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Scrittore e autore di memorie, nato a Torino
il 31 luglio 1919 e morto a Torino l’11 aprile 1987.
Proveniente da una famiglia di ebrei piemontesi giunti in Italia dalla
Spagna e dalla Provenza, Primo Levi studia al liceo classico Massimo
D’Azeglio di Torino, dove per un breve periodo il suo professore di italiano
è Cesare Pavese. Il suo interesse è, però, rivolto alla letteratura di
divulgazione scientifica e, difatti, nel 1937 si iscrive al corso di chimica
della facoltà di Scienze dell’Università di Torino.
Nel 1938 vengono promulgate le leggi razziali, che comprendevano il divieto
per gli ebrei di frequentare le scuole pubbliche, proibizione a cui
fortunatamente Levi scampa, essendosi iscritto ai corsi prima
dell’emanazione del provvedimento. L’ effetto più evidente della normativa
antisemita sulla sua brillante carriera universitaria è la menzione “di
razza ebraica” trascritta sul suo diploma.
Si impiega in una cava d’amianto presso Lanzo, lavorando in un laboratorio
ed in seguito trova impiego presso una fabbrica svizzera di medicinali a
Milano. Nel 1942 entra nel Partito d’Azione clandestino; a seguito dell’8
settembre 1943 e dell’annuncio dell’armistizio fra l’Italia e gli
anglo-americani, Levi si unisce ad un gruppo di partigiani attivi in Val
d’Aosta ma il 13 dicembre seguente viene arrestato con altri due compagni e
portato nel campo di prigionia di Carpi-Fòssoli. Nel 1944 il campo viene
lasciato in mano ai tedeschi che trasferiscono i prigionieri ad Auschwitz.
In quello che è considerato uno dei più terribili Lager nazisti lo scrittore
torinese, grazie alla carenza di manodopera cui la Germania deve far fronte,
viene impiegato in un laboratorio.
E’ un periodo tremendo nel quale, oltre a patire la fame, il freddo e la
sete, vede la propria dignità di essere umano calpestata, come quella di
tutti i suoi compagni di sventura. Ma la dea bendata si ricorda di Primo
Levi presentandosi sotto forma di scarlattina: la malattia infatti lo
colpisce nel gennaio del 1945, proprio mentre i tedeschi, pressati
dall’arrivo delle truppe russe, trasferiscono i deportati (che poi verranno
massacrati) nei campi di concentramento di Buchenwald e Mathausen e lasciano
i ricoverati in infermeria nel campo abbandonato.
Liberato dai russi, lo scrittore trascorre alcuni mesi a Katowice lavorando
come infermiere in un campo sovietico prima di iniziare il lungo e
complicato viaggio (in dieci mesi attraversa la Polonia, l’Ucraina, la
Moldavia, la Romania, l’Ungheria, la Slovacchia, l’Austria e la Germania)
che lo riporterà in Italia e che è descritto nel libro “La tregua” (1963).
In Italia lavora presso una ditta di produzione di vernici, di cui diverrà
direttore, ma sente al contempo l’insopprimibile esigenza di raccontare
l’esperienza del Lager, di testimoniare l’orrore che era stato costretto a
vivere per far sì che nessuno dimentichi l’olocausto.
Nasce così “Se questo è un uomo” (1947) documento che l’autore cominciò a
scrivere quando era ancora prigioniero e che, nel suo evitare qualsiasi
abbandono all’emotività ed al rancore, rievoca, con rigore e sobrietà quasi
“scientifici”, la degradazione dell’uomo da essere umano ad oggetto, a
bestia priva di diritti e di dignità, sottolineando la barbarie di una
crudeltà non solo fisica ma anche morale e psicologica.
Il libro incontra inizialmente la diffidenza degli editori (quelli a cui
viene proposto respingono il manoscritto), prima di venir pubblicato, con
scarso riscontro di pubblico, presso l’editore De Silva in 2500 copie; nel
1956 il testo esce per le edizioni Einaudi e da allora verrà ristampato
svariate volte e tradotto in varie lingue. “La tregua” (1963), opera con cui
ottiene il premio Campiello, riprende il racconto dell’odissea di Levi
spostando l’attenzione sul drammatico viaggio che l’autore è costretto ad
affrontare, insieme agli altri deportati, per ritornare in Italia.
In seguito pubblica le raccolte di racconti “Storie naturali” (1966), “Vizio
di forma” (1971), “Il sistema periodico” (1975), “La chiave a stella” (1978)
e “Lilit” (1981). Ritorna a descrivere l’odissea degli ebrei durante la
persecuzione nel romanzo “Se non ora, quando?” (1982) in cui racconta la
storia di un soldato dell’Armata Rossa che, superstite di un’unità travolta
dai nazisti, si unisce ad un gruppo di ebrei con i quali intraprende un
viaggio attraverso il cuore dell’Europa dalla Russia bianca fino a Milano.
L’ultimo libro che Levi dedica all’esperienza del Lager è “I sommersi e i
salvati” (1986) opera in cui, partendo dalla propria personale esperienza
dell’universo concentrazionario, arriva ad esaminare situazioni più recenti
come quella dei gulag sovietici.
Nell’ottobre del 1987 Primo Levi muore, forse suicida, nella sua casa
torinese lasciando dietro di sé, attraverso i suoi drammatici documenti
sulla vita dei Lager, un forte invito ai posteri a non dimenticare mai
quello che è stato uno dei più grandi orrori nella storia dell’umanità.
Hanno detto di lui:
“…Perciò la fame è un leitmotiv di tutto il libro: i prigionieri lavorano
attendendo il momento della miserabile zuppa, che tra l’altro li riempie di
liquido; trasformano il pane in prezioso oggetto di scambio, spesso se lo
rubano a vicenda come animali (il Kapo usa per loro, con esattezza
sarcastica, il verbo fressen, invece di essen). Persino nel sonno, la fame è
così ossessiva che i dormienti “schioccano le labbra e dimenano le mascelle.
Sognano di mangiare”, percepiscono persino l’odore “ricco e violento” del
cibo (p. 54). E una benna che sposta la terra argillosa si antropomorfizza
agli occhi avidi dei prigionieri, che le attribuiscono “mascelle dentate”,
la vedono “azzannare” e poi “vomitare il boccone”; davanti a ogni “morso” di
questo “pasto della draga” le bocche dei prigionieri “si socchiudono, i pomi
d’Adamo danzano in su e poi in giù, miseramente visibili sotto la pelle
floscia” (pp. 66-67). Mai la fame fu rappresentata così icasticamente come
da Levi…” (Cesare Segre su “Se questo è un uomo”)
“…Siamo sempre alla ricerca del libro necessario. Dopo poche pagine mi
immergevo nel “Sistema periodico” con piacere e gratitudine. Nulla vi è di
superfluo, tutto in questo libro è essenziale…” (Saul Bellow su “Il sistema
periodico”)
“…forse il più bel libro dell’anno (…), in cui la malinconica consapevolezza
del tragico destino degli uomini lascia largo posto all’osservazione
disinteressata, al ritratto divertito, alla rappresentazione cordiale e
umoristica…” (Carlo Salinari su “La tregua”)
“…Oltre la memoria, oltre la stessa passione, Primo Levi ha trovato la sua
strada proprio col soccorso di questa capacità di ordinare pazientemente la
materia di sangue e di dolore, insomma rispettando le cose e non esaltandole
o denigrandole. La vera conoscenza dà di questi frutti che la letteratura
sola non può offrire…” (Carlo Bo su “La tregua”)
“…Narratore continuamente vigoroso e limpido, di misura perfetta, a quel
livello di verità che non lascia mai diventare aneddotici i particolari
“saporiti” e “brillanti”; padrone di un suo mondo di ricordi che è poco dire
straordinario, il fuorilegge letterario Primo Levi ha reso anche il suo
nuovo libro un testo esemplare nel genere, nella miglior tradizione
memorialistica, confermandosi ottimo scrittore e tale da appagare i lettori
più diversi…” (Giansiro Ferrata su “La tregua”)

Se questo è un
uomo
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