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Guglielmo di Ockham

Nato verso il 1280 nel
Surrey, in Inghilterra, entrò nell’ordine francescano prima del 1306. Nel 1318
era ancora studente di teologia ad Oxford, dove iniziò la carriera
d’insegnamento facendo lezione sulle Sentenze di Pietro Lombardo e sulla Sacra
Scrittura come baccelliere ed ottenendo un immediato successo. Negli anni
oxoniensi, oltre al commento alle Sentenze (conosciuto col titolo di Ordinatio
per la prima parte, Reportatio per la seconda), aveva scritto due trattati di
logica (Expositio aurea, Summa totius logicae), commenti ad Aristotele (alla
Fisica e ad opere di logica), e sette questioni quodlibetali su argomenti di
natura filosofica e teologica. Ockham però non diventò mai magister perché nel
1323 il cancelliere dell’università di Oxford, Giovanni Lutterell, accusò presso
il pontefice la sua opera di contenere falsità filosofiche, eresie religiose e
aberrazioni morali. Nel 1324 il filosofo fu convocato presso la curia papale ad
Avignone e rinchiuso nel convento francescano, per essere processato. Il
processo però non arrivò mai alla conclusione, perché nel 1328 Guglielmo d'
Ockham fuggì da Avignone a Pisa insieme a Michele da Cesena, il generale
dell'ordine francescano, anch’egli messo sotto processo perché favoriva il
movimento degli Spirituali. I due si schierarono al fianco dell'imperatore
Ludovico il Bavaro che, incoronato a Roma all' inizio del 1328, aveva dichiarato
deposto il papa Giovanni XXII (che Michele considerava eretico) pochi mesi dopo.
Fra il sostenitore della povertà evangelica e il francescano inglese esisteva
una convergenza di fondo, che si manifestò negli scritti di Ockham successivi
alla fuga da Avignone, opere teologico-politiche spesso fortemente polemiche:
l'Opus nonaginta dierum (1333-1334), sulla povertà francescana; il Dialogus de
imperio et pontificia potestate (1342); il Breviloquium de potestate papae e l'
ultimo grande scritto, De imperatorum et pontificum potestate, scritto nel 1347.
Inoltre otto quaestiones sulla distinzione fra il potere spirituale e il potere
civile e, forse, le Allegationes de potestate imperatoris (la cui attribuzione è
dubbia). Ockham morì a Monaco, probabilmente nel 1347. Con la sua vita e le sue
opere aveva rappresentato un modello nuovo di intellettuale cristiano, e la sua
dottrina incontrò un successo notevole nelle scuole di filosofia, sia in
Inghilterra che in Francia.
Filosofia e fede
Ockham rifiuta ogni posizione concordista - che voglia cioè mostrare l'accordo
fra la fede e la filosofia d'impianto greco. Questo rifiuto, che risuona in
tutte le sue dottrine, è stato interpretato come una forma di scetticismo, in
cui si sarebbe espressa la ‘crisi’ di un sistema filosofico che aveva ormai
raggiunto e superato il suo vertice più alto. In realtà, Ockham è piuttosto l'
iniziatore di un nuovo modo di pensare, che riprende dalla radice il problema
fondamentale della filosofia nel mondo cristiano: quello della creazione. A
partire da una ferma fede, che assume come proprio centro il dogma
dell'onnipotenza divina espressa nel Credo Niceno ("Credo in un solo Dio
onnipotente creatore del cielo e della terra"), e da una filosofia che vuole
restare completamente fedele al pensiero di Aristotele, Ockham si colloca al
punto d'incontro tra interessi filosofici e interessi religiosi, e il suo
pensiero si mostra ai suoi contemporanei come “la dottrina d'un credente”.
Logica nominalista
Il nominalismo di Ockham è prima di tutto un nominalismo logico, che si sviluppa
a partire dalla tradizione delle Summulae logicales di
Pietro Ispano. Secondo quanto afferma nella
Expositio aurea, la logica è un sapere pratico, poiché “verte sulle nostre
proprie operazioni … che sono perciò interamente nostre proprie attività”, e non
deve essere considerata altrimenti che come una scienza del linguaggio priva di
implicazioni metafisiche. La logica analizza e insegna le regole delle
proposizioni, operazioni linguistiche mediante cui si costruiscono le scienze:
tanto le scienze reali (cioè che vertono su oggetti di realtà, come la fisica)
quanto quelle razionali, che vertono su oggetti mentali (come la matematica). Le
proposizioni possono essere mentali (in mente), enunciate (in voce) o scritte
(in scripto). In ogni caso, comunque, hanno carattere composito (complexa), e
possono essere suddivise nelle loro parti (termini): suoni, lettere
dell'alfabeto e, nel caso delle proposizioni pensate, concetti o intentiones
animi. Nella definizione del concetto come intentio viene in primo piano la sua
funzione di segno, che ‘tende verso’, ovvero indica, le cose a cui si riferisce.
Anche gli universali sono concetti e dunque segni: ma di cosa? Per il logico non
ha alcun senso chiedersi se gli universali vertano sulla realtà, perché si
tratta di un problema metafisico. Il realismo è considerato assurdo, poiché
deriva da un'inferenza che va oltre le premesse: riconoscendo che la somiglianza
fra individui che, oggi diremmo, appartengono a una certa classe (Socrate e
Platone) è maggiore di quella fra individui che appartengono a classi diverse
(Socrate e un asino), i realisti concludono che i primi si assomigliano perché
hanno in comune una essenza reale o ‘natura comune’. Il loro errore sta dunque
nel postulare una terza realtà (la natura communis) che si interpone fra le due
realtà singolari (Socrate e Platone) che convengono fra loro in una somiglianza.
Per Ockham invece, c’è una maggiore ‘convenienza’ tra Socrate e Platone che tra
Socrate e l'asino non in ragione di qualcosa che si distingue da essi ma perché
“convengono maggiormenti tra di loro per se stessi”. La realtà è infatti
composta esclusivamente di individui singolari; di conseguenza, il filosofo deve
però chiedersi come è possibile che qualcosa vi sia di comune e di universale;
la risposta chiama in causa la funzione significativa del linguaggio, e in
particolare la dottrina della suppositio.
La dottrina della suppositio
Il logico si interessa ai termini come segni non per determinare lo status
ontologico di ciò che essi significano, ma per analizzare la loro proprietà
fondamentale in quanto segni, che è il loro ‘stare al posto di’ (supponere pro)
qualcos’altro. La supposizione (suppositio) è la proprietà che i termini hanno
di significare, e una proposizione è vera quando il soggetto e il predicato
‘suppongono per’ la stessa cosa: nei casi in cui questo non avviene si danno gli
errori logici denominati fallacie. La suppositio permette inoltre di distinguere
fra i diversi tipi di discorso scientifico: si avrà infatti una scienza reale o
razionale a seconda che i termini stiano al posto di realtà concrete o mentali.
Nella dottrina della suppositio troviamo l'elemento di novità fondamentale della
teoria logica di Ockham: la distinzione della suppositio in tre livelli:
suppositio materialis, che si ha quando un termine indica se stesso in quanto
termine ("uomo è un nome di due sillabe", "correre è un verbo" ecc.); suppositio
personalis, quando un termine indica una realtà individuale ("Un uomo corre");
suppositio simplex, quando un termine indica un ‘universale’ ("uomo è una
specie"), ovvero non una realtà o essenza universale, ma un concetto mentale
nella sua natura di concetto.
Metafisica nominalista e contingenza del reale
La metafisica di Ockham è indubbiamente coerente con l'impostazione logica, ma
non deve essere confusa con essa; il nominalismo metafisico fa pernio infatti su
un postulato extra-logico: la realtà è composta esclusivamente da individui (da
cui il famoso aforisma noto come ‘rasoio
di Ockham’: “non si devono
moltiplicare gli enti ponendone di non necessari”). Tutto ciò che esiste
realmente è un individuo; tradotta in termini astratti, questa intuizione
filosofica può essere così enunciata: ogni essere è indiviso in sé e diviso
dagli altri. Ockham sviluppa questa intuizione semplificando al massimo
l'impalcatura concettuale costruita sul tema dell'essere e dell'essenza dai suoi
predecessori (Tommaso d’Aquino e Duns Scoto). La considerazione della struttura
metafisica della realtà cede così il posto ad una centralità degli individui
reali, un mondo di cose singole, in cui non si danno mediazioni come quelle
espresse tradizionalmente dai termini di ‘natura’ o ‘essenza’: le realtà
individuali esistono in quanto frutto immediato e assolutamente contingente
della volontà divina. A ciò si deve aggiungere il fatto che in Dio, che è
assolutamente semplice, la volontà si identifica con l’intelletto; non possiamo,
di conseguenza, porre in Dio nessuna distinzione, per esempio fra l’atto del
conoscere e quello del produrre. Per questa ragione non è possibile ricondurre
l’ordine del mondo a un ordine precedente l'atto della creazione, e cade
pertanto un postulato fondamentale dell’aristotelismo scolastico: l'esistenza di
un piano ideale o essenziale della creazione, comprensibile da parte della
ragione umana; diventa pertanto impossibile attingere razionalmente i ‘preamboli
della fede’ a partire dalla conoscenza delle cose (nozione centrale nella
filosofia tomista).
L’opposizione di Ockham alla ‘teologia scientifica’ d’impianto tomista è
nettissima. Se la ragione umana non può neppure attingere alla dimostrazione
razionale dell’esistenza di Dio (si può provare la necessità della trascendenza,
ma ciò non significa conoscerla o dire alcunché su essa), a maggior ragione gli
articoli della fede cristiana non costituiscono una scienza, perché “non sono
principi della dimostrazione, né conclusioni, né possono essere dimostrati”;
solo l’assoluta dipendenza delle realtà dalla ‘causa prima’, cioè la contingenza
assoluta degli esseri, può essere affermata in ques’ambito. Questa ed analoghe
affermazioni di Ockham hanno indotto ad etichettare il suo pensiero come
fideismo (se si sottolinea l'autonomia del fondamento della fede) o scetticismo
(se al contrario si sottolinea che la scienza non può conferire tale
fondamento). Tuttavia, proprio la fiducia nella conservazione delle cose - nella
regolarità del mondo- da parte della potenza di Dio, rende possibile ad Ockham
articolare in maniera nuova il discorso sull’onnipotenza divina, offrendo un
inedito fondamento alla conoscenza scientifica, cui la discussione sul
linguaggio come sistema di segni si connette senza smagliature.
Onnipotenza divina e conoscibilità del mondo
Ockham elabora infatti una posizione che gli permette di salvare la
conoscibilità del mondo senza dover ricadere in nessuna forma di determinismo;
lo fa paragonando l'azione di Dio a quella di un sovrano che promulga una legge
che egli stesso s'impegna a rispettare: il mondo creato è dunque di fatto un
ordine, benché un ordine contingente; è l'ordine che Dio (il Dio della Bibbia)
ha decretato che fosse, con un patto cui si è autonomamente obbligato
(l'obbligazione cui il Dio sovrano si vincola non è infatti frutto di un
contratto fra parti, ma autonoma decisione del creatore nei confronti della
creatura). In questo modo Ockham, identificando la potentia ordinata con la
realizzazione di fatto della potentia absoluta, riesce a salvare la fiducia
nella conoscibilità del mondo senza dover ricorrere ad un ordine razionale che
condizioni l'azione creatrice di Dio. Ma c’è un’altra conseguenza, di ordine
epistemologico: se il mondo non è la realizzazione dell'ordine ideale, la
conoscenza del mondo non può essere conoscenza di idee universali astratte: la
conoscenza astratta o deduttiva non può dirci infatti nulla su un mondo di
individui, qual è il mondo reale. Non viene con ciò negata la validità logica
della conoscenza deduttiva, bensì la sua capacità di dirci qualcosa sul reale
(posizione analoga a quella di Ruggero Bacone). L’uomo, immerso in un mondo
contingente retto dalla volontà divina, può conoscere pertanto solo ciò che gli
è dato nell'esperienza: l'empirismo di Ockham ha dunque una radice schiettamente
teologica ed è perfettamente coerente con la sua metafisica. E' la conoscenza
intuitiva-empirica che ci dà l'evidenza della realtà e dell'esistenza di una
cosa, o anche del suo contrario (si può conoscere che una cosa non è: questa
affermazione è una delle più problematiche, e darà luogo ad una discussione fra
gli stessi seguaci di Ockham); e che permette all’intelletto di afferrare il
singolare in quanto tale: “la conoscenza intuitiva di una cosa è una conoscenza
in virtù della quale si può conoscere se una cosa è o non è. Se è,
immediatamente l'intelletto giudica che è quello che è.” Di conseguenza viene
rifiutata l'articolazione dell'atto conoscitivo e le mediazioni fra la cosa e
l'intelligibile (le species intelligibiles) che caratterizzano la gnoseologia
aristotelico-scolastica. Oltre a ribadire, sul piano della conoscenza, il
principio del ‘rasoio’ (“Si fa inutilmente con molti mezzi ciò che si può fare
con pochi”), Ockham sostiene che non si deve considerare come ‘necessario in
assoluto’ ciò che appare necessario in relazione ad un determinato ordine di
cose: la possibilità di prevedere eventi di natura cambia così status, da
dimostrazione necessaria ad anticipazione probabile.
Su questa base egli elabora le sue teorie fisiche, che nelle grandi linee
possono essere così indicate: la riduzione della quantità alla sostanza; la
negazione di una realtà del movimento distinta dalla realtà del corpo che si
muove; la negazione della realtà assoluta del tempo se non nell'anima. Si può su
questa base affermare, senza inconvenienti filosofici, che il mondo è creato da
Dio ab aeterno e che non è assurda l'esistenza di un infinito in atto.
Il pensiero politico
Anche nell’ambito politico la posizione di Ockham è originale e si distacca
nettamente da quella degli ‘averroisti politici’, Giovanni di Jandun e Marsilio
da Padova, che pure erano anch’essi schierati nel partito imperiale. La netta
affermazione dell’indipendenza del potere temporale da quello spirituale ha in
Ockham una matrice schiettamente teologica, poiché discende da una
riaffermazione della priorità del primato apostolico e dalla constatazione della
relativa ininfluenza del potere civile, che riguarda i beni inferiori, dei quali
si può anche fare a meno pur vivendo rettamente in vista del fine supremo. Il
primato del papa però non è inteso da Ockham nel senso della teocrazia
tradizionale: viene infatti definito da lui non una signoria, ma un servizio
(non dominativus, sed ministrativus) ed è limitato dai diritti legittimi dei
sovrani nonché dei semplici fedeli; anche in ambito spirituale infatti il potere
del pontefice si esercita nei confronti di uomini che rimangono, per
definizione, liberi. Applicando anche qui il suo ‘rasoio’ nominalista, Ockham
dichiara con nettezza che la chiesa è l’assemblea dei fedeli (Ecclesia est
multitudo fidelium). Il papa non può pertanto limitare la libertà dei cristiani,
perché la Chiesa non è un' entità superiore all' assemblea dei fedeli, e nessuna
verità che non sia contenuta esplicitamente o implicitamente nella Sacra
Scrittura può essere imposta dal pontefice come verità di fede. Con queste
affermazioni egli dava un sostegno filosofico ai francescani spirituali, il cui
ideale era la restaurazione della simplicitas evangelica in tutta la Chiesa e l'
abbattimento di ogni forma di possesso, perché l' avanzare diritti sulle cose e
sulle persone è fare violenza alla volontà di Dio.
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