FILOSOFI
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Nel 1921 Ludwig Wittgenstein terminò la sua opera fondamentale, originariamente intitolata Logisch-Philosophische Abhandlung ma ripubblicata un anno dopo, in traduzione inglese, con il titolo Tractatus logico-philosophicus. In quest'opera Wittgenstein si occupò soprattutto di critica del linguaggio, inteso come strumento di conoscenza scientifica, diventando uno dei maggiori ispiratori del positivismo logico. Anche le Ricerche filosofiche (pubblicate postume nel 1953) hanno come tema centrale il linguaggio, ma l'analisi è incentrata sulle modalità d'uso del linguaggio ordinario.


LUDWIG WITTGENSTEIN



La concezione che Ludwig Wittgenstein ha della filosofia corrisponde per molti versi al modo in cui essa è entrata quasi per caso nella sua vita, dove biografia e pensiero sono momenti tra loro complementari: "Il lavoro filosofico è propriamente […] un lavoro su se stessi. Sul proprio modo di vedere. Su come si vedono le cose. (E su cosa si pretende da esse)". (Pensieri diversi, Milano, Adelphi, 1988, p. 43).
Nato in una famiglia di colti industriali della Vienna di fine secolo, Wittgenstein compì studi a indirizzo tecnico a Linz. Lesse a scuola I principi della meccanica di Hertz e avrebbe voluto studiare con il grande fisico Boltzmann, di cui apprezzava gli scritti di filosofia della scienza. Dopo il suicidio di Boltzmann, si trasferì a Berlino, per specializzarsi in ingegneria meccanica, e partì quindi per l'Inghilterra dove approfondì le sue conoscenze nel settore aereonautico. A Manchester un compagno di studi gli consigliò i Principia mathematica di Bertrand Russell: Wittgenstein è dunque, innanzitutto, un ingegnere che si dedica alla matematica pura e alla logica. Il carattere tecnico-scientifico della sua preparazione ne segna l'approccio alla filosofia, di cui ignorò sempre la storia e lo studio disciplinato dei classici. Egli non intende dunque la filosofia come una messe di conoscenze, un insieme di verità di cui entrare in possesso, né un metodo dato: "Non c'è un metodo della filosofia, ma ci sono metodi; per così dire ci sono differenti terapie" (Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1999, § 133). Si tratta allora di indagare i modi in cui si configurano le singole descrizioni linguistiche degli aspetti del mondo che veniamo a conoscere, educando a vederle con la massima perspicuità.

Condizioni di senso e compito della filosofia

Questa pluralità dei metodi risponde all'esigenza di restare aderenti a ciò che si dice di volta in volta. Questa istanza è regolata da un criterio cui Wittgenstein si atterrà sempre, per il quale "dire 'mi meraviglio di questo e di quest'altro' ha senso solo se posso immaginarmi che le cose non stiano così. […] Ma non ha senso dire che mi meraviglio per l'esistenza del mondo, poiché non posso immaginarlo come non esistente" (Sull'etica, in Lezioni e conversazioni sull'etica, l'estetica, la psicologia e la credenza religiosa, Milano, Adelphi, 1976, pp. 1-18, qui pp. 13-14). Ritroviamo tale posizione, espressa in questi termini nel 1929, ancora sullo sfondo di Della certezza, del 1951, che prende l'avvio dalla critica dell'evidenza di alcuni truismi difesi da George Edward Moore (per esempio: "esiste un corpo umano che è il corpo", "questo calamaio è alla sinistra di questa penna"), che Wittgenstein critica analizzando la grammatica del nostro linguaggio.
La filosofia, a parer suo, deve infatti descrivere fin nel dettaglio i modi in cui usiamo parole e proposizioni, poiché è a causa di un loro uso pervertito che si sviluppano teorie filosofiche incapaci di dar conto della ragione per cui si sostengono o meno certe verità. La frase "il mondo non esiste", o "il mio corpo esiste", è logicamente insensata perché si fonda sul presupposto metafisico dell'esistenza, dell'esserci. La filosofia deve dunque delineare le condizioni di senso che rendono corretta una certa espressione linguistica.
La prima di queste condizioni è che noi parliamo in un mondo che ci preesiste, e rispetto alla cui esistenza non è possibile sollevare alcun dubbio scettico, perché la sua sola formulazione è la prova che disponiamo di un linguaggio che ci rende membri di un gruppo, al cui interno giocare a scacchi o far filosofia sono attività equivalenti. In ciascuna di esse si esprime infatti la natura umana. Perciò Wittgenstein scrive: "La mia vita mostra che so" (Della certezza, Torino, Einaudi, 1999, § 7). La conoscenza non è che l'espressione di quanto apprendiamo nella nostra vita: sappiamo ciò che abbiamo imparato.

La filosofia è un modo di osservare

Disciplinare la descrizione dell'esperienza non significa approntare una precettistica. Le stesse definizioni dei concetti che proprio Wittgenstein ha elaborato, quali 'gioco linguistico' e 'forma di vita', si declinano a seconda del contesto d'uso in cui vengono messe in pratica. Egli ha infatti espunto dalla filosofia ogni ambizione fondazionalistica. Ciò corrisponde al carattere sperimentale della sua ricerca e all'impossibilità di catalogarne i risultati: la sua filosofia mostra il modo in cui il pensiero può articolarsi, ma non cosa deve pensare; è una filosofia del come, non del che cosa.
D'altra parte, le cose si danno immediatamente allo sguardo e ricercarne una spiegazione celata dietro l'apparenza significherebbe solamente compiere un'opera di mistificazione. Wittgenstein è persuaso – come lo era stato Goethe con cui ha molte e decisive affinità, tanto che si può parlare di una morfologia wittgensteiniana – che la filosofia sia la forma secondo cui noi osserviamo le cose, le quali appaiono per come effettivamente sono – una fiducia nella giustezza dell'apparenza che si contrappone al tratto metafisico di molto pensiero occidentale –. Non c'è dunque progressione in questo lavoro di ricerca, la filosofia fa vedere meglio, non di più: "Il mio metodo - scrive Wittgenstein - è quello di rilevare errori nel linguaggio. Sto usando la parola 'filosofia' per l'attività di rilevazione di tali errori" (Wittgenstein's Lectures, Cambridge, 1932-1935, pp. 27-28).

La filosofia è un'attività terapeutica

In questa rilevazione consiste la natura 'terapeutica' della sua filosofia che riporta "le parole dal loro uso metafisico al loro uso corretto [normale] nel linguaggio. […] Tale è l'aspetto della soluzione di tutte le difficoltà filosofiche" (Filosofia, Roma, Donzelli, 1996, § 88). Come si arrivi a dare una presentazione perspicua dei fatti linguistici, attraverso cui si descrivono quelli antropologici, non è però immediatamente chiaro a Wittgenstein. Se infatti egli afferma fin dal Tractatus che la filosofia deve rischiarare linguisticamente il pensiero e non formulare teorie sul linguaggio in cui il pensiero si esprime, tuttavia, per mostrare che alcune proposizioni filosofiche non sono sostenibili, occorre prima aver descritto come funziona correttamente il linguaggio, e cioè averne elaborato una teoria, ma proprio l'elaborazione di una teoria filosofica del linguaggio è insensata nel momento in cui postula una sua 'essenza'. Wittgenstein risolve il paradosso intendendo la filosofia come un'attività che procede con la costruzione e l'esibizione di esempi di casi linguistici che affidano al lettore dei suoi scritti il compito di pensare per conto proprio

Il "Tractatus logico-philosophicus"

Composto di brevi aforismi, numerati in ordine di importanza come commento a sette proposizioni principali, il Tractatus viene letto dai neopositivisti come la critica radicale di ogni metafisica e la riduzione della filosofia a due tipi di proposizioni: le proposizioni formalmente corrette della logica (che si riducono in fondo a tautologie) e le proposizioni di fatto, o intuitivamente verificabili.
Wittgenstein non condivide questa interpretazione ed è espressamente critico della riduzione della filosofia alla logica. Il suo intento è piuttosto quello di mostrare che la formulazione dei problemi filosofici "si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio". Tale logica consiste essenzialmente nella raffigurazione degli stati di cose, o "fatti atomici", concatenazioni di oggetti in connessioni immediate, che sono nel mondo. Ne deriva che la pretesa di esprimere i valori dell'estetica e della morale mette capo a proposizioni prive di senso: nel mondo infatti "non v'è alcun valore, né, se vi fosse, avrebbe un valore". L'estetica e l'etica sono perciò "trascendentali", come il linguaggio, che non può essere detto come una "cosa" del mondo. Ciò non comporta una svalutazione nichilistica della metafisica e della morale: Wittgenstein intende il Tractatus come un'opera composta di due parti: la prima effettivamente scritta e la seconda lasciata nel silenzio. Infatti la settima e ultima proposizione ("su ciò di cui non si può parlare si deve tacere") è l'unica priva di commento: solo superando le proposizioni del Tractatus e sporgendosi "oltre" il linguaggio si "vede rettamente il mondo", si mostra l'"ineffabile" o "il mistico". Il percorso del Tractatus deve perciò "curare" quella malattia del linguaggio che è tradizionalmente la metafisica. Ma ciò non significa che le proposizioni di fatto della scienza, pur essendo sensate, abbiano "valore". La posizione di Wittgenstein è che ciò che più importa non si può dire, perché i limiti del linguaggio sono i limiti stessi del mondo e non è sensatamente ipotizzabile un metalinguaggio che possa parlare del mondo, del linguaggio e della loro relazione.






Wittgenstein continua ad affascinare per il rapporto strettissimo tra percorso filosofico ed esperienza di vita, tra logica e tensione etica. Una personalità enigmatica e travolgente, un pensatore rigoroso, un animo tormentato e geniale.





Trattato logico-filosofico

Filosofia analitica