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LUDWIG
WITTGENSTEIN

La
concezione che Ludwig Wittgenstein ha della filosofia corrisponde per molti
versi al modo in cui essa è entrata quasi per caso nella sua vita, dove biografia e pensiero sono momenti tra loro complementari: "Il lavoro
filosofico è propriamente […] un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di
vedere. Su come si vedono le cose. (E su cosa si pretende da esse)". (Pensieri
diversi, Milano, Adelphi, 1988, p. 43).
Nato in una famiglia di colti industriali della Vienna di fine secolo,
Wittgenstein compì studi a indirizzo tecnico a Linz. Lesse a scuola I
principi della meccanica di Hertz e avrebbe voluto studiare con il grande
fisico Boltzmann, di cui apprezzava gli scritti di filosofia della scienza.
Dopo il suicidio di Boltzmann, si trasferì a Berlino, per specializzarsi in
ingegneria meccanica, e partì quindi per l'Inghilterra dove approfondì le
sue conoscenze nel settore aereonautico. A Manchester un compagno di studi
gli consigliò i Principia mathematica di Bertrand Russell: Wittgenstein è
dunque, innanzitutto, un ingegnere che si dedica alla matematica pura e alla
logica. Il carattere tecnico-scientifico della sua preparazione ne segna
l'approccio alla filosofia, di cui ignorò sempre la storia e lo studio
disciplinato dei classici. Egli non intende dunque la filosofia come una
messe di conoscenze, un insieme di verità di cui entrare in possesso, né un
metodo dato: "Non c'è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi; per così
dire ci sono differenti terapie" (Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi,
1999, § 133). Si tratta allora di indagare i modi in cui si configurano le
singole descrizioni linguistiche degli aspetti del mondo che veniamo a
conoscere, educando a vederle con la massima perspicuità.
Condizioni di senso e compito
della filosofia
Questa pluralità dei
metodi risponde all'esigenza di restare aderenti a ciò che si dice di volta
in volta. Questa istanza è regolata da un criterio cui Wittgenstein si
atterrà sempre, per il quale "dire 'mi meraviglio di questo e di quest'altro'
ha senso solo se posso immaginarmi che le cose non stiano così. […] Ma non
ha senso dire che mi meraviglio per l'esistenza del mondo, poiché non posso
immaginarlo come non esistente" (Sull'etica, in Lezioni e conversazioni
sull'etica, l'estetica, la psicologia e la credenza religiosa, Milano,
Adelphi, 1976, pp. 1-18, qui pp. 13-14). Ritroviamo tale posizione, espressa
in questi termini nel 1929, ancora sullo sfondo di Della certezza, del 1951,
che prende l'avvio dalla critica dell'evidenza di alcuni truismi difesi da
George Edward Moore (per esempio: "esiste un corpo umano che è il corpo", "questo
calamaio è alla sinistra di questa penna"), che Wittgenstein critica
analizzando la grammatica del nostro linguaggio.
La filosofia, a parer suo, deve infatti descrivere fin nel dettaglio i modi
in cui usiamo parole e proposizioni, poiché è a causa di un loro uso
pervertito che si sviluppano teorie filosofiche incapaci di dar conto della
ragione per cui si sostengono o meno certe verità. La frase "il mondo non
esiste", o "il mio corpo esiste", è logicamente insensata perché si fonda
sul presupposto metafisico dell'esistenza, dell'esserci. La filosofia deve
dunque delineare le condizioni di senso che rendono corretta una certa
espressione linguistica.
La prima di queste condizioni è che noi parliamo in un mondo che ci
preesiste, e rispetto alla cui esistenza non è possibile sollevare alcun
dubbio scettico, perché la sua sola formulazione è la prova che disponiamo
di un linguaggio che ci rende membri di un gruppo, al cui interno giocare a
scacchi o far filosofia sono attività equivalenti. In ciascuna di esse si
esprime infatti la natura umana. Perciò Wittgenstein scrive: "La mia vita
mostra che so" (Della certezza, Torino, Einaudi, 1999, § 7). La conoscenza
non è che l'espressione di quanto apprendiamo nella nostra vita: sappiamo
ciò che abbiamo imparato.
La filosofia è un modo di
osservare
Disciplinare la
descrizione dell'esperienza non significa approntare una precettistica. Le
stesse definizioni dei concetti che proprio Wittgenstein ha elaborato, quali
'gioco linguistico' e 'forma di vita', si declinano a seconda del contesto
d'uso in cui vengono messe in pratica. Egli ha infatti espunto dalla
filosofia ogni ambizione fondazionalistica. Ciò corrisponde al carattere
sperimentale della sua ricerca e all'impossibilità di catalogarne i
risultati: la sua filosofia mostra il modo in cui il pensiero può
articolarsi, ma non cosa deve pensare; è una filosofia del come, non del che
cosa.
D'altra parte, le cose si danno immediatamente allo sguardo e ricercarne una
spiegazione celata dietro l'apparenza significherebbe solamente compiere
un'opera di mistificazione. Wittgenstein è persuaso – come lo era stato
Goethe con cui ha molte e decisive affinità, tanto che si può parlare di una
morfologia wittgensteiniana – che la filosofia sia la forma secondo cui noi
osserviamo le cose, le quali appaiono per come effettivamente sono – una
fiducia nella giustezza dell'apparenza che si contrappone al tratto
metafisico di molto pensiero occidentale –. Non c'è dunque progressione in
questo lavoro di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, non di più: "Il mio
metodo - scrive Wittgenstein - è quello di rilevare errori nel linguaggio.
Sto usando la parola 'filosofia' per l'attività di rilevazione di tali
errori" (Wittgenstein's Lectures, Cambridge, 1932-1935, pp. 27-28).
La filosofia è un'attività
terapeutica
In
questa rilevazione consiste la natura 'terapeutica' della sua filosofia che
riporta "le parole dal loro uso metafisico al loro uso corretto [normale]
nel linguaggio. […] Tale è l'aspetto della soluzione di tutte le difficoltà
filosofiche" (Filosofia, Roma, Donzelli, 1996, § 88). Come si arrivi a dare
una presentazione perspicua dei fatti linguistici, attraverso cui si
descrivono quelli antropologici, non è però immediatamente chiaro a
Wittgenstein. Se infatti egli afferma fin dal Tractatus che la filosofia
deve rischiarare linguisticamente il pensiero e non formulare teorie sul
linguaggio in cui il pensiero si esprime, tuttavia, per mostrare che alcune
proposizioni filosofiche non sono sostenibili, occorre prima aver descritto
come funziona correttamente il linguaggio, e cioè averne elaborato una
teoria, ma proprio l'elaborazione di una teoria filosofica del linguaggio è
insensata nel momento in cui postula una sua 'essenza'. Wittgenstein risolve
il paradosso intendendo la filosofia come un'attività che procede con la
costruzione e l'esibizione di esempi di casi linguistici che affidano al
lettore dei suoi scritti il compito di pensare per conto proprio
Il "Tractatus
logico-philosophicus"
Composto di brevi aforismi, numerati in
ordine di importanza come commento a sette proposizioni principali, il Tractatus
viene letto dai neopositivisti come la critica radicale di ogni metafisica e la
riduzione della filosofia a due tipi di proposizioni: le proposizioni
formalmente corrette della logica (che si riducono in fondo a tautologie) e le
proposizioni di fatto, o intuitivamente verificabili.
Wittgenstein non condivide questa interpretazione ed è espressamente critico
della riduzione della filosofia alla logica. Il suo intento è piuttosto quello
di mostrare che la formulazione dei problemi filosofici "si fonda sul
fraintendimento della logica del nostro linguaggio". Tale logica consiste
essenzialmente nella raffigurazione degli stati di cose, o "fatti atomici",
concatenazioni di oggetti in connessioni immediate, che sono nel mondo. Ne
deriva che la pretesa di esprimere i valori dell'estetica e della morale mette
capo a proposizioni prive di senso: nel mondo infatti "non v'è alcun valore, né,
se vi fosse, avrebbe un valore". L'estetica e l'etica sono perciò "trascendentali",
come il linguaggio, che non può essere detto come una "cosa" del mondo. Ciò non
comporta una svalutazione nichilistica della metafisica e della morale:
Wittgenstein intende il Tractatus come un'opera composta di due parti: la prima
effettivamente scritta e la seconda lasciata nel silenzio. Infatti la settima e
ultima proposizione ("su ciò di cui non si può parlare si deve tacere") è
l'unica priva di commento: solo superando le proposizioni del Tractatus e
sporgendosi "oltre" il linguaggio si "vede rettamente il mondo", si mostra
l'"ineffabile" o "il mistico". Il percorso del Tractatus deve perciò "curare"
quella malattia del linguaggio che è tradizionalmente la metafisica. Ma ciò non
significa che le proposizioni di fatto della scienza, pur essendo sensate,
abbiano "valore". La posizione di Wittgenstein è che ciò che più importa non si
può dire, perché i limiti del linguaggio sono i limiti stessi del mondo e non è
sensatamente ipotizzabile un metalinguaggio che possa parlare del mondo, del
linguaggio e della loro relazione.
Wittgenstein continua ad affascinare per il rapporto strettissimo tra percorso
filosofico ed esperienza di vita, tra logica e tensione etica. Una personalità
enigmatica e travolgente, un pensatore rigoroso, un animo tormentato e geniale.

Trattato
logico-filosofico
Filosofia analitica
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