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Marco Aurelio |
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Con MARCO AURELIO lo stoicismo sale al trono imperiale di Roma. Nato nel 121 d. C. da nobile famiglia, Marco Aurelio fu adottato dall'imperatore Antonino e gli successe nel 161. Morì nel 180 durante una campagna militare Egli ha lasciato uno scritto composto di aforismi diversi, intitolato Colloqui con se stesso o Ricordi, in 12 libri. Come Seneca, egli si distacca qua e là dalla dottrina tradizionale degli Stoici; se ne distacca soprattutto per ciò che riguarda il concetto dell'anima, nel quale rinnega il materialismo stoico. Egli ritiene che l'uomo è composto di tre principi: il corpo, l'anima materiale che è il principio motore del corpo, e l'intelligenza. Come tutti gli elementi dell'organismo umano sono parti dei corrispondenti elementi dell'universo, così l'intelletto umano è parte di quello del mondo. Il dèmone che Zeus ha dato a ciascuno come guida non è altro che l'intelligenza e questa è un «brano» di Zeus stesso (V, 27). Delle funzioni psichiche, le percezioni appartengono al corpo, gli impulsi all'anima, i pensieri all'intelletto. Come Seneca ed Epitteto, Marco Aurelio ritiene che la condizione della filosofia è il ritiro dell'anima in se stessa, l'introspezione o la meditazione interiore (IV, 3). Egli dice: «Guarda dentro di te: dentro di te è la fonte del bene sempre capace di zampillare, se sempre saprai scavare in te stesso» (VII, 59). Perciò egli fa sue le tesi stoiche dell'ordine divino del mondo e della provvidenza che lo governa, ma afferma anche, per suo conto, la parentela degli uomini con Dio. Il dèmone individuale come parte dell'intelletto universale e quindi di Zeus, è il fondamento di questa convinzione religiosa. Per la loro parentela comune, gli uomini si devono amare l'un l'altro. «E proprio dell'uomo amare anche chi lo percuote. Devi aver presente che tutti gli uomini ti sono parenti, che essi peccano solo per ignoranza e involontariamente, che la morte incombe su tutti e, specialmente, che nessuno ti può danneggiare perché nessuno può intaccare la tua ragione» (VII, 22). L'uomo è parte del flusso incessante delle cose. «La realtà è come un fiume che scorre perennemente, le forze mutano, le cause si trasformano vicendevolmente, e nulla rimane immobile» (IX, 28). Qual è il destino dell'anima in questo flusso? Marco Aurelio dipinge a colori smaglianti la condizione dell'anima che con la morte si è liberata dal corpo, ammettendo anch'egli l'antica credenza del corpo come prigione e tomba dell'anima. Ma per lui il problema se questa liberazione sia l'inizio di una nuova vita o la fine di ogni responsabilità passa in seconda linea. Può darsi che l'anima riassorbendosi nel tutto si tramuti in altri esseri (IV, 21). In ciò Marco Aurelio è più fedele del platonizzante Seneca alla dottrina originaria dello stoicismo. |