esaltazione del proprio coraggio. Ma anche quel Pastore errante, che è vittima e non combattente e che non vede intorno a sé bersagli a cui mirare, bensì compagni di pena da compiangere, non si rassegna, non viene a patti con il destino: e perciò in sostanza combatte ancora, con l’amaro conforto di non essere stato e di non essere vile. In questo gruppo di mirabili poesie, sui toni agonistici e titanici, che pur non mancano, prevalgono quelli di raccolto e solidale dolore che non erano mancati neppure nel Leopardi eroico-alfieriano, e non verranno mai meno. La pietà di Leopardi è attiva, vuole consolare; e non si può consolare chi per viltà chiude gli occhi al vero, accetta la realtà supinamente o per «fetido orgoglio». Pietà e consolazione non possono volgersi a chi soffre, e in primo luogo ai giovani, che per la loro ingenua fiducia nella vita, per la loro inesperienza non sono in grado di capire la legge universale dell’infelicità, e s’illudono di essere felici, e soprattutto di esserlo domani. Intorno al Canto notturno, gli altri grandi idilli si possono considerare tutti incentrati sul tema della speranza, una speranza considerata con la tenerezza di chi ne conosce la vanità. Se la speranza è per Leopardi giovinezza, giovinezza è per lui, sempre, compagnia: la gioia di ciascuno si riflette e ha senso nella gioia corale del borgo. Il poeta del Passero solitario si rammarica appunto di non saper partecipare, pur giovane, a questo coro e, dunque di non sapere essere giovane. Nel 1830 il provvidenziale intervento del generale e storico Pietro Colletta, che con delicati sotterfugi lo indusse ad accettare, per un anno, un aiuto pecuniario suo e di altri collaboratori dell’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux con cui era entrato in contatto, gli permise di tornare nel maggio a Firenze, dove partecipò alla vita letteraria e mondana della città. Qui conobbe lo studioso svizzero Luigi De Sinner, cui affidò i suoi manoscritti filologici giovanili per pubblicarli. Contrariamente a quanto si credeva un tempo, Leopardi non limitò i suoi studi filologici agli anni della prima giovinezza, trascurandoli a favore della poesia, ma alternò le due attività almeno sino al 1827. Di fatto abbandonò quegli studi quando consegnò i suoi manoscritti al De Sinner, pur se continuò negli anni successivi a mandare allo studioso svizzero aggiunte ai suoi lavori, che teneva in gran pregio. Tali studi, specie quelli di critica testuale, furono lodati da Barthold Georg Niebhur, Jean-François Boissonade, Friedrich Wilhelm Nietzsche, Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, mentre la critica più recente considera Leopardi uno dei pochissimi filologi italiani del primo Ottocento che abbia statura europea. Sempre a Firenze il poeta strinse amicizia con il giovane intellettuale napoletano Antonio Ranieri. I due decisero di vivere insieme dal dicembre 1830, mettendo in comune le proprie risorse, alle quali si aggiunse il modesto assegno mensile che Leopardi riuscì a ottenere dalla famiglia a partire dal luglio 1831. Nel marzo era stato nominato deputato di Recanati all’assemblea che dopo i moti di quell’anno si sarebbe dovuta tenere a Bologna, ma, prima ancora della repressione dei moti, la sua diffidenza nei confronti di qualsiasi illusione di rinnovamento politico gli impedì persino di accettare la nomina. Nell’ottobre 1831 Leopardi e Ranieri partirono improvvisamente da Firenze per Roma, dove si trattennero sino al marzo 1832, quando tornarono a Firenze. Per l’improvvisa partenza, che meravigliò allora amici e parenti, l’unica causa accertabile è il desiderio di Leopardi di accompagnare a Roma l’amico Ranieri, deciso a seguire l’attrice Maddalena Pelzet di cui era innamorato. Dopo il 1830, vi era stata un’altra pausa nella sua attività poetica, colmata nel 1832 dalle due ultime Operette (Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere e Dialogo di Tristano e di un amico). All’amore per una signora fiorentina, Fanny Targioni-Tozzetti, che infine lo respinse provocandogli un profondo dolore, si deve invece il ciclo di cinque poesie, detto «di Aspasia». Dall’estasi di un dolce Pensiero dominante, che rafforza l’intransigenza morale, lo sdegno per ogni umana viltà; dall’esaltazione dell’amore come del piacere maggiore che si trova nel mare dell’essere, simile in ciò solo alla morte (Amore e morte; Consalvo, che è la meno intensa drammatizzazione della precedente poesia), si passa, al venir meno dell’illusione di essere ricambiato, ai secchi, terribili versi di A se stesso, lirica epigrafe mortuaria, e poi alla rappresentazione, più pacata ma carica di amarezza, delle circostanze dell’inganno (Aspasia). Dopo essere tornato nel 1832 a Firenze, nel settembre dell’anno successivo si trasferì a Napoli con Ranieri, dove trascorse gli ultimi suoi anni. Questi furono caratterizzati, come sempre nei periodi leopardiani di più nera depressione, da scritti satirici (la Palinodia al marchese Gino Capponi; lo scherno dei tentativi risorgimentali nei Paralipomeni della Batracomiomachia, e della fede religiosa nei Nuovi credenti). Ma insieme c’è un lento risalire dalla china, come mostrano, non tanto le canzoni Sopra un basso rilievo antico sepolcrale e Sopra il ritratto di una bella donna, quanto La ginestra, quasi un compendio poetico di tutta la meditazione leopardiana, e soprattutto Il tramonto della luna, nel quale canto vi sono gruppi di versi degni della proverbiale eloquente felicità dei grandi idilli. Scampato al colera scoppiato nell’ottobre 1836, morì il 14 giugno 1837 per idropisia e conseguente attacco di asma. La sua salma, sottratta dal Ranieri alla fossa comune, fu tumulata a Fuorigrotta, dove più tardi fu eretto un piccolo monumento. I suoi resti furono poi trasportati nel Parco Virgiliano. Postumi furono pubblicati, con le opere minori, il ricco Epistolario (a cura di P. Viani, 1849; a cura di F. Moroncini e G. Ferretti, 7 voll., 1934-41) e lo Zibaldone di pensieri: 4526 pagine nel manoscritto, nelle quali Leopardi dal 1817 al 1832 andò via via segnando, con maggiore o minore frequenza, quanto le sue letture e la sua meditazione gli andavano suggerendo sui più svariati argomenti (pubblicato con il titolo Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, a cura di una commissione di studiosi presieduta da G. Carducci, 7 voll., 1898-1900; la più recente edizione critica, con il titolo Zibaldone di pensieri, è a cura di G. Pacella, 3 voll., 1992); da esso per la maggior parte Leopardi stesso trasse e rielaborò i centoundici Pensieri, pubblicati postumi (in Opere di Giacomo Leopardi, a cura di A. Ranieri, 2 voll., 1845). Lo Zibaldone e specialmente l’Epistolario vanno considerati non solo come documenti indispensabili per l’interpretazione dell’anima e della poesia di Leopardi, ma come opere d’arte a se stanti, che lo pongono, insieme con le Operette, tra i maggiori prosatori che abbia mai avuto l’Italia. Dei Canti si ebbero due diverse edizioni in vita di Leopardi: presso Piatti (Firenze 1831) e presso Starita (Napoli 1835); mentre più complessa è la storia delle Operette morali, la cui 1ª edizione in volume apparve a Milano nel 1827 e la 3ª, incompleta, a Napoli nel 1835. GIACOMO LEOPARDI - LO ZIBALTONE |
LETTERATURA GIACOMO LEOPARDI CRITICA LETTERARIA LE OPERETTE MORALI DI GIACOMO LEOPARDI
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